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Il Decennale
1922-1932
Discorsi
del Decennale
Il
decennale rappresentò per il fascismo una grande occasione
propagandistica. Le manifestazioni si susseguirono e la presenza di
Mussolini nelle piazze d’Italia si moltiplicò. Qui vi presentiamo una
selezione dei discorsi del duce. Tra di essi particolare rilievo assume il
discorso pronunciato a Torino, al Lingotto, alla presenza del senatore
Giovanni Agnelli.
Torino, Piazza Castello 23 ottobre 1932
Camicie
nere, popolo di Torino, avevo promesso che non sarebbe trascorso l’anno
decimo del fascismo senza che io avessi visitato la vostra città. Ecco
che io mantengo la mia promessa. Sono fiero di essere tra di voi e vi
dichiaro con tutta schiettezza che la vostra accoglienza ardente ed
entusiastica ha superato le mie aspettative. (applausi).
Come potrebbe essere altrimenti? Torino è una città romana e ha dato la
nascita a un quadriumviro che in pace e in guerra merita, e non è per
abuso di retorica, l’appellativo di eroe. Un anno orsono a Napoli io
tracciai le linee di quella che doveva essere l’opzione fascista. Da
allora la storia d’Europa ha avuto degli avvenimenti di qualche rilievo.
Parlai allora della tragica contabilità della guerra e con due articoli
non dimenticati del Popolo d’Italia io affermai che su questa contabilità
era tempo di passare la spugna. La Conferenza di Losanna è una delle
poche che ha avuto una conclusione. Pilotata energicamente dal primo
ministro inglese la navicella delle riparazioni e dei debiti è oggi nel
porto di Losanna. Vorrà il grande popolo della repubblica stellata
ricacciare questa navicella dove c’è il dolore e il sangue di tanti
popoli, ricacciarla nell’alto mare? (NO). Io vorrei che questo no che
voi avete pronunciato con voce di tuono valicasse l’Atlantico e
giungesse a toccare il cuore di quel popolo.
Eppure oltre
le frontiere ci sono dei farneticanti i quali non perdonano all’Italia
fascista di essere in piedi. Per questi residui di tutte le logge è
davvero uno scandalo inaudito che ci sia l’Italia fascista, poiché
nessun nemico peggiore della pace di colui che fa di professione in
panciafichista o il baciafondaio. (Applausi).
Vi è un’altra questione che concerne una domanda tedesca. Il fascismo
ha avuto delle idee e delle direttive precise. La domanda tedesca per la
parità giuridica è pienamente giustificata. Bisogna riconoscerlo. Tanto
più presto, tanto meglio. Nello stesso tempo, finchè dura la conferenza
del disarmo, la Germania non può chiedere di riarmarsi in nessuna misura.
Ma quando la conferenza del disarmo sia finita, e abbia dato un risultato
negativo, allora la Germania non può rimanere nella Società delle
Nazioni se questo disarmo che l’ha mortificata non viene annullato
(Applausi). Non vogliamo l’egemonia in Europa. Noi saremo contro
all’affermarsi di qualsiasi egemonia, specialmente se questa egemonia
viene a cristallizzare una posizione di patente ingiustizia. (Applausi).
Altra bussola che ci guida nel cammino: la collaborazione delle classi. IN
questa città che ha così numerose maestrane, mi piace di solennemente
affermare che le classi lavoratrici hanno compiuto il loto dovere dinanzi
alla crisi e si sono caricate le spalle dell’inevitabile fardello. Debbo
anche aggiungere che le classi industriali italiane si muovono in questa
atmosfera con forza, tengono duro nell’attesa di tempi migliori. Ma se
la collaborazione è necessaria nei tempi facili, è indispensabili nei
tempi difficili quando ogni disperazione di energia è un vero e proprio
tradimento consumato ai danni della patria. Torino è stata meravigliosa
nell’opera di assistenza. Ci siamo già sganciati dal concetto troppo
meschino di filantropia per arrivare al concetto più vasto e più
profondo di assistenza. Dobbiamo fare ancora un passo innanzi:
dall’assistenza dobbiamo arrivare alla solidarietà nazionale.
