ULTIMI AGGIORNAMENTI:

25 Luglio 1943 – L’arresto del Duce

banner

*recapitato in redazione. Autore segnalato in Gen. Carabinieri Filippo Caruso

Nota della Redazione – In questo resoconto che vi proponiamo e giuntoci diversi anni fa in redazione il racconto dettagliato di come si svolsero le operazioni di arresto del Duce a Villa Savoia il pomeriggio del 25 Luglio 1943. Si consuma in quel pomeriggio il tradimento di Vittorio Emanuele III nel disperato tentativo di salvare la corona dopo essere stato per 21 anni sovrano di un’Italia fascista che lo aveva fatto anche Imperatore. Tra i giganti della storia i nani cercano di apparire con le più macabre messinscena. In questo racconto l’incredibile pomeriggio di quel 25 Luglio in cui oltre 50 uomini armati fino ai denti ricevono l’ordine di arrestare un Mussolini ormai vecchio, stanco e malato. I toni che leggerete sono davvero esagerati: par di leggere le imprese della Folgore ad El Alamein ed invece niente altro è stato che un atto di estrema meschinità e vigliaccheria da parte di chi lo ha ordinato ma anche e soprattutto di chi lo ha materialmente eseguito.

Una riunione del Gran Consiglio

Una riunione del Gran Consiglio

Il Gran Consiglio della notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 segna la caduta del Regime fascista per la mano stessa del suo organo superiore. Il Duce avrebbe potuto facilmente sciogliere il Gran Consiglio e annullarne la delibera. Non lo fece. Con un atto di encomiabile correttezza, quale suo uso, si recò dal Re per presentare le dimissioni dal Capo del Governo. A quel punto l’inaspettabile svolta…

Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Paolo Vigneri: ecco, per la storia, i nomi dei tre ufficiali dell’Arma che affrontarono la tremenda responsabilità di arrestare l’uomo a cui per oltre vent’anni era legato il destino del popolo italiano.
E con i tre suddetti ufficiali era la schiera dei loro dipendenti: sottufficiali e carabinieri che, fedeli pedine del rischiosissimo gioco, diedero tutta la loro modesta ma efficace cooperazione.
I capitani Aversa e Vigneri, rispettivamente comandanti delle compagnie della Capitale: la Tribunale l’Aversa e l’Interna il Vigneri, vengono telefonicamente convocati, verso le ore 14 del 25 luglio, nell’ufficio del tenente colonnello Frignani, comandante del gruppo da cui dipendevano.

Malgrado l’odore di crisi acuta che tutti fiutavano nell’aria dopo quanto era trapelato dalla drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo della notte innanzi, essi si affrettarono verso il luogo del convegno senza nulla presagire di quello che si voleva da loro. Già le chiamate del genere si facevano sempre piú frequenti in quel periodo cosí gravido ed inquietante sia per il rapido progredire dell’invasione del territorio nazionale da parte delle armate alleate sbarcate in Sicilia e sia per il bombardamento aereo di appena pochi giorni prima, del quartiere S. Lorenzo che tanto aveva terrorizzato la popolazione della Capitale. Lo confermano i rapporti agli ufficiali ed al personale in genere, che erano diventati sempre piú frequenti, per non dire quasi quotidiani.
Dal Comando Generale frattanto era stato diramato l’ordine di tenere consegnati, dalle ore 16 in poi, tutti i militari dell’Arma, in attesa d’una autorevolissima visita nelle rispettive caserme dell’Urbe.
Alla sede del Comando di Gruppo in viale Liegi, dove giunsero separatamente sia il tenente colonnello Frignani che i due capitani, si trovavano già il comandante generale dell’Arma Angelo Cerica ed il commissario di P.S. Carmelo Mazzano – sottotenente di complemento dei Carabinieri – direttore dell’autodrappello del Ministero dell’Interno.
Il generale Cerica, calmo pur nel pallore del viso che tradiva la sua intima commozione, fissa negli occhi i suoi dipendenti e dice all’incirca:
«Vi affido un compito di estrema gravità per il quale so di non fare invano appello al vostro alto senso del dovere. Oggi, fra qualche ora anzi, voi dovete arrestare Mussolini che, messo questa notte in minoranza nella seduta del Gran Consiglio del fascismo, si recherà dal sovrano e sarà sostituito nelle sue funzioni di capo del governo…»
Nessuna consegna forse apparve piú ardua di questa ai bravi ufficiali che tuttavia senza batter ciglio rispondono con due parole: «Sta bene…»
Si appartano poi in un’altra stanza dell’ufficio del Gruppo ed il tenente colonnello Frignani espone, illustra e commenta nei piú minuti particolari ai due capitani, le modalità esecutive dell’ordine ricevuto.
Poco dopo giungono in viale Liegi il questore Morazzini, addetto alla Casa Reale, in autoambulanza con a bordo, oltre al conducente, tre agenti di P.S. in abito civile, armati di mitra ed un automezzo destinato al trasporto dei militari dell’Arma.

