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Crimini alleati – Buccino: La Gorla del Sud

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Buccino e Gorla: due località estremamente lontane ed estremamente diverse. La prima nell’entroterra della provincia salernitana, un paesino sperduto; la seconda alla periferia di Milano. Entrambe accomunate da barbari quanto immotivati bombardamenti dei criminali Alleati che consegnarono alla morte innocenti bambini.

Riprendiamo questo articoli di Marcello Maresca apparso tempo fa su ACTA, il periodico dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale Italiana.

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bombardamentiAll’indomani dello sbarco alleato del 9 settembre, le condizioni di vita della popolazione divennero sempre più precarie. Quelle poche derrate alimentari fornite tra mille difficoltà nei mesi precedenti, erano un puro ricordo. Iniziarono a fiorire il mercato nero e fenomeni di sciacallaggio favoriti dalla libertà concessa ai detenuti per reati comuni.

Per almeno dieci giorni la situazione sul fronte dello sbarco non era tranquilla, l’afflusso delle truppe tedesche fece temere un fallimento dello sbarco se non addirittura la fuga delle truppe anglo-americane. Proprio in questo contesto fu determinante l’azione dei bombardieri che incessantemente seminarono terrore e morte tra le popolazioni inermi.

Tra i tanti episodi più o meno noti merita di essere ricordato l’eccidio perpetrato ai danni della tranquilla e pacifica popolazione di un piccolo centro dell’entroterra salernitano, Buccino, che, come tanti altri, ricorda le “prodezze” dei liberatori. Questo episodio, più dei tanti altri forse ancora sconosciuti ai più, può destare raccapriccio e stupore. Vorrei avvicinarlo a ciò che accadde a Gorla, dove tanti piccoli innocenti vennero colpiti senza un motivo e una logica. Forse tentiamo di dare una spiegazione logica per ciò che logico non è, perchè dettato dalla pura bestialità ed incapacità ad agire ad armi pari e con lealtà. E’ fin troppo facile mostrare i muscoli con i più deboli e ciò accadde a Buccino come a Gorla.

I corpi di 14 ragazzi vennero lasciati in un mare di sangue su un piccolo campo di calcio, dove questi adolescenti trascorrevano le loro giornate estive in attesa della riapertura delle scuole, che per loro non arrivò mai. L’ignobile gesto dei “liberatori” non si limitò a spezzare queste giovani vite. Nella stessa giornata il piccolo paese venne travolto da una marea di bombe che provocarono un centinaio di morti. La presenza nella zona di una colonna corazzata di soldati tedeschi aveva “autorizzato” gli angloamericani a compiere tali eccidi, che nel corso della guerra diventeranno tristemente frequenti soprattutto sulla popolazione inerme, colpevole, forse di considerare ancora alleati i tedeschi, nel rispetto dei patti e non come i caporioni di turno pronti a saltare sul carro dei vincitori.
Ripropongo per un degno ricordo di ciò che accadde, un articolo apparso dopo 11 anni dai fatti, pubblicato su un settimanale locale e a firma di Giacomo Mele, che fu negli anni successivi valente avvocato del foro salernitano nonchè combattivo dirigente del Movimento Sociale Italiano negli anni ’70.

Sedici settembre di undici anni fa! Ogni volta che penso a questa data un’accorata tristezza si diffonde nel mio spirito e mi torna nella mente, come portato attraverso le nebbie del tempo da riflessi sanguigni, un ricordo di morte. Il sole del sedici settembre ’43 rischiarò Buccino con sprazzi di torbida luminosità che scivolavano pesantemente giù dalle non lontane creste degli Alburni in un’aria immobile ed attonita, mentre neri stuoli di corvi tracciavano l’azzurra chiarità mattinale con cupe strida, quasi in un presagio di sventura. Lontano, verso Salerno, rombava il cannone. I campanili delle chiese dell’industre cittadina suonarono chiamando i fedeli alla Messa. Una dopo l’altra si aprirono le botteghe e cominciò a scandire il suo tinnante inno al lavoro l’incudine del fabbro, a stridere la sega del falegname. Schiere di donne dai volti adusti di sole attraversando le strade si dirigevano verso i feraci vigneti degradanti verso il Tanagro per la vendemmia. Quest’anno però ogni letizia era morta; non un canto si levava dalle vendemmianti.