(Applausi). Finalmente Torino deve avere il lavoro per le sue maestranze
(bravo) e tutto quello che è stato mostrato dal coraggio, dalla tenacia e
dalla genialità dei torinesi deve rimanere a Torino. (Applausi). C’è
qualcuno che pensa che noi ci preoccupiamo dell’inverno dal punto di
vista politico. E’ falso. Dal punto di vista politico potrebbero passare
anche 50 inverni grigi e niente succede. Tanto più che pensiamo che dopo
gli inverni grigi possano venire anche le primavere del benessere e della
gloria.
Ma è dal punto di vista umano, perché il pensiero che una famiglia
soffra dà a me stesso una sofferenza fisica, perché io so, so per averlo
provato, che cosa vuol dire…. (duce, duce).. che cosa vuol dire la casa
deserta e il tetto nudo. (Applausi).
Camerati
torinesi, questa veramente magnifica comunione di spiriti, per cui noi in
questo momento siamo un solo cuore e una sola anima, non potrebbe
chiudersi senza rivolgere un pensiero, pieno di profonda devozione, alla
maestà del Re (applausi), che rappresenta la continuità, la vitalità,
la santità della Patria.
Quale dunque è la parola per il nuovo decennio verso il quale noi andiamo
incontro con l’animo dei vent’anni. La parola è questa: camminare,
costruire e, se necessario, combattere e vincere.
Torino,
visita alla Fiat, 24 ottobre 1932
Il
discorso di Benito Mussolini viene introdotto dal senatore Agnelli.
Agnelli:
Questo sentimento che ogni vero italiano nutre per voi è fatto di
ammirazione e gratitudine. Ammirazione per la vostra personalità
dominatrice e gratitudine per la confidabile opera di governo con la quale
avete migliorato in ogni campo della vita nazionale e internazionale il
posto e il destino del paese. I risultati di questo vostro lavoro, che è
atto di fede ed esempio di organizzazione e di metodo, si impongono a
tutti. Ma soprattutto parlano alla coscienza dei lavoratori perché voi
stesso venite dal popolo ed è sempre soltanto verso di esso che andate
col pensiero e con l’azione. Qui al Lingotto batte il cuore di Torino
operaia, dal nostro cuore si leva con entusiasmo l’evviva alla rinnovata
Italia e al suo duce. Viva Benito Mussolini. (EVVIVA).
Mussolini:
Camerati e operai della Fiat, ascoltatemi per alcuni minuti. Sarò breve,
perché il mio discorso di ieri certamente lo avete ascoltato e poi perché
la mia giornata di oggi è piena. Sarò breve ma voglio dirvi alcune cose
importanti. Quando in occasione della mia visita a Torino si fece anche il
caso se avessi dovuto o no venire tra voi, io risposi: “andrò tra gli
operai della Fiat e meno sarò circondato e meglio sarà”. Quello che vi
ha detto poco fa il senatore Agnelli è sacrosantamente vero. Io mi
preoccupo tutti i giorni, dalla mattina alla sera, lavorando senza contare
le ore di lavoro, mi preoccupo di dare il massimo lavoro possibile a tutti
gli italiani. (applausi). E sono felice quando so che una fabbrica, che
un’industria, che una maestranza ha garantito il lavoro per un lungo
periodo di tempo. Nessuno può smentirmi perché questa è la parola della
veridica verità (duce, duce). Ora i doveri mi chiamano ma io sono
convinto che il nostro incontro di questa mane resterà perennemente
scolpito nei vostri cuori così come resta fermamente scolpito nel mio
cuore.
Milano,
Piazza Duomo, 25 ottobre 1932
Camicie
nere, popolo di Milano, come non ricordare le adunate del 1915, di quel
“maggio radioso” che è stato il germe della nuova vita d’Italia.
Come non ricordare, parlando da questo sacrato, l’anima e la voce di
Filippo Corridoni, autentico eroe del popolo. Quando, dieci anni fa, che
sono qualche cosa nella vita di un uomo ma un piccolo periodo di tempo
nella vita di un popolo, noi muovemmo all’assalto della vecchia classe
politica italiana, che aveva mal governato, soprattutto per mancanza di
coraggio e volontà, c’erano degli storici, dei dottrinari, degli
osservatori, i quali fecero in quel tempo le più ridicole profezie. Oggi,
con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che
questo secolo decimoventesimo darà il secolo del fascismo. (Applausi).
