|
La Dottrina del
Fascismo non risale alla sua nascita bensì al 1933 ed è stilata da Benito
Mussolini e Giovanni Gentile. La riportiamo in modo integrale e senza alcun
commento che ci riserviamo di fare in un secondo momento.
IDEE
FONDAMENTALI
I - Come ogni
salda concezione politica, il fascismo è prassi ed è pensiero,
azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da
un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal
di dentro. Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo
e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula
di verità nella storia superiore del pensiero. Non si agisce
spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà
senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui
bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la
prima ha il suo essere e la sua vita. Per conoscere gli uomini
bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo bisogna conoscere
la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello stato che non sia
fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione,
sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si
raccoglie in una visione o in una fede, ma è sempre, almeno
virtualmente, una concezione organica del mondo.
II - Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi
atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema
di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del
suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il
mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che appare alla
superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri
e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che
istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e
momentaneo. L'uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria,
legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una
tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della vita
chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita
superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui
l’individuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi
interessi particolari, la stessa morte, realizza quell'esistenza
tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo.
III - Dunque concezione spiritualistica, sorta anche
essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e
materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma
positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né
passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte
negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con
la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il fascismo
vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue
energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci
sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta
pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente
degna di lui, creando prima di tutto in sé stesso lo strumento
(fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l'individuo
singolo, così per la nazione, così per l'umanità. Quindi l'alto
valore della cultura in tutte le sue forme - arte, religione,
scienza - e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche
il valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e
crea il mondo umano (economico, politico, morale, intellettuale).
IV - Questa concezione positiva della vita è
evidentemente una concezione etica. E investe tutta la realtà,
nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta
al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del
valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò
quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta
librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello
spirito. Il fascista disdegna la vita «comoda».
V - Il fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è
veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una
Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a
membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica
religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera
opportunità, non ha inteso che il fascismo, oltre a essere un
sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di
pensiero.
VI - Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo
non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui
concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella
storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore
della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle
norme del vivere sociale. Fuori della storia 1'uomo è nulla. Perciò
il fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base
materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le
innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la «felicità» sulla
terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del
`700, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per cui a
un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva
del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e
della vita che è continuo fluire e divenire. Il fascismo
politicamente vuol essere una dottrina realistica; praticamente,
aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé
e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire
tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo
della realtà e impadronirsi delle forze in atto.
VII - Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo
Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato,
coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza
storica. E' contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di
reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da
quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà
popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse
dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la
realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo
dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il
liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E' per
la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello
Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto
è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha
valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e
lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta,
sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.
VIII - Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti
politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è
contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella
lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una
sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il
sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le
reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e
sindacalista, il fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel
sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello
Stato.
IX - Gli individui sono classi secondo le categorie degli
interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività
economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto
Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la
maggioranza di un popolo. E perciò il fascismo è contro la
democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo
al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il
popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non
quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più
coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e
volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi
nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura
e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una
nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione
spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, nè
regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente
perpetuantesi, moltitudine unificata da un'idea, che è volontà di
esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.
X - Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è
Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto
concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli
Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo
Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una
volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione
all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del
proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno
inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà
politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè,
da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà
etica universale, è creatore del diritto.
XI - La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e
vive in quanto si sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo
Stato non solo è autorità che governa e dà forma di legge e valore
di vita spirituale alle volontà individuali, ma è anche potenza che
fa valere la sua volontà all'esterno, facendola riconoscere e
rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità in tutte le
determinazioni necessarie del suo svolgimento. E perciò
organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Cosi può adeguarsi
alla natura dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce
barriere, e che si realizza provando la propria infinità.
XII - Lo Stato fascista, forma più alta e potente della
personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le
forme della vita morale e intellettuale dell'uomo. Non si può quindi
limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il
liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera delle
presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, e
disciplina di tutta la persona; penetra la volontà come
l'intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell'umana
personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si
annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore, dell'artista
come dello scienziato: anima dell'anima.
XIII - Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e
fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale.
Vuoi rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo,
il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità
che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua
insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità, della forza
e della giustizia.
