ULTIMI AGGIORNAMENTI:

Foibe: un sopravvissuto della Repubblica Sociale

banner

Questo speciale è dedicato ai morti italiani dimenticati, ai sopravvissuti mai ascoltati, alla storia non ancora insegnata, alla memoria di tutti: vinti e vincitori, nonni, padri, figli e nipoti. Ilduce.net pubblica questa intervista per gentile concessione degli autori di Italynews.

A raccontarcela è Gino Brambilla un uomo che ha dedicato tutta la sua vita agli ideali di Patria, Onore, e Famiglia. Nato a Milano, classe 1928, cresciuto a Moltrasio sul Lago di Como, attualmente residente a Portoferraio, all’Isola d’Elba è uno dei pochi “testimone oculare vivente” e “sopravvissuto” delle foibe venete e ci racconta, in esclusiva per www.italynews.it, gli avvenimenti avvenuti nel Presidio di Fregona, vicino a Vittorio Veneto in provincia di Treviso, negli ultimi mesi di guerra.
Ma il suo racconto della foiba del Bus de La Lum, sul Pian del Cansiglio è di quelli che difficilmente si dimenticano.

>Quando è perché ha aderito alla RSI?
Era il 10 ottobre 1943. Partii da Moltrasio per Milano dopo che la radio ci informò che Benito Mussolini era stato liberato, ma la decisione l’avevo maturata nelle settimane precedenti: volevo combattere il nemico che avanzava sul suolo della Patria.

In quale zona d’Italia ha operato?
Appartenevo alla XXII^ Brigata Nera A. Faggion di Vicenza, II^ Comp. del I° Btg. da Vicenza alcune squadre della nostra Brigata, tra cui la mia, vennero trasferite a Vittorio Veneto. I nostri compiti erano sopratutto di pronto intervento nella lotta anti-ribelli, l’esperienza accumulata quando operavamo nel Vicentino aveva reso le nostre squadre più che efficienti, ognuno di noi in qualunque situazione sapeva come comportarsi.
Sin dai primi giorni si usciva spesso di pattuglia anche se nei primi tempi non si ebbero contatti con i ribelli, quando incominciarono gli scontri la mia esperienza mi fece capire che i problemi incominciavano a farsi più seri, poi ci trasferirono a Fregona, un paese ai piedi del Cansiglio, dove vi era la sede dei ribelli della Nino Nannetti.
In un primo tempo eravamo solo noi di Vicenza circa 75 persone, poi arrivò un contingente della XIX^ Brigata Nera Romolo Gori di Rovigo un centinaio di persone, arrivando così ad un massimo di 180 uomini tra ufficiali e truppa, 5 ausiliarie, ed in un secondo tempo arrivarono anche due anziani soldati Tedeschi.

Come erano i rapporti con la popolazione civile in particolar modo con gli ebrei?
Con la popolazione civile buoni, con cittadini italiani di religione ebraica non ho mai avuto rapporti o contatti.

Cosa ci dice delle locali formazioni partigiane?
E’ sufficiente dire con le due parole con le quali la locale popolazione definiva allora i partigiani: ribelli e assassini. Chi frequenta quelle località sa che ancora oggi i vecchi chiamano i partigiani con quei nomi che ti ho detto.

