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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"

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La Nembo in Aspromonte
L'ultima battaglia

di Carlo Baccellieri 

 

Reggio ed il suo territorio ebbero nel 1943 la ventura di essere teatro delle ultime battaglie combattute dalle forze armate italiane contro gli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale poiché l’armistizio venne firmato il giorno 3 settembre, in pratica in contemporanea con l’operazione Baytown, cioè lo sbarco nei pressi della nostra Città,  e le operazioni militari ebbero termine solo l’8 settembre quando venne reso pubblico l’armistizio.
L’ultima battaglia aerea è del 4 settembre 1943 (v. Zaleuco, Anno VI, n.2, aprile maggio 1997)  che costò la vita a 3 giovani piloti italiani, l’ultima battaglia terrestre è dell’8 settembre successivo, in Aspromonte sui campi dello Zilastro(1) ed ha formato oggetto della recente fatica del prof. Agazio Trombetta, storico Reggino, specialista attento ed appassionato della microstoria della nostra Città, opera venduta ora nelle librerie dopo essere stata riservata all’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria.(2)
Con l’ausilio dei diari storici di alcune formazioni militari, di documenti di fonte canadese, di relazioni di alcuni protagonisti e delle testimonianze rese da alcuni reduci, materiale recuperato con la consueta meticolosità, l’autore porta alla luce una vicenda tragica, rimasta a lungo dimenticata, che costò la vita ad alcuni giovani soldati del nostro esercito a guerra ormai conclusa che seppero morire per l’onore d’Italia.
Ultimata l’occupazione dalla Sicilia il 17 agosto 1943, le alte gerarchie militari Alleate progettarono per la fine dello stesso mese l’invasione del continente nell’intento di attirare consistenti forze tedesche che si sperava di chiudere in una trappola in previsione del successivo sbarco a Salerno (Operazione Avalanche) prevista dopo qualche giorno. Nell’intento di evitare che i tedeschi si ritirassero rapidamente dalla punta dello stivale gli Alleati pretesero che l’Armistizio non venisse reso noto immediatamente ma dopo  qualche giorno in concomitanza con lo sbarco a Salerno, cosicché nei  giorni successivi allo sbarco a Reggio si fronteggiavano formalmente nemici due eserciti, quello degli Alleati e quello italiano, che non lo erano più giuridicamente.
In questo contesto il 185° reggimento della divisione “Nembo”, in ritirata dalla Sicilia, esausto per la fatica delle lunghe marce e martoriato per le perdite subite  a causa dell’aviazione Alleata e di incidenti d’ogni genere, era giunto in Calabria a sostegno delle sparute e scombinatissime divisioni poste a difesa che pomposamente prendevano il nome di XXXI Corpo d’Armata che comprendeva le Divisioni Costiere  211a, 212a, 214° e 227, la divisione Mantova, alcuni gruppi indivisionati come il 23° gruppo cavalleggeri appiedati, il 558° bat. bersaglieri ed il 585° Armi speciali. A parte però le altisonanti denominazioni si trattava di soldati appartenenti per lo più a classi anziane, ammalati recuperati dagli ospedali, militi reclutati “volontari per forza” ed abbastanza depressi dopo il 25 luglio, senza alcuna motivazione ed anzi fortemente scossi dal contatto con i reduci dalla Sicilia, convinti che la guerra, ormai irreparabilmente perduta, era anche in procinto di finire.
Ad es. il 558° bat. bersaglieri era composto da due sole compagnie che della baldanza bersaglieresca avevano ben poco. A questo proposito così si esprime il gen. Mario Carbone nella sua relazione pubblicata da Giuseppe Marcianò nel suo lavoro sull’operazione Baytown(3): “non vi era da farsi illusioni sul 558° battaglione a Pietrastorta (ridotto a due compagnie), benché di bersaglieri era un battaglione di manovalanza, composto di orfani di guerra, oppure di fratelli morti, dispersi o prigionieri o reduci temporaneamente inabili, che avevo armato ed era in corso di addestramento... “ Non diverso discorso valeva per quella che veniva pomposamente denominata  95a Legione d’assalto su due battaglioni ridotti di 350 uomini ciascuno. E’ sempre il generale Carbone che parla:“Nella Legione vi erano molti malarici, dei vecchi e dei giovanissimi , dei militi che si dichiaravano reclutati malgrado avessero il diritto a non essere chiamati alle armi (padri con 4 figli minorenni) e che reclamavano tale diritto dopo il 25 luglio.” (4)  Non diverso discorso valeva per l’altro reparto speciale  il 23° gruppo cavalleggeri appiedati composto da quarantenni i quali avrebbero dovuto sostenere il primo urto con il nemico e che si arresero là dove erano schierati Catona e Melito P.S. senza sparare un colpo.
 Truppe male armate, poco o nulla addestrate, con scarsi supporti logistici, tormentati da continue incursioni aeree, senza alcuna motivazione anche in conseguenza della guerra ormai unanimemente considerata perduta e con la resa che tutti reputavano imminente dopo la caduta di Mussolini.

