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IL FASCISMO E I TERREMOTI
QUANTI FATTI ABBIAMO TRALASCIATO,
EPPURE FURONO VERE TRAGEDIE E COMPIUTI REALI MIRACOLI
Diffidiamo dei bla-bla-bla di
parte e interessiamoci solo dei fatti e dei documenti
di Filippo Giannini
Tutti sono a conoscenza
che il lunedì 28 dicembre 1908 lo Stretto di Messina (Messina
e Reggio Calabria) fu colpito da un terremoto. Erano le 5,21 del
mattino, gli abitanti erano nel pieno del sonno, un terremoto che
raggiunse il 10° grado della Scala Mercalli devastò la città radendo
al suolo il 90% degli edifici; Messina che all’epoca contava circa
140.000 abitanti ne perse circa 80.000. Le onde sismiche investirono
il circondario: ad esempio Reggio Calabria, anche se non subì la
violenza tellurica di Messina, tuttavia dovette accusare 15.000
morti su una popolazione di 45.000 abitanti. Si pensi, ad esempio,
che all’Ospedale civile, su 230 ricoverati se ne salvarono solo 29.
Ai danni provocati dalle onde sismiche si aggiunsero quelli
cagionati dal maremoto di impressionante violenza che investì le
zone costiere con onde d’altezza da 6 a 12 metri ( 23 metri a
Pellaro, frazione di Reggio Calabria). Ovviamente quest’ultimo
fenomeno causò moltissime vittime fra quegli sventurati che, dopo le
prime scosse, si erano ammassati sulle coste. Gli incendi che si
verificarono poco dopo completarono l’opera di distruzione.
I
primi soccorsi i siciliani e i calabresi li ottennero dai marinai
russi ed inglesi, scesi dalle loro navi che incrociavano nei pressi
delle coste investite; mentre quelli italiani arrivarono, per
incapacità criminale del governo del tempo, solo dopo una settimana.
A testimonianza, ecco quanto riporta la relazione, datata 1909
presentata al Senato: <In un attimo la potenza degli elementi
ha flagellato due nobilissime province abbattendo molti secoli di
opere e di civiltà (…). Forse non è ancora completo, nei nostri
intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande
sventura (…). Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e
immediate provvidenze sono necessarie>.
Si dovranno attendere diversi lustri affinché le “immediate
provvidenze” si realizzino; e indovinate chi provvide?
Il 22 giugno 1923 il nuovo Presidente del Consiglio, Benito
Mussolini, visita la città di Messina e rimane fortemente
rammaricato dallo spettacolo: a 15 anni dallo sventurato terremoto,
le baraccopoli attorniavano ancora la città dello Stretto. <È
doloroso> ha detto fra l’altro <per la civiltà
italiana che degli italiani vivano ancora in uno stato così
miserabile!>. Annullati alcuni incontri, Mussolini riceve
una commissione nominata per risolvere i problemi della città. <Orrore,
orrore …> ripete il Presidente del Consiglio <Io sono
qua per ascoltare i cittadini di Messina e per concordare i
provvedimenti urgenti da prendere>. Ad un componente della
commissione che lo ringraziava per l’impegno preso, Mussolini
rispose: <No, non ringraziate ora, ma quando avrò realmente
fatto qualche cosa: il mio Governo è un Governo d’azione>.
Dopo aver ascoltato una relazione sui problemi più urgenti della
città, Mussolini conclude: <Solleciteremo le opere, faremo
presto; ma, o signori, non dimenticate che il denaro pubblico è
sacro. Esso proviene dal sudore e sovente dal sangue del popolo e
non abbiamo diritto di spenderlo alla leggera. Bisogna andare cauti
ed usare tutti i controlli (evidentemente Mussolini
risentiva del sistema di governo che lo aveva preceduto, nda).
Ricordatevi che abbiamo appena sette mesi di vita
(Mussolini era stato nominato Capo del Governo a novembre del 1922,
nda) e che i primi mesi dovemmo dedicarli a sbaraccare il
terreno dai progetti inutili. Messina può attendere all’opera con
fede>.
Quanto sopra scritto è stato ripreso da un lavoro di Don Franco
Giuliani.