La Foiba Bus de la Lum

La Foiba Bus de la Lum

Ha subito il “processo della Montagna”?
Mi ricordo tutto come se fosse avvenuto solo oggi, eppure di anni ne sono trascorsi. Appena fatto prigioniero a Fregona incomincia ad arrivare gente, la scalinata si riempie, arriva anche il Vicario, Don Raffaele Lot che conoscevo bene (con me si vantava di essere stato il primo cappellano della provincia di Treviso ad avere aderito alla Repubblica Sociale).
Mi saluta e poi mi dice perché non avevo ammazzato il mio capitano, se lo avessi fatto mi avrebbero già mandato a casa. Non dissi nulla, ma dentro di me pensai che aveva ragione il mio capitano quando mi ordinò di ammazzare il prete.
Poi dalla folla usci un ribelle, mi guardò, e mi chiese se ero stato in un tal posto che ora non rammento più , io vi ero stato , ma dato che non sapevo per quale motivo lo chiedeva, dissi di no .
Si allontanò, poi ritornò insieme ad un altro ribelle , il quale mi squadrò e disse : “se lù” (è lui) e mi abbracciò.
Poi ricordai che, mesi prima, nei miei spostamenti, avevo avuto l’occasione di imbattermi alcune volte con dei boscaioli che viaggiavano in bicicletta, tenendo legata alla canna una scure da boscaioli fermata da alcuni lacci di legno di salice, come era in uso al mio paese sul Lago di Como .
Mi ricordavano il paese e la famiglia e, come era uso tra boscaioli, ci salutavamo (questo avveniva anche fra me volontario delle Brigate Nere e questi due boscaioli veneti). Un giorno, durante un rastrellamento tedesco, in seguito all’uccisione di militari in transito da parte dei ribelli, mentre mi spostavo con la mia squadra, vidi dei civili imprigionati dai tedeschi, appoggiate al muro vi erano due biciclette con le scuri che mi ricordavano i boscaioli conosciuti tempo prima.
Mi avvicino ai prigionieri e tra questi riconosco i due. Vado dal responsabile del rastrellamento (un ufficiale tedesco) gli mostro le mie credenziali, e garantisco che conosco i due e che vengano rilasciati sotto la mia responsabilità e così dopo alcune perplessità, il comandante accetta, fornisce ai due boscaioli i lasciapassare per uscire dalla zona del rastrellamento e dice: “mettetevi in ordine con i documenti, non sempre potete trovare un amico che garantisca per voi”. Ora ero io a trovarmi prigioniero, e i due fratelli, che di cognome facevano Frare, dissero ai ribelli: “Che nessuno tocchi costui, che ci ha salvato la vita dai Tedeschi” e da quel momento i miei due angeli custodi non mi lasciarono un momento.
Poi in mezzo ai tre ribelli e ai miei amici, seguito da alcuni abitanti, andiamo verso Mezzavilla dove, in mezzo ad un gruppo di case, c’è una specie di porticato che è stato trasformato in ospedale; ci sono sette o otto feriti medicati alla meglio; giacciono sopra a brande e a letti di civili; mi portano davanti ad un comandante dei ribelli, il “Maggiore Neno”, mi squadra da cima a fondo e dice: “Ora ti sistemiamo noi” poi dice ai miei accompagnatori: “Portatelo sù” e parto accompagnato da urla e minacce dei ribelli che stanno con i feriti. Piai e Sonego che attraverso, sono frazioni di Fregona.
Lasciate le abitazioni, lungo un sentiero che avevo già battuto diverse volte in cerca di ribelli, dopo un bel pò di strada, arriviamo ad una malga già da me visitata durante i rastrellamenti, mi fanno entrare in una stanza dove c’è un gruppo di ribelli attorno ad un bel camino con un fuoco acceso; questi mi guardano come se fosse la prima volta che vedono uno delle Brigate Nere .
Da quando mi hanno fatto prigioniero non parlo e non sorrido mai ma non sento nessuna paura, penso solamente alla mia situazione, a che cosa potrei fare, a che cosa sta succedendo, a dove saranno i miei camerati.
I ribelli non mi fanno molte domande ed a quelle poche non rispondo mai, alcuni di loro dicono ridacchiano: “E tu saresti uno di quelli che volevano vincere la guerra ! Ora ti sistemiamo noi”.
Si riparte: attraversiamo delle spianate erbose dove giacciono diversi serbatoi metallici lanciati con il paracadute dal nemico per rifornire i ribelli (armi, munizioni, viveri, soldi e tantissimo materiale di tanti tipi : benzina , radio trasmittenti, materiale da pronto soccorso, ecc.).
Arriviamo quindi al comando delle Brigate Cairoli della divisione Nino Nannatti sul monte Pizzoc (alto 1565 metri) vengo accolto da ribelli minacciosi, che mi anticipano che fine mi faranno fare; in mezzo a loro vedo la nostra crocerossina accompagnata da un ribelle che porta una divisa con il distintivo della croce rossa ed ha un cinturone con la pistola. La nostra ausiliaria Elsa Paiola, che doveva essere di Bolzano, mi viene incontro e mi abbraccia , mi accorgo che piange (trovo strana la cosa) mi sembrava quasi libera; gira con l’altro infermiere, ma è probabile abbia intuito che alla fine la uccideranno, come poi accadde.
Aprono una porta chiusa a chiave e mi spingono dentro e mi trovo insieme a molti camerati che credevo a Vittorio Veneto, la gioia fu immensa: vi trovai Boro Omero e Luigi Zanovello, tutti e due di Montecchio Maggiore, facevano parte della mia squadra di pronto intervento ed era oltre un anno che stavamo insieme.
Mentre cerchiamo di scambiarci notizie degli ultimi avvenimenti, si apre di nuovo la porta e veniamo fatti uscire nel corridoio, anche da un altra stanza escono camerati di Fregona poi veniamo raggruppati: i giovani volontari, come me, Omero e Zanovello, i vecchi volontari (fascistoni) e i graduati; poi tutti coloro che avevano un arma automatica, e infine un altro gruppo che non apparteneva ai gruppi chiamati. Ad uno ad uno veniamo avviati al piano superiore; una scala di cemento ci conduce in una stanza; in un angolo con un tavolo, dove stanno seduti tre capi ribelli: Figaro, comandante di guerra, Libero, comandante politico, il maggiore Neno ed un ribelle che scriveva a macchina, tre ribelli facevano da accusatori, al processo c’erano anche i miei due protettori.
“Sappiamo che sei un fascistone, hai ammazzato tanti partigiani, sappiamo che tua sorella ti scriveva, dicendoti che eri stato bravo a farlo, anche tuo padre è un fascistone ed è stato podestà del tuo paese”; tante cose erano completamente false, altre erano più che logiche, ma dato che i ribelli erano completamente in mala fede, io negavo tutto (non fu una cosa molto lunga) più che un processo fu un litigio all’ultimo sangue. Poi Libero disse : “Fanne venire un altro”.
Venni fatto uscire e salendo una scala di legno, entrai nel solaio, dove trovai un gruppo di camerati , tra cui anche Omero e Zanovello; fra di noi ci si chiedeva che cosa sarebbe successo; avevamo constatato che alcuni venivano fatti salire dove ero io, altri fatti scendere a pian terreno e quando erano in tre, allontanati scortati da ribelli.
Quando si capii che tutti erano stati processati, ovvero, subito il cosiddetto “processo della Montagna”, ci si contò, eravamo 42, e tra di noi ci chiedevamo che fine faremo e dove erano gli altri camerati che completavano il numero del nostro presidio di Fregona (era per un totale di 137 camerati, compreso le due ausiliarie).
Ma il dramma non era ancora terminato: sento discutere rabbiosamente tra due ribelli, erano stanziati nel comando Cairoli sul Pizzoc ed un gruppetto appena arrivato che voleva uccidere (anche loro) dei fascisti, poi si calmarono e dopo un po’ vennero chiamati tre di noi: ora sapevamo che a gruppetti di tre venivamo portati a morire.
Ma non era ancora terminata, perché partito il gruppo formato da tre camerati con i loro assassini, arrivò un altro gruppo e venne ripetuto il copione precedente; tra i tre chiamati vi era anche il mio amico e camerata Boro Omero, ci abbracciammo, mi consegnò una catenina d’ oro con la medaglia della Madonna per farla avere a sua madre e venne portato via.

