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27 Aprile 1945: la mancata fuga del Duce.

Da tutto il Nord Italia in quei tragici giorni di fine Aprile 1945 interi reparti si spostavano in marcia verso il ridotto della Valtellina, ultimo baluardo della resistenza fascista voluto da Pavolini, a cui migliaia di giovani combattenti, ausiliarie, anziani soldati affluivano per l’ultima battaglia, per andare incontro alla bella morte. Difendere il Duce, difendere un ideale: questo il loro scopo, la loro missione. Eppure quella battaglia non si svolse mai: all’ordine di convergere verso il ridotto valtellinese non seguirono altri ordini e migliaia di soldati rimasero cosi in attesa dei reparti angloamericani a cui si arresero senza combattere. Altri vennero catturati dai partigiani facendo una fine ben peggiore. Ma cosa accadde, cosa fecero i vertici della Repubblica Sociale e Mussolini in quei giorni?

autoblindaAll’indubbia volontà dei fascisti repubblicani di combattere l’ultima disperata e già segnata battaglia intorno a Mussolini si contrappone la volontà del Duce stesso che nelle ultime ore di vita della Repubblica Sociale, tenterà fino all’ultimo una carta, un’uscita dignitosa dell’Italia dalla guerra o almeno per il futuro del paese. Se una immane carneficina, l’ennesima, venne evitata fu proprio dovuto alla volontà del Duce di portare a termine il conflitto in modo diverso da quello di una strenua quanto inutile resistenza. Sono proprio gli spostamenti del Duce degli ultimi giorni, dopo esser partito da Milano, ad esser ancor oggi senza una reale motivazione o perlomeno questa esisteva e doveva esser fin troppo importante ma è al mondo fino ad oggi sconosciuta. Tutti questi interrogativi terminano con un Duce solo che nelle ultime ore della sua vita e soprattutto nelle ore della sua cattura, non ebbe al suo fianco un solo fascista in grado di difenderlo.

Quella che segue è la ricostruzione di ciò che accadde tra  Como e Menaggio in quella giornata del 26 aprile, ricreando l’atmosfera e lo stato d’animo dei fascisti presenti lungo il lago e nella Valtellina. Mussolini si trovava a Menaggio e aveva attorno a se la scorta germanica, ministri e personalità della RSI, una cinquantina di squadristi e alcuni militi confinari.Presidi della Brigata nera erano dislocati ancora in diversi paesi lungo il lago per un totale di 5.000 uomini. Tra Como e Lecco erano ancora in armi un battaglione delle SS italiane, al comando del maggiore Pace, e il battaglione mobile della Brigata nera “Rodini” al comando del maggiore Noseda, ed altri battaglioni agguerriti provenienti dal resto del territorio della RSI. Nella Valtellina, infine, si trovavano in perfetta efficienza: i battaglioni della 3° legione confinaria, 3 battaglioni di fascisti francesi, un battaglione di SS italiane, le brigate di Sondrio Firenze e Pistoia Cremona e altri battaglioni per un totale di 14.000 soldati, psicologicamente preparati a sostenere attorno a Mussolini l’ultima battaglia, e pertanto per nulla disorientati dalle notizie catastrofiche che giungevano dalle altre zone delle restanti zone del Nord.

