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GLI EBREI NEL VENTENNIO
di Filippo Giannini
In
occasione della ricorrenza della “Giornata della Memoria”,
leggo su “Il Messaggero”: “Nasce il museo dello Shoah nel
cuore di Villa Torlonia”. E’ noto che Villa Torlonia fu,
per un certo periodo, la residenza di Benito Mussolini. Con questa
iniziativa si vuole rafforzare la tesi della responsabilità del Duce
circa le malefatte – reali, supposte o false che siano – di Hitler.
Il 25 aprile 1945 Luigi Longo, uno dei massimi esponenti del
Pci e quindi del CLNAI (Comitato Italiano Liberazione Alta Italia),
nell’impartire disposizioni per l’esecuzione della condanna a morte
del Duce, ordinò: "Lo si deve accoppare subito, in malo modo,
senza processo, senza teatralità, senza frasi storiche".
A
distanza di oltre sessant’anni ancora si parla di questo argomento.
Perché?
Per
avere una visione più chiara su quell’Uomo, è necessario partire dal
“Trattato di Pace” del febbraio 1947. Indicare questo
Trattato come iniquo è riduttivo. Ricordiamo quanto
recita l’articolo 17 (Sezione I – Clausole Generali): "L’Italia,
la quale, in conformità dell’art. 30 della Convenzione di
Armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni
fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la
rinascita di simili organizzazioni". E i politici
italiani succeduti dal 1945 ad oggi, si sono piegati vergognosamente
a questo diktat, inventando, manipolando e storpiando la
storia, non curandosi minimamente, per giungere allo scopo prefisso,
di infangare la memoria di un morto che operò in modo completamente
difforme dalle accuse di cui è stato fatto carico.
Una
qualsiasi persona di media intelligenza dovrebbe chiedersi “cosa
può interessare ad una grande democrazia come quella americana, se
ci sia o meno un movimento fascista in Italia?”. La risposta la
dette proprio Mussolini in una delle sue ultime interviste: “Le
nostre idee hanno spaventato il mondo”; per “il mondo”
intendeva quello del grande capitale, la plutocrazia, l’imperialismo
liberista. E allora, ecco la necessità delle grandi menzogne e delle
mascalzonate.
“L’operazione demonizzazione del fascismo” è sviluppata con
diversi tentacoli. Leggiamo, sempre su “Il Messaggero”: "A
scuola. Lezioni, mostre e percorsi virtuali nei campi di sterminio".
In pratica “il sistema” fa dei nostri ragazzi degli automi,
il cui carburante è la menzogna.
Per
costruire il mostro (e i mostri) si è montata un’accusa che
riteniamo la più infamante e la più menzognera: l’essere stato
Mussolini un vessatore e il responsabile della consegna degli ebrei
ai tedeschi. I detrattori, per rendere l’accusa più
plausibile hanno coniato il sostantivo “nazifascista”:
termine dispregiativo tendente ad accomunare in un’unica
responsabilità fascismo e nazismo per le atrocità commesse da
quest’ultimo, sempre che queste non siano frutto di una enorme
montatura, come molti studiosi sostengono.
Le
diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo sono
trascurabili per i detrattori, ma sono evidenziate da diversi
studiosi e, tra questi, citiamo Renzo De Felice (“Intervista sul
Fascismo”, pag. 88): "Fra fascismo italiano e nazismo tedesco
ci sono semmai più punti di divergenza che di convergenza, più
differenze che somiglianze".
Trattare l’argomento “fascismo–ebrei” è stato (e lo è
ancora) un cozzare contro un muro eretto dall’antifascismo
internazionale: muro costruito e cementato da falsità che con la
Storia non hanno nulla a che vedere. Cerchiamo allora un varco che
possa dissipare le nebbie artatamente montate e avvicinarci a
qualche sprazzo di verità. Questo lavoro è dedicato, quindi, a tutti
gli Ebrei di cui ho la massima stima, come d’altra parte l’aveva
Benito Mussolini che ad una domanda di Yvonne De Begnac, rispose:
"Io preminentemente contro gli ebrei? Ma se lo fossi stato, avrei
portato in Parlamento i Dino Philpsin, i Gino Arias, i Guido Jung, i
Riccardo Luzzati, i Gino Olivetti (…)?".