Subito dopo partito il gruppo con Omero, venimmo fatti scendere nel piazzale, poi circondati dai ribelli.
Scendiamo velocemente a Fregona e veniamo chiusi dentro al campanile (il mio campanile).
Dopo un po’ di tempo aprono il portone e vediamo un gruppo di donne e ragazze venute a portarci acqua da bere e qualcosa da mangiare (polenta, pane e minestra). I ribelli all’arrivo delle donne, rimasero molto sorpresi, qualcuno voleva rimandarle indietro, ma le donne rimasero e il portone venne aperto .
Se pensiamo alle condizioni di vita della popolazione di Fregona, fra i loro disagi quello della distribuzione dei viveri (a causa degli attacchi dei ribelli i contadini non potevano lavorare la terra), ma la cosa più grave erano gli espropri che i ribelli facevano a chi possedeva generi alimentari e, con la scusa del mercato nero anche ai negozianti quando ricevevano il cibo da distribuire con la tessera; questi non venivano privati solo del cibo ma anche dei soldi.

Il 23 agosto 1993 sono ritornato al Bus de la Lum per partecipare alla funzione religiosa per gli infoibati.
Vi parteciparono familiari dei miei camerati, alcuni abitanti della zona vennero a sapere che c’era anche un sopravvissuto che era stato sul campanile di Fregona .
Fui avvisato che un vecchio signore di un paese dell’Alpago mi voleva parlare; (Adone Spert , di Spert, un paese dell’Alpago , di 83 anni ) mi volle raccontare la sua tragedia. Suo padre era proprietario di una macelleria a Spert ed i ribelli andavano da lui e prendevano la carne che riceveva da distribuire alla popolazione (non solo, ma si prendevano anche i soldi).
Un giorno i ribelli seppero che era arrivata la carne, si recarono alla casa del macellaio (che era a tavola con la famiglia) e gli imposero di andare con loro in negozio; volevano che gli consegnasse la carne ed al suo rifiuto venne ucciso con una raffica di Sten davanti a moglie e figli. Al mattino presto la sveglia. I ribelli chiamano alcuni di noi e ci portano attorno Fregona, a raccogliere i nostri camerati (uccisi il 27 aprile) con un carretto che portavamo al cimitero di Fregona dove altri stavano scavando alcune fosse.
Recuperati i corpi dei nostri camerati, cercammo di raccogliere gli oggetti che avrebbero dovuto avere (ma tutto quello che poteva avere un minimo valore, scarpe, anelli, accendini e soldi erano stati portati via dai ribelli). A Sanna, da morto, per potergli togliere la fede d’oro, gli spararono una raffica sulle mani; asportando le prime falangi gli sfilavano l ’anello, quando raccogliemmo il corpo del povero Sanna uscirono alcune parti della calotta cranica con il suo contenuto; i ribelli gli presero anche il portafoglio ma gli lasciarono in una tasca due lettere della famiglia dove gli avevano scritto “colpito al cranio”.
Terminata questa mesta cerimonia, venne Don Raffaele Lot a parlare con noi, io gli diedi, con l’aiuto di altri camerati, i nominativi dei sopravvissuti e quelli di tutti coloro a noi noti che erano stati infoibati. Verso mezzogiorno ci dicono che quando arriverà un mezzo di trasporto ci avrebbero trasferito a Vittorio Veneto, salvo.