Una foto degli ultimi giorni con Pavolini e Barracu

Una foto degli ultimi giorni con Pavolini e Barracu

In poche parole in quel 26 aprile le provincie di Como e Sondrio entro un raggio di 50 chilometri attorno al Duce si trovavano 14.000 uomini decisi a combattere e morire, come potè accadere allora che alla fine si trovò da solo, su un camion tedesco, nella piazzetta di Dongo? Cominciamo col dare la parola all’ultimo federale di Milano, Costa:<< Lasciata Milano alle 6,20 del 26 aprile, la colonna proseguì indisturbata Fino Monaco, alla periferia del paese venimmo attaccati dalla caccia inglese. In pochi secondi saltarono in aria un nostro camion carico di munizioni e fusti di benzina, provocando la morte di due squadristi e il ferimento grave di due ausiliarie. Ma le nostre mitragliere aprirono il fuoco colpendo uno degli aerei che si allontanò perdendo fumo. Alle 7,30 giungemmo alla periferia di Como e, mentre il grosso della colonna si avviava verso la sede della federazione fascista, Pavolini, Romualdi, il federale di Mantova ed altri tra cui io ci portammo in Prefettura. <<sullo scalone del palazzo il segretario del partito si incontrò con il capo della provincia, Celio che lo informò dell’avvenuta partenza di Mussolini per Menaggio. Pavolini cominciò ad urlare ma perché, ma perche? In breve fummo resi edotti della situazione. Ma in realtà nessuno seppe dirci con precisione i veri motivi che avevano spinto il Capo della RSI ad abbandonare all’alba la città lariana. << Ci guardammo in viso perplessi e turbati: che cosa avremmo detto alla massa dei fascisti, che ci avevano seguito e che contavano di vedere Mussolini da un momento all’altro? Perché il Duce se ne era andato senza aspettarci? Come è facilmente immaginabile le voci più disparate, e anche più tendenziose, cominciarono a circolare, fu così che prese consistenza, anche in alcuni di noi, l’ipotesi che Mussolini avesse puntato verso l’Alto Lago con l’intenzione di espatriare in Svizzera. <<Oggi sappiamo che il sospetto era ingiusto e infondato, e che Mussolini in Svizzera non ci voleva andare assolutamente come infatti non ci andò. Ma bisogna tornare al clima di quelle ore disperate, e mettersi nello stato d’animo dei fascisti che erano giunti fino a Como solo per unirsi a Mussolini, per comprendere quale disorientamento e quale disagio provocarono in mezzo a loro notizie del genere, subito trapelate e diffuse. Quando infatti lasciai la Prefettura e raggiunsi i miei uomini, radunati davanti al palazzo della federazione fascista di Como, notai tra di loro un certo fermento. Tutti sapevano che ormai Mussolini non era più a Como. Sentii il comandnte della Muti Franco Colombo, dichiarare ad alta voce: “questa passeggiata fino a Como era proprio inutile. Tanto valeva che restassimo a Milano asserragliati a Piazza San Sepolcro ci saremmo arresi agli angloamericani. Bisogna venire fuori da questa situazione”. Pino Romuali pallido in viso ascoltava in silenzio i commenti dei fascisti, rendendosi conto che si trattava di una logica umanissima reazione. <<poco dopo ci raggiunse Pavolini e, nell’ufficio del federale tenemmo una breve riunione, erano presenti tutti i comandanti, e decidemmo di riunire tutte le nostre forze nel vasto piazzale sbarrare con gli automezzi le vie d’accesso al quartiere e di attendere disciplinatamente le decisioni che non sarebbero mancate. <<terminato il rapporto Pavolini mi prese da parte e mi ordinò di raggiungere subito Menaggio, e comunicare al Duce che i fascisti erano giunti da Milano in forze. Il segretario del partito aggiunse che avrei fatto bene a consigliarlo di tornare a Como, perché di lì, tutti insieme avremmo potuto agilmente raggiungere la Valtellina. <<arrivato senza incontrare ostacoli a Menaggio vedemmo nelle strade adiacenti automezzi di SS e di fascisti nell’atrio della casa Castelli mi imbattei in un folto gruppo di ministri, quando mi scorsero mi vennero incontro felici, ben comprendendo che la mia presenza significava che la colonna di fascisti Milanesi era giunta a Como. <<Chiesi subito di parlare col Duce, ma Zerbino e Barracu mi dissero che Mussolini riposava e non era possibile disturbarlo, insistei, dovevo vederlo, dovevo dirgli che i fascisti erano a Como che volevano raggiungerlo, che attendevano comunque ordini precisi, ,ma Zerbino e Barracu furono irremovibili. Vivacemente sollecitato da me Zerbino acconsentì di vedere se il Duce era sveglio e mi poteva ricevere, di li a poco riapparve e disse: Ho informato il Duce del vostro arrivo a Como. Mi ha ordinato di far sapere a Pavolini, tuo tramite che prima di mezzogiorno comunicherà alla Prefettura di Como gli ordini definitivi. Se tutti i fascisti si trasferissero a Menaggio potrebbero peggiorare la situazione. Qui attendiamo una importante comunicazione. In ogni caso anche di qui potremmo raggiungere la Valtellina. <<Porta a queste parole interloquì “un poco ancora che si aspetta…”. Nonostante l’interruzione di Porta, Zerbino continuò a dire, “ripeti quanto ti ho detto a Pavolini che i fascisti stiano pronti, riuniti e disciplinati gli ordini non mancheranno. Ma io non ero soddisfatto, anzi ero profondamente inquieto, sentivo inconsciamente che se non avessi parlato a Mussolini gli avvenimenti avrebbero preso forse una piega imprevedibile e pericolosa.Insistetti ancora, in fondo rappresentavo i fascisti milanesi, e volevo dirgli di quale spirito fossero animati gli uomini che avevano accettato volontariamente, nonostante fossero stati sciolti dal giuramento di fedeltà, di abbandonare Milano solo nella speranza di combattere attorno a lui un’ultima battaglia. Ma Barracu e Zerbino ribadirono il loro divieto. <<Oggi a distanza di tanti anni, penso che avrei dovuto disobbedire, penetrare fino alla camera dove si trovava il Duce, svegliarlo e supplicarlo di tornare in mezzo a noi, forse le cose sarebbero andate diversamente. Invece obbedì da soldato quale ero, così andò a finire che risalì sulla mia auto. Zerbino e Barracu, comprendendo il mio stato d’animo mi strinsero affettuosamente la mano. Ma il federale Porta, mi abbracciò e disse:”hai ragione non doveva finire così”. <<Ripartì da Menaggio diretto a Como, con il cuore oppresso da un oscuro e terribile presentimento>>. Vale la pena qui interrompere la testimonianza del federale Costa per rilevare una delle frasi pronunciate da Zerbino: “qui attendiamo una importante comunicazione”.

