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Come Folgore dal Cielo! 1° Aviere Paracadutista A.U. Renato Masini

Il comandante Edoardo Sala

Il comandante Edoardo Sala

Dopo circa un mese di esperienza quale A.U. della MVSN nella Caserma Garibaldi di Ravenna passai, nel novembre 1943 al XII Btg. Nembo e quindi al Rgt. Folgore dopo un periodo di addestramento in Germania.
Il 25 aprile 1945 mi ritrovai con il mio reparto di paracadutisti (1° comp. 1° btg del Reggimento Folgore) attestato nei pressi del passo del Moncenisio – fronte alpino occidentale. armata Liguria – per contrastare l’invasione del Piemonte da parte delle truppe francesi (Degolliste) ed Alleate.
La mia compagnia si era sistemata in varie postazioni sulle pendici del Mont Froid (quota circa 2800); in precedenza, dalla fine di dicembre ’44, eravamo stati al passo del Monginevro, sempre in val di Susa, aggregati alla 5° div. Alpenjager tedesca. Dopo le prime vicende passate in prima linea a Nettuno e a Roma (dal febbraio al giugno 1944), in territori pianeggianti, eravamo stati inviati in alta montagna ed in periodo invernale ma facemmo presto ad ambientarci e dopo poco tempo eravamo diventati veramente esperti; così nella zona di Clavière tutte le operazioni di pattugliamento entro le linee francesi erano divenute di nostra competenza (quasi tutte le notti una pattuglia). Di nostra competenza fu anche l’eliminazione di una postazione fracese che era la spina nel fianco della nostra linea difensiva. Questo episodio fu anche citato sulla Domenica del Corriere n.12 del 25 marzo 1945.

Il 25 aprile eravamo ancora sul Mont Froid, a nord del passo del Piccolo Moncenisio, ma per me questa era stata una normalissima giornata, non ricordo avvenimenti e fatti più o meno importanti e ciò significa appunto la normalità della giornata stessa: ricordo invece perfettamente la nottata del 21 aprile: una tormenta di inaudita violenza, con raffiche di vento che impedivano di stare in piedi. Incredibile! Ma è cosa comune in alta montagna.
Alla sera ci avevano detto che eravamo in allarme e quindi dovevamo rinforzare la guardia, poi cominciò la tormenta, un inferno gelido, non si vedeva e si sentiva nulla, sembrava la fine del mondo, il turbinio della neve ghiacciata ci trafiggeva da tutte le parti, si faceva fatica a respirare.
Avevamo già trascorso diversi mesi invernali in alta montagna: bufere, tormente, slavine, di tutto avevamo visto e sopportato, ma, ripeto, una tormenta di quella violenza non era nemmeno immaginabile. Sono ora trascorsi molti anin, e questo ricordo è sempre vivo pur non essendo avvenimento politico o militare.
Passò anche quella notatta così arrivamo al 25 aprile che continuo a considerare trascorso nella normalità, relativamente al periodo ed al luogo. Infatti alla mattina non mancavano mai le solite cannonate, la neve nei pressi della nostra postazione era nera a causa delle esplosioni, poi altre cannonate sporadiche durante la giornata con un intensificarsi verso la sera.
Le nostre postazioni erano abbastanza isolate e distanti le une dalle altre e data la natura del terreno consentivano pochi contatti e così noi non eravamo certamente aggiornati sugli avvenimenti della guerra; si viveva distaccati da tutto e da tutti; eravamo talmente presi per superare tutte le varie difficoltà di sopravvivenza ed essere efficenti, che proprio del resto del mondo non ce ne importava pià di tanto. A quelle quote non vi erano alberi e quindi mancava la legna per riscaldarci; ce la dovevamo procurare scendendo nel versante francese dove avevamo scoperto dei ruderi di vecchie baite dai quali asportavamo travi ed altro legname che poi doveva essere trascinato in alto nelle nostre linee. Questa operazione teneva impegnate diverse ore della notte gli addetti al servizio; eravamo realmente dotati di “ogni sconforto”, era una strana vita, un servizio, un turno di guardia, una dormita. Così passava il tempo e ci si abituava a non pensare a niente.

mnr-barbarigo-anzioIl 27 aprile arrivò la notizia che saremmo scesi. Bene! pensammo, finalmente arriva il cambio e così andiamo verso la primavera. Dalle nostre posizioni si vedeva in lontananza il fondovalle già verde. Eravamo pronti ma non si vedeva nessun movimento; finalmente un portaordini ci disse che dovevamo rendere inservibile la posizione e scendere verso l’Ospizio del Moncenisio.
Non ci rendevamo assolutamente conto di quello che stava succedendo, forse si trattava di uno spostamento di fronte? Ci caricammo le nostre cose e con tutto l’armamentario e le munizioni iniziamo la lunga marcia di ritorno, sul ghiaccio con neve e freddo a volontà. Giungemmo all’Ospizio che era già buio. Ci riposammo alla bell’e meglio. L’edificio privo di porte e di finestre, non era certamente accogliente. Poi arrivarono i nostri autocarri, vi salimmo, pigiati e stretti partimmo per Susa ove ci sistemammo nelle scuole elementari ed ancora non sapevamo nulla di preciso sulla situazione militare e di sommosse in varie città del nord.

Anche alla mattina successiva – 28 aprile – le voci erano incerte e discordi, non avendo notizie degli altri due battaglioni del Reggimento, ed eravamo fortemente preoccupati perchè fra le varie voci vi erano anche quelle che parlavano di massacri a Torino e nella Valle d’Aosta dove appunto si dovevano trovare altri paracadutisti. Per noi una sola cosa era certa: non avremmo consegnato le armi a nessun e saremmo rimasti uniti. Durante la giornata vi furono dei contatti con il C.L.N. che noi chiamavamo “i borghesi” che ci chiese di deporre le armi in cambio di lasciapassare, la risposta del comandante Faedda non lasciò dubbi ed i parlamentari borghesi se ne andarono e nessuno ci disturbò. Verso sera ripartimmo in autocolonna, con lo scopo di riunirci e ritrovare il Magg. Edoardo Sala, comandate del Rgt. Folgore, in Valle d’Aosta con gli altri battaglioni.
Non incontrammo impedimenti, solo molto più a valle ci fermammo varie volte, ma sempre per poco tempo perchè nessuno cercò realmente di ostacolarci. Nei pressi di Venaria Reale, invece, la cosa sembrava più seria, la strada era sbarrata da tronchi d’albero, vi era una postazione con mitragliatrice e diversi uomini armati. In poco tempo ci facemmo strada, qualche raffica e qualche colpo con il “tromboncino” applicato sulla canna del Mauser fecero sparire ogni oppositore, spostammo i tronchi e tutto fu a posto. A Venaria recuperammo alcuni autocarri militari abbaondati dai “borghesi” così ci sistemammo con più comodità. Eravamo militari in divisa, non potevamo prendere ordini da borghesi o sconosciuti.

Anche il giorno dopo – 29 aprile – continuavano a circolare varie voci ma lo strano era che in linea di massima eravamo indifferenti come se nulla ci riguardasse. Questo strano nostro comportamento forse dipendeva dal fatto che da troppi mesi eravamo al fronte con nessun contatto con la popolazione civile ed anche prima di andare al fronte eravamo stati abbastanza isolati per l’addestramento all’alta montagna e non ci eravamo mai resi conto della realtà delle cose o forse più semplicemente perchè non volevamo accettare la realtà.
Durante gli spostamenti della colonna non ci interessava nemmeno di spaere quali paesi attraversavamo finchè ci giunse, e non so da chi, l’ordine di andare a Strambino Romano ove giungemmo il 1° o forse 2 di maggio. Ci sistemammo nella Casa del Fascio, organizzamo la difesa, posti di guardia e servizio d’ordine nei dintorni. Eravamo sempre un reparto militare, organizzato e disciplinato; nella zona confluivano truppe italiane e tedesche più o meno sbandate, noi raccogliemmo altre armi e ci mantenemmo sempre pronti a tutto, sempre e pià che mai decisi a non cedere le armi a nessuno. Venne anche una delegazione con un parroco, ma le trattative furono molto brevi e gli estranei se ne andarono subito senza aver ottenuto nulla da noi.
folgore-eidelweisIl morale nel complesso era buono, ma certamente eravamo preoccupati per le nostre famiglie; da tempo non avevamo notizie e non eravamo in grado di darne; la vera tristezza e demoralizzazione giunse invece quando il comandante Faedda ci riunì per comunicare che realmente era tutto finito, che i nostri sacrifici erano stati vani e che la guerra era finita e perduta! Ci ricordò i nostri morti ed i feriti. Noi eravamo mortificati e distrutti. Il nostro labaro venne tagliato in tanti piccoli pezzetti ed ognuno di noi in silenzio si avvicinò per ritirare il proprio cimelio, che tutt’oggi gelosamente conserviamo: è l’unica cosa concreta rimastaci, tutto il resto fa parte dei ricordi che con il passare del tempo possono svanire e confondersi.
Dopo i ringraziamenti ufficiali per i servizi resi il Comandante ci comunicò che potevamo passare dall’Ufficio cassa per ritirare la nostra spettanza e che eravamo liberi di lasciare il reparto per raggiungere le nostre case. Ci furono scambi di opinioni e si decise che sarebbe stato meglio attendere uniti l’arrivo dei vincitori.
Eravamo commossi e nello stesso tempo sgomenti, circolavano molte voci, fra le quali anche quella che prospettava una continuazione della guerra contro i russi e quindi che ci sarebbe stata per noi la possibilità di non essere più prigionieri.
Pochissimi dei nostri partirono, alcuni ritornarono dopo poche ore, eravamo sempre convinti che l’unica cosa saggia era quella di rimanere uniti ed organizzati, solo in questa occasione saremmo stati rispettati da tutti.

Passarono i primi americani ma noi continuammo con i nostri servizi d’ordine e di guardia e il giorno 5 maggio ’45 ci fu comunicato che era giunto l’ordine di consegnarci. Salimmo sui nostri autocarri con tutto l’armamento e partimmo verso Ivrea. Nel tardo pomeriggio, ad una sosta, salì su ogni camion un soldato americano e continuammo il viaggio in silenzio. All’altezza dello stabilimento Chatillon, l’americano con gesti e parole ci disse di scendere e lasciare sul camion tutte le armi; da quel momento eravamo sconfitti e prigionieri.

Tutto quanto è avvenuto dopo fa parte di un’altra epoca. Infatti una volta scesi a terra ci sentimmo svuotati, delusi, dormimmo in qualche modo, ma la mattina tornammo agli autocarri per riprendere rivoltelle e munizioni, che naturalmente tenemmo ben nascoste, ma dalla serata era cominciata una nuova esistenza con nuove regole.
Forse nella stessa mattina del 6 maggio ci caricarono su camion americani per portarci a Parabiago dove sostammo una ventina di giorni. Poco prima della partenza da Ivrea all’uscita della fabbrica di Chatillon fummo accolti da insulti, maledizioni ed improperi da parte di gruppetti di civili. Rimanemmo allibiti, non credevamo di essere odiati.
Sapevamo di aver sempre fatto i nostro dovere, ci vennero anche lanciati sassi; allora alcuni paracadutisti risposero lanciando scatolette di carne verso il gruppo dei più esagitati. Non immaginando la nostra reazione si calmarono d’incanto: finalmente ci fecero partire e buon viaggio.
Dopo Parabiago, sempre su autocarri americani, passando per Modena andammo verso Coltano, da Casalecchio transitammo di notte. Il mattino dopo nei pressi di Pisa, si presentò ai nostri occhi uno spettacolo incredibile. Per diversi chilometri sulla destra e sulla sinsitra della strada una distesa di camion nuovi e montagne di materiale accatastato per una profondità notevolissima. Eravamo increduli, non potevamo immaginare un esercito con una dovizia di materiale di quella portata ancora inutilizzato e anche questo particolare è sempre vivo nella memoria.
A Coltano non fummo certo trattati con molta gentilezza. L’unica cosa bella fu quando ritrovammo i nostri due battaglioni ed il comandante Sala che per tutti noi era il vero Comandante.
Rimasi a Coltano fino verso la fine di Ottobre 1945 quando finalmente mi fu dato il foglio di via per rientrare a Bologna.

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