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ALESSANDRO
PAVOLINI
(1903-1945)
"Il fascista
artistico ed intransigente"
Alessandro
Pavolini nasce a Firenze il 27 settembre del 1903.
E' di ottima famiglia altoborghese: suo padre, Paolo Emilio, che
diventerà anche Accademico d'Italia, è un indianista e orientalista
di fama internazionale. Alessandro fin da giovanissimo manifesta la
sua vocazione per l’attività letteraria. Ad appena dodici anni
(1915) fonda un giornaletto scolastico in cui scrive articoli
interventisti. E' studente brillante, si laurea in Giurisprudenza e
in Scienze Politiche, frequentando due atenei, quello di Firenze e
quello di Roma.
A Roma per motivi di studio, si
accoda alle colonne fiorentine delle Camicie Nere per la parata
finale della Marcia su Roma del 1922, quando Mussolini ha già
ricevuto dal Re la nomina a Pesidente del Consiglio dei Ministri.
Aderisce così al fascismo, iniziando l’attività politica nel Fascio
Fiorentino guidato dagli amici Tullio Tamburini e Marchese Dino
Perrone. Si lega in particolare a quest’ultimo ed al Federale di
Firenze, il Marchese Luigi Ridolfi. Il Federale lo chiama al suo
fianco nel 1927 in qualità di Vicefederale.
In questo periodo l'emergente giovanotto, elegante, ottimo giocatore
di tennis, brillante conversatore, abbina alla vita politica
un’intensa vita mondana, legato in particolare ai salotti di Carlo e
Nello Rosselli. Collaboratore di riviste letterarie, scrittore di
saggi politici, si cimentò anche nel romanzo e nel 1928 ottenne un
primo buon successo con “Giro d'Italia”. Nel 1929 il Marchese
Ridolfi lascia a lui la carica di Federale. Pavolini diviene così, a
soli ventisei anni, la massima Autorità Fascista di Firenze.
Nella veste di Federale, Pavolini dà al Fascismo fiorentino una
connotazione Aristocratica, culturale, artistica, che grande segno
lasciò nella vita della città: mostre di artigiani, mostre d'arte,
iniziative letterarie furono tra le molte iniziative di questo
Federale. Tra quelle di maggior successo inaugurate da Pavolini
spicca il “Maggio musicale fiorentino”, a tutt'oggi una delle più
importanti rassegne artistiche a livello internazionale. E' sempre
in questo periodo che Pavolini fonda anche una rivista settimanale,
“Il Bargello”, organo della Federazione Giovanile Fascista e arguta
rivista letteraria.
Nel 1932 Pavolini viene chiamato a
far parte del Direttorio Nazionale del Partito, iniziando così le
sue frequentazioni a Roma, dove si trasferirà nel 1934, eletto
Deputato. E nella Capitale Pavolini si lega all’altrettanto giovane
e brillante Conte Galeazzo Ciano.
Pavolini, grazie alla sua fama di scrittore e di organizzatore
culturale, viene chiamato a presiedere la Confederazione
Professionisti ed Artisti. E con questa carica istituisce i
celeberrimi Littoriali.
Pavolini inizia anche a scrivere sul Corriere della Sera, lasciando
il Popolo d'Italia, dove aveva scritto alcuni articoli.
Scoppiata la guerra d’Africa, parte volontario al fianco del suo
amico Galeazzo Ciano nella celeberrima “Disperata”. Durante la
guerra Pavolini trova anche il tempo di mandare corrispondenze al
Corriere della Sera, e dall'esperienza bellica in Africa trarrà il
suo secondo libro intitolato appunto “La Disperata”.
Finita l’avventura africana,
continua la sua esperienza giornalistica al Corriere della Sera
inviando dall’estero corrispondenze, che poi raccoglierà in un
volume. In questo periodo inizia a frequentare l’attrice Doris
Duranti, senza tuttavia sposarla.
Il 31 ottobre 1939 è nominato Ministro della Cultura Popolare del
quinto gabinetto Mussolini. Nel frattempo dà alle stampe con
successo il suo ultimo romanzo “Scomparsa d'Angela”. Nella veste di
Ministro si circonda di sette Direzioni Generali: stampa estera,
stampa nazionale, propaganda, cinema, turismo, teatro, servizi
amministrativi. Sotto la sua vigilanza operano, tra gli altri, l'EIAR,
la SIAE (Società Italiana Autori ed Editori) ed altri enti, tra cui
anche il RACI (Reale Automobile Club d’Italia).
Favorevole all’avvicinamento alla Germania nazionalsocialista ed
all’entrata in guerra, contribuisce all’esonero di Badoglio da Capo
di Stato Maggiore. Col volgere negativo del conflitto si dimette e
il 5 febbraio 1943 assume la direzione del quotidiano “Il
Messaggero”, portandovi tutto il suo impeto bellicista.
Con le vicende del 25 luglio 1943
il nuovo Presidente del Consiglio Badoglio, deciso a vendicarsi del
“nemico” Pavolini, emette contro di lui un’ordinanza d’arresto;
tuttavia Pavolini riesce a riparare in Germania. In Prussia, a
Konigsberg si incontrerà col figlio del Duce, Vittorio, già
responsabile per la cinematografia. Da una radio tedesca Pavolini e
Vittorio Mussolini si affrettano immediatamente a pronunciare parole
di riscossa. Dopo la liberazione di Mussolini (15 settembre 1943),
Pavolini partecipa alla fondazione della Repubblica Sociale
Italiana, diventando il Segretario del nuovo Partito Fascista
Repubblicano (PFR). ‘E Pavolini a sollecitare un Mussolini ansioso
di ritirarsi, affinché torni ad essere il Duce del nuovo Stato.