Come giudica oggi il periodo 1943-45?
Nonostante la guerra e le tremende conseguenze la mia più grande e meravigliosa esperienza.

Il Campanile di Fregona

Il Campanile di Fregona

Prima ha parlato del “mio campanile”. Cosa vuol dire?
Io con altri 10 camerati negli ultimi giorni di aprile del 1945 ero comandato di servizio sul campanile della Chiesa di Fregona, dove solitamente si facevano servizi di guardia della durata di 5-6 giorni con turni di quattro ore di guardia e otto ore di riposo, non si facevano turni fissi di modo che pochi sapevano esattamente quante persone vi erano di guardia sul campanile.

Martedì 24 aprile sono di guardia sul campanile assieme ad altri 10 .
A me tocca il turno dalle 10 alle 14, è un buon turno e si ripete anche nella notte.
Alle 14, quando smonto, scendo in presidio a parlare con i camerati a cui sono più legato (Boro, Zanovello e altri vicentini, ognuno di noi ha qualcosa da raccontare!).
Non ci sono giornali, radio o altro, la posta di casa è rara, e così ogni notizia che si viene a sapere, viene analizzata e raccontata da noi . Alle 22, appena montato di guardia dal Col Pelà, una collina di fronte al retro del presidio, incominciano a spararci con i “BREN”.
Presidio e collina sono divisi da un torrente, che scende dal Cansiglio. Spari ed urla dei ribelli “arrendeve o ve copemo tutti quanti” ci chiamavano “fioi de cani” “sboraura porca” “ladri de pite”, ci minacciavano di buttarci nel “Bus de la Lum”, poi invitavano i loro ex compagni, che stanno con noi, a disertare, altrimenti gli facevano fare la stessa fine di noi volontari.
Dal presidio si risponde che se si avvicinavano ancora un po’ di metri potevamo dar loro la risposta a voce. Dal campanile il mitragliere cercava di puntare l’arma dove si vedevano le fiammelle dei mitragliatori nemici, e ogni tanto sparavamo qualche raffica, tanto per ricordargli che c’eravamo anche noi!
Dopo un pò di tempo dall’inizio degli spari, si sente il “voop” del nostro mortaio da 81, il maresciallo Giorgi è un vero specialista, con la sua squadra si occupa del pezzo, tirano bombe ad alta capacità (2 kg circa di esplosivo ) e vengono sparati tre colpi uno dietro l’altro ,che vanno a cadere sul bersaglio (urla di gioia da parte nostra).
I ribelli, per un paio di minuti, non dicono niente, poi si mettono a urlare, quindi abbandonano le posizioni senza più sparare, probabilmente perché qualcuno è stato colpito. Dal presidio invitano i ribelli a continuare ancora per un po’ la sparatoria, perché abbiamo bombe per tutti, ma la sfida non viene accettata.
Alcune squadre mandate in ricognizione, rientrano al mattino; hanno trovato molte tracce di sangue, ma nessun corpo ne feriti ne morti, se ce ne sono stati, li hanno già portati via. Poi tutto torna tranquillo .
Mercoledì 25 aprile termino il turno di guardia alle ore 14.00, scendo dal campanile per la pulizia personale, per sapere se in cucina vi è rimasto qualcosa da mangiare, ma soprattutto per conoscere le ultime novità.
Al di là della strada di fronte al presidio, vi sono della case con dei piccoli giardini e muri di confine.
Da un pò di tempo i camerati, che hanno avuto un passato di “ribelli”, sono visibilmente costernati (sappiamo che i civili che gravitano attorno al presidio li informano di quanto dice “Radio Londra”).
Riteniamo quindi che hanno avuto brutte notizie (noi facciamo finta di nulla) soprattutto perché anche loro tengano fede alla parola data quando, rastrellati da noi, chiesero di aderire alla Repubblica Sociale per paura di finire nei campi di lavoro in Germania.
Con noi si comportavano bene e da parte di noi volontari non vi erano contrasti con loro ; facevano il loro dovere e questo era importante. Quando venivamo attaccati, loro non rispondevano al fuoco, “per non uccidere i loro fratelli”. Nessuno di noi fece mai rimostranze per questo atteggiamento , come pure non li accusammo di complicità con il nemico, anche se, da parte nostra, stavamo sempre sul chi vive.
Nei mesi passati, fra Vittorio Veneto e Fregona, nessuno dei rastrellati fuggi durante le uscite sulle montagne del Cansiglio alla ricerca del nemico, anche se quelle erano le occasioni loro più favorevoli. Le tre o quattro defezioni in quel periodo, avvennero tutte al deposito di Vittorio Veneto .
Durante la notte, circa alla medesima ora, appena montato di guardia, incominciarono a sparare da diverse posizioni, per farci intendere che sono sempre presenti; anche noi spariamo qualche raffica, e dal campanile lanciamo alcune bombe a mano.
Poi tutto torna tranquillo.

