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spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
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Cari amici, sostenitori e lettori de Ilduce.net,
Il
lavoro che non c’è. E’ diventato questo l’argomento principale
dei telegiornali e la preoccupazione più assillante per milioni di
italiani dal futuro incerto. Abbandoniamo per un momento le
sciocchezze e le funeree notizie televisive ed iniziamo a ragionare
sul problema in modo concreto.
Il lavoro è il fondamento dell’economia e lo stesso manca nei
paesi in cui mancano i consumi, dove manca il progresso, la
ricchezza. Può dunque questo essere un problema italiano? Se
guardiamo ai fondamentali della nostra economia la risposta può
essere una sola: NO!
E allora perché in Italia si dice che manchi il lavoro? Se
gli italiani sono un popolo di consumatori, se a Natale i negozi di
tecnologia sono stati letteralmente presi d’assalto, se i ristoranti
sono pieni com’è possibile che il lavoro sia scomparso? Di certo c’è
che la “scomparsa” del lavoro in Italia porterà mano a mano ad una
diminuzione dei consumi, che già c’è anche se in termini di
decimali, e ad un graduale, ma sempre più rapido, impoverimento del
paese con conseguente ulteriore diminuzione del lavoro. Ciò che
anche i più ignoranti in materia sanno è che l’economia è una catena
di produzione-consumo: se uno dei due si ferma è tutta
l’economia a risentirne: si ferma tutto!
Dunque veramente non c’è lavoro? Oppure il lavoro è stato portato
via?
Da circa 30 anni
infatti dapprima le maggiori aziende italiane, poi a seguire anche
quelle medie e piccole, hanno iniziato una vera e propria marcia
verso la produzione all’estero (Cina, India, Sudamerica ed Est
Europeo). Tali migrazioni non erano destinate ad acquisire maggiori
quote di mercato internazionale ma a sfruttare la manodopera a basso
costo. Più volte abbiamo sentito da Prodi e altri politici italiani,
complici a questo punto, che il problema del lavoratore italiano era
la “competitività”. La mia domanda è: come si può diventare
competitivi con un operaio cinese che guadagna 100 euro al mese e
mangia 2 ciotole di riso al giorno? Come può esserlo sui costi il
piccolo imprenditore italiano che riceveva dai grossi gruppi le
commesse di produzione se il suo alterego cinese stipa 200 persone
sotto un telone senza la benché minima norma di sicurezza? La
risposta è ancor più semplice: non si può!
Alla totale
desertificazione produttiva tecnologica italiana (in un mondo
oggigiorno sempre più “Hi-tech” non esiste un produttore italiano di
cellulari, tv, informatica varia! Negli anni ’80 Olivetti contendeva
la leadership mondiale nientemeno che all’IBM!) si è così aggiunta
una progressiva perdita di molte capacità e conoscenze che i nostri
lavoratori avevano e che rendevano il prodotto italiano
ineguagliabile e la manodopera qualificata. Non solo: per rendere il
“made in Italy estero” uguale o per lo meno simile a quello italiano
abbiamo iniziato a fornire quelle conoscenze che rappresentavano la
nostra vera ricchezza!
Nel corso degli anni dunque si è proceduto ad una graduale ma
inarrestabile spoliazione del tessuto produttivo italiano in
quei settori (ad esempio tessile e calzaturiero) in cui l’Italia era
leader mondiale e non aveva pressoché concorrenti dando così lavoro
a milioni di persone. Il problema in questo campo non è
rappresentato dalle aziende cinesi o di altri paesi in via di
sviluppo in quanto il prodotto italiano è, o almeno era, di qualità
infinitamente superiore e dunque la produzione cinese non è mai
andata ad intaccare quel target di consumatore che vuole pagare e
pretende la qualità del prodotto. Il problema è rappresentato semmai
da quei produttori italiani che sono andati alla ricerca di maggiori
utili basati sulla speculazione e sullo sfruttamento chiudendo
direttamente o facendo chiudere (con l’indotto del tessile
lavoravano circa 3 milioni di italiani!) migliaia di aziende e
lasciando così disoccupata una massa ingente di persone.