DOTTRINA POLITICA E
SOCIALE
I - Quando, nell'ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne
del Popolo d’Italia io convocai a Milano i superstiti
interventisti-intervenuti, che mi avevano seguito sin dalla
costituzione dei Fasci d'azione rivoluzionaria - avvenuta nel
gennaio del 1915 -, non c'era nessuno specifico piano dottrinale nel
mio spirito. Di una sola dottrina io recavo l'esperienza vissuta:
quella del socialismo dal 1903-04 sino all'inverno del 1914: circa
un decennio. Esperienza di gregario e di capo, ma non esperienza
dottrinale. La mia dottrina, anche in quel periodo, era stata la
dottrina dell'azione. Una dottrina univoca, universalmente
accettata, del socialismo non esisteva più sin dal 1905, quando
cominciò in Germania il movimento revisionista facente capo al
Bernstein e per contro si formò, nell'altalena delle tendenze, un
movimento di sinistra rivoluzionario, che in Italia non uscì mai dal
campo delle frasi, mentre, nel socialismo russo, fu il preludio del
bolscevismo. Riformismo, rivoluzionarismo, centrismo, di questa
terminologia anche gli echi sono spenti, mentre nel grande fiume del
fascismo troverete i filoni che si dipartirono dal Sorel, dal
Lagardelle del Mouvement Socialiste, dal Péguy, e dalla coorte dei
sindacalisti italiani, che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota
di novità nell'ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e
cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le Pagine libere
di Olivetti, La Lupa di Orano, il Divenire sociale di Enrico Leone.
Nel 1919, finita la guerra, il socialismo era già morto come
dottrina: esisteva solo come rancore, aveva ancora una sola
possibilità, specialmente in Italia, la rappresaglia contro coloro
che avevano voluto la guerra e che dovevano «espiarla». Il Popolo
d’Italia recava nel sottotitolo «quotidiano dei combattenti e dei
produttori». La parola «produttori» era già l'espressione di un
indirizzo mentale. Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina
elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione
e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e
movimento. Il nome che io diedi all'organizzazione, ne fissava i
caratteri. Eppure chi rilegga, nei fogli oramai gualciti dell'epoca,
il resoconto dell'adunata costitutiva dei Fasci italiani di
combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di
anticipazioni, di accenni, che, liberati dall'inevitabile ganga
delle contingenze, dovevano poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in
una serie di posizioni dottrinali, che facevano del fascismo una
dottrina politica a sé stante, in confronto di tutte le altre e
passate e contemporanee.«Se la borghesia, dicevo allora, crede di
trovare in noi dei parafulmini si inganna. Noi dobbiamo andare
incontro al lavoro... Vogliamo abituare le classi operaie alla
capacità direttiva, anche per convincerle che non è facile mandare
avanti una industria o un commercio... Combatteremo il
retroguardismo tecnico e spirituale... Aperta la successione del
regime noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre; se
il regime sarà superato saremo noi che dovremo occupare il suo
posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il paese
alla guerra e lo conducemmo alla vittoria. L'attuale rappresentanza
politica non ci può bastare, vogliamo una rappresentanza diretta dei
singoli interessi... Si potrebbe dire contro questo programma che si
ritorna alle corporazioni. Non importa!... Vorrei perciò che
l'assemblea accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale
dal punto di vista economico»... Non è singolare che sin dalla prima
giornata di Piazza San Sepolcro risuoni la parola «corporazione» che
doveva, nel corso della Rivoluzione, significare una delle creazioni
legislative e sociali alla base del regime?
II - Gli anni che precedettero la marcia su Roma, furono anni
durante i quali le necessità dell'azione non tollerarono indagini o
complete elaborazioni dottrinali. Si battagliava nelle città e nei
villaggi. Si discuteva, ma - quel ch'è più sacro e importante - si
moriva. Si sapeva morire. La dottrina - bell'e formata, con
divisione di capitoli e paragrafi e contorno di elucubrazioni -
poteva mancare; ma c'era a sostituirla qualche cosa di più decisivo:
la fede. Purtuttavia, a chi rimemori sulla scorta dei libri, degli
articoli, dei voti dei congressi, dei discorsi maggiori e minori,
chi sappia indagare e scegliere, troverà che i fondamenti della
dottrina furono gettati mentre infuriava la battaglia. È
precisamente in quegli anni, che anche il pensiero fascista si arma,
si raffina, procede verso una sua organizzazione. I problemi
dell'individuo e dello Stato; i problemi dell'autorità e della
libertà; i problemi politici e sociali e quelli più specificatamente
nazionali; la lotta contro le dottrine liberali, democratiche,
socialistiche, massoniche, popolaresche fu condotta
contemporaneamente alle «spedizioni punitive». Ma poiché mancò il
«sistema» si negò dagli avversari in malafede al fascismo ogni
capacità di dottrina, mentre la dottrina veniva sorgendo, sia pure
tumultuosamente dapprima sotto l'aspetto di una negazione violenta e
dogmatica come accade di tutte le idee che esordiscono, poi sotto
l’aspetto positivo di una costruzione che trovava, successivamente
negli anni 1926, `27 e `28, la sua realizzazione nelle leggi e negli
istituti del regime. Il fascismo è oggi nettamente individuato non
solo come regime ma come dottrina. Questa parola va interpretata nel
senso che oggi il fascismo esercitando la sua critica su se stesso e
sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di
riferimento - e quindi di direzione - dinnanzi a tutti i problemi
che angustiano, nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo.
III - Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in
generale, l'avvenire e lo sviluppo dell'umanità, e a parte ogni
considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né
all'utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che
nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà - di fronte al
sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le
energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la
virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che
non pongono mai l'uomo di fronte a se stesso, nell'alternativa della
vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato
pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo cosi come estranee
allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di
utilità che possano avere in determinate situazioni politiche, sono
tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali,
come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando
elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore
dei popoli. Questo spirito anti-pacifista, il fascismo lo trasporta
anche nella vita degli individui. L'orgoglioso motto squadrista «me
ne frego», scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia
non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto
politica: è l'educazione al combattimento, l'accettazione dei rischi
che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano. Così il
fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio;
comprende la vita come dovere, elevazione, conquista: la vita che
deve essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli
altri, vicini e lontani, presenti e futuri.
IV - La politica «demografica» del regime è la conseguenza di
queste premesse. Anche il fascista ama infatti il suo prossimo, ma
questo «prossimo» non è per lui un concetto vago e inafferrabile:
l'amore per il prossimo non impedisce le necessarie educatrici
severità, e ancora meno le differenziazioni e le distanze. Il
fascismo respinge gli abbracciamenti universali e, pur vivendo nella
comunità dei popoli civili, li guarda vigilante e diffidente negli
occhi, li segue nei loro stati d'animo e nella trasformazione dei
loro interessi né si lascia ingannare da apparenze mutevoli e
fallaci.
V - Una siffatta concezione della vita porta il fascismo a
essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base
del socialismo cosiddetto scientifico o marxiano: la dottrina del
materialismo storico secondo il quale la storia delle civiltà umane
si spiegherebbe soltanto con la lotta d'interessi fra i diversi
gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di
produzione. Che le vicende dell'economia - scoperte di materie
prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche - abbiano una
loro importanza, nessuno nega; ma che esse bastino a spiegare la
storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo: il
fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell'eroismo, cioè in
atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino - agisce.
Negato il materialismo storico, per cui gli uomini non sarebbero che
comparse della storia, che appaiono e scompaiono alla superficie dei
flutti, mentre nel profondo si agitano e lavorano le vere forze
direttrici, è negata anche la lotta di classe, immutabile e
irreparabile, che di questa concezione economicistica della storia è
la naturale figliazione, e soprattutto è negato che la lotta di
classe sia l'agente preponderante delle trasformazioni sociali.
Colpito il socialismo in questi due capisaldi della sua dottrina, di
esso non resta allora che l'aspirazione sentimentale - antica come
l'umanità - a una convivenza sociale nella quale siano alleviate le
sofferenze e i dolori della più umile gente. Ma qui il fascismo
respinge il concetto di «felicità» economica, che si realizzerebbe
socialisticamente e quasi automaticamente a un dato momento
dell'evoluzione dell'economia, con l'assicurare a tutti il massimo
di benessere. Il fascismo nega il concetto materialistico di
«felicità» come possibile e lo abbandona agli economisti della prima
metà del `700; nega cioè l'equazione benessere=felicità che
convertirebbe gli uomini in animali di una cosa sola pensosi: quella
di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla pura e
semplice vita vegetativa.