Giovedì 26 aprile alle 14,00, terminato il mio turno di guardia, lascio il campanile per il Presidio , per la solita “routine” e per vedere se è rimasto qualcosa in cucina da rosicchiare.
Oggi c’è una novità in attesa dello spostamento a Vittorio Veneto, (ma è già da una decina di giorni che si sente dire in giro) vengono distribuiti scarpe e vestiario, per chi vuole.
Io scelgo un paio di scarponcini e un paio di calze di lana, poi, con i miei camerati, si fa il punto della situazione.
Vediamo il gruppo dei partigiani nel giardinetto, in piena discussione e anche se non riusciamo a sentirli , capiamo che sono molto preoccupati, ma noi ci scherziamo sopra (alla nostra età nulla ci creava problemi). Quando stavo per rientrare nel campanile, salgo la scalinata; dietro di me il maresciallo di fureria che si reca in chiesa.
Sento arrivare una raffica di mitragliatore, alle mie spalle un urlo e vedo il camerata a terra colpito ad una gamba.
Dal Col Pelà, ci stanno sparando brevi raffiche proprio contro di noi che stiamo salendo (vedo i colpi che arrivano perché schizzano schegge dai gradini) e si avvicinano alla mia posizione; alzo i tacchi e più veloce che posso arrivo in cima alla scalinata. Con la coda dell’ occhio vedo che i colpi mi stanno per arrivare addosso; sono in cima, pronto a svoltare sulla destra della balaustra e penso: “ora vengo colpito” ma gli spari si fermano, giro l’angolo e sono al riparo – proseguo sempre di corsa ed arrivo al campanile, dove i miei camerati stanno sparando.
In seguito, quando ero prigioniero a Vittorio Veneto, alla caserma Gotti, un ribelle della Cairoli mi disse che era stato lui a spararmi con il “bren”, dal Col Pelà, dove era appostato con un binocolo; sparò quando vide due di noi salire verso la chiesa; secondo lui ero stato fortunato perché mentre stavo per essere colpito il mitragliatore si inceppò ed era la prima volta che gli capitava .
Il maresciallo ferito, che era di Arzignano, (credo si chiamasse Gasparoni) rimase alcune ore sulla scalinata, a causa di un cecchino ben appostato, che impediva ai soccorritori di aiutarlo. Solo con il buio fu possibile portarlo in infermeria ma con il buio aumentano anche gli spari, e solo dopo alcuni colpi di mortaio pesante, cessarono quelli provenienti dalla collina. Ora i ribelli stavano ben nascosti, quando sparavano. Da parte nostra, le risposte ai loro colpi erano limitate, per cessare del tutto prima di mezzanotte.
Inframmezzati ai colpi, i ribelli lanciavano le solite urla, anche noi facevamo altrettanto: spari e scambio di epiteti; dalle 22.00 ero io di guardia sulla cima del campanile, alle due, quando smonto, mi butto sulla paglia e mi metto a dormire.
Verso le sei mi sveglio, mi guardo intorno e non vedo nessuno. Trovo strana la situazione, mi alzo e vado a controllare, prima al portone e lo trovo socchiuso; lo chiudo e salgo sulla cima del campanile: non c’è nessuno – le due mitragliatrici sono a posto, pronte a sparare, come vuole il regolamento, le munizioni e le bombe a mano, tutto è a posto, ma dei camerati, i dieci che erano con me e delle loro armi personali, non c e n’era traccia. Mi metto di guardia sulla cima del campanile, in attesa degli eventi .
Venerdì 27 aprile verso le sette, arriva un camerata che porta pane e caffè per la colazione (caffè fatto con ghiande tostate, come si faceva una volta, misto ad orzo e ad un poco di zucchero ).
Gli spiegai la situazione venutasi a creare. Da lui so che ci prepariamo a rientrare a Vittorio Veneto. Verranno dei carri tirati da buoi per caricare zaini e materiali pesanti, mortai, mitraglie e munizioni. Rimaniamo d’accordo che io sarei rimasto di guardia in attesa di ordini, e gli chiedo di caricare anche il mio zaino, che è gia pronto sulla mia branda.
Chiudo il portone, e salgo di vedetta sulla cima, dove domino il perimetro del presidio; vedo arrivare due carri agricoli trainati da coppie di buoi; i miei camerati caricano zaini e il materiale ingombrante, quando l’operazione è quasi ultimata, arrivano alcuni colpi di mortaio, che uccidono i buoi, nello stesso momento inizia un fuoco tremendo, pallottole che arrivano da ogni parte.