E
allora, facciamo un po’ di Storia. Documentata.
Il 29
aprile 1945, dopo la barbara e macabra esposizione dei corpi appesi
a Piazzale Loreto, a Charles Poletti (plenipotenziario americano in
Italia occupata) fu detto: “La storia è fatta così. Alcuni
devono non solo morire, ma morire vergognosamente”. Così
ancor oggi, le accuse reiterate su “quel morto” sono le più
variegate e le più singolari e tutte poco convinte e, ancor meno
convincenti. Ma l’accusa più falsa e più infamante, ripetiamo, e
nello stesso tempo più menzognera, è quella di essere stato un
vessatore e il responsabile della consegna degli ebrei ai tedeschi.
Lo
dobbiamo ricordare: anche se in Italia l’adesione al fascismo da
parte degli ebrei era pressoché totale, l’ebraismo
internazionale, invece, si era schierato contro il Fascismo, sia
nella guerra civile di Spagna che nel decretare le sanzioni, per
continuare poi negli anni successivi. Mussolini impose per il
problema ebraico le leggi razziali (certamente odiose e inique), ma
con l’ordine “discriminare, non perseguire”. Stabilito ciò,
"il fascismo fece propria la dottrina razziale più per
opportunità politica – evitare una difformità così stridente
all’interno dell’Asse – che per interna necessità della sua
ideologia e della sua vita politica" (De Felice, pag. 102). E
nel prosieguo vedremo le motivazioni.
All’orizzonte si stagliava, intanto, sempre più minacciosa la figura
di Adolf Hitler, bramoso (non davvero a torto) di riscattare le
terre strappate alla Germania a seguito del cervellotico Trattato di
Versailles. E’ sufficiente leggere la storia di quel decennio per
ricavare la netta impressione che le democrazie spinsero
l’Italia fascista verso un’alleanza con Hitler, alleanza non
assolutamente voluta da Mussolini.
Se questo è vero e se è vero che la spina dorsale della dottrina
nazionalsocialista era il principio della superiorità della razza
ariana, anche biologica e, l’antisemitismo, perché allora le leggi
razziali del 1938? Nel contempo non possiamo dimenticare che nello
stesso momento nel quale Hitler salì al potere in Germania, le
lobby ebraiche internazionali dichiararono guerra alla Germania
nazionalsocialista. Eppure sino a quel momento nessun attentato alla
vita o ai beni ebraici venne attuato. Le teorie hitleriane
sull’antisemitismo si fermavano ad una pura teoria filosofica.
A solo
titolo di esempio proponiamo quanto scrisse a settembre 1933
(attenzione alle date) il dottor Manfred Reifer nella rivista
ebraica Czernowitzer Allgermeine Zeitung: "La Germania è
il nostro nemico pubblico numero uno. Ė nostra intenzione
dichiararle guerra senza pietà". Oppure: il 24 marzo 1933 il
Daily Express scrisse nella prima pagina: "L’Ebraismo
dichiara guerra alla Germania: Ebrei di tutto il mondo unitevi. Il
popolo israelita del mondo intero dichiara guerra economica
finanziaria alla Germania. Il commerciante ebreo lasci il suo
commercio, il banchiere la sua banca, il negoziante il suo negozio,
il mendicante il suo miserabile cappello allo scopo di unire le
forze nella guerra santa contro il popolo di Hitler". Tutto
questo nel pieno della crisi economica che aveva investito il mondo.
E’
ovvio e accettato che per dare un giudizio storico su un certo
avvenimento accaduto in un determinato periodo, è necessario
riportarci alla situazione politica di “quel periodo” e, nel
caso specifico alla situazione politica internazionale degli anni
’30
“La
Seconda Guerra Mondiale”, Vol. 2°, pag. 209 di Winston
Churchill: "Adesso che la politica inglese aveva forzato
Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più
sola". O anche lo storico inglese George Trevelyan nella sua
“Storia d’Inghilterra”, pag. 834: "E l’Italia che per la sua
posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria
e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania".
Oppure la denuncia del grande giornalista svizzero, Paul Gentizon:
"Solo Mussolini si levò non soltanto a parole ma a fatti contro
Hitler, il nazionalsocialismo, il pangermanesimo. Se le democrazie
occidentali lo avessero ascoltato, il destino del mondo sarebbe
stato ben differente".
Ed
ecco, allora, di nuovo, l’interpretazione, di Renzo De Felice. "Una
volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di
Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi
razziali”. Anche lo studioso israeliano Meir Michaelis osserva: “Non
si trattava quindi di un problema interno, bensì di un aspetto di
politica estera". E, più specificatamente De Felice (“Intervista
sul Fascismo”, pagg. 101-102): "Il fascismo fece
propria la dottrina razziale più per opportunità politica – evitare
una difformità così stridente all’interno dell’Asse – che per
interna necessità della sua ideologia e della sua vita politica".
Se è
vero che trattare l’argomento “fascismo-ebrei” è stato (e lo
è tutt’ora) come accostare un fiammifero ad una polveriera, ma
questo solo per circoscritti motivi di interessi, che non hanno
nulla a che vedere con la verità storica. La verità è che anche
intorno a quei drammi è stata costruita una cortina di falsità per i
motivi sopra indicati. Vediamo, allora, di cercare uno spazio fra le
nebbie, chiamando a testimoniare studiosi e personaggi non davvero
fascisti.
Un attento storico dell’”Olocausto ebraico”
(oltretutto il termine “Olocausto” è improprio nel caso
specifico) Mondekay Poldiel, israelita, che scrive: “L’Amministrazione
fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si
diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in
modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”.
Sarebbe
sufficiente questa attestazione di uno dei massimi storici
israeliani per chiudere l’argomento. Ma dato che l’informazione non
consente un libero dibattito, ci vediamo costretti ad approfondire
il tema. Quelle certamente odiose leggi, furono concepite per
necessità politica e, proprio per questo applicate in modo da
arrecare il minor danno possibile. Per approfondire l’argomento
rimandiamo il lettore al mio volume: “Uno schermo protettore –
Mussolini, il Fascismo e gli Ebrei” dove troverà ampissima
documentazione.
Continuiamo nella trattazione.
Nel 1934 in occasione dell’incontro con Weizmann, Mussolini
concesse tremila visti a tecnici e scienziati ebrei che desideravano
stabilirsi in Italia. Nel 1939 (l’Asse Roma-Berlino era già in
atto) vennero aperte delle aziende di addestramento agricolo, le
“haksharoth” (tecniche poi trasferite in Israele) che
entrarono in funzione ad Ariano (Como), Alano (Belluno), Orciano e
Cavoli (Pisa). Così, sempre in quegli anni, nei locali della
Capitaneria di Porto, la scuola marinara di Civitavecchia ospitava
una cinquantina di allievi che poi diverranno i futuri
ufficiali della marina israeliana.
Tutto ciò può essere un sufficiente esempio per illustrare il
criterio delle applicazioni delle “Leggi Razziali” in Italia.
Nel 1979, in occasione della presentazione del film “Olocausto”,
la televisione francese “Antenne 2”, riunì un gruppo di
scampati dai “campi di sterminio”. Di questo gruppo faceva
parte Simon Veil, che se non esistesse uno strano caso di
omonimia, dovrebbe essere stata l’ex Presidentessa del Parlamento
europeo. Le domande dell’intervistatore vertevano sul tema: “E’
vero che in Francia nella zona di occupazione italiana non ci fu
alcuna persecuzione? E’ vero che sulla Costa Azzurra i carabinieri
italiani impedirono ai poliziotti francesi l’arresto degli ebrei?”
E la risposta fu unanime: Sì, è proprio così, rispose per tutti la
signora Veil.
"Era
la fine del 1939, quindi la Germania e l’Urss avevano già invaso la
Polonia e l’Italia era alleata del Terzo Reich, e nasceva in Italia
la Delasem (Delegazione Assistenza Emigrati), un’organizzazione
ebraica che avrebbe salvato migliaia di israeliti profughi dai Paesi
dell’Est europeo e, in particolare dalla Germania e dai territori
che i nazisti andavano occupando. Il 1 dicembre 1940 Dante Almani
(Rappresentante ufficiale della Delasem) ebbe un colloquio
chiarificatore con il capo della polizia Bocchini".
