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DINO
GRANDI
di Mordano
(1895-1988)
Uno degli uomini
più importanti e controversi del secolo XX: costruttore e
organizzatore del Fascismo, arteficie del prestigio Italiano
all’estero e del rinnovamento dei codici giuridici Italiani, eroe di
guerra, ma primo responsabile del cosiddetto tradimento del ’43.
Odiato nel dopoguerra tanto dai rossi quanto dai reduci
Repubblichini, trascurato dalla storiografia ufficiale, ebbe in
realtà una vita oggettivamente non comune, lunghissima, ricca di
avvenimenti, costellata sia di successi che di insuccessi.
Dino
Grandi nacque il 4 giugno 1895 a Mordano, in Provincia di
Bologna, da una famiglia schiettamente contadina. Il padre
amministratore di una grande tenuta, era un ex seminarista divenuto
nel tempo anticlericale e liberalmonarchico di stampo
risorgimentale; tra le amicizie del padre si annoverava il famoso
Andrea Costa, primo socialista ad entrare in Parlamento. Nonostante
l'anticlericalismo paterno, Dino Grandi si avvicinò giovanissimo
alle strutture ecclesiastiche diventando assiduo frequentatore della
parrocchia. Da giovinetto si recò a Ferrara per frequentare il
liceo. Quivi conobbe e si entusiasmò degli scritti di D'Annunzio e
Marinetti; le sue letture preferite erano Croce e Nietzsche; con la
sua educazione religiosa si avvicinò agli ideali del socialismo
cristiano di Murri. Finito il liceo nel 1913, indeciso inizialmente
tra le facoltà di medicina e di lettere, si risolve alfine per
giurisprudenza, a Bologna. Voce principale dell'interventismo
rivoluzionario universitario bolognese, il diciannovenne Grandi
inizia una intensa attività giornalistica entrando nella redazione
del Resto del Carlino, su richiesta di Nello Quilici, amico di Italo
Balbo. Il Quilici lo apprezza tanto che lo chiama a Roma come
giornalista parlamentare.
Nella capitale è il periodo dei grandi fermenti politici, che
affascinano il ventenne Grandi, il quale, rientrato a Ferrara nel
1915, pronuncia un memorabile discorso interventista davanti al
monumento di Garibaldi, indossando una camicia rossa garibaldina, e
invocando la “guerra di redenzione”. Anche lui come tanti socialisti
rivoluzionari, crede che la guerra porterà finalmente alla vera
Rivoluzione antiliberale. Conosce per la prima volta Mussolini e
come lui parte volontario, lasciando gli studi, arruolandosi nello
stesso corpo alpino di Balbo. In guerra dimostra un notevole eroismo
e le sue gesta lo portano alla promozione sul campo a capitano ed al
conferimento di una medaglia d'argento e due croci di guerra. Dopo
la Vittoria si congeda e si trasferisce ad Imola riprendendo gli
studi.
Ripresa l'attività politica come socialista rivoluzionario
(1918-19), rimane scontento del disfattismo del partito socialista e
si risolve di unirsi a Mussolini nella fondazione dei Fasci di
Combattimento (1919). Nel frattempo termina i suoi studi con la
laurea in legge con una tesi in economia politica, “La Società delle
Nazioni e il libero scambio”. Mussolini ne comprende l'abilità
organizzativa e lo nomina organizzatore dello squadrismo bolognese.
La sua guida porta a questo squadrismo una connotazione agraria
marcatamente antisocialista. La sua azione si rivolge soprattutto
contro le Camere del Lavoro, accusate di essere la sede della
coercizione forzata dei lavoratori: alla violenza socialista
perpetrata contro i contadini e gli agrari, Grandi risponde con
l'organizzazione degli assalti di difesa dello squadrismo; col
“santo manganello” riesce a ristabilire ordine e disciplina nelle
campagne bolognesi, così come Balbo riuscì a fare nel ferrarese;
diventato un eroe del mondo agrario locale viene eletto Deputato nel
maggio del '21; tuttavia non avendo ancora l'età richiesta per
l'elezione (30 anni; lui ne ha ancora soltanto 26!), viene
sostituito da un collega più vecchio. Continua pertanto ad essere la
guida delle organizzazioni sindacali contadine Fasciste con
prospettive rivoluzionarie antiborghesi. Accolse freddamente il
patto di pacificazione voluto da Mussolini con le forze avverse e
depose suo malgrado il "santo di legno": a Mussolini disse: “Con il
patto i rossi rialzano la cresta!”. Il giovane Grandi espresse
questo suo pensiero in un articolo dell'Assalto il 6 agosto 1921,
contestando la nuova linea morbida e ribadendo che l'orda rossa
doveva essere piegata ad ogni costo. Mussolini gli risponde tre
giorni dopo sul Popolo d'Italia esigendo un chiarimento ed
affermando che la Rivoluzione necessitava di un momento di
tranquillità che preludesse alla vittoria finale, mettendo in conto
anche una eventuale scissione dall'ala oltranzista di Grandi e
perfino le dimissioni dal Movimento dei Fasci. Il 16 agosto del 1921
Grandi riunisce l'ala oltranzista a Bologna, che decide
all'unanimità di chiedere a Mussolini la rescissione del patto;
Mussolini risponde con le dimissioni dalla commissione esecutiva dei
Fasci. Di fronte a tale inaspettata crisi Grandi e Balbo si
rivolgono a D'Annunzio sperando in un suo intervento pacificatore.
