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E’ sotterrato in Italia il Carteggio Mussolini-Churchill?

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Molti documenti importanti che Mussolini portava con se al momento dell’epilogo gli sono stati confiscati dai partigiani della 52° brigata Garibaldi, quelli che lo hanno arrestato sulla piazza di Dongo alle 15,30 del 27 aprile 1945. Gli incartamenti erano racchiusi in tre borse di cuoio marrone. Una era stata consegnata dal Duce al fratello di Claretta Petacci, Marcello, la seconda la custodiva l’ufficiale d’ordinanza del leader fascista, Vito Casalinuovo (colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana), la terza Mussolini se la portava personalmente appresso. Tuttavia non erano questi le carte mussoliniane più scottanti (il carteggio Churchill-Mussolini?).

 

autoblindaIn un bel libro di accalorate memorie, “Il chiodo a tre punte”, pubblicato nel 2003 da Gianni Iuculano Editore, la oggi ottantasettenne Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini, ha scritto: “Mussolini salì sull’autoblinda a Menaggio (ore sei del 27 aprile 1945) senza mai abbandonare una busta di pelle marrone di un 25-28 centimetri per 18 circa che teneva tra le mani. Una volta seduto, si mise la busta sulle ginocchia e vi appoggiò sopra le mani con fare possessivo.” Mi guardava: “Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Non solo gli italiani, ma soprattutto gli inglesi e gli americani devono saperlo e tutto il mondo si sorprenderà”. Mi affrontava come al solito, ponendo il tema direttamente, senza preamboli. Spesso mi sono domandata che cosa mi avrebbe risposto se gli avessi chiesto spiegazioni. Forse sapremmo qualcosa di più su quei fantomatici documenti di cui si è tanto parlato, forse sapremmo in che consisteva la ‘verità’. Quando il Duce scese dalla blindo, vestito da sottufficiale della Luftwaffe (FLAK), portava la busta di pelle con sé. Le sue dimensioni gli permettevano di nasconderla sotto la giacca.
Nel 1995 il noto giornalista-scrittore Raffaello Uboldi ha dato molta importanza a queste parole.
Gli erano state riferite dalla signora Curti nel corso di una lunga intervista telefonica.
Il che lo ha indotto a scrivere un articolo, “Quella busta che mio padre teneva stretta”, pubblicato il 17 settembre su un quotidiano milanese. Era la seconda volta che si parlava sulla carta stampata, con una dovizia di dettagli, del contenuto del piccolo involucro marrone conservato con religiosa cura da Mussolini in fuga verso il Ridotto Alpino Repubblicano: la Valtellina (già in precedenza Elena Curti, prima degli anni sessanta, aveva detto le stesse cose ad un’altra testata giornalistica) (E. Curti, comunicazione personale). Accompagnato dalla Curti e da altri fedelissimi in camicia nera, il Duce voleva consumare, tra i picchi innevati delle alpi, il virile ed agognato olocausto redentore, un sudario di ferro e fuoco che Alessandro Pavolini, il segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva da tempo simbolicamente iconizzato (V. Podda, “Morire con il sole in faccia”, Ritter, 2005).

Ha annotato il gerarca fascista Asvero Gravelli (“Mussolini aneddotico”, Latinità, s. d.), riferendo un fatto accaduto nella Prefettura di Milano il 20 aprile del 1945: “Mussolini sollevò lo sguardo su di me che gli stavo di fronte, lentamente portò la mano sinistra sulla parte destra interna della giubba, ne estrasse un pacchetto di carte, legato, e protendendolo verso di me, esclamò: ‘Gravelli! Bisogna resistere ancora un mese: ho tanto in mano da vincere la pace. Combatteremo e moriremo bene, se necessario, ma ricordatevi (e qui scandì le parole sillabando) ho tanto in mano da giocare la pace”;.
Scortata da un reparto tedesco di circa 200 uomini appartenenti alla Luftwaffe, la colonna Mussolini, in ripiegamento verso Sondrio, era stata bloccata a poche centinaia di metri da Dongo (Musso) a causa di uno sbarramento stradale messo in posa dai garibaldini che operavano sui contrafforti dell’alto Lario. Dopo un estenuante trattativa, i partigiani avevano consentito ai soli nazisti la facoltà di proseguire verso il nord. Prima però era necessario che i camion della Luftwaffe fossero ispezionati sulla piazza di Dongo per escludere l’eventuale presenza di infiltrati fascisti. Questi, infatti, si dovevano consegnare ai patrioti comunisti che erano scesi dal monte Berlinghera per partecipare all’ultima fase del moto insurrezionale. Il tenente delle SS Fritz Birzer (comandante della scorta tedesca che doveva proteggere il capo fascista), il capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor alle dipendenze dei servizi segreti di sicurezza del Sichereits Dienst e addetto alla persona del Duce) ed il capitano Hans Fallmeyer (responsabile del reparto della Luftwaffe) hanno concordemente deciso di tentare di mettere in salvo Mussolini (mettere in salvo è forse un eufemismo): lo volevano nascondere, confuso tra gli avieri del Reich, su uno dei loro automezzi. Per la bisogna il Duce ha indossato un cappotto ed un elmetto delle truppe del Fuhrer ed in mano gli è stata messa una machinepistole calibro 38.