VI - Dopo il socialismo, il fascismo batte in breccia tutto
il complesso delle ideologie democratiche e le respinge, sia nelle
loro premesse teoriche, sia nelle loro applicazioni o strumentazioni
pratiche. Il fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di
essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo
numero possa governare attraverso una consultazione periodica;
afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli
uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed
estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono
essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo
l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità
sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è
un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi,
tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Questo spiega
perché il fascismo, pur avendo prima del 1922 - per ragioni di
contingenza - assunto un atteggiamento di tendenzialità
repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su Roma, convinto che
la questione delle forme politiche di uno Stato non è, oggi,
preminente e che studiando nel campionario delle monarchie passate e
presenti, delle repubbliche passate e presenti, risulta che
monarchia e repubblica non sono da giudicare sotto la specie
dell'eternità, ma rappresentano forme nelle quali si estrinseca
l'evoluzione politica, la storia, la tradizione, la psicologia di un
determinato paese. Ora il fascismo supera l'antitesi
monarchia-repubblica sulla quale si attardò il democraticismo,
caricando la prima di tutte le insufficienze, e apologizzando
l'ultima come regime di perfezione. Ora s’è visto che ci sono
repubbliche intimamente reazionarie o assolutistiche, e monarchie
che accolgono le più ardite esperienze politiche e sociali.
VII - «La ragione, la scienza - diceva Renan, che ebbe delle
illuminazioni prefasciste, in una delle sue Meditazioni filosofiche
- sono dei prodotti dell'umanità, ma volere la ragione direttamente
per il popolo e attraverso il popolo è una chimera. Non è necessario
per l'esistenza della ragione che tutto il mondo la conosca. In ogni
caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe attraverso la
bassa democrazia, che sembra dover condurre all'estinzione di ogni
cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che
la società esiste solo per il benessere e la libertà degli individui
che la compongono non sembra essere conforme ai piani della natura,
piani nei quali la specie sola è presa in considerazione e
l'individuo sembra sacrificato. E’ da fortemente temere che l'ultima
parola della democrazia così intesa (mi affretto a dire che si può
intendere anche diversamente) non sia uno stato sociale nel quale
una massa degenerata non avrebbe altra preoccupazione che godere i
piaceri ignobili dell'uomo volgare». Fin qui Renan. Il fascismo
respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale
dell'egualitarismo politico e l'abito dell'irresponsabilità
collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma,
se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia
significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il
fascismo poté da chi scrive essere definito una «democrazia
organizzata, centralizzata, autoritaria».
VIII - Di fronte alle dottrine liberali, il fascismo e in
atteggiamento di assoluta opposizione, e nel campo della politica e
in quello dell'economia. Non bisogna esagerare - a scopi
semplicemente di polemica attuale - l'importanza del liberalismo nel
secolo scorso, e fare di quella che fu una delle numerose dottrine
sbocciate in quel secolo, una religione dell'umanità per tutti i
tempi presenti e futuri. Il liberalismo non fiorì che per un
quindicennio. Nacque nel 1830 come reazione alla Santa Alleanza che
voleva respingere l'Europa al pre-'89, ed ebbe il suo anno di
splendore nel 1848 quando anche Pio IX fu liberale. Subito dopo
cominciò la decadenza. Se il `48 fu un anno di luce e di poesia, il
`49 fu un anno di tenebre e di tragedia. La repubblica di Roma fu
uccisa da un'altra repubblica, quella di Francia. Nello stesso anno,
Marx lanciava il vangelo della religione del socialismo, col famoso
Manifesto dei comunisti. Nel 1851 Napoleone III fa il suo illiberale
colpo di Stato e regna sulla Francia fino al 1870, quando fu
rovesciato da un moto di popolo, ma in seguito a una disfatta
militare fra le più grandi che conti la storia. Il vittorioso è
Bismarck, il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione
della libertà e di quali profeti si servisse. E’ sintomatico che un
popolo di alta civiltà, come il popolo tedesco, abbia ignorato in
pieno, per tutto il sec. XIX, la religione della libertà. Non c'è
che una parentesi. Rappresentata da quello che è stato chiamato il
«ridicolo parlamento di Francoforte», che durò una stagione. La
Germania ha raggiunto la sua unità nazionale al di fuori del
liberalismo, contro il liberalismo, dottrina che sembra estranea
all'anima tedesca, anima essenzialmente monarchica, mentre il
liberalismo è l'anticamera storica e logica dell'anarchia. Le tappe
dell'unità tedesca sono le tre guerre del `64, `66, `70, guidate da
«liberali» come Moltke e Bismarck. Quanto all'unità italiana, il
liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore
all'apporto dato da Mazzini e da Garibaldi che liberali non furono.