E dove sono finiti tutti quei lavoratori di tanti posti di lavoro
perduti?
Semplice: Call center,
società di servizi del nulla, finanziarie hanno per anni sostituito
il lavoro vero, quello delle fabbriche che pian piano iniziavano a
trasferirsi all’estero non per sopravvivere ai costi italiani bensì
per semplice speculazione, per rimpinguare utili sempre più
importanti lasciando sul terreno nazionale disoccupati a raffica che
si riciclavano nelle attività del nulla di cui sopra. Oggi però
anche queste stanno scomparendo: i tanto tristemente famosi Call
Center stanno chiudendo in massa e vengono spostati all’estero
(moltissimi in India) tanto che oggi non si trova nemmeno quello di
lavoro! Non solo: i nostri giovani, i nostri disoccupati non hanno
più le conoscenze di un tempo. Abbiamo una massa di disoccupati
priva di qualifiche lavorative! Una massa inerme di gente che dopo
aver studiato una vita non sa fare assolutamente nulla!
L’ultima a levare le tende in ordine di tempo è stata la OMSA
che lascerà a casa quasi 300 persone per trasferirsi in Serbia.
Azienda in perdita? Anche in questo caso niente affatto! E ancora l’ALCOA
che chiuderà in Sardegna lasciando a casa oltre 1000 persone perché
sull’Isola, hanno dichiarato i dirigenti, il costo dell’elettricità
è troppo alto. E qui veniamo al punto dolente: l’Italia è rimasta
indietro. Le infrastrutture sono le stesse di cinquant’anni fa! Le
stesse che, costruite durante il ventennio fascista, hanno
rappresentato un incredibile volano per l’economia nazionale anche
nel dopoguerra.
La politica anziché fungere da sprone all’amministrazione per creare
e migliorare le infrastrutture è servita solo per incancrenirla
sempre più con la propria corruzione e connivenza con la
criminalità. Fino a ieri girava su internet un filmato che mostrava
i lavoratori di una ditta cinese completare un grattacielo di 30
piani in appena 15 giorni! Certo non chiediamo questo all’Italia ma
per diamine in quale paese costruire un’autostrada (la
Salerno-Reggio Calabria) richiede 30 anni? Accade così che le
opere italiane appena completate siano già vecchie!
Torniamo agli imprenditori: tali signori non hanno capito che dalla
localizzazione avranno si nel breve termine avranno dei vantaggi ma
il licenziamento dei lavoratori, la riduzione della loro capacità
d’acquisto porterà inesorabilmente ad una diminuzione dei consumi e
della spesa dei cittadini italiani che si ripercuoterà sui loro
guadagni che verranno meno, in toto, almeno sul mercato italiano
ovvero quello di riferimento per molti gruppi che hanno
delocalizzato all’estero la produzione.
Ecco dunque che per qualche manager con voglia di fare soldi facili
e qualche figlio di papà che ha ereditato imperi industriali senza
aver sudato per un minuto in vita sua non c’è niente di più facile
che far scomparire questo lavoro dal nostro paese e realizzare forti
profitti iniziali. Ma questa strada, anche per loro, porta ad una
sola direzione: il baratro!
La politica non interviene, è invischiata fino al collo in
quanto spesso e volentieri i partiti ricevono soldi e finanziamenti
da lobby, gruppi di potere, industriali: emblematici i vari scandali
delle cricche che pagano a politici e amministratori case, vacanze,
alberghi, ristoranti, etc. Per quale motivo farebbero ciò? Buon
cuore e beneficienza? Ovvio che no.