Passarono pochi anni e il Governo costruì case. Ogni famiglia ebbe
la sua bella casa e ancora oggi si possono vedere a Messina e a
Reggio Calabria. Messina è definita la città più moderna dopo
Littoria (oggi Latina).
A
testimonianza proponiamo una lettera inviata al direttore de Il
Giornale d’Italia del 28 novembre 1988 dal signor Adolfo Saccà
di Roma. <Il terremoto del 1908 ridusse in fumanti macerie
Reggio Calabria, Messina e le cittadine di quelle due province. Con
l’aiuto di mezzo mondo ben presto furono costruiti interi
baraccamenti per il ricovero dei sopravvissuti. Ed in quelle
baracche vivemmo per ben venti lunghissimi anni! Dal 1908 al 1923.
Finché nel 1923 Mussolini lasciò la capitale per recarsi in Sicilia.
Il capo del Governo poté vedere dai finestrini della sua carrozza,
riportandone vivissima impressione, il succedersi ininterrotto di
baracche già vecchie e stravecchie. L’anno dopo al loro posto
c’erano già in tutti i paesi terremotati altrettante belle, decorose
palazzine che ancora oggi testimoniano il sollecito, deciso
intervento di Mussolini che ci tolse, finalmente!, dalla miserissima
condizione di baraccati>.
Dal Ministero dei Lavori Pubblici si può conoscere che nella sola
Messina sono stati costruiti 4.574 appartamenti; nella provincia di
Reggio Calabria 5.115; nella sola città di Reggio Calabria 2.106.
Palazzi con giardini, secondo l’urbanistica del tempo, case che
l’assegnatario poteva pagare a riscatto e ad un prezzo conveniente.
Osserva, non senza giustificato motivo Don Franco Giuliani: <L’organizzazione,
l’amministrazione e l’assegnazione delle case, avveniva serenamente,
senza bustarelle, senza tangenti come invece avviene oggi in ogni
amministrazione dello Stato. Gli esempi di tutti i giorni lo
dimostrano e confermano>.
Perché abbiamo titolato
questo pezzo: “Quanti fatti abbiamo tralasciato, eppure furono
vere tragedie e compiuti veri miracoli”? Dobbiamo riconoscere i
nostri limiti e la nostra ignoranza. O forse perché quei vent’anni
(poco più di tremila giorni) sono così densi di avvenimenti e
realizzazioni che ogni giorno di studio offre nuove acquisizioni.
Conoscevamo solo in parte questi fatti e quelli che più avanti
citeremo. Ripetutamente, anche nei nostri libri, abbiamo rammentato
il miracolo compiuto da Araldo Di Crollalanza
incaricato da Mussolini per la ricostruzione di ampie zone della
Campania, del Sannio e della Lucania, colpite dal sisma (6° grado
della scala Richter) del 23 luglio 1930. In soli quattro mesi
furono ricostruite o restaurate quasi novemila case dalle solide
strutture.
A questo proposito non
possiamo omettere una parentesi. Nel terremoto de l’Aquila
dell’aprile 2009 gli unici edifici che resistettero al sisma furono
quelli costruiti nel Ventennio, ma una nuova osservazione è
indispensabile: il pur bravo Guido Bertolaso, si è trovato ad
operare in una area molto più limitata da quella affidata per la
ricostruzione ad Araldo Di Crollalanza ed i mezzi a disposizione di
questi erano ben più modesti di quelli a disposizione di Bertolaso.
Eppure il terremoto del 1930 è volutamente obliato, certamente
per non proporre difficili comparazioni.
Come scritto poco
sopra, abbiamo tralasciato di ricordare altri interventi del Governo
Mussolini, ma il volume di Don Franco Giuliani ce li rammenta. Anche
nelle province di Forlì e di Pesaro, colpite da un sisma nel 1916,
le opere di ricostruzione furono compiute negli anni ’20. <Il
Duce> ha scritto Don Giuliani <mobilitò l’intero Genio
Civile ripescando la legge n. 2309 del 1916 e trovò che era stata
stanziata una bella somma per le riparazioni urgenti, ma nessuna
opera era stata eseguita e la povera gente era ancora in attesa.