Così scrive Rosa Paini, ebrea, nel volume “I sentieri
della speranza, pag. 28”. E’ da tener presente che Bocchini era
l’unica persona alla quale Mussolini concedeva ogni mattina udienza
per essere relazionato sui fatti giornalieri.
Mentre
si svolgevano questi drammi, il Governo italiano intensificò i
suoi sforzi per salvare e assistere i fuggitivi. In merito De
Felice scrive (“Storia degli Ebrei sotto il Fascismo”, pag.
404): "Già abbiamo visto come in pratica il Ministero
dell’Interno non impedì mai l’afflusso in Italia degli ebrei
stranieri in cerca di salvezza (…). Egualmente fu respinta la
richiesta di estradizione avanzata da Berlino per alcuni ebrei
tedeschi rifugiati in Italia e accusati di attività antinazista".
Ancora
Rosa Paini (pag. 111) riferisce: “Nella sua visita di febbraio
’43 a Roma, Ribbentrop insistette per tre giorni presso Mussolini
per ottenere la consegna degli ebrei jugoslavi; alla fine, dopo
parecchio tergiversare il duce accondiscese”.
A questo punto si inserisce un fatto che illustra lo “stile”
con il quale è stato condotto lo studio della storia in questo
interminabile dopoguerra. Nel gennaio 1998, il giornalista della
televisione italiana, Paolo Frajese, conduttore di un
servizio sulla vita degli ebrei nelle zone occupate dalle nostre
truppe durante l’ultimo conflitto, nel ricordare il “visto”
concesso da Mussolini alla richiesta di Ribbentrop, commentando il
fatto, con voce di rimprovero e di condanna, disse: “Così il
Duce dette l’ordine di consegnare gli ebrei ai nazisti”. Il
solerte Frajese ha trascurato un particolare, ricordato da De Felice
(e altri studiosi onesti e seri) con queste parole: “Ma subito
dopo il Duce, parlando con il Generale Robotti, confermò il suo
disappunto: E’ stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti
i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna
degli ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poiché non si decideva ad
andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire (…). Ma voi
inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un
ebreo”.
E così
fu: non fu mai consegnato un ebreo, sia esso residente in Grecia, a
Salonicco, in Jugoslavia, in Francia, in Italia. Qualunque sia la
storia stroppiata scritta e ripetuta con la penna della “vulgata
resistenziale”, mai a un ebreo fu torto un capello: esso era
protetto, come ha scritto lo storico ebreo Lèon Poliakov (“Il
nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220): "Mentre,
in generale, i Governi filofascisti dell’Europa asservita non
opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una rete
sistematica di deportazioni, i capi del fascismo italiano
manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque
penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di
fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò fra Roma e
Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sui
luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le
disposizioni decretate contro gli ebrei”.
Anche
il dottor Salim Diamond, autore del libro “Internment in Italy -
1940-1945”, ha scritto: “Non ho mai trovato segni di
razzismo in Italia (…). Nel campo controllato dai Carabinieri e
dalle Camicie Nere, gli ebrei stavano come a casa loro”. Il
dottor Diamond attesta che il Governo fascista concedeva otto lire
(al valore dell’epoca) al giorno agli internati i quali potevano
spenderle come desideravano.
Il famoso docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L.
Mosse, nel suo libro: “Il Razzismo in Europa”, a pag. 245,
fra l’altro scrive: "Come abbiamo già detto, era stato
Mussolini stesso a enunciare il principio: discriminare non
perseguire. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là,
INDUBBIAMENTE CON IL TACITO CONSENSO DI MUSSOLINI".
Potrei
continuare a lungo, ma non posso abusare più di tanto dello spazio a
me concesso. Però desidero porgere alcune domande (che sicuramente
non avranno risposta) al signor Pacifici e alle signore Fiamma
Nirestein e Tullia Zevi:
1-
perché gli ebrei che fuggivano dalla Germania e dalle zone occupate
dai nazisti si rifugiavano in Italia? Eppure, qui, erano in atto le
“leggi razziali”;
2-
perché, invece di cercare rifugio nell’Italia fascista non si
recarono in Gran Bretagna, o in Francia, o negli Stati Uniti? Forse
perché quelle frontiere erano a quegli infelici sbarrate? Infatti
Roosevelt fece intervenire la Us Navy per impedire con la
forza l’approdo di un gruppo di ebrei fuggiaschi da Amburgo. E che
fine fecero quei disgraziati? Lo dice il giornalista Franco Monaco (“Quando
l’Italia era ITALIA”, pag. 175): “Quando fu vietato
l’attracco a New York quei fuggiaschi vennero accolti in Italia e
poi dislocati in varie zone della Francia, della Dalmazia e della
Grecia” (neanche a dirlo, vero?). Oppure perché no nella regina
delle Democrazie: in Gran Bretagna? Forse perché gli inglesi, in
Palestina fucilavano e impiccavano gli ebrei? Oppure perché a Solina,
nel Mar Nero il Console britannico salì a bordo di una nave che
trasportava un gruppo di fuggitivi, informandoli che se non si
fossero immediatamente allontanati aveva l’ordine di prenderli a
cannonate?
3- E
qui “la cosa” assume l’aspetto fosco. Scrive lo storico
Robert Tucker (“The revolution from above 1928-1941): “Non
ho conosciuto mai la violenza di un terrorismo di Stato pari a
quello verificatosi in Unione Sovietica; in quegli anni furono
fucilate milioni di persone dopo essere state torturate alla
Lubianka, o deportate nei campi di lavoro della Siberia (…). Tra
questi c’erano tutti gli ufficiali ebrei”. Oppure quanto scrive
Paolo Veltri (Stalin e gli ebrei) il quale attesta che dal
settembre 1939 al luglio successivo, in seguito alle annessioni
sovietiche, due milioni di ebrei dei tre Stati Baltici passarono
sotto l’Urss. Nella zona polacca occupata dai sovietici, a partire
dal febbraio 1940, la polizia Nkvd di Beria arrestò e deportò circa
mezzo milione di ebrei. Molti morirono durante il viaggio. Queste
operazioni continuarono anche negli anni Quaranta. “Un’intera
generazione di sionisti ha trovato la morte nelle prigioni
sovietiche, nei campi, in esilio”. E ancora – ma non ultimo – lo
scrittore russo Arkady Vaksberg nel suo libro “Stalin against
the Jews” sostiene “dopo accurate ricerche” che gli ebrei
eliminati da Stalin siano stati “presumibilmente cinque milioni”.
Sempre lo stesso autore afferma che, esistendo l’alleanza
Molotov-Ribbentrop, migliaia di famiglie di ebrei che fuggivano
dall’incalzante avanzata delle truppe tedesche in Polonia, si
rifugiarono nel territorio occupato dall’Urss, ebbene Stalin le fece
restituire ai nazisti.
Credo che la domanda sorga spontanea. Voi lettori
avete mai notato le stesse denunce circa i massacri perpetrati dai
sovietici, la stessa enfasi forcaiola per quelle commesse dai
tedeschi?
Perché questa differenza?
Ma
torniamo a Benito Mussolini. Se una colpa gli si può adottare fu
quella di aver salvato decine di migliaia di ebrei.
Allora, fu una colpa? Se non lo fu, sollecito un atto di giustizia:
che similmente ad altri meritevoli, venga innalzato a suo nome un
monumento nella “Valle dei Giusti” in Israele. D’altronde
sarebbe in ottima compagnia, perché in quel luogo vengono ricordati
altri fascisti che ebbero gli stessi meriti, fra questi voglio
ricordare: Guelfo Zamboni (console italiano a Salonicco); Giovanni
Palatucci (Questore di Fiume durante la Rsi, deportato e ucciso in
un lager perché accusato della salvezza degli ebrei); Giorgio
Perlasca (che operò a Budapest nel salvataggio di circa cinquemila
ebrei).