Senza l'intervento dell'illiberale Napoleone, non avremmo avuto la
Lombardia, e senza l'aiuto dell'illiberale Bismarck a Sadowa e a
Sedan, molto probabilmente non avremmo avuto, nel `66, la Venezia; e
nel 1870 non saremmo entrati a Roma. Dal 1870 al 1915, corre il
periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo accusano il
crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo
nella letteratura, dall'attivismo nella pratica. Attivismo: cioè
nazionalismo, futurismo, fascismo. Il secolo «liberale» dopo aver
accumulato un'infinità di nodi gordiani, cerca di scioglierli con
l'ecatombe della guerra mondiale. Mai nessuna religione impose così
immane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue?
Ora il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi deserti
perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell'economia, il
suo indifferentismo nella politica e nella morale condurrebbe, come
ha condotto, a sicura rovina gli Stati. Si spiega con ciò che tutte
le esperienze politiche del mondo contemporaneo sono antiliberali ed
è supremamente ridicolo volerle perciò classificare fuori della
storia; come se la storia fosse una bandita di caccia riservata al
liberalismo e ai suoi professori, come se il liberalismo fosse la
parola definitiva e non più superabile della civiltà.
IX - Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia,
del liberalismo, non devono tuttavia far credere che-il fascismo
voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789,
che viene indicato come l'anno di apertura del secolo demo-liberale.
Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo
profeta De Maistre. L'assolutismo monarchico fu, e così pure ogni
ecclesiolatria. Cosi «furono» i privilegi feudali e la divisione in
caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro. Il concetto di
autorità fascista non ha niente a che vedere con lo stato di
polizia. Un partito che governa totalitariamente una nazione, è un
fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferimenti e
confronti. Il fascismo dalle macerie delle dottrine liberali,
socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora
un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti
acquisiti della storia, respinge tutto il resto, cioè il concetto di
una dottrina buona per tutti i tempi e per tutti i popoli. Ammesso
che il sec. XIX sia stato il secolo del socialismo, del liberalismo,
della democrazia, non è detto che anche il sec. XX debba essere il
secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Le
dottrine politiche passano, i popoli restano. Si può pensare che
questo sia il secolo dell'autorità, un secolo di «destra», un secolo
fascista; se il XIX fu il secolo dell'individuo (liberalismo
significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo
«collettivo» e quindi il secolo dello Stato. Che una nuova dottrina
possa utilizzare gli elementi ancora vitali di altre dottrine è
perfettamente logico. Nessuna dottrina nacque tutta nuova, lucente,
mai vista. Nessuna dottrina può vantare una «originalità» assoluta.
Essa è legata, non fosse che storicamente, alle altre dottrine che
furono, alle altre dottrine che saranno. Così il socialismo
scientifico di Marx è legato al socialismo utopistico dei Fourier,
degli Owen, dei Saint-Simon; cosi il liberalismo dell'800 si
riattacca a tutto il movimento illuministico del `700. Così le
dottrine democratiche sono legate all'Enciclopedia. Ogni dottrina
tende a indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato
obiettivo; ma l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la
trasforma, l'adatta alle nuove necessità o la supera. La dottrina,
quindi dev'essere essa stessa non un'esercitazione di parole, ma un
atto di vita. In ciò le venature pragmatistiche del fascismo, la sua
volontà di potenza, il suo volere essere, la sua posizione di fronte
al fatto «violenza» e al suo valore.
X - Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello
Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per
il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e
gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono «pensabili» in
quanto siano nello Stato. Lo Stato liberale non dirige il giuoco e
lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si limita
a registrare i risultati; lo Stato fascista ha una sua
consapevolezza, una sua volontà, per questo si chiama uno Stato
«etico». Nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del regime io
dicevo: «Per il fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si
occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini; non è
nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quello
di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza
sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di
amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza
aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli
e di quella dei popoli. Lo Stato così come il fascismo lo concepisce
e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta
l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e
tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una
manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza
interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello
spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua,
nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è
anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che trascendendo il
limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza
immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono,
mutano, ma la necessità rimane. E' lo Stato che educa i cittadini
alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li
sollecita all'unità; armonizza i loro interessi nella giustizia;
tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel
diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita
elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza
che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per
la sua integrità o per obbedire alle sue leggi; addita come esempio
e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo
accrebbero di territorio e i genii che lo illuminarono di gloria.
Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze
dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società
nazionali volgono al tramonto».