La politica, se onesta e rivolta al fine di realizzare l’interesse
pubblico italiano (e già qui inseriamo due condizioni difficilmente
riscontrabili in Italia) dovrebbe intervenire con forza, la stessa
che gli viene concessa dai cittadini con il voto! Le forze politiche
rilevanti invece operano nella direzione diametralmente inversa con
l’interesse esclusivo di realizzare il proprio scopo ovvero quello
di stare al potere il più a lungo possibile. Intervenire oggi, viste
le condizioni in cui i politici hanno legato mani e piedi l’Italia
ad una serie di istituzioni internazionali usuraie e usurpatrici
della sovranità nazionale, sarebbe già di per sé estremamente
difficile ma ancora non impossibile se solo ve ne fosse la volontà
ma soprattutto la capacità!
Su quest’ultima infatti i dubbi sono notevoli visto che ad esempio
buona parte del Parlamento non ha idea di cosa sia il famoso
“rating” o lo “spread” nonostante se ne parli da ormai un anno tutti
i giorni e, assurdo dell’assurdo, dovrebbero essere loro a porre in
essere le misure per calmierarlo!
La Francia annuncia l’introduzione di dazi. La Volkswagen cresce,
la Fiat emigra.
Fino ad un paio di anni
fa la Lega, soprattutto durante il governo Prodi, urlava a modo suo,
come sempre, chiedendo l’introduzione di dazi doganali contro la
merce che arrivava dalla Cina. La solita mossa propagandistica visto
che in otto anni di Governo non ne hanno fatto nulla in perfetto
stile Lega nord. Guarda un po’ proprio di dazi doganali ha parlato
la Francia di Sarkozy pronta ad inserirli nella prossima manovra. E
allora cosa dovrebbe fare l’Italia? Considerato quanto scritto
prima, ovvero le difficoltà di intervento in un sistema economico
così ingessato e spesso dipendente da fattori esterni, è necessario
comunque intervenire. Non possiamo più assistere ad un paese
schernito a piè spinto in ogni angolo del globo. Dovremmo semmai
capire per quale motivo la Volksvagen procede ad acquisizioni,
cresce sul mercato producendo in Germania mentre la Fiat, terminata
la manna statale che l’ha sempre tenuta in piedi per un secolo a
spese degli italiani, chiude stabilimenti e si prepara ad andar via
dall’Italia. Dunque concludiamo: siamo in un paese che garantisce la
libertà economica e quindi non può impedire ad altri di andare a
produrre all’estero: bene e sia. Ma la stessa politica dovrebbe
impedire a questi signori di venire a vendere in Italia introducendo
dei dazi, non ai cinesi ma agli stessi italiani (!!), che rendano
pressoché inutile e non conveniente la loro scelta di andare a
sfruttare lavoratori stranieri al solo fine di incrementare
sfruttare manodopera a basso costo. Di ciò se ne gioveranno non solo
gli italiani ma tutti quegli imprenditori che hanno deciso di tenere
duro e continuare a produrre in Italia nonostante la concorrenza
scorretta dei loro colleghi. Il risultato? In Italia potrebbe creare
un buco di offerta che verrebbe colmato da nuove aziende e con il
ricavato dai dazi pagati da quelle che hanno preferito emigrare si
potrebbe così finanziare la ricerca indispensabile per continuare a
rimanere sul mercato e alla quale molti imprenditori rinunciano
proprio per far quadrare i conti; si finanzierebbero le indennità di
disoccupazione ai lavoratori di quelle imprese che chiudono non per
la crisi ma per delocalizzare; si potrebbe elargire denaro fresco
alle stesse imprese che faticano a trovare finanziamenti presso le
banche.
Insomma una montagna di risorse che servirebbero a far ripartire
l’Italia: altro che decreto Salva Italia! L’Italia questa classe
politica e di presunti “tecnici” l’ha affossata! Ma d’altronde
finchè saremo in democrazia dobbiamo accettare il verdetto
elettorale anche se lo stesso è il risultato di partiti con
potentati economici immensi alle spalle, che controllano i media e
ottengono spesso e volentieri i voti dalle organizzazioni criminali.
In tutto ciò non creda di scampare al nostro giudizio il 40% degli
italiani che non va a votare: anche loro sono colpevoli.
Di ignavia.
Giuseppe Minnella, Direttore Ilduce.net
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