Mussolini e Pavolini

Mussolini e Pavolini

Il comandante Costa, da noi interpellato, non è stato in grado di illuminarci in proposito. Egli ricorda solo nitidamente di aver udito il ministro degli interni fare questa affermazione. Dovendo escludere, per tutti i motivi sopra documentati, che la comunicazione riguardasse un eventuale passaggio di Mussolini in Svizzera, e tenendo presente che il Duce stava cercando di guadagnare tempo in attesa che emissari alleati si ponessero direttamente in contatto con lui, si può avanzare soltanto un’ipotesi: e cioè che il capo della RSI sperasse in una risposta alla lettera da lui inviata al primo ministro Churchill il 25 aprile, il cui testo diceva: ”Eccellenza, gli eventi purtroppo incalzano. Inutilmente mi si lasciano ignorare le trattative in corso tra Gran Bretagna e USA con la Germania. Nelle condizioni in cui, dopo cinque anni di lotta, è tratta l’Italia, non mi resta che augurare successo al vostro personale intervento. Voglio tuttavia ricordarmi le vostre stesse parole: “l’Italia è un ponte. L’Italia non può essere sacrificata”. Ed ancora quelle della vostra stessa propaganda, che non ha mancato di elogiare ed esaltare il valore sfortunato del soldato italiano. ”inutile inoltre rammentarvi quale sia la mia posizione davanti alla storia. Forse siete il solo, oggi, a sapere che io non debba temerne il giudizio. Non chiedo quindi mi venga usata clemenza, ma riconosciuta giustizia, e la facoltà di giustificarmi e difendermi. Ed anche ora, una resa senza condizioni è impossibile, perché travolgerebbe vincitori e vinti. <<Mandatemi dunque un vostro fiduciario. Vi interesseranno le documentazioni di cui potrò fornirlo, di fronte alle necessità d’imporsi al pericolo dell’Oriente. Molta parte dell’avvenire è nelle vostre mani, e che Iddio ci assista. Vostro Benito Mussolini>>. Questo è il testo della lettera. Né va dimenticato, inoltre, che Mussolini, anche in quelle ore, portava sempre con se una borsa nella quale, come ormai storicamente assodato, erano contenuti importantissimi documenti, tali da permettergli, come aveva ripetutamente affermato ai suoi più diretti collaboratori, di affrontare senza timori non solo il giudizio della storia, ma anche quello più immediato e pericoloso dei vincitori. Questa comunque è un’ipotesi, e tale continuerà a restare, soprattutto perché coloro che in quelle ore furono costantemente vicini al Capo del fascismo caddero tutti a Dongo nelle ore successive, portando nella tomba l’appassionante segreto. Ma ora torniamo al federale Costa. Rientrato a Como, il capo dei fascisti milanesi riferì immediatamente a Pavolini l’esito della sua missione. Il segretario del partito ascoltò attentamente il resoconto poi, dopo aver imprecato contro i consiglieri che attorniavano Mussolini, e che molto probabilmente non si rendevano conto di come il tempo stesse trascorrendo veloce e prezioso esclamò: Vado io, ora, a Menaggio. Vedrete che ci riuscirò”. Senza perdere un solo istante, Pavolini si mosse verso Menaggio: il segretario raggiunse Menaggio alle 10.30, con lui erano l’autista, il federale di Mantova e la sua guardia del corpo. Pavolini, giunto a Menaggio, si incontrò con Mussolini proprio mentre questi stava per partire diretto a Grandola. La conversazione tra Mussolini e il suo ministro fu come concordano tutte le testimonianze, molto vivace. Anche se nessuno riuscì ad afferrare il senso del discorso, fu evidente a tutti che Pavolini, cercò di convincere il Duce a tornare a Como o a farsi raggiungere dai fascisti concentrati nella città lariana. E’ certo, comunque, che il ministro Zerbino e il Maresciallo Graziani dichiararono a Pavolini che se il Duce si fosse salvato e se avesse salvato quei documenti che portava nella borsa, tutto il fascismo ne avrebbe tratto giovamento.