Per sopramercato le divisioni costiere erano  costituiti da elementi locali, calabresi  o siciliani, tutti ansiosi di tornare al più presto alle proprie case.
In condizioni migliori era la divisione Mantova, schierata alla strozzatura di Catanzaro, perché meglio addestrata e meglio equipaggiata, ma anche presso questa G.U. il clima che si respirava non era certo di “difesa ad oltranza”
In questo generale marasma si salvavano soltanto il 185° reggimento Nembo   ed il 585° reg.to Armi Speciali che il comandante del XXXI Corpo d’armata, generale Mercalli, definiva “solidi”.
Il 185° reggimento Nembo era costituito da tre battaglioni il III , VIII e XI , rinforzato dal gruppo artiglieria 47/32 del 184°, composto in gran parte da giovani appartenenti al 1° reggimento Folgore che non aveva fatto in tempo ad essere trasferito in Tunisia. In particolare l’VIII era costituito quasi tutto da giovanissimi della classe 1923 tra i 19 ed i 20 anni.
Vi erano poi i tedeschi che, oltre alle truppe in ritirata dalla Sicilia, potevano contare sulla 26a  divisione già stanziata in Calabria e sulla 29°in parte in Calabria ed in parte in ritirata dalla Sicilia.

La strategia del comando italiano, a quanto risulta dai documenti, cambiò sotto l’incalzare degli eventi. Il Comando Supremo, anche sulla scorta dell’esperienza siciliana,  proponeva di costituire dei nuclei sulla costa con lo scopo di agganciare le truppe nemiche sulle spiagge e ritardare l’avanzata verso l’entroterra per dar modo alle difese mobili di contrattaccare. Il gen. Arisio, comandante della VIIa Armata dalla quale dipendeva la difesa dell’Italia Meridionale, proponeva di resistere vigorosamente sulle coste in modo da impedire al nemico di sbarcare. Proposito ridicolmente velleitario vista la strapotenza navale ed aerea degli Alleati.
A mettere d’accordo tutti pensarono i tedeschi i quali  ricevettero ben presto l’ordine di ritirata per evitare di essere intrappolati dagli sbarchi alleati che preventivano a Nord per cui i paracadutisti restarono soli a difendere il suolo italiano da un nemico che non era più tale, ma loro non ne erano stati informati.
All’Operazione Baytown venne destinata parte dell’8a Armata inglese che impiegò nello sbarco tra Reggio e Catona, nelle baie di Pentimele, Gallico e Catona, la 5a divisione britannica, che aveva il compito di dirigersi verso Villa S.Giovanni ed il Tirreno e la 1a divisione canadese. che aveva il compito di dirigersi verso Reggio, occupare i forti di Pentimeli, la città di Reggio, le alture di Gallina e l’aereoporto.
Facevano parte della prima ondata per gli inglesi la 13a e la 17a  brigata mentre per i canadesi era previsto lo sbarco dei reggimenti West New Scotia e Carleton & York della terza brigata mentre gli altri avrebbero seguito a distanza di alcune ore. Questi i reggimenti che parteciparono allo sbarco:

Landing at Reggio

Cav: R4
Inf:
RCR M48 C&Y(RNBR) HPER WNSR

Débarquement à Reggio

Inf: R22R

Princess Luisa Dragon Guard (cavalleria corazzata), The Royal canadian Regiment, 48° Higlanders, Carleton & York, Hastings Prince Edward Regiment,West new Scotia Regiment infine il 22° Regiment Canadian Francaise, oltre a servizi, genio, sanità etc.

Nel complesso la  1a divisione canadese era composta da tre brigate che avevano questa composizione:

1st Canadian Infantry Division

 

4th Recce (4th PLDG)

Saskatchewan LI(MG)

1st Infantry Brigade

RCR

Hastings & Prince Edward R

48th Highlanders of Canada

2nd Infantry Brigade

PPCLI

Seaforth Highlanders of Canada

Loyal Edmonton Regiment

3rd Infantry Brigade

R22eR

Carleton & York Regiment (New Brunswick)

West Nova Scotia

Lo sbarco fu preceduto da un poderoso bombardamento al quale presero parte 4 corazzate, un numero imprecisato di navi minori, tutte le artiglierie del XIII corpo d’armata e buona parte di quella americana.

