Il
mito di Garibaldi fu fatto proprio dal fascismo che propose una linea di
continuità tra camicie rosse e camicie nere. Questo il tema trattato da
Mussolini in questo discorso pronunciato al Granicolo in occasione dello
scoprimento del monumento ad Anita, nel cinquantenario della morte
dell’eroe dei due mondi.
Roma,
30 maggio 1932
Il
governo fascista ha voluto dedicare alla memoria di Anita, la presenza
galoppante, nell’atteggiamento di guerriera che insegue il nemico e di
madre che protegge il figlio. L’artista insigne, che ha così dato oltre
l’effige lo spirito di Anita, che conciliò sempre, durante la rapida
avventurosa sua vita, i doveri alti della madre con quelli della
combattente intrepida al fianco di Garibaldi. E’ nel cinquantenario
della morte dell’eroe, cinquantenario che vorremmo celebrato come
nazionale solennità, che il monumento si inaugura alla vostra augusta
presenza, alla presenza dei discendenti di Garibaldi e dei prodi
garibaldini, alla presenza ideale di tutto il popolo italiano. Di
Garibaldi fu detto prima e
dopo la morte, dalla storia, dall’arte, dalla poesia, dalla leggenda che
vive nelle anime delle moltitudini più a lungo della storia. Adolescenti,
il nome di Garibaldi ci apparve circonfuso dalle luci di questa leggenda.
Le camicie nere che seppero lottare e morire negli anni
dell’umiliazione, si posero politicamente sulla linea delle camicie
rosse e del prode condottiero.
Durante
tutta la sua vita egli ebbe il cuore infiammato da una sola passione:
l’unità e l’indipendenza della Patria. Tra i due periodi giganteggia
Garibaldi che ha un solo pensiero, un solo programma, un sola fede:
l’Italia. Coerente, di una perfetta coerenza, che gli apologeti postumi
del suo nome non sempre compresero, fu coerente, e quando offriva la sua
spada a Pio IX, e quando vent’anni dopo, lanciava i suoi disperati
legionari sulle colline di Mentana. Coerente quando collaborava con
Cavour, seguiva Mazzini, serviva Vittorio Emanuele II, osava Aspromonte.
La marcia dei Mille, da Marsala al Volturno, guerra e rivoluzione insieme,
elemento portentoso che ha dato per sempre l’unità della Patria. Il
suono della vita, anche in quella di Garibaldi, le minori e le mediocri
cose che accompagnano inevitabilmente l’azione – polemiche,
ingratitudine, abbandoni -, un uomo non sarebbe più grande se non fosse
uomo fra gli uomini.
Ma
la storia ha già tratto dalle fatali antitesi la sintesi della definitiva
giustizia, e Garibaldino è vivo più alto e più possente che mai nella
coscienza della nazione e nelle coscienze di libertà.
Le
generazioni del nostro secolo, cariche già di sanguinose esperienze,
attraverso la più grande guerra che l’umanità ricordi, ebbero un
pregio. Se il cavaliere bronzeo che sorge qui vicino diventasse uomo vivo
e aprisse gli occhi mi piace sperare che egli riconoscerebbe la
discendenza delle sue camicie rosse nei soldati di Vittorio Veneto e nelle
camicie nere che da un decennio continuano sotto forma ancora più
popolare e più feconda, il suo volontarismo. E sarebbe lieto di posare il
suo sguardo su questa Roma, luminosa, vasta, pacificata, che egli amò di
infinito amore e che fin dai primi anni della giovinezza identificò con
l’Italia.
Sire,
finchè su questo colle dominerà la statua dell’eroe sicuro e forte sarà
il destino della Patria (Applausi).