Al congresso Fascista di Roma del novembre '21 si paventa una
scissione, ma Grandi nel suo discorso si dimostra disponibile al
compromesso e propone a Mussolini alcuni punti di accordo, ribadendo
però la sua contrarietà al patto di pacificazione. Mussolini
risponde accettando le condizioni di Grandi: con la fine del
congresso, che si temeva sancisse una scissione, il Fascismo si
ritrova unito più che mai e trasformato a grande maggioranza da
movimento a Partito, con alla guida, lui, Benito Mussolini, il
futuro Duce. Dentro il nuovo partito Grandi emerge subito come
inaspettato moderatore dei rivoluzionari romagnoli.
Alla vigilia della Rivoluzione del '22, insieme a De Vecchi e
Federzoni si reca a Roma per organizzare le squadre e viene nominato
da Mussolini Capo di Stato Maggiore dei Quadrumviri. In tale veste è
tra gli organizzatori della trionfale Marcia su Roma. Contrario come
Bianchi a una coalizione con i popolari, propone in un articolo sul
Popolo d'Italia del 12 Gennaio 1923 una soluzione "tecnica" con un
gabinetto "apartitico", soluzione però non accettata da gran parte
del Partito. Rifiuta perciò di diventare Ministro del nuovo governo.
Eletto Deputato del PNF nel 1924, Grandi diventa subito
Vicepresidente della Camera, ad appena 29 anni; nello stesso anno si
sposa con l'ereditiera Antonietta Brizzi, sua conterranea, che gli
porta una cospicua dote. Questa donna, colta e bellissima, sarà
un'eccellente moglie, che accompagnerà Grandi nella sua futura
attività diplomatica. Con la vicenda del delitto Matteotti del
giugno '24, Grandi è tra gli artefici dell'opera di rassicurazione
dell'opinione pubblica e degli ambienti moderati. Nel nuovo governo,
il Duce gli affida la carica di Sottosegretario agli Interni, e, nel
maggio del '25, di Sottosegretario agli Esteri, carica che terrà per
quattro anni, in cui tra l'altro, imparerà perfettamente la lingua
inglese ed entrerà in contatto col mondo britannico.
Il 12 settembre del 1929 Grandi diventa Ministro degli Esteri in una
fase molto delicata, e ancor più delicata quando in ottobre il mondo
entra in crisi dopo il ben noto crollo di Wall Street. E' il momento
in cui occorre rilanciare l'iniziativa italiana e soprattutto il
Fascismo, che ora, con l'America in crisi, l'Inghilterra
isolazionista, la Russia nel terrore comunista e la Germania
sull'orlo del baratro, è il sistema economico e politico che tutti
guardano come modello. Nella sua veste di Ministro degli Esteri,
Grandi denota la sua eccezionale abilità diplomatica e contribuisce
all'ottima immagine dell'Italia Fascista nel mondo di quegli anni. I
rapporti che imposta Grandi con i vari Stati sono ottimi. Riesce
addirittura ad imbastire buoni rapporti commerciali nientemeno che
con i sovietici. L'obiettivo di Grandi è di puntare al mantenimento
e al consolidamento di una pace in Europa, ed è molto realista.