Il bombardamento ebbe inizio alle ore 3,35 del 3 settembre, quando da circa un’ora i soldati erano già sui mezzi da sbarco in partenza,  e proseguì fino quasi alle  5. Questo il giudizio di Eric Morris Montgomery ordinò un martellamento che avrebbe fatto impressione persino a chi si era trovato a Paschedaele o sulla Somme. Non si può fare a meno di definirlo uno spreco vanaglorioso: alle ore 3,45 di marted’ 3 settembre, esattamente quattro anni dopo la dichiarazione di guerra, seicento cannoni dell’VIIIa armata annunciarono il ritorno degli alleati  nell’Europa continentale scaricando 400 tonnellate di proiettili sulla costa italiana. E non fu tutto. Le corazzate britanniche Nelsom Warspite, Rodney e Valiant, il monitore Erebus, caccia ed unità minori si unirono alla festa ed altrettanto fece buona parte dell’artiglieria americana piazzata in Sicilia.” (5)

Montgomery, come si sa,  era un generale molto prudente che non si muoveva se non aveva l’assoluta certezza di una schiacciante superiorità ed era preoccupato perché non sapeva esattamente quale residenza avrebbe incontrato sulle spiagge calabresi dalle due divisioni tedesche e alle truppe italiane, tanto più che alcuni commandos, sbarcati in Calabria qualche giorno prima, non avevano fatto ritorno.
A fronte di tutto questo spiegamento di forza c’era un semovente tedesco che, spostandosi in continuazione, ogni tanto sparava un  colpo di cannone ed un solitario colpo di cannone da 281 sparò pure il forte di Pentimeli, almeno a quanto mi testimoniò un  ex soldato che incontrai qualche anno fa residente ad Abbazia che all’epoca era in servizio in quel forte. Il resto delle batterie costiere silenzio assoluto: indubbiamente sparare non era prudente.
Dalla riva i “difensori” videro il mare brulicare di mezzi da sbarco (oltre un centinaio) e di navi da guerra, nel cielo volteggiavano, indisturbati aerei Alleati, cannonate e scoppi dappertutto: sembrava la fine del mondo. Tutto sommato però il cannoneggiamento aveva fatto molto più rumore che danni ed alle ore 4,50 il comandante Nicholl diede il via ai mezzi da sbarco che si avventarono a gran velocità verso le spiagge loro assegnate. Lo sbarco sul continente era in ritardo di 20 minuti sulla tabella di marcia. Il fuoco delle artiglierie venne scemando e gli anglo canadesi presero terra pacificamente. Non pare che ci sia stata resistenza alcuna. Tuttavia i soldati avanzavano guardinghi secondo quanto avevano appreso in addestramento: superata di corsa la breve distesa sabbiosa (le spiagge non erano minate) si inoltravano nell’abitato e ad ogni incrocio lanciavano bombe a mano e sparavano prolungate  raffiche di mitra, anche se di nemici non c’era nemmeno l’ombra. Questo causò alcune vittime di sprovveduti civili che si trovavano per caso lungo il loro passaggio o che andavano ad accogliere amichevolmente gli invasori.
Tutto questo frastuono venne percepito dal generale Mario Carbone nel suo posto di osservazione  di Ortì come una “gagliarda” resistenza e, in assoluta buona fede, così riferì ai suoi superiori. In realtà sembra che nessuno dei soldati preposti alla difesa, che fossero militi, cavalleggeri appiedati, fanti etc., pensò per un solo istante che il fucile era un’ arma con la quale si poteva anche sparare se capitava una buona occasione.
Le Divisioni Costiere avevano il compito di agganciare e ritardare sulle spiagge le truppe nemiche per consentire i “poderosi” contrattacchi delle unità della difesa mobile, ma visto che i reparti posti a difesa si squagliavano come neve al sole uno dopo l’altro, non si poteva far altro che rinviare continuamente il “contrattacco” arretrando idealmente la linea di resistenza sempre più all’interno.
In conseguenza i “piani” del comando italiano vennero continuamente aggiornati e si stabilì che, in attesa del “vigoroso contrattacco” la difesa doveva imperniarsi sul nodo stradale di Gambarie d’Aspromonte che dominava le strade verso lo Jonio in direzione Melito e verso il Tirreno in direzione Villa, Bagnara  e Piana di Gioia Tauro. Poiché i paracadutisti della Nembo erano l’unico reparto sul quale poteva farsi affidamento, vennero inviati in questa zona. Tuttavia la situazione diveniva di ora in  ora sempre più caotica e, constatato che tutte le altre truppe si erano squagliate arrendendosi al nemico senza combattere oppure si avviavano verso le rispettive case bene incolonnati e cantando allegramente,  venne deciso di arretrare anche i parà, sempre in attesa del “vigoroso contrattacco”.