Perché
tanto rancore contro Benito Mussolini? Provo a dare una risposta
sempre avvalendomi di personaggi “al di sopra di ogni sospetto”.
Il 13 ottobre 1937 Bernhard Shaw in una intervista concessa al
“Manchester Guardian”, fra l’altro disse: “Le cose da
Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto
con il capitalismo”.
Cosa aveva fatto Mussolini di tanto grave?
Prova a
spiegarlo Zeev Sternhell, professore di Scienze Politiche
presso l’Università di Gerusalemme, col saggio “La terza via
Fascista”, nel quale fra le tante e varie considerazioni
attesta: "Il Fascismo fu una dottrina politica, un
fenomeno globale, culturale che riuscì a trovare
soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominavano i
primi anni del secolo (…). Il corporativismo riuscì a dare la
sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse
cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente
nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione". E da qui
giungere alla “Socializzazione dello Stato” il passo sarebbe
stato breve. Immaginatevi il danno che un’idea del genere avrebbe
arrecato ai “reggitori delle chiavi delle casseforti mondiali”.
E
allora guerra. E per non far rivivere quell’idea, ancora oggi
attuabile, si carichi su quell’uomo e sul suo regime ogni infamia
possibile. D’altronde la cosa non riuscì difficile… l’importante è
avere a disposizione l’informazione; ed il gioco è fatto! Tutto ciò
– e tanto altro ancora – può essere un esempio sufficiente per
illustrare il criterio delle applicazioni delle “Leggi Razziali”
in Italia.
Quanto
sin qui scritto è solo l’inizio della lunga storia che riguarda i
rapporti fra il fascismo e gli ebrei. La documentazione più
completa, ripetiamo, è contenuta in un mio libro che tratta appunto
l’argomento, ma desidero porre alcune domande ai detrattori, ai
dispensatori di ingiurie maramaldesche, scagliate un po’ per
ignoranza e molto per un bieco, ignobile, servile tornaconto, contro
un Uomo che tutto il mondo ci invidiava:
1)
perché non
spiegare alle scolaresche e ai telespettatori cos’era la DELASEM?
Da chi fu autorizzata? che funzioni svolgeva? E, soprattutto, in
quali anni operò?
2)
Perché gli ebrei
tedeschi, austriaci e quelli che vivevano nei Paesi occupati dalle
truppe germaniche si rifugiavano nell’Italia fascista? E pur,
sapendo bene che nell’Italia fascista vigevano le leggi razziali?
3)
Perché quegli
stessi ebrei non chiedevano asilo ai “Paesi democratici” o,
meglio ancora, al “paradiso sovietico”.
4)
Perché non
ricordare quanto hanno scritto su questo argomento storici ebrei
come Mondekay Poldiel, Rosa Paini, George L. Mosse, Menachem Shelah,
Emil Ludwig? E questo è solo un frammento di quanto c’è da
raccontare e da scrivere.
5)
Perché non
parlare di personalità ebraiche come Ludwig Gumplowicz, Cesare
Goldman, Duilio Sinigaglia, Aldo Finzi, Dante Almasi, Guido Jung,
Margherita Salfatti e mille altri ancora?
6)
Perché non
ricordare gli ordini che dette Mussolini al generale Robotti dopo la
visita di Ribbentrop?
7)
Perché non far
presente quando e in quale occasione i tedeschi misero le mani su
tanti infelici sino a quel giorno al sicuro dietro lo “scudo
protettore” italiano?
8)
Quindi, e di
conseguenza, sarebbe fuori luogo asserire che gli ebrei furono
consegnati alle camere a gas (sempre che siano esistite realmente)
dal primo governo antifascista? Cioè da Badoglio?
9)
Ma un altro
“perché” è doveroso porlo, anche se è drammatico e frustrante:
perché dei discendenti del Duce (a parte Donna Rachele) mai nessuno
si erse, o si erge a difenderne la memoria? Eppure le possibilità
non sono mancate.
Per concludere: quell’Uomo merita davvero quanto questo
infido sistema politico, per sopravvivere a se stesso fa, per
infangarne la memoria?
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