Mussolini e Vittorio Emanuele III

Mussolini e Vittorio Emanuele III

In attinenza alle precise istruzioni concretate, i capitani Aversa e Vigneri con i due automezzi si portano al Gruppo squadroni nella vicina caserma Pastrengo e fanno approntare un plotone di 50 carabinieri che asseritamente debbono rimanere agli ordini dell’Aversa per ricercare, affrontare e catturare nuclei di paracadutisti alleati lanciati nei dintorni di Roma.
Il pretesto, giacché di pretesto si tratta, al fine di evitare ogni possibile indiscrezione che avrebbe potuto nuocere alla massima segretezza delle missioni predisposte, è facilmente accreditato dalle circostanze del recente bombardamento aereo della capitale. Nessuno pensa minimamente a vicende diverse. Soltanto si chiedono maggiori particolari d’impiego e questi vengono dati con pronta disinvoltura lavorando una volta tanto d’impostazione e di fantasia.
Il capitano Vigneri, al quale il superiore ha commesso in termini drastici la consegna di «catturarlo vivo o morto» sceglie, personalmente, tra i militari del Gruppo squadroni tre sottufficiali di particolare prestanza fisica e di pronta intelligenza che dovranno prestargli man forte, in caso di necessità, prima di ricorrere «ultima ratio» alle armi; precisamente i vicebrigadieri: Bertuzzi Domenico; Gianfriglia Romeo e Zenon Sante.
I militari salgono sull’autocarro che viene chiuso accuratamente col tendone, mentre i due capitani, i tre vicebrigadieri e i tre agenti di P. S. prendono posto nell’autoambulanza che viene anch’essa chiusa ed ha gli sportelli coi vetri smerigliati. I due automezzi, senza che nessuno, ad eccezione dei due capitani, conoscesse la destinazione, si dirigevano alla volta di Villa Savoia preceduti dalla vettura del questore Morazzini, che, data la minuta conoscenza dei luoghi, si era assunto il compito di far entrare il convoglio nell’interno della residenza reale. Dopo una brevissima sosta al cancello di via Salaria vengono ancora percorsi un centinaio di metri e gli automezzi si arrestano. Il questore Morazzini, come d’intesa, picchia ai vetri dell’ambulanza per avvertire i due capitani che si è giunti nel luogo stabilito. Essi discendono ed altrettanto fanno i loro dipendenti che si raggruppano silenziosi, ma visibilmente commossi di trovarsi nel parco di una Villa.
Il questore Morazzini dà alcune sommarie indicazioni sulla topografia della località, che bastano ad orientare i due ufficiali in rapporto ai loro compiti. Il punto dove ora essi si trovano è nel lato settentrionale della villa reale, cioè nella parte opposta all’ingresso principale, dove fra breve dovrà entrare Mussolini.
È qui che si deve aspettare il momento di agire. Il questore stringe calorosamente la mano agli ufficiali con atteggiamento di favorevole auspicio e si allontana da quella parte che costituirà la scena del dramma imminente.

Lo spettacolo inusitato apparso cosí all’improvviso, non sfugge a chi sta nell’interno della villa. Qualche viso s’intravede dietro le finestre del primo piano, protette da fitte reticelle metalliche, ma per un solo attimo; poi l’ombra scompare. Un famiglio sbucato tra gli alberi del parco si arresta all’improvviso e sta quasi per tornare indietro, incerto e fors’anche un po’ smarrito.
Sotto il sole infuocato e nel silenzio inusato del meriggio gli ufficiali riuniscono il personale in un piccolo cerchio ed il capitano Vigneri rivela loro, a bassa voce, e finalmente, la grande consegna. S’impartiscono rapidamente le istruzioni di dettaglio. Poi torna il silenzio, rotto solo da un sordo acciottolio proveniente dalle non lontane cucine reali. I carabinieri, che in un primo tempo nella caserma Pastrengo avevano accolto con qualche perplessità l’annuncio fittizio del rastrellamento dei paracadutisti lanciati dagli aerei nemici, ora intuiscono di essere i modesti protagonisti d’un grande evento, bisbigliano tra loro qualche commento, ma si mostrano seriamente decisi, pronti e risoluti.

L’attesa è tuttavia snervante. I due capitani, compagni d’accademia e vecchi amici, si scambiano qualche impressione e, reciprocamente, si ripetono i dettagli dell’impresa imminente. Giunge finalmente – com’era atteso – il ten. colonnello Frignani, che veste l’abito civile. Avverte i due ufficiali che Mussolini, il quale aveva avuto in precedenza fissata l’udienza dal Sovrano, arriverà in ritardo sull’ora prevista.
Entra poi nella villa dall’ingresso secondario – a levante – per prendere gli ultimi accordi con i funzionari della Real Casa e, dopo qualche minuto, ritorna presso i suoi uomini.
Si dimostra però turbato e contrariato, perché vi sarebbero delle riluttanze per l’arresto del Duce sulla soglia della villa reale. Tuttavia si ricompone subito, deciso e risoluto, esclama: «noi in ogni caso lo arrestiamo ugualmente».