Di fronte a questo marasma in clima di “tutti a casa”il comandante della 211a  divisione costiera, generale Gonella,  il 4 settembre faceva pervenire al generale Carbone, comandante del Settore Calabro che aveva spostato il suo comando  a Gambarie, l’ordine n 1/7417 del 3.9.43, ore 19,45 nel quale si riferiva che l’Eccellenza Comandante  del XXX1 Corpo d’Armata “...si compiace con generale Carbone per gagliarda resistenza”  e, al massimo dell’assurdo,  disponeva che “.. il battaglione Armi speciali col suo poderoso fuoco(?) terrà la posizione assegnatagli in regione Gambarie, mentre il dinamico e volitivo battaglione Nembo effettuerà azioni violente di contrattacco”. ( 6) Al cospetto di tanta incoscienza verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
Col medesimo  ordine il, gen. Gonella, aveva impartito l’ordine di sbarrare al nemico l’accesso ai Piani d’Aspromonte. Ma a chi aveva impartito l’ordine? Lui ed il suo comando erano  rimasti soli, la 95a Legione della Milizia d’assalto, composta tutta da calabresi,che costituiva uno dei reparti della riserva mobile, se l’era audacemente squagliata e così avevano fatto tutti  gli altri battaglioni costieri e quelli indivisionati.

A proposito della resa delle truppe  italiane è interessante citare le fonti canadesi sulla vicenda.
Nel corso dell’avanzata in territorio reggino gli Alleati fecero prigionieri centinaia di soldati italiani i quali, scendendo incolonnati dalle vicine colline, si arresero senza combattere
” (7)

Ed ancora Farley Mowat, ufficiale del reggimento Hastings & Pince Edward così racconta: “I mezzi da sbarco approdarono sulle spiagge italiane e non vi furono ostacoli da sormontare a parte il caldo, la sete e gli zaini sovraccarichi.... Simile ad un sottile bruco color kaky, la compagnia si arrampicò, mentre parallelamente ad essa, sulla strada bianca,  discendeva un altro bruco, frammentato, color verdebluastro. Le unità dell’esercito italiano, lasciate dai tedeschi a difendere le alture, andavano per loro conto a cercare pace. Venivano circondate da un’atmosfera festosa, marciando disordinatamente per plotoni, gli oggetti personali entro piccoli fagotti appesi alle armi e colmavano l’aria calma ed immota con i loro canti e le loro risate. Per il reggimento fu un’esperienza sconcertante e gli uomini si sentirono propensi ad un iroso risentimento a causa di quegli altri soldati che prendevano la guerra così sottogamba”.(8)