Disse una volta, profetico: “una guerra oggi fra le Nazioni d'Europa
altro non si risolverebbe se non in una immane catastrofica guerra
civile, in un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro vecchio
e glorioso continente”. Inoltre è realista sull'Italia bellica e
sull'Italia politica: “Il Paese è ricco di uomini, ma è povero di
risorse, e non può ancora permettersi il lusso di competere con le
grandi potenze sulla preparazione bellica”. E ancora: “Bisogna
impegnarsi coraggiosamente in una politica di pace, volta al disarmo
e alla collaborazione internazionale. L'Italia può conquistare un
suo ruolo specifico e decisivo nel contesto europeo e porre così le
condizioni per far valere le proprie storiche rivendicazioni (...)
fino a condizionare la politica estera non soltanto in Africa o sul
Mar Rosso, ma anche su un più vasto terreno internazionale, in
Europa e nei rapporti intercorrenti con la Francia e l'Inghilterra.
Non dobbiamo parificarci adesso nei loro confronti come grande
potenza, nè possiamo imporlo, ma creare le condizioni per arrivare a
confrontarci: questo lo possiamo fare. Il problema sarà quello di
creare un ruolo stabile nel contesto internazionale, dobbiamo darci
delle direttive di fondo e ispirarci all'azione. Una potrebbe essere
quella di fare dell'Italia l'arbitro della situazione europea, l'ago
della bilancia”. Mai nessun Ministro degli Esteri fu così
lungimirante; il 2 ottobre 1930 disse: “La Nazione italiana non è
ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed
economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista
della vita europea. Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza
forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso
determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti
del dramma europeo, che prima o dopo esploderà. Posizione quindi di
forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità nel
futuro a condizione beninteso che l'Italia rimanga libera di
scegliere il proprio posto in caso di conflitto a seconda di quelli
che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i
suoi vitali interessi nazionali”. Durante una riunione della Società
delle Nazioni, il 31 agosto del 1930, già aveva scritto un appunto
ancor più determinato al Duce, citando Machiavelli: “Il tempo lavora
per noi. Noi saremo arbitri della guerra. Ma dobbiamo prendere più
alta quota possibile nella politica continentale europea. Fare della
diplomazia e dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di
quello che non abbiamo fatto finora. Il Trattato di Locarno è un
pezzo di carta inventato dalla democrazia, può diventare nelle
nostre mani la biscia che morde il ciarlatano. Con tutti e contro
tutti...". Grandi ripeterà le stesse cose nell'ottobre del 1931 al
Gran Consiglio. Eppure molti lo accuseranno di pacifismo e
disarmismo. Nella sua azione, Grandi cerca di mettere in difficoltà
la Francia, che da tempo è arrogante e si crede egemone in Europa;
"Se riusciamo a far questo sarà la stessa Francia a cercare accordi
con noi". Ed è per questo che Grandi insiste sulla rivalutazione
della Società delle Nazioni; lui mira a farla diventare una comunità
di eguali che si misurano unicamente sul prestigio e sulla forza
politica. Operando così, Grandi spiazzò tutti gli antifascisti che
accusavano il Fascismo, aprioristicamente e in malafede, di essere
bellicista. Inoltre questa politica di Grandi rafforzò le già buone
relazioni con la Gran Bretagna. Non solo, ma dagli stessi Stati
Uniti, quando Grandi nel novembre del '31 volò a incontrare il
presidente Hoover, ricevette molti apprezzamenti e la politica del
Fascismo in Europa e nel mondo iniziò ad avere un credito
universale. Sebbene Grandi operi diplomaticamente con queste idee
costruttive, la Francia non demorde, e anche se lo stesso Grandi ha
smascherato a Londra la scarsa volontà della Francia al disarmo,
ottiene solo una moratoria nella costruzione di nuove armi per un
anno; ma il fastidio e le ostilità di fondo rimangono. La Francia
rimane ostile all'Italia a prescindere da tutto, poiché troppo la
infastidisce avere un vicino potente.
Intanto si affaccia sulla scena la Germania di Hitler, assurto al
potere nel '33, con le sue richieste di annullamento delle
riparazioni di guerra e di riscossa dalle umiliazioni subite a
Versaglia. Di fronte a un riarmo improvviso di Francia e Germania,
sfuma così il sogno di disarmo di Grandi. Quando Mussolini inizia a
guardare con interesse alla Germania, lo fa, di concerto con Grandi,
con lo scopo di rendere l'Italia il famoso ago della bilancia. A
questo punto Grandi, dimessosi da Ministro degli Esteri, viene
inviato come Ambasciatore a Londra, dove resterà per sette anni,
mantenendo ottimi rapporti con gli inglesi, alternandosi fra
mondanità e politica. Sette anni eccellenti in quanto a diplomazia,
nonostante l'impresa dell'Italia in Etiopia, malvista e boicottata
dai britannici, nonostante le inique Sanzioni e la guerra civile
spagnola. Grandi fa il possibile perché Albione ragioni e “non
faccia il vile gioco della Francia”, ma l'attrito cresce di anno in
anno. Questo immenso sforzo diplomatico gli viene riconosciuto dal
Duce e dal Re, che lo crea nel 1939 Conte di Mordano. Con la Firma
del Patto d'Acciaio, che Grandi definì assurdo, inizia un grave
attrito con Mussolini e Ciano. Grandi continua una diplomazia ormai
sterile con Gran Bretagna, Russia e Francia. Essendo ormai rotti i
rapporti con la Gran Bretagna, Grandi viene nel Luglio del 1939
richiamato dal Re in Italia e viene nominato Ministro della
Giustizia, Guardasigilli e Presidente della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni (la quarta carica del Regno).