L'autoambulanza con la quale venne arrestato il Duce

L’autoambulanza con la quale venne arrestato il Duce

Egli sente indubbiamente la passione dell’ora che volge: intuisce la necessità di non dare tempo al capo del governo spodestato di riaversi dal duro colpo e di scatenare o di tentare di scatenare un movimento di reazione, le cui conseguenze potrebbero riuscire fatali per il nostro Paese. Ma, da vero soldato, si rende conto che è indispensabile saper frenare i generosi impulsi del cuore ed agire con tempestiva ponderatezza. Rientra di nuovo nella villa e ne esce poco dopo con la notizia che Mussolini si trova ancora a colloquio col sovrano e che l’arresto si farà. Ma non c’è tempo da perdere ormai. Il questore Marazzini intanto, col pretesto di una urgente chiamata telefonica, ha attirato in un punto lontano dalla villa l’autista del Duce, che cosí è stato immobilizzato.
I cinquanta carabinieri vengono lasciati sul lato settentrionale dell’edificio, pronti ad accorrere al primo cenno, mentre i due capitani, i tre vicebrigadieri ed i tre agenti di P. S. armati di mitra si portano sul lato orientale. Si fa avanzare l’autoambulanza fino a pochi metri dall’ingresso dal quale uscirà Mussolini, ma in modo da non essere notata.
Proprio nell’angolo sta fermo un famiglio fidato con la consegna di allontanarsi allorché il capo del governo comparirà in cima alle scale. È questo il segnale convenuto per agire. Sullo stesso lato, a ridosso della siepe, è in sosta, priva dell’autista, la macchina di Mussolini. A pochi metri di distanza il capitano Vigneri dispone i tre agenti di P. S. con le armi pronte e con l’ordine d’intervenire soltanto in caso di necessità e sempre al primo cenno. Poi, insieme al collega Aversa, si colloca di fronte, presso il muro della villa, con a tergo i tre sottufficiali.
Una ventina di metri piú indietro, sostano il ten. colonnello Frignani ed il questore Morazzini, i quali si avvicineranno solo quando Mussolini sarà salito sull’autoambulanza.

Ad un certo momento il famiglio si allontana. È l’ora. Il piccolo gruppo, formato dai due capitani e dai tre vicebrigadieri, avanza e – quasi contemporaneamente – si scorge il duce – mentre discende gli ultimi gradini della scalinata insieme al suo segretario particolare De Cesare. Vestono entrambi l’abito scuro: Mussolini con un completo blu ed un cappello floscio. Egli deve aver notato all’ultimo istante l’insolito apparato, tanto che trasalisce visibilmente.
Il capitano Vigneri gli va incontro e, stando sull’attenti, dice: «Duce in nome di S.M. il Re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla».
Mussolini allarga le mani nervosamente serrate su una piccola agenda e con un tono stanco, quasi implorante, risponde: «Ma non ce n’è bisogno!»
Il suo aspetto è quello d’un uomo moralmente finito, quasi distrutto: ha il colorito del malato e sembra persino piú piccolo di statura.
«Duce, – riprende il capitano Vigneri, – io ho un ordine da eseguire».
«Allora seguitemi», risponde Mussolini e fa per dirigersi verso la sua macchina.
Ma l’ufficiale gli si para dinnanzi:
«No, Duce, – gli dice, – bisogna venire con la mia macchina».
L’ex capo del governo non ribatte altro e si avvia verso l’autoambulanza, col capitano Vigneri alla sua sinistra; segue De Cesare, con a fianco il capitano Aversa.
Dinnanzi all’autoambulanza Mussolini ha un attimo di esitazione, ma Vigneri lo prende per il gomito sinistro e lo aiuta a salire. Siede sul sedile di destra.
Sono esattamente le ore 17.20.
Dopo, sale De Cesare e si mette a sedere di fronte al suo capo. Quando anche i sottufficiali e gli agenti si accingono a montare, il Duce protesta: «Anche gli agenti?! No!!»
Vigneri allarga le braccia come per fargli capire che non c’è nulla da fare e, rivolgendosi deciso ai suoi uomini, ordina: «Su ragazzi, presto!!»
Anche i due capitani salgono. Nell’autoambulanza ora si è in dieci e si sta stretti. Il questore Morazzini si avvicina e, prima di chiudere la porta dall’esterno, avverte che si uscirà da un ingresso secondario e che un famiglio accompagnerà l’automezzo sino all’uscita.
La macchina si muove, mentre l’autocarro con il plotone dei cinquanta carabinieri rimane fermo. Ormai non c’è piú bisogno di loro. Anche la missione del ten. colonnello Frignani e dei capitani Vigneri e Aversa è finita.

About admin

Inserisci un commento

Scroll To Top