Il generale Montgomery nelle sue memorie a proposito dell’atteggiamento dei soldati italiani nella vicenda dell’invasione del territorio nazionale non trattiene da buon inglese il suo stupore:  “Pensavo a quale sarebbe stato l’atteggiamento degli italiani nei nostri confronti. Faceva uno strano effetto in Sicilia vedere i soldati italiani in uniforme, armati di fucile, effettuare il servizio di sorveglianza ai punti d’imbarco, dai quali ci apprestavamo ad invadere il territorio del loro paese.”(9)
Arrivati a Reggio gli invasori trovarono altri soldati che, deposte le armi, si misero volontariamente al servizio degli invasori in qualità di servili facchini per aiutarli a scaricare il materiale bellico dai mezzi da sbarco!
Resasi impossibile la resistenza sul posto il III e XI battaglione paracadutisti del 185° Nembo si ritirarono verso nord mentre il VIII, attardato tra il 4 ed il 7 di settembre da alcuni scontri intorno agli abitati di  S. Lorenzo e Bagaladi mentre, in marcia di retroguardia, cercava di raggiungere  il comando di Reggimento che era a Platì, giunse nella notte tra il 7 e l’8 settembre ai piani dello Zilastro (7) e si accampò presso una faggetta a quota 1050. Gli uomini, esausti per la lunga marcia, la fame e gli scontri sostenuti, si abbandonarono ad un sonno ristoratore e non si avvedono di essere capitati in mezzo quasi in mezzo ai canadesi del reggimento Nuova Scozia. Ancor prima dell’alba il comandante di battaglione Gianfranco Conati Barbaro con il capitano Piccoli de Grande  vanno in perlustrazione e s’imbattono in alcuni militari canadesi in avanguardia che li fanno prigionieri. Piccoli riesce a fuggire e da l’allarme ed il cap Diaz, vice comandante di battaglione,  a mezzo di un portaordini comunica al tenente Romano che l’VIII battaglione, o quel che rimane di esso (circa 100 uomini), è circondato: “agisci perciò di conseguenza”. Il tenente sveglia gli uomini e con la pistola in pugno urla con quanto fiato ha in gola: Savoia mentre si lancia contro il nemico. I paracadutisti a lui vicini, una ventina, si svegliano, si alzano ed imbracciano le armi, i famosi mitra Beretta che non tradiscono mai. Ma la lotta è impari perché di fronte hanno un nemico molto più numeroso e bene armato. Poco da presso il capitano Piccoli combatte ferocemente seguito da un altro gruppo di parà: l’intento è quello di aprirsi un varco per liberare il comandante di battaglione impegnando i canadesi mentre il resto del battaglione cercherà di sganciarsi. La lotta prosegue fino all’esaurimento delle munizioni, segue uno scambio di bombe a mano, poi si va al corpo al corpo con i calci dei fucili, ma alla fine i nostri parà vengono sopraffatti.  Cinque (ma sull’ esatto numero vi è incertezza) sono i caduti tra le fila italiane: capitano Ludovico Piccoli de Grandi (medaglia d’argento); sergente maggiore  Luigi Pappacoda (medaglia di bronzo); parà  Vittorio Albanese, medaglia di bronzo; parà Bruno Parri (medaglia di bronzo); caporale Serafino Martellucci (medaglia d’argento)- Un’altra medaglia d’argento verrà conferita al parà Aldo Pellizzari. I Feriti sono circa una dozzina. I Canadesi registrano la morte di due sergenti ed il ferimento di due ufficiali.  Vengono catturati 57 paracadutisti mentre gli altri riescono a ritirarsi per raggiungere il resto del reggimento verso nord.

Il colonnello Borget, comandante il reggimento canadese,  rimane ammirato dal comportamento dei parà italiani, che contrasta nettamente con quello degli altri contingenti italiani, esprime il suo apprezzamento e dispone che i feriti vengano soccorsi ed aiutati.
Un parà, preso da sconforto, getta a terra le sue decorazioni, ma il colonnello lo invita a riprenderle facendogli comprendere che non ha nulla di cui rimproverarsi.

Da fonte canadese il Report 144 citato così relaziona sull’accaduto: “ ... verso le ore 5,30 dell’8 settembre, mentre gli uomini del reggimento West New Scozia stavano riposando nel faggeto dell’altopiano Mastrogiovanni al di là della strada furono impegnati in una scaramuccia con i paracadutisti italiani che approssimativamente erano in numero di cento.
Cinquantasette di loro vennero fatti prigionieri e sei trovarono la morte, mentre gli uomini degli
Edmontons che stavano lavorando lì vicino inseguirono i rimanenti che cercarono scampo nelle vicine zone montagnose. Un maresciallo ed un sergente del West Nuova Scozia rimasero uccisi e due ufficiali furono feriti. Gli Italiani combatterono ferocemente e questo fu il più notevole scontro considerato l’atteggiamento supino adottato dalle altre truppe italiane incontrate fino ad ora. Essi avevano bivaccato a 100 yards dai Canadesi e la loro presenza, nel buio, era passata inosservata.”

Questa fu quindi l’ultima battaglia combattuta tra il regio Esercito Italiano e le truppe Alleate l’8 settembre 1943, 5 giorni dopo la firma dell’armistizio ed alcune ore prima della sua proclamazione.
I resti del 185° reggimento Nembo continueranno a combattere, alcuni con gli Alleati  altri (quasi tutti appartenenti al III battaglione) con i tedeschi secondo le scelte che ogni paracadutista, solo, di fronte alla propria coscienza, fece in quel drammatico autunno del ‘43 ma sempre per l’onore d’Italia. Toccò ai paracadutisti italiani dello “Squadrone F” l’ultimo lancio dietro le linee tedesche della Campagna d’Italia.