Pavolini passa in rassegna un reparto di Brigate Nere

Pavolini passa in rassegna un reparto di Brigate Nere

La sparatoria proseguirà a ritmo alternato per tre giorni e due notti. Io ormai sono solo sul campanile senza ordini , con due gavette di caffè e il pane per dieci, viveri di riserva che erano in dotazione al posto di guardia, gallette e pane di segale tedesco, qualche galletta nostra, alcune scatole di carne, munizioni per mitragliatrici e bombe a mano in abbondanza , ma ero completamente solo e senza un idea chiara su quanto stava avvenendo.
Dal campanile incomincio a sparare in tutti quei punti dove vedo movimenti, soprattutto sul Col Pelà; sopra il campanile passavano pallottole e sembrava di sentire dei miagolii di gatti: ogni tanto le pallottole colpivano le campane.
Da tutte le parti urla ed epiteti, minacce di morte e scambi vari da parte di tutti i contendenti. I ribelli, prima ci dicevano di arrenderci, poi ci elencavano cosa ci avrebbero fatto : dall’impiccagione al salto nel “Bus de la Lum ” i miei camerati li invitavano ad uscire allo scoperto, che gli avrebbero reso la pariglia.
Ogni tanto i colpi diradavano sino a cessare, per poi riprendere con più foga. Dal presidio si rispondeva senza sprecare colpi. I ribelli erano ben appostati e non era facile colpirli, e così era anche per noi, poichè, l’arma che costringeva loro alla cautela era il mortaio da 81 magistralmente servito dal maresciallo Giorgi e con un deposito bombe ad alta capacità da poter resistere un mese.
Con le cariche aggiuntive, tutta la zona occupata dai ribelli era raggiungibile con l’arma, quindi, fino a quando vi erano munizioni, potevamo resistere ed anche rompere l’assedio.
Questa situazione durò anche per tutta la notte del 27; dal campanile, ogni tanto, facevo partire brevi raffiche di mitraglia alternando l’uso delle due armi.
Durante la notte, nel caso che il nemico si fosse avvicinato ai reticolati di protezione della base del campanile, lanciavo delle bombe a mano del tipo tedesco con il manico (ve ne era una buona scorta ), la riserva più grossa era formata da bombe a mano inglesi, che venivano chiamate “ananas”, da noi prese nei rastrellamenti. Questo materiale, i ribelli, lo ricevevano con lanci paracadutati dagli aerei.
L’ananas, bomba potente, aveva l’inconveniente riscontrato ai primi lanci dal campanile: quando battevano sul selciato, si rompevano essendo di ghisa ed a frattura prestabilita , poi scoppiava solo la capsula con il detonatore ma non la carica esplosiva. Per evitare questo levavo l’anello di sicurezza, lasciavo scattare la leva che sosteneva il percussore, contavo fino a tre e la lasciavo cadere; lo scoppio era molto rumoroso e scagliava schegge in un largo raggio.
In mezzo a tutto questo sconvolgimento , ogni tanto mi appisolavo; in questo dormiveglia, ero però sempre sul chi vive: bastava un nonnulla per prendere l’arma personale e controllare se tutto era a posto.
Cosi per tutta la notte, tra dormiveglia, spari e lancio di bombe, arrivò il mattino del 28.
Sabato 28 aprile verso l’alba sento un boato, guardo nella direzione di provenienza e vedo una nuvola di fumo e polvere: osservo con il binocolo e vedo che il ponte sul torrente che scende dal Cansiglio è stato fatto saltare; non vedo altro al di fuori di questo .
Dopo un pò un rumore proviene dalla strada che sale da Vittorio Veneto: un‘autoblindo sta venendo verso Fregona; penso che siano i camerati che vengono in aiuto. Arrivato nelle vicinanze del ponte, si ferma. Ritengo che il ponte sia molto danneggiato ma un movimento di persone nelle sue vicinanze allarma i camerati dell’ autoblindo, che sparano alcune raffiche con la mitragliera da 12,7, si spara e tutti quanti veniamo coinvolti .
L’autoblindo fa marcia indietro e ritorna sui suoi passi; ritengo che vada a chiamare rinforzi. Si ricomincia: spari, urla, colpi di mortaio. I ribelli ormai occupano tutte le frazioni del paese attorno al nostro presidio, sparano con tutte le armi ed anche se potrebbero raggiungere le nostre postazioni con i mitragliatori “bren”, è però difficile colpirci.
Con le armi leggere, Sten, o i mitra, vorrebbero intimorirci, facendo rumore; sparano anche con il Piat, che a distanza non serve a niente.