Sarà il secolo della potenza italiana. (Applausi). Sarà il secolo
durante il quale l’Italia tornerà per la terza volta ad essere
direttrice della civiltà umana. (Applausi). Perché fuori dai nostri
principi, e soprattutto in tempi di crisi, non c’è salvezza né per gli
individui e tantomeno per i popoli. (Applausi).
Fra dieci anni – lo si può dire. Senza fare i profeti – l’Europa
sarà cambiata. Non da ora si sono commesse delle ingiustizie, anche
contro di noi, soprattutto contro di noi. (Grida di protesta). E niente di
più triste il compito che vi spetta di dover difendere quello che è
stato il sacrificio magnifico di sangue di tutto il popolo italiano.
Voglio dirlo ancora una volta: l’eroismo individuale e collettivo del
popolo italiano durante la guerra è stato sublime. E non teme confronti
con nessuno degli altri paesi. E se ci fosse stato un governo, un governo
che avesse disperso a frustate la malagenia degli imboscati (applausi), se
avesse punito severamente, con necessario piombo nella schiena, i
disfattisti e i traditori. (A morte).
Non importa, altrove commentatori vorranno trarre conseguenze arbitrarie
da questa rievocazione. Noi lo diciamo nettissimamente: siamo fieri
dell’intervento, fieri della guerra, fierissimi della nostra vittoria.
(Applausi). Tra un decennio l’Europa sarà fascista o fascistizzata.
(Applausi). L’antitesi Mosca e Nuova York non si supera che in un modo,
con la dottrina e con la prassi di Roma. Ecco perché noi non contiamo gli
anni, e io credo che se mi guardate attentamente voi troverete che io sono
diventato forse più asprigno ancora di quello che non fossi perché non
sono…. Io non sono desideroso di tranquillità o di pace ma sono ansioso
di nuovi combattimenti e di nuove battaglie. (Applausi). Il giorno in cui
riprenderemo la marcia io sento che tutto il popolo italiano mi seguirà
(SI), io sento che voi sarete disposti ad ulteriori sacrifici (SI), io
sento che voi non misurerete il vostro sforzo (NO).
Ecco che come non mai, nei suoi 27 secoli di storia, il popolo italiano fu
così compatto, così concorde, così deciso. Noi possiamo trascurare
oramai i frantumi dei nostri nemici, con un gesto di generosità verso gli
illusi, i retrogradi, i conservatori, i reazionari, i quali si erano
illusi, con dei mucchi di parole inutili, di fermare il moto e la valanga
di un popolo. Questo atto sarà valutato a giusto segno, non mobiliteremo
però tutti i nostri apparati di difesa fino a quando, soprattutto oltre
le frontiere, non si sia sinceramente ossequienti all’ormai invidiabile
fatto compiuto.
Ed ora, non c’è più nessun dubbio dopo dieci anni, che il fascismo è
invincibile, tutte le mete che fremono nel cuore della gioventù italiana
sono presenti al mio spirito, nessuna è dimenticata. Un giorno, non
vicino, ci vogliono 30 anni per temprare come io desidero l’anima di un
popolo. Bisogna abituarsi a questa idea: Bismarck ha governato 30 anni la
Germania. Un giorno noi saremo veramente fieri di consegnare i nostri
gloriosi gagliardetti alla gioventù che cresce e vigoreggia sotto i
nostri occhi. Noi diremo allora: questi sono i gagliardetti della
rivoluzione, consacrati dal sangue purissimo degli squadristi. Portateli
in alto, difendeteli, se necessario con la vostra vita e fate che essi
domani siano baciati dal sole di nuove e più luminose vittorie.
Roma,
discorso ai mutilati, 27 ottobre 1932
Camerati
mutilati, camicie nere, Roma in molti secoli della sua storia gloriosa ha
assistito a celebrazioni memorabili, ma io credo che nessuna di esse è
stata così formidabile, impressionante, commovente, come la odierna
sfilata delle legioni dei mutilati, camicie nere di tutta Italia.