***

Qualche tempo dopo la battaglia dello Zilastro un impresario boschivo, Salvatore Accardo, chiese al parroco di Platì di benedire quei luoghi prima di procedere al taglio degli alberi. Nel 1951 il sindaco di Oppido Mamertina, rag. Giuseppe Muscari nel fece apporre una croce in ricordo nel luogo della battaglia. Successivamente un altro sindaco di Oppido, avv. Giuseppe Mittica, fece innalzare un grande crocefisso a ricordo dell’evento che prese il nome di Crocefisso dello Zilastro. Nel 1988 il generale  Franco Monticone, comandante della Brigata Folgore, che era impegnato con esercitazioni in Aspromonte venne informato della battaglia e da quell’anno nella ricorrenza dell’8 settembre  gruppi di paracadutisti  e le sezioni A.N.P.d.I. di Reggio Calabria, Praia a Mare, Cosenza, Messina, Siracusa, Palermo e Catania costituenti la X zona organizzano ogni anno, in occasione dell'8 Settembre una marcia che, seguendo l'impervio percorso allora effettuato dall’Ottavo Battaglione Paracadutisti del 185° Reggimento della Divisione Nembo, commemora quei fatti  per rendere omaggio ai caduti. Nel 1999 venne eretto un semplice monumento in pietra che ricorda che:

Qui sullo Zilastro dopo una guerra disastrosa l'8 settembre 1943, suscitando l'ammirazione ed il rispetto delle preponderanti forze Anglo-Canadesi, i 100 paracadutisti dell' VIII BTG. del 185° RGT della div. "NEMBO", combattendo per l'onore della patria si coprirono di Gloria.

***

A questo punto ognuno di noi si chiede se quel fatto d’arme fu un inutile spargimento di sangue nel quale alcune giovani vite trovarono una  morte senza scopo.
Io ritengo che, quel piccolo ma cruento evento che si compiva tra i faggi dell’Aspromonte, a 1000 metri d’altitudine, in una alba di 62 anni fa, nonostante la guerra perduta e l’armistizio già  firmato ed a poche ore dalla sua proclamazione,  non fu inutile.
Quando tutto crollava, quando a centinaia e migliaia i soldati del nostro paese tornavano a casa senza più combattere, senza contrastare il nemico che molti sentivano non essere più tale, quando ognuno pensava soltanto a se stesso, quando le popolazioni del paese invaso dallo straniero, sebbene rasserenate dalla fine dell’incubo dei bombardamenti, salutava con gioia e battimani gli eserciti  invasori, quando la patria sembrava non esserci più e la confusione degli animi era al colmo, quando gli ordini erano contraddittori e carenti, quando la fame, gli stenti e le continue offese belliche avevano piegato il fisico, quando si era affranti per i compagni scomparsi e la sconfitta patita, quando tutto crollava, un pugno di giovani di 20 anni sulle montagne dell’Aspromonte aveva ancora la forza, nello spirito più ancora che nel fisico, in un soprassalto di orgoglio, di  imbracciare il mitra Beretta per rivolgerlo contro il nemico di allora al solo scopo di difendere la bandiera, il none e l’onore d’ ITALIA.
 No, non è stato vano quel sacrificio se a distanza di tanti anni noi lo ricordiamo con amore e con orgoglio perché la coscienza di un popolo si forma  nel tempo attraverso il ricordo del suo passato negli aspetti più nobili in cui è possibile cogliere lo spirito e gli ideali che hanno animato i migliori dai quali occorre prendere esempio.

                                                                                                                 Carlo Baccellieri

(1)”La Nembo in Apromonte per l’ultima battaglia”- grafiche Enotria 2a edizionte -  Reggio Calabria settembre 2.005.
(2) Giuseppe Marcianò “Operazione Baytown” – Città del sole edizioni – Reggio Calabria 2003.(3) Giuseppe Marcianò, op. cit. pag.118.
( 4) eric morris – la guerra inutile . TEA, 1995
(5) Report n.144 Historical Section Canadian Military headquartiers Canadian Operations, sepetber1943 in  Agazio Trombetta -La Nembo in Aspromonte per l’ultima battaglia op. cit.-(6) Da “Il reggimento” di Farley Mowat – Longanesi  Milano 1973.
(7) Bernard Mongomery, “Memorie” Mondadori Milano 1959.
(8) Zillastru o silastru = pungitopo, agrifoglio

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