Prima però c’è stato un importante colloquio. In realtà, tale dialogo interlocutorio non è stato dovutamente vagliato (o forse troppo) dagli storici che si sono interessati sull’argomento dei carteggi mussoliniani. Ha scritto il giornalista Giuseppe Grazzini (A Dongo Mussolini aveva un pacchetto in tasca. Epoca, 17 ottobre 1965, n° 786): “Mussolini, per quanto riluttante, finisce per cedere ed indossa il famoso cappotto. Nella tasca interna della giacca egli ha ancora l’ultima delle ultime carte, il pacchetto dei documenti che probabilmente è quello che ha fatto vedere a Gravelli (ed alla Curti, ndr), pochi giorni prima. E’ un plico involtato in carta catramata, spesso due centimetri. ‘In vostre mani sarà più sicuro’, dice Mussolini consegnando il plico al capitano Kisnat. ‘Comunque, se come temo non dovessimo più rivederci, farete in modo che i documenti qui raccolti vengano un giorno pubblicati’. Kisnat è commosso. ‘Sono certo’, risponde, ‘che tutto andrà per il meglio’. Mussolini lo guarda, sorride tristemente e crolla il capo. ‘Siamo alla fine, capitano’, gli dice. Poi la colonna si rimette in marcia. Il giorno dopo, quando Mussolini è già caduto sotto i colpi del colonnello Valerio, Otto Kisnat si avvia con gli altri militari tedeschi verso il confine svizzero. I partigiani hanno assicurato via libera, a patto di consegnare le armi e gli automezzi e di subire una minuziosa perquisizione. E’ a questo punto che Kisnat, poco prima dell’ultimo posto di blocco (Ponte del Passo, ndr), decide di liberarsi del plico. Lo infila nella custodia di metallo del suo necéssaire ed interra la scatola in un punto vicino alla strada. Chi cerca di ricostruire gli ultimi giorni di Mussolini, nella confusione di mille testimonianze contrastanti, trova soltanto un elemento che ricorre con assoluta certezza: Mussolini è arrivato alla fine, tutto sta crollando attorno a lui, il tradimento e la sconfitta lo soffocano da ogni parte, ma la sua preoccupazione è una sola, insistita, assillante: salvare i documenti. Per il domani, ripete a tutti”.

 

Quasi sicuramente molte carte del Duce sono state recuperate dagli agenti dei servizi segreti alleati. Che in Inghilterra siano finiti papiri sequestrati a Mussolini in quel di Dongo lo ammettono gli stessi storici inglesi (R. Lamb. Mussolini e gli inglesi. TEA, 2002). Ma qualche cosa non è a Londra (Foreing Office) o a Washington (CIA). Chiosa, infatti, il Grazzini: “I documenti più importanti, quelli che Mussolini tenne fino all’ultimo nella tasca della giacca, dove noi mettiamo il portafoglio, sono ancora sepolti a pochi passi dal confine svizzero, nella scatola arrugginita dove vent’anni fa il capitano del Sichereits Dienst Otto Kisnat aveva tenuto il rasoio e le lamette da barba. Fino a quella sera d’aprile, quando nel più anonimo dei necéssaire entrò un pacchetto di carta catramata, spesso due centimetri. In quel plico, quasi sicuramente, ci sono i messaggi segreti che Churchill mandò a Mussolini. Prima della guerra. E durante la guerra”. Su questo punto E. Curti non è d’accordo. Secondo lei un Mussolini riluttante, perquisito all’interno del Municipio di Dongo dal comandante partigiano Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro), avrebbe consegnato a Pedro le lettere che aveva riposto nella tasca interna della giacca della sua divisa da Caporale d’Onore della Milizia (E. Curti, comunicazione personale).