In Italia il sacrificio vittorioso e inopinabile ed è passata per prima
com’era giusto su una nuova via dell’Impero. (Applausi).
Camerati mutilati, camicie nere, avanti verso il nuovo decennio con
purissima fede, con ferrea decisione, con rinnovata energia. (Applausi).
Viva la rivoluzione fascista.
Forlì,
30 ottobre 1932
Oggi
Forlì ha assolto al suo compito di riconoscenza verso gli eroi che
combatterono per la patria. Ed è giusto che il monumento ai caduti
comprenda anche i martiri della rivoluzione fascista. Qualche volta i
ritardatari si domandano con
chi oggi sarebbero i caduti della Grande Guerra vittoriosa. Con noi. Perché
è questa l’Italia che essi volevano. L’Italia forte, ordinata,
potente, tenace nei suoi sforzi e nelle sue fatiche. Ma c’è la prova.
Con chi sono i mutilati? Con chi sono i combattenti? Con chi è tutta la
generazione che ha sofferto il calvario della guerra? E’ con il regime,
è con la rivoluzione delle camicie nere. (Applausi).
Monza
31 ottobre 1932
Venendo
tra voi io ho adempiuto alla mia promessa. Ne avevate mai dubitato? (No).
Lo credete che io mantenga sempre le mie promesse? (Si). E poi…. Poi
ritardavo a venire a Monza per vedere la trasformazione che si è operata
anche in questa vostra illustre città. E poi perché io non posso
dimenticare – io non dimentico nulla – che i primi 100 fucili a difesa
del popolo d’Italia vennero dalle squadre di Monza (Applausi).
Ed ora, o camerati, quando voi avrete preparato e compiuto un altro blocco
di opere, io vi prometto che le verrò a visitare e come sempre manterrò
questa promessa.
Ancora,
3 gennaio 1932
Camicie
nere, popolo di Ancona e delle Marche. Se voi considerate questa mia
visita come un premio, io vi dichiaro che lo avete ampiamente e pienamente
meritato. Penso con emozione profonda che il torto dalla vostra gente e
dalla vostra terra, il tributo trascinante e irresistibile
dell’intervento popolare è l’eroe purissimo della trincea e della
massa.
Oggi noi abbiamo inaugurato il nuovo palazzo delle poste, che deve servire
al respiro più ampio della vostra città e ai suoi traffici aumentati.
Abbiamo inaugurato il palazzo del Littorio, dove si raccoglieranno in
perfetta concordia tutte le organizzazioni del regime, e abbiamo
inaugurato il monumento ai caduti, che guarda quel mare che è ancora
amaro. Di qui a molti anni, quando il fatale andare del tempo ci avrà
allontanato questa età, gli uomini verranno a vedere quello che noi
abbiamo compiuto, in pace e in guerra. Ricorderanno il 1915, l’anno
fatale nella storia dell’umanità, che pesa come il 476, il 1492, il
1815. C’è un prima e un dopo, c’è un prima della guerra e un
dopoguerra. Non guardiamo più al prima della guerra, non abbiamo
nostalgia per quel tempo, per quegli uomini, per quegli avvenimenti, per
quelle dottrine, perché noi abbiamo bruciato i nostri possedimenti alle
nostre spalle. E’ da allora che comincia la storia d’Italia, la vera
storia d’Italia, perché se prima si poteva pensare che la storia
d’Italia fosse il risultato più o meno complicato di manovre
diplomatiche, di intrighi di governo, di passioni di minoranze, è solo
con l’anno 1915, col “maggio radioso” del 1915, che il popolo
italiano irrompe sulla scena politica, caccia i trafficanti dal tempio e
diventa finalmente l’artefice del suo destino.
La
conclusione che io traggo dinanzi a voi in questa giornata luminosa di
sole e fervida di speranze, è questa: che oggi il popolo italiano e il
regime fascista sono una unità compatta infrangibile, formidabile, che può
sfidare come sfida, tutti i suoi nemici e anche l’andare del tempo.
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