Come per il terremoto della Marsica, anche qui sistemò ogni cosa
trovando alloggi per le famiglie sinistrate (vedi Archivio
dei Lavori Pubblici)>. Circa il citato terremoto della Marsica,
l’Autore si riferisce al sisma <catastrofico del 13 gennaio
1915 che devastò otto province: Aquila, Avezzano, Ascoli Piceno.
Campobasso, Caserta, Chieri, Teramo; 30.000 vittime, 350 comuni
devastati (…). I vari governi indaffarati per la crisi e le
elezioni, per i comizi, non fecero nulla di nulla>.
Il Duce salito al
potere nel 1922 <iniziò subito il mastodontico lavoro di
riparazione>. All’uopo fu varato un Regio Decreto Legge
del 27 settembre 1923: Provvedimenti per le località
danneggiate da terremoti successivi a quello del 13 gennaio 1915;
Decreto che riguardava, appunto le Norme Antisismiche.
E Don Giuliani elenca la lunga serie di interventi per le
ricostruzioni. <Costruzione di case antisismiche (…). Sussidi
del 50% per coloro che volessero ricostruire per proprio conto la
casa distrutta. 140 palazzine asismiche con 500 alloggi in vari
Comuni (…). Togliere la gente ancora nelle capanne, nelle tendopoli,
nelle case pericolanti, dove l’avevano lasciati gli altri Governi,
comandati dai partiti. Nella sola Marsica furono costruite 774
palazzine antisismiche>. E così ad Avezzano scuole, Palazzo
di Giustizia, asili, case popolari, acquedotti, fognature;
l’ospedale e l’Università a l’Aquila.
Don Franco Giuliani continua: i terremoti del 1927-1930 che
investirono i Castelli Romani, l’intervento del Genio Civile fu
pronto. <Nemi fu il paese più danneggiato. Furono riparate 181
case e concessi sussidi ai sinistrati. Lo Stato per volere del Duce,
distribuì ai danneggiati L. 200.000, cifra ragguardevole per quel
tempo>. E così di seguito per i terremoti in provincia di
Bologna (10 aprile 1929); terremoto di Avellino, Bari, Benevento,
Foggia, Napoli, Potenza, Salerno, l’opera del Genio Civile in quel
tempo rispose alle esigenze del caso. <Le persone rimaste
senza tetto le fece sistemare in alberghi in attesa della
riparazione delle case. Non si parlava mai di tendopoli, di
baraccopoli>.
Né queste opere di ricostruzioni bloccarono altri provvedimenti.
Anche se quanto andremo a scrivere può apparire fuori tema, non per
altro per fare Storia, ricordiamo che proprio in quegli anni
(legge 9 ottobre 1926 n° 2389) il Governo Mussolini rese
obbligatorio che ogni Provincia o Comune fosse fornito di un Pronto
Soccorso. Passò appena un anno e la legge venne applicata
scrupolosamente.
Né può essere tralasciato il ricordo della costituzione della IPAB –
Pubblica Assistenza Volontaria Croce Verde (R.D. 21 febbraio 1926)
che affiancava la Croce Rossa. Per meglio comprendere le finalità,
riportiamo l’art. 3 dello Statuto:
a) soccorrere, trasportandoli nelle loro abitazioni, agli ospedali,
o ad altri Istituti di cura i colpiti da malore, i feriti e gli
ammalati;
b) diffondere o rendere
popolari le norme igieniche o profilattiche atte a preservare la
salute pubblica;
c) compiere in genere
qualsiasi opera di assistenza infermieristica o di pronto soccorso
sanitario;
d) promuovere corsi di
infermierato e di assistenza al malato, denominati Scuola Sanitaria
con l’osservanza delle disposizioni legislative in materia.
Altre mille e mille
provvedimenti arricchiranno quel periodo oscuro, provvedimenti che,
è ovvio, in questo contesto non possiamo presentare.
Ma tutto ha un fine e conosciamo quale. Abbiamo ottenuto la
democrazia e ne conosciamo le conseguenze e la necessità, per
mantenerla in vita, di demonizzare il male assoluto.
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