XI - Dal 1929 a oggi, l'evoluzione economica politica
universale ha ancora rafforzato queste posizioni dottrinali. Chi
giganteggia è lo Stato. Chi può risolvere le drammatiche
contraddizioni del capitalismo è lo Stato. Quella che si chiama
crisi, non si può risolvere se non dallo Stato, entro lo Stato. Dove
sono le ombre dei Jules Simon, che agli albori del liberalismo
proclamavano che «lo Stato deve lavorare a rendersi inutile e a
preparare le sue dimissioni»? Dei Mac Culloch, che nella seconda
metà del secolo scorso affermavano che lo Stato deve astenersi dal
troppo governare? E che cosa direbbe mai dinnanzi ai continui,
sollecitati, inevitabili interventi dello Stato nelle vicende
economiche, l'inglese Bentham, secondo il quale l'industria avrebbe
dovuto chiedere allo Stato soltanto di essere lasciata in pace, o il
tedesco Humboldt, secondo il quale lo Stato «ozioso» doveva essere
considerato il migliore? Vero è che la seconda ondata degli
economisti liberali fa meno estremista della prima e già lo stesso
Smith apriva - sia pure cautamente - la porta agli interventi dello
Stato nell'economia. Se chi dice liberalismo dice individuo, chi
dice fascismo dice Stato. Ma lo Stato fascista è unico ed è una
creazione originale. Non è reazionario, ma rivoluzionario, in quanto
anticipa le soluzioni di determinati problemi universali quali sono
posti altrove nel campo politico dal frazionamento dei partiti, dal
prepotere del parlamentarismo, dall'irresponsabilità delle
assemblee, nel campo economico dalle funzioni sindacali sempre più
numerose e potenti sia nel settore operaio come in quello
industriale, dai loro conflitti e dalle loro intese; nel campo
morale dalla necessità dell'ordine, della disciplina,
dell'obbedienza a quelli che sono i dettami morali della patria. Il
fascismo vuole lo Stato forte, organico e al tempo stesso poggiato
su una larga base popolare. Lo Stato fascista ha rivendicato a sé
anche il campo dell'economia e, attraverso le istituzioni
corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello Stato
arriva sino alle estreme propaggini, e nello Stato circolano,
inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze
politiche, economiche, spirituali della nazione. Uno Stato che
poggia su milioni d'individui che lo riconoscono, lo sentono, sono
pronti a servirlo, non è lo Stato tirannico del signore medievale.
Non ha niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo
l'89. L'individuo nello Stato fascista non è annullato, ma piuttosto
moltiplicato, cosi come in un reggimento un soldato non è diminuito,
ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo Stato fascista
organizza la nazione, ma lascia poi agli individui margini
sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha
conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può
essere l'individuo, ma soltanto lo Stato.
XII - Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al
fatto religioso in genere e a quella particolare religione positiva
che è il cattolicismo italiano. Lo Stato non ha una teologia, ma ha
una morale. Nello Stato fascista la religione viene considerata come
una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene,
quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato fascista
non crea un suo «Dio» così come volle fare a un certo momento, nei
deliri estremi della Convenzione, Robespierre; né cerca vanamente di
cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta
il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio cosi come
visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo.
XIII - Lo Stato fascista è una volontà di potenza e
d'imperio. La tradizione romana è qui un'idea di forza. Nella
dottrina del fascismo l'impero non è soltanto un'espressione
territoriale o militare o mercantile, ma spirituale o morale. Si può
pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o
indirettamente guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un
solo chilometro quadrato di territorio. Per il fascismo la tendenza
all'impero, cioè all'espansione delle nazioni, è una manifestazione
di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è un segno di
decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli
che muoiono sono rinunciatari. Il fascismo è la dottrina più
adeguata a rappresentare le tendenze, gli stati d'animo di un popolo
come l'italiano che risorge dopo molti secoli di abbandono o di
servitù straniera. Ma l'impero chiede disciplina coordinazione degli
sforzi, dovere e sacrificio; questo spiega molti aspetti dell'azione
pratica del regime e l'indirizzo di molte forze dello Stato e la
severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo
moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX, e opporsi
agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si
siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e
sociali: non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di
autorità, di direttive, di ordine. Se ogni secolo ha una sua
dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il
fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha
suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo
dimostra il fatto che il fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi
martiri. Il fascismo ha oramai nel mondo l'universalità di tutte le
dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia
dello spirito umano.
|