Le vicende di Pavolini nella RSI
iniziano con il Congresso di Verona, costitutivo del PFR, al quale
Pavolini dà un apporto significativo indirizzato ad una specie di
recupero delle parole d’ordine del veterofascismo, connotandolo in
senso vagamente socialistoide. Una promessa venne chiaramente
espressa da Pavolini: “I traditori del 25 luglio dovranno pagare!”.
L’assoluta volontà di vendetta perseguita più da un ormai fanatico
Pavolini piuttosto che dallo stesso Duce, portò al famigerato
processo di Verona, assolutamente irregolare e basato sull’assurdo
giuridico del Decreto 11/11/43, norma penale ad hoc con
effetti retroattivi, vera e propria formalizzazione giuridica della
vendetta; i giudici furono inoltre scelti nientemeno che da Pavolini
stesso. Peraltro solo sei dei diciannove ricercati erano stati
arrestati: Ciano, Marinelli, Gottardi, De Bono, Pareschi. Tutti
furono in tre giorni condannati a morte, salvo Cianetti, condannato
a trent’anni di prigione per aver ritrattato il giorno successivo la
sua adesione all'ordine del giorno Grandi. Tuttavia la notte del 10
gennaio del 1944 furono preparate dai condannati le domande di
grazia; ma nella confusa organizzazione del nuovo Stato, non era
stata definita l’autorità cui un’eventuale domande di grazia dovesse
rivolgersi. L'avvocato Cersosimo, Istruttore del processo, suggerì:
a Pavolini, Segretario del Partito.
Tuttavia, per la contrarietà di alcuni esponenti della RSI, la
domanda fu inoltrata prima a Pisenti, Ministro della Giustizia, poi
a Buffarini Guidi, Ministro dell'Interno, quindi al Console della
GNR Italo Vianini, ispettore della V Zona, e quindi competente per
territorio. Così, con una procedura contorta (le domande non furono
espressamente respinte ma semplicemente "non inoltrate", e con lo
stesso provvedimento Vianini ordinava l'esecuzione della sentenza) i
cinque condannati, tra cui l’Eroe Quadrumviro De Bono, furono
avviati alla morte, senza che il Duce avesse visto le domande di
grazia. A nulla valse la vecchia amicizia che legava Ciano ad un
ormai esaltato Pavolini.
Il 30 giugno 1944 Pavolini fonda,
quale Comandante Generale, le Brigate Nere come trasformazione del
Partito in unità militari: i Commissari Federali diventano
Comandanti di Brigata. Tutti gli iscritti al PFR, di età compresa
tra i 18 e i 60 anni, possono arruolarsi nelle Brigate nere. I
compiti delle Brigate Nere, che spesso raccolsero burocrati ed
impiegati poco avvezzi all’uso delle armi, non furono in realtà ben
definiti, salvo l’imprescindibile difesa del Partito; in teoria
dovevano essere unità combattenti, venendone escluso l'impiego per
azioni di polizia. Di fatto i tedeschi non le vollero mai al fronte
e i combattimenti si svolsero solo nella guerra civile contro le
formazioni partigiane. Tuttavia fu il caos a regnare, poiché le
diverse Federazioni Provinciali costituirono la propria Brigata Nera
con criterj diversi e, per mancanza di graduati, si assisté ad
eventi curiosi: Caporali che si autonominavano Colonnelli, o, come
avvenne a Verona, Marescialli di Marina che prendevano motu
proprio il comando di un Reggimento. Questa struttura alquanto
caotica divenne insopportabile per i tedeschi, che se ne servirono
solo in operazioni di polizia e di rastrellamento: proprio il
compito che era stato escluso a priori.
Ormai totalmente slegato dalla
realtà della disfatta, ancora a cavallo tra il 1944 ed il 1945
Pavolini scriveva delle sue Brigate Nere: “Le Brigate nere
allineano, dai vecchi ai ragazzi, gli uomini di ogni età. O meglio:
gli uomini che non hanno età, se non quella del proprio spirito.(…)
anelano al combattimento contro il nemico esterno, ma sanno che in
una guerra come l'attuale, guerra di religione, non c’è differenza
fra nemico di fuori e di dentro. (…) sono una famiglia, questa
famiglia ha un antenato: lo Squadrismo; un blasone: il sacrificio di
sangue; una genitrice: l'Idea fascista; una guida, un esempio, una
dedizione assoluta e un affetto supremo: Mussolini”.
Non si preoccupò di sé stesso: organizzò la fuga in Svizzera della
sola sua amante. Vaneggiò di raccogliere ventimila fedelissimi per
costituire l’ultima resistenza in Valtellina: là voleva far
trasportare anche le ossa di Dante, simbolo dell’Italianità. Si
avviò invece con il Duce, il 25 aprile del 1945 al lungolago di
Dongo, dove venne massacrato dai rossi, dopo un inutile tentativo di
fuga a nuoto nel lago di Como, gridando “Viva l'Italia!”.
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