Così per tutto il giorno, come il 27. La sparatoria si sussegue a ritmi alternati: vi erano momenti di pausa, poi si riprendeva, i ribelli erano da tutte le parti, anche se a distanza di sicurezza: tutte le via d accesso erano sotto controllo. Sparatorie e guerra dei nervi, urla minacce, epiteti, inviti alla resa, e poi ancora colpi e noi sempre a rispondere con parole e spari ma soprattutto con colpi di mortaio da 81 m/m.
I ribelli, che con alcuni colpi di mortaio, il 27, avevano ucciso i buoi, non lo usano più, perché forse non hanno più bombe. Verso sera, ad un certo momento, incomincio a sentire delle urla partire da lontano e che piano piano si avvicinano; gli spari cessano; cerco di capire cosa succede, ma non riesco ad afferrare il senso delle parole .
Poi, ad un tratto, sento urla dal basso del campanile; dal mio punto di osservazione guardo nella piazza che sta tra il campanile e la chiesa, intravedo Don Raffaele Lot, con una bandiera bianca, che si rivolge a quelli del campanile, urlando: “Fratelli, la guerra è finita, il Duce è morto, arrendetevi, consegnate le armi e vi manderemo a casa”. A questo punto, dopo due o tre inviti alla resa, sento il mio capitano che mi urla : “Brambilla, ammazza il prete”; abbasso la mitragliatrice, puntata verso il Col Pelà, e sparo alcuni colpi verso il parroco ma è riparato da un angolo della chiesa, e non mi riesce colpirlo.
Lascia la sua posizione e sento che invita i miei camerati del presidio ad arrendersi, che avranno salva la vita. Poi riprendiamo a sparare; con il buio Don Lot ritorna ad invitarci alla resa, dal presidio il fuoco delle armi si affievolisce, e poi non sento più sparare; ma alcuni spari arrivano dalla campagna e dalle colline che dividono Fregona da Vittorio Veneto, e ci sono alcuni ribelli che sparano contro il campanile, al che, ogni tanto, lancio qualche bomba a mano e faccio partire qualche raffica di mitraglia.
Dal presidio non sparano più, sono convinto che i miei camerati, giunta l’oscurità, siano riusciti a ripiegare su Vittorio Veneto e penso che con i rinforzi ritorneranno a liberarmi. Con il buio, tra il dormiveglia, lanciando ogni tanto qualche bomba, e facendo qualche scarica di mitraglia, faccio capire che siamo sempre in allerta; dalle frazioni di Fregona, urla, canti e spari; ogni tanto qualche pallottola colpisce le campane, ma nulla di più.
Domenica 29 aprile con la luce incominciarono ad arrivare raffiche anche di armi leggere, nessuno però si arrischia ad oltrepassare i cavalli di Frisia che circondano il campanile: se ne stanno al riparo tra le abitazioni. Da lontano sento suonare le campane (è una cosa strana) solitamente suonano per gli allarmi. Non so più cosa pensare, in cuor mio spero che i miei camerati arrivino a liberarmi, spero di vedere qualcuno attraverso le colline che ci dividono da Vittorio Veneto.
Poi, al di là delle colline verso la pianura, mi arriva il rumore di esplosioni, guardando con il binocolo, vedo un carosello di aerei; capisco che stanno mitragliando una colonna di autocarri, ogni tanto una grossa esplosione mi fa intuire che è saltato un carro di munizioni.
In mezzo a tutta questa confusione spero solo che mi vengano a liberare, so che i camerati della mia squadra, sapendo che sono rimasto sul campanile, faranno di tutto per soccorrermi. Ad un certo punto un rumore di aereo attira la mia attenzione: è uno Spitfire, penso che l’ abbiano chiamato i ribelli per fare bombardare il campanile , ma quello è un caccia, penso che al massimo mitragli. Non posso far nulla (la mia arma personale, uno Sten, non serve); come sta per passare sopra il campanile mi acquatto, augurandomi che, sparando, non colpisca le bombe a mano , altrimenti salto per aria.
Mi passa sopra e non fa nulla; per paura che i ribelli ne approfittino per raggiungere il portone e farlo saltare , incomincio a lasciare cadere bombe dall’alto ; controllo i reticolati e vedo che sono tutti al loro posto.
Non mi resta che attendere. Non so più cosa pensare: il fumo indica che vi è una lunga colonna di mezzi che bruciano; aerei non ne sento più, da tutte le parti sparano, sento urla, canti. Sembra quasi che non si occupino più del campanile, forse ritornerà l’aereo a mitragliare (i ribelli, che non sanno che sono solo, non vogliono rischiare).
Sopraggiunge la sera e non è accaduto nulla, non so più che fare, che pensare, forse i miei camerati, calato il buio, tenteranno di liberarmi, cerco di stare attento a qualsiasi voce e segnale che mi possa arrivare.