Per amor del vero è necessario riportare quanto si legge sul libro “L’ora di Dongo” (Alessandro Zanella, Rusconi, 1993): “Nel tardo pomeriggio del 26 aprile, alla curva di San Gregorio di Gravedona vengono fermati dai partigiani tre tedeschi che dicono di voler andare in Svizzera. Dai loro documenti risulta trattarsi di tre ufficiali della Kriminal Polizei bei Duce: colonnello Jandl, capitano Joost e tenente (capitano, ndr) Kisnat: gli ufficiali addetti al Duce. Il terzetto dei carcerieri-spie è riuscito a riunirsi a Como, quel giorno e, lasciando senza saperlo al centro-lago il Duce, perché non ha scoperto dove si trova, viaggia diretto al Nord”. Anche i partigiani Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro) ed Urbano Lazzaro (Bill) hanno segnalato il fatto descritto dallo Zanella (Dongo: la fine di Mussolini. Mondadori, 1962). Pietro Carradori, il fedele attendente del Duce catturato a Dongo, non ha mai menzionato il Kisnat nelle sue memorie (L. Garibaldi. Vita col Duce. Effedieffe, 2001). Nemmeno Ray Moseley ne parla nel volume che ha dato recentemente alle stampe (Mussolini. I giorni di Salò. Lindau, 2006). Lo stesso dicasi per Remigio Zizzo in “Mussolini. Duce si diventa” (Keybook, 2003). Idem come sopra se si legge il “Contromemoriale” di Bruno Spampanato (C. E. N., 1974) o “Ultimo atto” di Romano Mussolini (Rizzoli, 2005).

Su “L’Arena” di Verona, Jean Pierre Jouve (Intervista a Fritz Birzer, il comandante della scorta tedesca di Mussolini. 1 e 3 marzo, 1981) ha scritto: “Il capitano Kisnat era partito assieme al convoglio di Mussolini da Gargnano il 18 aprile ed era rimasto a Milano fino al 24 aprile, poi, improvvisamente, aveva fatto ritorno sul Garda, per motivi mai appurati, ed era riapparso sulla scena nel pomeriggio del 26 al ‘Miravalle’ di Grandola (la caserma della Milizia confinaria dove si era rifugiato il Duce dopo aver abbandonato Menaggio, ndr)”. Sullo stesso giornale viene riportato quanto ha detto il tenente delle SS Fritz Birzer: “Quando a Musso il 27 aprile ho proposto a Mussolini di indossare il cappotto tedesco, il capitano Kisnat, presente alla scena, non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa, né per approvarla”.

Ricciotti Lazzero trascrive molti dialoghi intercorsi tra Mussolini e il Kisnat prima che la colonna del Duce fosse bloccata a Musso (Un passo verso la verità sulla morte di Mussolini. Dongo. Epoca 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935). Se diamo retta ad Antonio Spinosa (Mussolini il fascino di un dittatore. Mondadori, 1989) è stato proprio Otto Kisnat a dare a Mussolini un paio di occhiali scuri quando stava per salire, camuffato, sul camion dei tedeschi. Lo storico Gian Franco Bianchi è pure lui propenso a credere che il Kisnat faceva parte del contingente tedesco impegnato a scortare il capo fascista lungo la lariana occidentale (Mussolini. Aprile ’45: l’epilogo. Editoriale Nuova, 1985). Ciò vale anche per Antonio Marino (Dongo, capolinea delle illusioni. Enzo Pifferi Editore, 1990) e per Franco Bandini (Le ultime 95 ore di Mussolini. Mondadori, 1959).

Pur criticando il memoriale Kisnat, Fabio Andriola (Appuntamento sul lago. Sugarco, 1990) ha affermato che il capitano tedesco era sul posto al momento del trasbordo mussoliniano sugli automezzi della Luftwaffe. Dello stesso avviso è Eric Kuby (Il tradimento tedesco. Rizzoli, 1983). Luigi Imperatore, invece, da molta importanza al personaggio Kisnat e ne sottolinea tutte le iniziative pro-mussoliniane prese in quel di Musso (I giorni dell’odio. Ciarrapico Editore, 1975). La presenza del Kisnat a fianco del Duce durante le ore che hanno preceduto la sua cattura è ulteriormente garantita (?) da un fatto: l’attore Manfred Freyberger lo ha impersonificato nel film di Carlo Lizzani intitolato “Mussolini: Ultimo atto” (1974).

Articolo di Alberto Bertotto

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