In settembre scoppia la guerra in Polonia: Grandi affronta Mussolini
e lo consiglia di denunciare il Patto d'Acciaio e di riprendere
contatti con la Gran Bretagna. Egli teme che l'Italia, intervenendo
a fianco della Germania, cadrà nel baratro. Grandi è soddisfatto
quando Mussolini si risolve per la non belligeranza. Tuttavia non
riesce ad evitare la dichiarazione di guerra del 1940. Per evitare
comunque che nasca subito una divisione politica, il Presidente
Grandi pronuncia alla Camera un discorso dai toni aggressivi e
bellofili. All'apertura del fronte greco, Grandi decide di partire
volontario (caso unico per un Presidente della Camera) e tocca con
mano la totale impreparazione militare non solo di mezzi ed è
costretto a vedere nei comandi tanta superficialità e tante accuse
reciproche. Intelligente com'è, Grandi forse è l'unico a rendersi
conto pienamente della gravità della situazione. Dirà in seguito
nelle sue lunghe memorie suddivise in due libri (“25 luglio,
quarant'anni dopo” e “Il mio Paese”): “i fatti erano quelli e
piuttosto chiari”, ammettendo di aver meditato ed abbozzato già
allora il famoso ordine del giorno del 25 luglio 1943. I tedeschi
chiamati in aiuto salvarono momentaneamente la situazione in Grecia,
ma quando Grandi rientrò a Roma nell'aprile del 1941 era totalmente
scoraggiato e scrisse all’incirca: “ne ho viste tante in sei mesi:
la nostra totale impreparazione, l'arroganza tedesca; vidi liquidare
Badoglio come capro espiatorio da un impreparato come Farinacci, che
pur avendo tante responsabilità, non era certo l'unico colpevole”.
Grandi decide di esprimere tali e tante perplessità al Duce stesso,
che però non gli presta ascolto, e al Re, che gli confida
semplicemente di non sapere che fare.
Dopo un mese c'è l'invasione tedesca alla Russia e Grandi decide di
dedicarsi al suo compito di Ministro della Giustizia: in tale veste,
avvalendosi della collaborazione dei maggiori esperti di diritto
procede alla riforma dei codici di Procedura Civile, del Codice di
Navigazione e del Codice Civile, ultimato brillantemente nel 1942;
contrario alle leggi razziali sin dal ‘38, ottiene che non siano
inserite nel Codice Civile, ma restino nella legislazione
transitoria ordinaria. Viene insignito nel marzo del 1943 del
Collare della SS. Annunziata. Precipitando gli eventi, si risolve
all'azione: ormai deluso da un Mussolini, a suo giudizio ormai privo
di volontà e succubo di Hitler, redige l'ordine del giorno che
determina la caduta del Regime nel luglio del 1943; nel caos
generale che ne segue si rifugia all'estero (Portogallo, Brasile,
Spagna), presso i numerosi Ambasciatori che aveva conosciuto nella
sua lunga attività diplomatica, rifiutando di partecipare a
qualunque governo. Condannato a morte in contumacia prima dal
tribunale di Verona del 1944 e in seguito dai tribunali partigiani
gappisti, torna in Italia dopo l'amnistia nel 1946.
Nei quarant'anni che seguirono si dedicò privatamente al giornalismo
e alla scrittura di libri di memorie, difendendo il suo operato
dagli attacchi da un lato dei rossi, dall'altro dei reduci
Repubblichini, proclamando di aver agito sempre secondo coscienza
per il bene dell'Italia. Gli fu anche proposto di ricandidarsi alla
Camera, ma rifiutò costantemente.
Morì a Bologna il 21 maggio 1988 vicino alla ragguardevole età di 93
anni.
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