Non so quanto tempo sia passato; a differenza delle altre notti, non chiudo occhio, più passa il tempo più incomincio a credere che devo fare qualcosa al più presto.
Urla, spari e canti si affievoliscono; ritengo che prima dell’alba debba fare qualcosa, ormai non spero più che mi vengano in aiuto; decido; esco dal campanile per cercare di attraversare le colline e raggiungere Vittorio Veneto (danneggio le mitragliatrici, levando l’estrattore e buttandolo nei prati sottostanti). Scendo al portone, apro, ascolto per un attimo, poi con lo Sten impugnato, esco attraverso la piazza , sposto un cavallo di frisia mobile, e giro attorno alla chiesa.
Mi avvicino ad una porticina laterale ed ascolto con il cuore che mi batte in gola; appoggiando la mano sulla maniglia della porticina, questa si apre. Aspetto un momento, poi decido di entrare in chiesa; non sento nessun rumore particolare, decido di fermarmi in chiesa. Comincio a riflettere sul da farsi, mi sento a disagio, per il fatto di essere armato in luogo sacro con l’intenzione, se capita di sparare, mi sembra un atto blasfemo.
Porto un elmetto con la morte, un porta caricatore e lo Sten, vicino ad una grossa cassapanca nascondo l’arma, i caricatori e l’elmetto, poi cerco un posto per rifugiarmi in attesa di decidere.
Mi avvicino ad un altare: è quello della Madonna; c’è la possibilità di girarci intorno: guardo bene e vedo che c’è un piano di marmo su cui mi posso sdraiare; salgo sopra e mi distendo. In quel momento sento alcuni spari da lontano; una pallottola colpisce la vetrata che sta proprio sopra le spalle della Madonna. Non so cosa fare, penso: “forse mi hanno scoperto o mi hanno visto che entravo in chiesa”; poi disteso sulla lastra di marmo, crollo dal sonno (tutta la tensione di questi giorni sta scemando), ormai non me ne frega più niente: mi metto a dormire, poi si vedrà.
Lunedì 30 alle sei sento bisbigliare, apro gli occhi e vedo candele accese sull’altare maggiore; il parroco che dice la messa e quattro o cinque donnine vestite di nero, nella mia situazione non so più che fare: attendo che la funzione sia terminata.
Le donne lasciano la chiesa; dopo un po’ il parroco esce dalla sacrestia, scende dall’ altare, tenendosi in mezzo alla navata, quando si trova quasi sotto a dove mi trovo, lo chiamo sottovoce: “Padre, Padre”. Si ferma visibilmente scosso e mi chiede in dialetto veneto chi sono (chi seo) e io rispondo: “Padre, so el bocia”, viene verso l’altare e spaventato e mi chiede cosa faccio. Rispondo che devo andare a Vittorio Veneto ma, sempre nel suo dialetto veneto, mi dice che non posso, perché uccidono tutti quelli che hanno una divisa.
Mi dice di non muovermi, e mi rassicura che tornerà e vedrà cosa può fare; si allontana, attendo il suo ritorno ma il tempo sembra non passi mai, e il parroco non si vede. Senza un orologio non si ha idea del tempo, sembra un eternità da quando abbiamo parlato.
Comincio a rimuginarci sopra: forsa ha paura e non torna, oppure lo dirà ai ribelli. Ad un tratto persone che parlano a voce alta entrano in chiesa, intuisco da come si comportano senza rispetto del luogo, che sono ribelli. Uno sta raccontando che ieri un tizio ha trovato in chiesa una pistola tutta nichelata, ridono e li sento muovere, intuisco che stanno perquisendo la chiesa; ad un tratto si fa silenzio, immagino subito che hanno trovato la mia roba, parlano sottovoce, e uno dice: forse è in sacrestia.
Sbircio tra i vasi e i candelieri dell’altare ed intravedo due ribelli armati di mitra davanti all’altare di fronte a quello dove sono nascosto. Uno di loro, con uno Sten, sta passando proprio davanti a me, quando sta per uscire dalla mia visuale, si ferma di colpo e raggiunge gli altri due e si appostano dietro alla balaustra di marmo all’altare di fronte al mio.
Si mettono ad urlare: “Fermo, esci con le mani alzate, se fai una sola mossa sbagliata ti accoppiamo!” Conoscendoli per quel che erano, mi alzo lentamente, restando dietro alla statua della Madonna; facevo vedere solo la mani, poi mi sposto e scendo dall’altare, mi dicono di andare verso di loro, in mezzo alla chiesa, mi circondano, due armi puntate su di me, e uno mi perquisisce, poi spingendomi con le canne delle armi, mi minacciano di morte se faccio una mossa sbagliata.
Usciamo sul sagrato. Sparano alcuni colpi in aria, poi urlano:
“Ne abbiamo preso un altro”.

About admin

Inserisci un commento

Scroll To Top