Seguivano tacitamente il monotono zoccolio degli asini carichi di tini con gli occhi pieni d’angoscia per i loro uomini lontani, travolti nel turbine della guerra. Ma lo strano presagio di sventure sospeso nell’aria di quel giorno di settembre, quel non so che di terribile ed al tempo stesso di arcano che rendeva obliquo il volo degli uccelli e faceva scartare bruscamente gli asini carichi di mosto per non so qual nervosismo, non trovava rispondenza nell’animo sempre lieto dei fanciulli, che la tristezza e la malinconia toccavano fuggevolmente come l’acqua che cade sulla superficie convessa di uno specchio e, lambitala appena, rapidamente si sparge. E voi eravate lieti, miei piccoli amici, che oggi avreste vent’anni, lieti come in tutti gli altri giorni di quella strana proroga di vacanze. Ricordo: non si sapeva quando si sarebbero riaperte le scuole, ogni giorno poteva essere l’ultimo di libertà, ogni giorno potevano riaprirsi per noi le aule maleolenti di inchiostro e di stantio. Quel sedici settembre era un altro giorno di vacanza e vi tuffaste felici nello sfolgorio del sole, che doveva essere il vostro ultimo: una macabra larva dalle mani scheletrite e lorde di sangue vi tendeva l’agguato tra i tronchi e le cataste di tavole poste a stagionare presso quella segheria, che tante volte era stata teatro dei vostri giochi sperticati. Sapete miei piccoli amici, io la ricordo spesso quella segheria e le nostre fantastiche cariche per immaginari campi di battaglia a cavalcioni degli immobili tronchi, e le accanite cacce alle lucertole con il lungo cappio d’erbaccia, gl’inseguimenti affannosi alle coccinelle, alle farfalle, e i graffi e gli strappi procuratici per cogliere le more dalle ostili siepi di rovi: e tutte tornate dinanzi alla mia mente: Nandino, Adolfo, Tonino, Ettore, Francesco ed altri ancora; un ghigno birichino, una testa adorna di riccioli neri, un ciuffo biondo, un viso scanzonato e sorridente, un camiciotto scucito, un pantaloncino consunto dal divertentissimo sdrucciolare lungo un canale di cemento, là, dietro la cappella di San Vito. Giocavate beati tra i i tronchi quando un rombo di motori vibrò sinistramente nell’atmosfera. Erano gli aerei dei “liberatori”. Voi non temeste: Nessuno in paese ebbe paura: Solo i colombi che tubavano sugli sbrecciati cornicioni di Sant’Antonio si levarono in volo nell’azzurro e scomparvero dietro le colline. Altre volte gli aerei dei “liberatori” avevano sorvolato Buccino, che era fuori d’ogni rotta strategica, ma si erano limitati a lanciare dei volantini esortanti la popolazione alla calma ed alla letizia, poichè tra pochi giorni le truppe alleate ci avrebbero portato la fiaccola luminosa della civiltà democratica.
Le stesse cose dai microfoni di radio Londra blaterava qualche rinnegato. E voi, miei piccoli amici, li vedeste venire gli aerei liberatori ed aspettaste il turbinio dei volantini nell’aria. La squadriglia volteggiò sul paese, poi si abbassò, picchiò, sganciò il suo carico di bombe, virò e tornando a volo radente infierì selvaggiamente con le mitragliere proprio su di voi fanciulli; falciò coloro che il tritolo delle bombe aveva risparmiati. Un nero polverone sommerse il paese dilagando anche sulle campagne circostanti. Quando si fu dileguato, portato via dalla lieve brezza settembrina, biancheggianti sinistramente al sole le rovine delle case diroccate, brillò purpureo il sangue di circa cento assassinati. Tredici di voi, tredici compagni dei miei giochi di fanciullo, giacevano morti o morenti tra i tronchi dei quercioli e dei castagni. Furono portati al camposanto tra quattro assi male inchiodate gocciolanti sangue, bagnate di lacrime disperate. I colombi tubano ancora sui cornicioni di Sant’Antonio e da quel settembre per undici volte il vino è ribollito nei tini e per undici volte sono ingiallite e rinverdite le foglie degli alberi. Io mi fermo talvolta a contemplare i dolci tramonti di settembre; osservo il morbido gioco delle nuvolette rosate e dei cirri di croco all’orizzonte; mi prende l’incantesimo delle vaghe fantastiche forme che i vapori assumono nel ciclo dell’opale. Siete voi che muovete in mille fogge le nubi, compagni della mia fanciullezza? E’ forse vostro l’argentino cicaleccio che mi carezza leggero le orecchie sul murmure soave del vento?”

Ilduce.net dedica una preghiera ed il proprio ricordo ai 14 ragazzi uccisi (erano tredici, il quattordicesimo morì per via delle ferite ricevute successivamente)

Giuseppe Basile di anni 11; Giuseppe Catone di anni 14; Antonio Cipriani di anni 10; Adolfo De Chierico di anni 13; Cosimo Grimaldi di anni 13; Ercole Grimaldi di anni 10; Gerardo De Lucia di anni 11; Armando Li Santi di anni 14; Gerardo Monaco di anni 7; Gerardo Russo di anni 9; Giuseppe Parisi di anni 13; Ferdinando Salimbene di anni 11; Ettore Scaffa di anni 11; Francesco Tozzo di anni 11;

Possiate riposare in pace.
Noi non vi abbiamo dimenticato.

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Un commento

  1. Eccoli i liberatori, criminali e basta! Tanta gente uccisa inutilmente per cui nessuno ha mai pagato! Vergogna!

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