mussolini-rsiQueste testimonianze confermano limpidamente che Mussolini, lungi dal lasciarsi trascinare dagli avvenimenti, cercava ancora una volta di dominarli, creando la situazione più favorevole affinché gli eventuali emissari alleati potessero mettersi in contatto con lui. Ma per la realizzazione di questo piano, la presenza di migliaia di camicie nere attorno a lui non solo era superflua, ma minacciava di comprometterne l’attuazione. Tutti sono concordi, infatti, nel testimoniare che Mussolini, in quelle ore, fu sempre lucido e presente a se stesso:il che non si concilia affatto con la leggenda di un Mussolini abulico, disorientato e incapace di elaborare una linea di azione. Il Capo del fascismo, in realtà, aveva preso le sue decisioni nel momento in cui aveva abbandonato la sede arcivescovile di Milano, e a quelle decisioni si manteneva aderente. Per tutta la giornata del 26, infatti egli restò a Grandola in attesa di questo “contatto” , e si decise di tornare a Menaggio, per ripartire di li a poche ore diretto in Valtellina, solo quando ritenne non arrivasse più nessuno mentre gli emissari invece erano giunti sul lago e lo stavano cercando nella convinzione però che egli si trovasse ancora tra Milano e Como.

LA CATTURA

Sulla cattura di Mussolini, avvenuta nella piazza di Dongo verso le 16,30 del 27 aprile la versione finora accettata è la seguente: gli ufficiali e i soldati tedeschi della colonna Fallmeyer, colti di sorpresa dalla inaspettata identificazione del Duce da parte dei guerriglieri, si sarebbero persi d’animo e non sarebbero stati capaci di improvvisare una qualsiasi resistenza per salvarlo. Ebbene alla luce delle testimonianze da noi raccolte, è inevitabile invece concludere che i tedeschi non difesero Mussolini perché avevano già deciso di consegnarlo nelle mani dei partigiani. E’ questa una conclusione indubbiamente grave ma che è suffragata da indiscutibili dati di fatto. E’ necessario per illustrare e documentare questa nostra affermazione, tornare al momento in cui la colonna italo-tedesca si fermò a non molta distanza da Dongo e l’ufficiale germanico più elevato in grado chiese di parlamentare con il comandante partigiano. In base alla testimonianza resa da “Pedro” nel suo libro “Dongo ultima azione” risulterebbe che fu il comandante partigiano ad imporre ai tedeschi le condizioni per il libero transito, vale a dire la consegna ai guerriglieri di tutti gli italiani aggregati alla colonna germanica.

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