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GALEAZZO
CIANO
(1903-1944)
Il brillante, ambizioso, giovane
politico e diplomatico, i cui gravi errori di valutazione saranno
forieri di sventura per la Patria, per il Regime e per lui stesso,
la cui vita si tramutò d’improvviso da fiaba in tragedia.
Figlio
dell'Ammiraglio Costanzo e di Carolina, Galeazzo Ciano di
Cortellazzo nacque a Livorno il 18 marzo 1903.
Durante la prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a
Venezia e poi a Genova, dove conseguì la maturità classica. Di qui
Ciano raggiunse definitivamente Roma nel 1921, in coincidenza con
gli impegni politici del padre, e si iscrisse al PNF. Durante gli
studi universitari fece pratica di giornalismo presso “Nuovo Paese”,
“La Tribuna” e “L'Impero”. In questo periodo scrisse, senza
successo, alcuni drammi teatrali. Laureatosi in legge presso
l’Università di Roma nel 1925, non mostrò volontà di intraprendere
la professione di avvocato, bensì la carriera diplomatica. Ebbe
subito successo, iniziando una rapida carriera politica all'interno
del Regime. Fu viceconsole a Rio de Janeiro, a Buenos Aires e, dal
1927, a Pechino (come Segretario di legazione).
Nel 1930 sposa Edda, figlia del Duce, divenendo Console a Shangai.
Inviato straordinario e Ministro Plenipotenziario in Cina. Tornato
in Italia nel giugno del 1933, è tra i componenti della delegazione
italiana alla Conferenza economica di Londra. Nello stesso anno
diviene Capo dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio,
curando personalmente la promozione e la vigilanza su stampa,
editoria, radio e cinema. Trasformò quindi l'ufficio in
Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, divenuto nel 1935
Ministero.
Membro del
Gran Consiglio del Fascismo dal 1935, partecipò volontario alla
guerra d'Etiopia comandando la leggendaria 15° squadriglia aerea da
bombardamento, detta “Disperata” in ricordo di una vecchia Squadra
d'azione Fascista di Firenze, sostituito nelle funzioni di Ministro
dal Sottosegretario Dino Alfieri. Ottenne due medaglie d'argento al
valore. Conte di Cortellazzo dal 1936, tornò l'anno successivo a
Roma come addetto all'Ambasciata presso la Santa Sede. Dimostratosi
sempre più brillante e capace, nel 1936 stesso, a soli 33 anni, fu
nominato Ministro degli Esteri; favorevole alle relazioni tra Italia
e Germania, rilanciò la politica italiana nella zona
danubiano-balcanica, nell'ottica dell’imperialismo mediterraneo.
Con l’avvio della guerra civile spagnola nel 1936, organizzò
immediatamente consistenti aiuti e truppe di volontari che avrebbero
aiutato valorosamente il fratello spagnolo nel cimento per giungere
al trionfo della civiltà sulla barbarie marxista e repubblicana.
Dal 21 al 23 ottobre del 1936, Ciano compì la sua prima visita in
Germania; dopo un primo colloquio con il collega tedesco von Neurath,
a Berchtesgaden Ciano consegnò a Hitler, con una prassi inusitata in
diplomazia, un dossier antitedesco preparato dal ministro degli
esteri inglese Anthony Eden per il suo gabinetto e inviato a Roma
dall'ambasciatore Dino Grandi, a riprova della volontà italiana di
operare una scelta di campo. Il 22 ottobre, mentre veniva firmato
tra Germania e Giappone il patto Anticomintern, Ciano e Neurath
concordarono un atteggiamento comune riguardo alla Spagna e agli
aiuti ai patrioti Franchisti. Solo in quell’occasione il governo
tedesco procedette ufficialmente al riconoscimento dell'Impero
Italiano. Pochi giorni dopo, il 1° novembre, