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V
LA CONQUISTA DELL'IMPERO
- ROMA E L ' ITALIA
L'umile villaggio di
pastori sorto sulle rive del Tévere, proprio al centro del
Mediterraneo, nella primavera dell'anno 753 avanti Cristo, divenne
una grande Città. La sua gente dominò la Penisola, scese al mare e
si impose a tre Continenti.
Roma tenne il primato del mondo intero per molti secoli. Il periodo
piú felice fu certamente quello dell'Impero, durato oltre quattro
secoli. Ebbe il suo cùlmine con Traiano che imperò alla fine del
primo e al principio del secondo secolo dopo Cristo.
In quel tempo le insegne romane dominavano la Britànnia, la Gàllia,
buona parte della Germània, i territori che oggi costituiscono
l'Ungheria, la Croàzia e tutto il resto della Penisola balcànica;
poi l’Asia minore fino al Càucaso, la Mesopotàmia, la Palestina,
l'Africa e l'Ibèria.
L'Impero Romano era un grande blocco di vari popoli che Roma, dopo
averli domati, aveva cementati tra loro ed associati alla propria
fortuna col vigore dell'autorità e la saggezza delle leggi.
Nei territori invece in cui i Romani , non penetrarono, la vita
continuò primitiva, rozza, per secoli e secoli.
Nella decadenza e nelle convulsioni seguite alla caduta di Roma, il
popolo italiano conobbe lunghi periodi di schiavitú; ma siccome le
antiche virtù non erano spente, con il tempo qua e là riaffiorarono.
Dal 1300 al 1500 si ebbe in tutta Italia un periodo di rinascita.
Questo splendido periodo si chiamò per l'appunto Rinascimento.
Ancora altrì secoli di lotte oscure tra Italiani e stranieri,
padroni d'Italia, poi s’iniziò la riscossa definitiva.
Attraverso il periodo tormentato del Risorgímento, dal 1820 al 1866,
gli usurpatori stranieri furono cacciatí dalla Penisola e l'Italia,
liberata Roma nel 1870, divenne unita e indipendente.
Casa Savoia e Cavour, ancora nel periodo di formazione del Regno
d'Italia, avevano sempre considerato con ansiosa attenzione il
problema dell'espansione coloniale. Il Re e il Ministro, sebbene in
quel tempo fossero presi dalla preparazione della seconda Guerra
d'Indipendenza, avrebbero certamente condotto l'Italia in Africa. Ma
la morte repentina del Cavour (6 giugno 1861) procrastinò l'evento.
L'Impresa, doveva essere preparata e condotta a piena vittoria da un
altro grande Statista: Benito Mussolini.
- L ' ERITREA
Il 5 febbraio 1885
il colonnello Tancredi Saletta sbarcò a Massàua sostituendo la
bandiera italiana a quella egizìana. Nel dicembre il generale Genè
occupava Saati a 25 km. da Massàua.
A Dogali il 26 gennaio 1887, cinquecento nostri soldati, comandati
dal colonnello Tommaso De Cristoforis, da Casale Monferrato, si
trovavano di fronte a 5000 armati abissini. Dopo una lotta
disperata, la morte gloriosa sul posto concluse la eroica giornata.
L'Italia allestì una spedìzíone per vendicare i Caduti.
Il Negus Giovanni IV morì in combattimento contro i Dervisci, popolo
proveniente dal Sudàn egiziano (1889). Il genero Menelik riuscì a
farsi nominare Negus Neghestí, che vuol dire Re dei Re. Nello stesso
anno l'Italia e l'Etiòpia firmarono il Trattato di Uccialli
(villaggio presso Màgdala). Nel Trattato era contemplata anche la
occupazione di Chèren e dell'Asmara (2 maggio 1889). Francesco
Crispi il 1° gennaio 1890, con decreto reale, dava il nome di
Colonia Erìtrea a tutti i territori occupati dall'Italia fra il Mar
Rosso e il Sudàn.
Menelik, per istigazione di una Potenza europea che ritroveremo
contro di noi al tempo della Guerra d'Etiòpia, non volle più
riconoscere tale patto che ammetteva il protettorato dell'Italia
sull'Abissìnia, e dopo un po' di tempo incominciarono le ostilità. I
nostri sconfiggono ripetutamente i Dervisci. Viene occupata Adigràt
e successivamente Adua, Macallè, Amba Alagi e tutto il Tigrai.
Menelik si mette alla testa di 120 mila armati. Supera la nostra
resistenza ad Amba Alagi, affidata al maggiore Pietro Toselli,
assedia il forte di Macallè, presidiato dal maggiore Giuseppe
Galliano, e scende nella conca di Adua. Il generale Baratieri decide
di dare battaglia al nemico, e con 18 mila uomini, il 1° marzo,
nella zona di Amba Garima affronta un esercito dieci volte superiore
e forte di quarantadue cannoni.
Il valore e l'eroismo dei nostri a nulla valsero. Avemmo 6000 morti;
da parte abissina quasi 12 mila. Vi trovarono morte gloriosa 268
ufficiali. Parecchi Italiani vennero fatti prigionieri e
orrendamente mutilati.
Francesco Crispi dovette abbandonare il Governo. Al posto del
generale Baratieri venne mandato il generale Antonio Baldissera, ma
purtroppo con l’incarico di metter semplicemente ordine, non di
vendicare i gloriosi Caduti.
La terra produce in buona quantità dura e sorgo, orzo, frumento e
granoturco. Il frumento dà più di 100 mila quintali all'anno.
Discreto è il raccolto di legumi, lino, semi oleosi, agrumi, banane,
papàie, dàtteri, caffè, tabacco. Si coltivano in misura sempre più
larga il tabacco, il caffè e il cotone. La cera e il miele si
traggono dall'allevamento delle api.
Il sottosuolo non è ancora stato sufficientemente sondato.
Recentemente sono state messe in efficienza miniere d'oro che dànno
circa kg. 500 di metallo fino all'anno. Si trovano anche minerali di
ferro, rame, potàssio, mica e pietre varie da costruzione.
Importante è la produzione del sale. Da Massàua e da Assab se ne
esportano circa 300 000 quintali verso mercati asiatici.
Fra le industrie, allo stato nascente, sono da ricordare: i mulini,
le distillerie, le fabbriche di bottoni di avorio vegetale e le
botteghe dell'artigianato indigeno per lavori di pelli, di stuoie e
dei metalli.
All'incremento dèl commercio contrìbuisce sempre più la sistemazíone
della rete stradale. Abbiamo la linea ferroviaria
Massaua-Asmara-Cherèn-Bìscia (km. 334) a scartamento ridotto, la
teleférica Massàua-Decamerè e la camionabile Assab-Dessiè. Comode
strade automobilistiche collegano i principali centri.
Assab sta avviandosi a diventare un centro importante dopo
l'apertura della strada camionabile per Dessiè, portentosa opera
degna degli antichi Romani, condotta a compimento in pochi mesi. Nel
suo porto il movimento delle merci in partenza ha superato quello di
Massàua.
- LA SOMALIA
La Terra dei Sòmali
si stende nell'estremo lembo orientale dell'Africa orientale e
precisamente dallo Stretto di Bab el Màndeb ad oltre le foci del
Giuba. La grande regione si considera divisa tra la Frància, la Gran
Bretagna e l'Italia.
La zona costiera, cosparsa di poveri villaggi e di piccoli porti,
era ritenuta una terra inospitale per il clima secco e caldissimo,
tormentato da vènti impetuosi detti monsoni, per la mancanza di
vegetazione, e soprattutto per la popolazione mantenutasi selvaggia
e sanguinaria. Era conosciuta dai Romani per il commercio dei
profumi.
Le prime occupazioni italiane risalgono al 1885. Poche settimane
dopo l'occupazione di Massàua il comandante della R. Nave “Il
Barbarigo” ebbe l'ordine di esplorare le foci del Giuba e di avviare
accordi commerciali col Sultano del luogo.
Nel 1891 il nostro Console a Zanzibàr, Vincenzo Filonardi, occupava
il villaggio di Ataleh (che subito dopo prese il nome di Itala) e
nel 1892 otteneva in affitto per 25 anni altre località del Benàdir.
Il capitano Antonio Cecchi, Console d'Italia a Zanzibar, pensando di
congiungere l'Eritrea con questi possessi sòmali, organizzò, un
piano di penetrazione pacifica e si recò per accordi dal Sultano dì
Gheledi. Ma aggredito nella boscaglia fu ucciso con ufficiali e
marinai italiani della R. Nave "Volturno" il 2 novembre 1896.
Questi fatti incitarono i vari Governi ad affrontare organicamente
il problema dell'Italia in Africa. Cominciò la sistemazione della
Colonia Italiana del Benadir.
Subito l’Italia provvide alla soppressione della schiavitù,
diffusissima fra i Sòmali. Ciò destò grande malumore e irritò un
Santone islamita, detto il Mullah, il quale iniziò combattimenti
contro la Gran Bretagna e contro l'Italia. La lotta, a lunghi
intervalli, continuò per parecchi anni, dal 1900 al 1920. Le nostre
truppe furono impegnate anche contro gli Abissini i quali, incitati
dal Negus Menelik, scendevano in Somàlia.
Intanto, noi estendevamo anche i nostri domini nella Somàlia ad
Oriente fino al medio Giuba. L'opera di colonizzazione e di bonifica
s'intensificò.
La denominazione di Benàdir fu assorbita da quella più generica di
Somalia Italiana.
Con la Convenzione del 15 luglio 1924 la zona dell'Oltregiuba ci
veniva, più che ceduta, restituita dalla Gran Bretagna, come
parzialissimo compenso coloniale per gli incomparabili aumenti di
territori e di popolazioni conseguiti dalla Gran Bretagna stessa
dopo la Guerra del 1914-18.
Una energica azione condotta dal Governo fascista dal 1925 al 1927,
per mezzo del governatore Cesare Maria De Vecchi,Quadrumviro della
Marcia su Roma, ampliò e consolidò i nostri possessi permettendoci
di procedere con maggior rapidità allo sviluppo delle comunicazioni
e delle opere di bonifica.
E’ un Paese tropicale ed equatoriale fuori della zona delle grandi
piogge. La popolazione indigena deve dedicarsi alla pastorizia.
L'agricoltura intensiva è possibile nel bassopiano. Le boscaglie
settentrionali offrono gomma e incenso. Vengono estese ottime
coltivazioni di cotone, canna da zucchero, banani, sèsamo, aràchidi,
ricino, tabacco, ecc. Non mancano agrumi e ortaggi. Nei nuovi
territori esistono buoni pascoli, folte boscaglie e piantagioni di
caffè.
In pochi anni si bonificò e si fece fruttare un esteso territorio
presso lo Uebi Scebeli con strade, canali, case e villaggì; uno di
essi, che divenne una vera cittadina, fu chiamato Villabruzzi.
A Villabruzzi esistono: uno zuccherificio, un oleificio, una
distilleria di alcole. A Mogadìscio vi sono fabbriche di sapone, di
acque gassate, di ghiaccio e una importante centrale termoelettrica.
A Brava si conciano pelli. A Chisimàìo vi sono anche officine
meccaniche e falegnamerie. Le piccole industrie domestiche
riguardano la preparazione del burro, l'essiccazione delle pelli, la
fabbricazione delle stuoie.
Il più importante scalo marittimo è quello di Mogadìscio. Le
comunicazioni terrestri comprendono la linea ferroviaria
Mogadiscio-Villabruzzi (km. 113). Le poche strade rotabili che
conducevano dai porti all'interno, sono state migliorate con criteri
moderni secondo la consuetudine della colonizzazione italiana. Per
opera nostra si va con automezzi da Mogadiscio a Massàua.
- LA LIBIA
A poche miglia dalla
Sicìlia c'era un territorio mezzo abbandonato e poco popolato: la
Tripolitània e la Cirenàica. Tale territorio, poco pericoloso in
mano alla vecchia Turchia, poteva divenire pericolosissimo nelle
mani di una Potenza europea. Un tempo i Greci, a levante, e più
tardi i Romani, a ponente, lo avevano colonizzato. In seguito
Genovesi, Pisani, Siciliani avevano esercitato un certo dominio su
quelle terre.
Al principio dell'Ottocento alcuni Italiani volevano ritornarvi, ma
i tempi non erano maturi. Intanto la Frància, già padrona
dell'Algeria, si era presa nel 1881 la Tunisia subito dopo che i
nostri coloni l'avevano valorizzata con il lavoro. Dal 1882 la Gran
Bretagna spadroneggiava in Egitto. Se non avessimo occupato la Lìbia
ci saremmo un giorno rinchiusi nel Mediterràneo. Bisognava
decidersi, e il Governo, che allora faceva capo a Giovanni Giolitti,
preparò la conquista della quarta sponda.
Il Sultano di Turcha si oppose. Il 29 settembre 1911 l’Italia
dichiarò guerra alla Turchia.
La nostra Marina con due squadre, al comando degli ammiragli Aubry e
Faravelli, bombardò la costa lìbica e fece occupare Trìpoli, Bengasi,
Derna, Tòbruk dal nostri arditi marinai. Lo sbarco a Trìpoli fu
effettuato dal capitano di vascello Umberto Cagni con i «Garibaldini
del mare».
Dopo qualche giorno sbarcava l'esercito comandato dal generale Carlo
Caneva, nato nel 1845 a Tarcento, nel Fríùlì. Egli affrontò le
truppe turche ed arabe in accaniti e sanguinosi combattimenti.
A capo dell'esercito nemico si trovava un valente ufficiale turco,
Enver-Bey, che riceveva armi ed aiuti da paesi vicini e lontani fra
cui la Gran Bretagna e la Francia.
L'Italia desiderava finir presto la guerra. Occorreva quindi colpire
la Turchia in casa propria. Il 4 maggio 1912, il generale Giovanni
Ameglio sbarcava sulla spiaggia di Calitea, nell'isola di Rodì,
accerchiava le truppe turche e s'impossessava dell'isola. Pochi
giorni dopo occupava anche l'arcipelago del Dodecàneso, dove
castelli e porti ricordavano il dominio glorioso di Venèzia.
Nella notte dal 18 al 19 luglio il capitano di vascello Enrico
Millo, al comando di cinque torpediniere, si avanzava, con
incredibile audacìa, nel fortificatissimo stretto turco dei
Dardanelli. Dopo un buon percorso le navi s'impigliarono nelle funi
d’acciaio poste dai Turchi sott'acquá. Scoperte dai riflettori
nemici, furono fatte segno ad un violentissimo bombardamento.
Il Millo, con grande sangue freddo, riusciva a far liberare le navi
incagliate e a ricondurle sane e sálve alla base. In tutta la Guerra
del 1914-18, nè la Marina britannica né la francese seppero compiere
un'impresa di simile ardimento. La nostra superiorità sì fece
sentire dappertutto. La Turchia si indusse a trattare la pace che fu
firmata a Ouchy presso Losanna (Svìzzera) il 18 ottobre 1912.
Nel 1916, mentre eravamo impegnati nella Guerra, si ridestò nella
popolazione, aiutata da nostri nemici, un certo movimento avverso.
Dopo, il movimento fu aiutato anche dagli alleati.
Giunto Mussolini al potere, intuì il pericolo e con energia e
giustizia provvide a riconquistare quasi tutto il territorìo. Nel
1925 si definirono i confini con l'Egitto e si riuscí a comprendere
l'oasi di Giarabùb, ma non la baia di Sollum. In seguito tutto il
territorio, con il Fezzàn e Cufra, fu effettivamente occupato e
sottomesso. Seguì la pacificazione della Cirenàica per opera del
generale Rodolfo Graziani.
S'istituirono scuole di ogni grado e scuole professionali
appositamente per gli Arabi. Si provvide alla difesa della salute
pubblica rinnovando quartieri vecchi e insalubri. Si sviluppò la
viabilità. Furono ampliati i porti di Trìpoli, di Bengasi e di
Derna. Cure particolari si ebbero per i restauri degli antichì
edifici costruiti dai Romani per attestare che eredi di Roma, siamo
proprio in casa nostra.
I nostri soldati hanno posto gli accampamenti dove li posero un
giorno le quadrate legioni romane.
I nostri coloni costruiscono le loro fattorie presso opere
idrauliche romane, protette dagli archi degli Imperatori di Roma.
La zona coltivata e coltivabile è solamente nella fascia costiera.
L'attività degl'indigeni, fino a poco tempo fa, si limitava a pochi
campi detti giardini, ma ora essi seguono i sistemi introdotti dalla
colonizzazione dei nostri rurali. Le colture che in passato si
limitavano alla palma del dáttero, all’orzo, all'olivo ed a pochi
alberi da frutto, ora vanno estendendosi per l’aumento progressivo
delle superficie irrigue.
Notevole e in costante aumento sono i prodotti dei cereali (orzo e
grano di ottima qualità) dell'olivo, della vite, degli agrumi, dei
mandorli, di altre frutta, di ortaggi, ecc. Sul Gebèl occidentale va
diffondendosi la coltivazione di tabacchi. Discreto posto ha il
rícino per l'estrazione dell'olío e promettenti sono gli esperimenti
per piantagioni di gelso.
Il trasferimento di tante famiglie rurali metropolitane in queste
terre è un avvenimento unico nella storia coloniale. Per esse furono
fabbricate case coloniche moderne, costituenti villaggi che
comprendono la chiesa, la scuola, l'ambulatorio, l'ufficio postale e
botteghe varie. Ecco il nome dei nuovi centri di colonizzazione.
Nella Lìbia occidentale: Ivo Oliveti, Michele Bianchi, Tùllio
Giordani, Breviglieri, Littoriano, Francesco Crispi, Màrio Gioda,
Pietro Micca, Enrico Corradini, Don Enrico Tazzoli.
Nella Lìbia orientale: Giovanni Berta, Beda Littòrio, Umberto
Maddalena, Francesco Baracca, Gabriele d'Annùnzio, Guglielmo
Oberdan, Césare Battisti, Giuseppe Garibaldi, Guglielmo Marconi,
Goffredo Mameli, Fàbio Filzi, Luigi Razza, Nazàrio Sàuro, Luigi di
Savòia.
In altri terreni, conquistati alla steppa, sono sorti villaggi per
gl'indigeni.
Nella Lìbia occidentale: Fiorente e Deliziosa. Nella orientale:
Alba, Fiorita, Nuova, Risorta, Verde, Vittoriosa.
L'impulso dato all'agricoltura ha accresciuto le attività
industriali, ora rappresentate da opifici che riguardano
specialmente le industrie alimentari (mulini, oleifici, pastifici,
birrifici, ecc.), le chimiche (distillerie, saponifici, concerie,
ecc.), le tessili, ed altre ancora.
Vi sono poi fabbriche di latterizi e manifatture di tabacchi.
Notevole l'artigianato per la fábbricazione di tappeti e stuoie, per
il ricamo, la lavorazione delle pelli e dei metalli, anche preziosi.
Gli artigiani sono preparati dall'apposita Scuola Professionale di
Tripòli ed organizzatì da un provvido Sindacato.
Lo sviluppo delle linee ferroviarie è di oltre quattrocento
chilometri. La rete stradale raggiunge quasi i quattromila
chilometri in gran parte bitumati per agevolare il transito degli
automezzi.
Durante il viaggio trionfale compiuto dal Duce fra il 12 ed il 21
marzo 1937 fu inaugurata la Via Bàlbia, che va dal confine egiziano
a quello tunisino con uno sviluppo di 1932 km. Con essa, per la
prima volta nella storia, si è ottenuto di saldare l'Africa minore
(Marocco, Algeria, Tunisia) all'Egitto, attraverso la Lìbia. Il
deserto, il più temuto ostacolo che la natura abbia opposto al
cammino dell'uomo, è stato domato dal Fascismo.
Fra Trìpoli e Tagiura si snoda l'autòdromo della Mellaha, ove ogni
anno si svolge la Corsa dei milioni.
Molte linee aeree integrano, con quelle marittime, le comunicazioni
con la Madrepatría e gli altri centri del Mediterràneo. Ha
particolare importanza, per tutti i Paesi dell'Africa mediterranea,
la Fiera di Trìpoli, che si tiene ogni anno in primavera: vera
rassegna di lavorì e di prodotti che attira espositori e visitatori
non del solo Bacino mediterraneo.
- IL POSTO AL SOLE
Subito dopo la
Marcia su Roma (28 ottobre 1922), l'Italia dava al mondo le più
chiare prove di possedere la forza e l'abilità di dominare popoli e
di saper colonizzare terre grame, riconquistando tutta la Lìbia,
sottomettendo i territori estremi della Somàlia, riportando a civile
splendore i suoi possessi.
Nelle sue colonie, ecco opere stradali, portuali, agrarie,
idrauliche; ecco scuole e provvidenze sanitarie; ecco il ritorno di
tribù indigene attratte dalla buona politica governatoriale
inspirata dal Duce.
La rinascita dell'Italia è avvenuta malgrado le ingiustizie ed i
tradimenti che le sono stati inflitti.
Piccoli Stati di poca popolazione possiedono colonie estesissime che
non possono nè difendere né colonizzare per la scarsità di sudditi
metropolitani. Si limitano a sfruttarle, spremendone i maggiori
profittì con il minor sforzo, attraverso la schiavitù degl'indigeni.
L'Italia invece si trovava in questa condizione: non possedeva
sufficienti materie prime (carbone, ferro, rame, stagno, petrolio,
fosfati minerali, cotone, lino, iuta, lana, carni, grassi, semi
oleosi, legname, pasta di legno, ecc.), aveva una popolazione
sovrabbondante e in continuo aumento; la ritrovata dignità le
impediva di gettare questo fiore di popolo sul mercato umiliante
dell'emigrazione.
Giusta e ammonitrice si levava la parola del Duce.
- L'Italia deve avere il suo posto al Sole. -
- L ' IMPERO NEL PENSIERO DEL DUCE
Benito Mussolini
aveva fatto, di questo diritto dell'Italia, uno dei capisaldi del
suo pensiero fin dai primi momenti della sua lungimirante azione
rivoluzionaria.
Dopo aver trascinato alla Guerra le grandi masse di lavoratori
italiani, Egli, ancora nel 1919, quando il 23 marzo riunì i suoi
"fedeli" in Piazza San Sepolcro a Milano, pensava che il popolo
italiano, ritornato forte e disciplinato "popolo d'inventori, di
navigatori, di poeti, di santi, d'eroi" aveva dinanzi a sè grandi
destini d'espansione.
In quella storica adunata per la fondazione dei « Fasci di
combattimento » disse: « L'imperialismo è il fondamento di ogni
popolo che, tende ad espandersi economicamente e spiritualmente. La
marcia di chi ha spinto Il Paese alla guerra e l'ha portato alla
vittoria non si ferma a Vittòrio Vèneto. La marcia riprende e va
oltre perché non tutte le mete sono state raggiunte. L'Italia ha una
massa demografica imponente, ha una vitalità senza limiti, ha una
grande Storia, ha la sua parte direttrice nel mondo, e nessuno potrà
sbarrare al Popolo italiano, in continuo divenire, il suo
immancabile cammino verso la grandezza e verso l'impero che il
popolo italiano saprà costruire con le sue mani. Tutto un popolo si
sente insoddisfatto e chiede spazio per i bisogni elementari della
sua esistenza e posto nel mondo per compiere la sua missione di
civiltà.
L'Italia più che nessun altro popolo, ha questo diritto, poiché
essa, che con l'Impero romano e il Rinascimento ha creato la civiltà
moderna, ha ancora da dire, per la terza volta, la sua parola di
luce, che rappresenterà un'idea di valore universale». Salito al
governo, il Duce ha lavorato per l'attuazione del programma.
Il Fascismo disciplina e sorregge il popolo, regola con la Carta del
Lavoro i rapporti fra capitale e lavoro, bonifica terre, fonda
città, favorisce l'agricoltura, riforma l'Esercito e lo valorizza,
istituisce l'aviazione, ammoderna le Forze armate, ordina
corporativamente industrie e commerci, imposta la battaglia
autarchica che deve svincolarci dallo straniero, difende i caratteri
di una Gente forte, dà un tono imperiale alla vita concorde di un
Popolo d'eroi, fa parlare dell'Italia tutto il mondo, o con
ammirazione o con invidia.
Questa è la preparazione necessaria al grande balzo verso l'Impero.
Infatti anche i simboli parlano quando nel centro di Roma si apre
nel 1931 una nuova e grande via. Il Duce la chiama Via dell'Impero e
vuole che primi la percorrano i gloriosi Mutilati e i Combattenti.
Tutti gl'Italiani intuiscono che cosa ciò voglia significare. Così
parlò il Duce:
« E’ il cammino fatale: una Gente, poi un Popolo, una Nazione, un
Impero! E la storia. Storia fatta e da farsi. La meta è quella:
l'Impero».
- LA VECCHIA ETIOPIA
Il nome Etiòpia, di
origine greca, deve preferirsi ad Abissìnia, nome usato dagli
antichi Arabi per indicare una loro tribù che si recò a colonizzare
l'Etiòpia.
Lontani dal mare e dalle vie di comunicazione, gli abitanti dell’Etiòpia
vissero una vita primitiva, più di quella di altri Paesi dell’Africa
che poterono familiarizzarsi con gli Europei. Ogni tribù, ogni gente
d'Etiòpia, aveva il suo Capo o Ras. Questi Capi dipendevano da un
Capo a tutti superiore, detto Negus Neghesti, o Re dei Re. Il Negus
Ailè Sellassiè riuscì a fare ammettere l'Etiòpia nella Società delle
Nazioni. Ma nessuna opera moderna e civilizzatrice fu svolta in
quell'Impero barbaro che, anche dopo essere stato ammesso a Ginevra,
non aveva abolito la schiavitú.
Mancavano strade, servizi postali e telegrafici. La sola linea
ferroviaria, Gìbuti-Addis Abeba, era insufficiente allo sviluppo del
paese. Niente scuole, niente ospedali per il popolo. I Missionari
soltanto gettavano qualche luce di civiltà.
Le tenebre più fosche, sovente venate di sangue, avvolgevano il
Paese fino all'arrivo delle Legioni fasciste.
Occorreva l'intervento della nuova Italia, mandataria ideale della
giustizia romana e della civiltà latina.
- LA LIBERAZIONE DELL ' ETIOPIA
L’Italia non si era
mai disinteressata della vita dell’Etiòpia con la quale aveva
contatti estesi e confini non precisati. Più volte aveva avviato
trattative per fissare questi confini.
Un patto di pace costante e di amicizia Perpetua si riuscì a
concluderlo nel 1928. In esso erano contemplati importanti lavori
stradali per favorire lo scambio dei prodotti. Proprio da allora
cominciarono aggressioni ai nostri posti di confine, razzìe, offese
a nostri rappresentanti consolari.
Il 5 dicembre 1935, ai pozzi di Ual-Ual, lungo la frontiera, il
presidio italiano, comandato dal capitano Roberto Cimmaruta, viene
attaccato da 1200 armati etiopici. L'attacco è sanguinosamente
respinto. L'Italia non poteva passare sopra tante offése: dovette
prepararsi.
Il Negus nell'agosto del 1935 ordinava la chiamata alle armi di
tutti i suoi sudditi. Dopo pochi giorni liberava dalle prigioni 50
mila delinquenti a condizione che si arruolasséro.
Mezzo milione di armati si avvicinava alle nostre frontiere. Le due
colonie orientali d'Italia erano minacciate. Il Duce capì che per
difenderle per sempre v'era un solo modo: liberare l'Etiòpia dai
cattivi capi che aizzavano contro di noi plebe e sottocapi. E venne
piena rapida totalitaria la guerra di rivendicazione.
L'Italia informò di quanto accadeva gli Stati d'Europa più
interessati. Ci accorgemmo allora che non avevamo contro di noi la
sola Etiòpia, ma la Frància e soprattutto la Gran Bretagna. Il
conflitto italo-etiòpico fu sottoposto all'esame della Società delle
Nazioni, cioè del consesso politico nel quale la maggioranza
assoluta dei componenti era inspirata dalla Gran Bretagna. Di quella
Società faceva parte ancora l'Etiòpia, sebbene da tre anni non
pagasse la quota d'associazione e non avesse mantenuto la promessa
di sopprimere la schiavitù.
Enorme: l'Italia fascista, offesa e aggredita, era messa sullo
stesso piano di uno Stato barbaro e schiavista!
La Società delle Nazioni ci inflisse le sanzioni economiche e
minacciò le sanzioni militari.
Le sanzioni economiche significavano questo: nessuno doveva vendere
merci all'Italia, nessuno doveva comperarne. Era l'affamamento del
Popolo italiano. Si voleva obbligarlo a piegare i ginocchi ed
umiliarsi.
Le sanzioni militari, cioè la guerra con le armi, sarebbero seguite
se le sanzioni economiche non avessero piegata l'Italia. Il Duce,
confortato dall'adesione di tutto il popolo, aveva scelto la sua
strada e disse: Noi tireremo diritto. Si era nell'estate del 1935.
Affrettammo la nostra preparazione militare. Cominciarono le
partenze dei volontari, di militari regolari e di materiale bellico.
Ed ecco la Gran Bretagna rafforzare le guarnigioni di Gibilterra, di
Malta, di Aden. Successivamente eccola mandare nel Mediterràneo la
sua grande flotta che avrebbe dovuto intimorirci e farci
interrompere l'impresa.
Non si voleva che, rese impossibili le relazioni fra Stati
confinanti, ci si dovesse far giustizia direttamente.
Non si riconobbe l'incapacità dell'Etiòpia a governare i suoi
sudditi ed a porre in valore i beni del vasto territorio. Alla
popolazione italiana si negò il diritto al lavoro e alla vita.
Il Duce la sera del 2 ottobre chiamò a raccolta il popolo. Serata
memoranda!
Tutto il Popolo d'Italia, sui sagrati e sulle piazze, ascoltò:
« Camicie Nere della Rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia!
Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate.
Un'ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria. Venti
milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta
italia.
Mai si vide, nella storia del genere umano, spettacolo più
gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà
sola, una decisione sola.
La loro manifèstazione deve dimostrare e dimostra al mondo che
Italia e Fascismo costituiscono una identità perfetta, assoluta,
inalterabile.
Possono credere il contrario soltanto cervelli avvolti nelle nebbie
delle più stolte illusioni o intorpiditi nella più crassa ignoranza
su uomini e cose d'Italia, di questa Italia 1935, anno XIII dell'Era
fascista.
Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra
calma determinazione, si muove verso la meta; in queste ore il suo
ritmo è più veloce e inarrestabile ormai!
Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un
popolo intero di 44 milioni di anime, contro il quale si tenta di
consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po'
di posto al sole.
Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue
sorti con quelle degli Alleati, quante esaltazioni del nostro
coraggio, e quante promesse. Ma dopo la vittoria comune, alla quale
l'Italia aveva dato il contributo supremo di 670 mila morti, 400
mila mutilati e un milione di feriti, attorno al tavolo della pace
esosa non toccarono all'Italia che scarse briciole del ricco bottino
coloniale.
Abbiamo pazientato 13 anni durante i quali si è ancora piú stretto
il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità! Con
l'Etiopia abbiamo pazientato 4o anni. Ora basta!
Alla Lega delle Nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si
parla di sanzioni.
Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra
sobrietà, il nostro spirito di sacrificio.
Alle sanzioni militari risponderemo con atti di guerra.
Nessuno pensi di piegarci senza avere prima duramente combattuto.
Un popolo geloso del suo onore, non può usare linguaggio né avere un
atteggiamento diverso!
Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Vèneto e della
Rivoluzione, in piedi! Fa che il grido della tua decisione riempia
il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di
sprone
agli amici e di mònito ai nemici in ogni parte del mondo: grido di
giustizia, grido di vittoria! »
Il popolo comprende le giuste ragioni dell'Italia e aderisce con
entusiasmo alla posizione presa dal Governo fascista contro la
Società delle Nazioni e contro gli avversari dell'ltalia fascista.
I soldati di ogni arma e i volontari della M.V.S.N. partono
cantando. Con essi e prima di essi, scelti operai per predisporre le
opere stradali, gli alloggiamenti, i magazzini, gli aeroporti.
Il Duce predispone in tempo perchè tutto sia provveduto e in
quantità sovrabbondante, tanto per i bisogni dei soldati quanto per
l'armamento. Per la prima volta, viene data la preminenza ai mezzi
meccanici (carri armati, aeroplani ecc.). Tutto viene studiato in
modo da evitar sorprese e raggiunger presto la meta.
Si dovevano vendicare i morti di Dògali e di Adua. Si doveva
mostrare ai messeri di Ginevra chi fosse l'Italia fascista. Nel
gennaio 1935 era stato nominato Commissario generale per l'A.O. il
generale Emilio De Bono, Quadrùmviro della Marcia su Roma. Nel
febbraio era partito per la Somàlia il generale Rodolfo Graziani.
Il 3 ottobre 1935 comincia l'avanzata. Dopo brillanti combattimenti
ecco liberati Adigràt, Adua (5 ottobre), Axùm (15 ottobre). Altre
terre vengono conquistate in Somàlia. Clero, notabili, uomini e
armati si presentano agl'ltaliani e si sottomettono. Il 7 novembre è
conquistata Macallè. Là dove sorgeva il forte in cui il maggiore
Galliano fu assediato si accàmpano le truppe.
Un vecchio indigeno appoggiato a una gruccia sale sul colle. I
soldati rimangono sorpresi di quella bianca apparizione. Il vecchio
vuol essere presentato al capitano: scioglie lo sciamma: sul petto
luccica una medaglia. Fa il saluto con la sinistra. Il vecchio
àscari piangeva. Era stato mutilato, così barbaramente, secondo la
inumana consuetudine degli Abissini (piede sinistro e mano destra),
quando l'avevano fatto prigioniero quarant'anni prima.
I combattimenti continuano, la marcia gloriosa progredisce. Il
generale De Bono proclama la libertà agli schiavi. Ma l'Italia deve
vincere anche le sanzioni economiche che la Società delle Nazioni
cinicamente impone il 18 novembre 1935. Le vittorie suggellano e
premiano gli eroismi della Nazione.
Alla fine dell'anno, compiuto il mandato con fedeltà ed onore, il
generale Emilio De Bono è promosso Maresciallo d'Italia. Al suo
posto è nominato il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio.
Anche le forze militari aumentano. Numerosi sono i volontari. Fra i
primi vediamo il Duca di Bergamo, il Duca di Pistoia e il Duca di
Spoleto; Vittorio e Bruno Mussolini, Vito Mussolini e il ministro
Galeazzo Ciano. Senatori, deputati, accademici, sansepolcristi,
gerarchi reclamano un posto di combattimento e di onore.
I mutilatí della Guerra nostra costituiscono una legione. Un'altra
legione la formano gl'ltaliani all'estero accorsi ad arruolarsi.
Accorrono anche i giovani delle Università italiane. Si riparla di
sanzioni militari.
La Gran Bretagna stìpula patti segreti con la Frància, con la Grècia,
con la Turchia, con la Iugoslàvia per assicurarsi un rifugio nei
porti militari di questi Stati. Ma l'Italia tira diritto.
Il caldo soffocante, la fatica, la scarsità talvolta dei viveri e
dell'acqua non scuotono l'ardore guerresco di quei generosi, fra cui
vanno annoverate le fedeli truppe di colore.
Sul fronte sòmalo, nella Battaglia del Canale Dòria, l’11 gennaio
1936 viene sconfitto Ras Desta; successivamente è occupata Neghelli.
Sul fronte eritreo avviene nel gennaio la Prima battaglia del
Tembièn per la strenua eroica difesa del Passo Uarieù; poi nel
febbraio la battaglia dell'Endertà con la conquista della
munitissima Amba Aradám dove viene sconfitto Ras Mulughietà.
Alla fine dì febbraio Amba Alagi è presa.
Ai primi di marzo ecco la Seconda battaglia del Tembièn con la piena
rotta di Ras Cassa e Ras Seium. Segue la Battaglia dello Scirè con
la piena sconfitta di Ras Immirù. Il Negus, il 31 marzo, con le
migliori sue truppe, armate e preparate alla europea, affronta i
nostri al Lago Ascianghi. Lo sconfiggiamo in pieno. Egli si dà alla
fuga con pochi fedeli. Otto giorni dopo gl'Italiani entrano a
Dessiè.
Intanto Achille Starace, con una colonna di truppe celeri, entra in
Gòndar, sottomette i territori attorno al Lago Tana e raggiunge
Debra Tàbor. La capitale non era più lontana.
In Somàlia, dopo la Battaglia di Sassabanèh, viene occupato Dagahbùr.
La marcia continua verso Haràr. Le terre delle due colonie si
congiungono. Il sogno di Antonio Cecchi si avvera.
Il Negus intanto torna di nascosto alla capitale e di là, dopo aver
spedito a Gibuti oro e cose preziose in quantità, fugge vílmente. Ma
prima, il barbaro dà ordine di saccheggiare e incendiare la città.
Le truppe del Maresciallo Badoglio, giungono alla meta. Il
Maresciallo telegrafa al Duce:
“Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono
entrato in Addis Abeba.
L'Etiòpia è liberata. La civiltà si sostituisce alla barbarie. L'Etiòpia
è - e sarà in eterno - italiana.”
Il Duce chiama il popolo ad un'altra solenne adunata e dal balcone
dello storico Palazzo Venèzia dà l'annuncio all'ltalia e al mondo
che la pace, la pace romana, la pace giusta, è ristabilita.
Quali gli artefici di questa epopea?
Unico, fra tutti, il Duce.
L'impresa venne pensata, studiata, voluta, preparata, vinta da Lui.
La storia dirà quantò l'Italia Gli deve.
Quando si potranno rendere noti tutti i documenti precedenti e
conseguenti alla nostra campagna d'Etiòpia, la parte che vi ebbe il
Duce apparirà, sapiente opera del Genio, anche a coloro che non
hanno creduto alla riuscita prima e durante la campagna.
- LA PROCLAMAZIONE DELL ' IMPERO
La sera del 9 maggio
1936-XIV, il Gran Consiglio del Fascismo approva lo schema di un
decreto legge che proclama la sovranità piena ed ìntera dell'Italia
sul territorio dell'Impero di Etiòpia e attribuisce il titolo
d'Imperatore al Re Vittorio Emanuele III.
Il Gran Consiglio inoltre esprime la gratitudine della Patria al
Duce fondatore dell'Impero.
In tutte le piazze d'Italia si era intanto raccolta tutta la
popolazione commista con folte schiere di rappresentanze militari.
Nel silenzio mistico della notte risuona alta la voce vibrante del
Duce:
« Ufficiali, sottufficiali, gregari di tutte le Forze dello Stato in
Africa e in Italia. Camicie Nere della Rivoluzione, Italiani e
Italiane in Patria e nel mondo, ascoltate!
Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete, e che furono
acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si
compie: viene suggellato il destino dell'Etiòpia oggi 9 maggio, anno
XIV dell'Era fascista. Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra
spada lucente, e la Vittoria africana resta nella storia della
Patria, integra e pura, come i Legionari caduti e superstiti la
sognavano e la volevano.
L'Italia ha finalmente il suo Impero. Impero fascista perché porta i
segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littòrio
romano, perché questa è la meta verso la quale durante 14 anni
furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle
giovani, gagliarde generazioni italiane, Impero di pace, perché
l'Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra
soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di
vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiòpia.
E’ nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i
popoli al suo destino.
Il Popolo italiano ha creato col suo sangue l'Impero. Lo feconderà
col suo lavoro, e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In
questa certezza suprema levate in alto, Legionari, le insegne, il
ferro e i cuori e salutate dopo 15 secoli la riapparizione
dell'Impero, sui colli fatali di Roma.
Ne sarete voi degni?
(La folla prorompe in un formidabile « Sì!»)
Questo grido è come un giuramento sacro che vi impegna innanzi a Dio
e innanzi agli uomini per la vita e per la morte. Camicie Nere,
Legionari, saluto al Re! ».
Notte storica, indimenticabile.
Aleggiano sul popolo trionfante gli spiriti tutelari della Patria:
Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini, Garibaldi, Crispi; gli
spiriti dei nostri martiri e dei nostri poeti del Risorgimento;
degli intrepidi esploratori trucidati; degli Eroi delle guerre
d'Africa; degli Eroi della nostra Guerra; di tutti gli artefici
della Vittoria.
Quando l'alba riappare sul mondo, un'altra Italia sta in faccia alle
Genti, al di là delle Alpi nostre, al di là del mare nostro.
Con la rapidità che caratterizza il Regime fascista, comincia subito
l'ordinamento amministrativo.
I territori dell'Etiòpia, dell'Eritrea e della Somàlia costituiscono
l'Afrìca Orientale Italiana (A.O.I.).
Essa è posta alle dipendenze di un Governatore generale, che ha sede
in Addis Abeba e dipende direttamente ed esclusivamente dal
Ministero per l'Africa italiana. Egli rappresenta il Re Imperatore
ed è il Capo dell'amministrazione.
L' A.O.I. si divide in 6 governi:
- Governo dell'Eritrea, capoluogo L'Asmara, comprende le popolazioni
dell'ex-Colonia Eritrea più le tigrine e dàncale fino ai limiti
meridionali déll'Aussa.
- Governo della Somàlia , con capoluogo Mogadìscio , comprende le
popolazioni della vecchia Colonia della Somàlia italiana, più quelle
dell'Ogadèn e marginali dell'altipiano.
L’Impero di Etiopia formato da:
- Governo dell'Amara, capoluogo Gondar, comprende le popolazìoni
amàriche dell'altipiano, dalla regione del lago Tana allo Scioa.
- Governo dello Scioa, capoluogo Addis Abeba, capitale dell'Impero e
dell'A.O.I., comprende parte del vecchio Scioa.
- Governo di Haràr, capoluogo Haràr, comprende le popolazioni
omonime, e quelle degli Arussi e dei Bale.
- Governo dei Galla e Sidama, capoluogo Gimma, comprende i gruppi
ètnici dei Galla e dei Sidama posti ad occidente e a sud
dell'altipiano.
Primo governatore di Addis Abeba, fu lo squadrista della Marcia su
Roma Giuseppe Bottai, ora ministro per la Educazione nazionale.
Il Governatore generale, in quanto regge l'Impero, è anche Vicerè.
Per la religione vi è completa libertà di culto. Agl'islamiti è
stata concessa piena facoltà in tutto il territorio dell'A.O.I. di
ripristinare i loro luoghi di culto, le loro antiche istituzioni
pie, le scuole religiose. Le istituzioni cristiane hanno per Capo l'Abuna
di Addis Abeba.
La popolazione è entusiasta dei nostri medici militari che si
pròdigano per tutti e fanno fuggire gli spiriti maligni dal corpo.
S'istituiscono scuole d'ogni specie e grado nei maggiori centri.
Il Governo italiano ha prestabilito un piano di organizzazione e di
valorizzazione di tutta l'A.O.I. ed ha stanziato ragguardevoli
somme. Assicurato l'impiego di una notevole quantità di lavoratori
italiani viene avviato lo sviluppo economico dell'Impero d'Italia.
La spesa più ragguardevole è quella rappresentata dalle strade.
Quelle ideate da noi sono strade sicure e per ogni sorta di veicoli.
Si è già costruita la grande camionabile Assab-Dessíè che finalmente
risolve il problema della circolazione in Etiòpia a vantaggio di
Assab e di Massàua.
Le risorse attuali e potenziali dell'Impero, disse il Duce, sono
eccezionali.
Nella grande varietà di climi, e di altitudini sono possibili
infiniti generi di colture e di allevamenti. Tecnici nostri hanno
già sperimentato le coltivazìoni piú redditizie da farsi, sia per il
consumo sia per l'esportazione.
Il caffè coltivato razionalmente e più estensivamente, dà un
notevole reddito. La produzione del cotone è curata in modo
particolare. In Etiòpia crescono bene la varietá egiziana (la più
pregiata) e l'americana.
Da certa flora etiopica possiamo avere prodotti chimici aromatici e
medicamentosi. Le grandi boscaglie, della zona occidentale, offrono
legni pregiati.
Il bestiame è abbondantissimo, ma l'allevamento sinora è stato fatto
in modo empirico. I nostri veterinari insegnano come si sceglie il
mangime, come si proteggono gli animali dalle malattie, come si
incrociano le razze selezionate, per ottenere carni, lane e pelli
sempre migliori.
La produzione mineraria è promettente. Si trovano miniere di oro
nello Uòllega e nel territorio dei Beni Sciangúi. Fra le sabbie del
torrente Birbìr si trova platino per circa 1000 chilogrammi annui.
Abbiamo anche minerali di piombo, argento, ferro, rame, mercurio,
zolfo, ecc. Si sono trovate anche rocce per cementi e per calce.
Potenti forze potranno essere disciplinate utilizzando le cascate
naturali. La elettríficazione delle ferrovie è solo questione di
tempo.
Su tutto e fra tutti sta la parola d'ordine del Duce: “Nell'Africa
v'è lavoro e gloria per tutti”.
- LA LIBERAZIONE DELL ' ALBANIA
Durante la guerra
1915-1918 l’Italia occupò quasi tutta l'Albania e vi sarebbe rimasta
a continuare l'opera di civilizzazione se il Governo d'allora, nel
1920, non avesse ritirato le truppe.
Il 7 aprile 1939 un corpo di spedizione, al comando del generale
Alfredo Guzzoni, in pochi giorni occupò tutto il territorio. Certi
Stati d'Europa protestarono per questo interessamento dell'Italia,
la quale sapeva di compiere un'opera di bene e nello stesso tempo
salvaguardava i suoi interessi di Potenza adriatica. V’era anzi il
fondato sospetto che, se non interveniva l'Italia, si sarebbe fatto
avanti il Regno Unito di Gran Bretagna.
Il Governo albanese, convocati, ad occupazione avvenuta, i
rappresentanti del Popolo, deliberò, fra il più vivo entusiasmo, di
offrire la corona al nostro Re Imperatore.
Egli accettò, e dal 16 aprile 1939-XVII prese il titolo di Re
d'Italia e d'Albania, Imperatore d'Etiopia.
Il Re è rappresentato in Albania da un Luogotenente Generale che
risiede a Tirana, la capitale.
Essi si dedicano per lo più alla pastorizia e all'agricoltura,
ancora alquanto primitiva. Un impulso verrà dato dall'Italia alle
coltivazioni più utili e proficue, compresi gli ortaggi e le frutta.
L'Italia ha rivolto le sue cure anche all'utilizzazione delle
risorse minerarie: petrolio, ferro, cromo, rame. Parallelamente
l'Italia ha rivolto le sue cure alla costruzione di strade, di
acquedotti, di scuole, di ospedali.
- L ‘ IMPERO E’ RIAPPARSO SUI COLLI FATALI DI ROMA
Operai, agricoltori
e soldati sono scesi a difenderlo col sangue.
Il più vasto sogno degl’Italiani di ogni tempo s'è avverato e noi
dobbiamo esser orgogliosi pensando che questa conquista è tutta
merito nostro. Nessuno ci ha aiutato. Le più sorde e sordide
ostílità straniere hanno cercato di sbarrarci la strada verso
l'Impero.
Tutte le altre grandi Nazioni che vivono sul Mediterràneo o intorno
al Mediterràneo posseggono sbocchi liberi fuori del Mediterràneo,
possono cioè respirare senza chiederne il permesso ad altre Potenze.
La Germània, la Frància, la Spagna s'affacciano all'Atlàntico; la
Rùssia al Mar Bianco; l'Egitto al Mar Rosso.
Soltanto l'Italia, che dal bacino mediterràneo portò la luce della
Civiltà a tutti i popoli rivieraschi e all'intera Europa, è
prigioniera del «suo» Mare. Non solo, ma deve tollerare che le
massime chiavi di questo mare - Gibilterra, Malta, Cipro, Porto Said
- siano nelle mani di Potenze estranee al mare stesso. A questo ha
voluto accennare il Duce dichiarando: « Se per gli altri il
Mediterràneo è una strada, per noi è la vita ».
Osservando la quinta tavola che sta esposta sulla Via dell'Impero a
Roma, risalta l'estensione del territorio su cui sventola il nostro
tricolore.
Sentiamo che v'è una forza spirituale che unisce ed eleva tutti
gl'Italiani, forza che è fatta di laboriosità, di cultura, di arte,
di disciplina, di saggezza, di vera civiltà.
Tali virtù ha ridestate in noi il Fascismo, movimento mistico,
civile e militare, che Benito Mussolini creò il 23 marzo 1919 per
abbattere il nascente bolscevismo all'interno e dare una coscienza
imperiale agl’Italiani.
Facendo leva sulle antiche virtù della nostra razza, mai sopite, ha
dato alla giovane Italia, attraverso nuovissimi ordinamenti, i
valori spirituali che costituiscono la forza e la dignità di un
popolo.
L'Italia fascista è questo popolo che vuol vivere e progredire, è
questa terra, questo cielo, questo mare, è questo Genio che crea e
marcia impavido, illuminato da Dio.
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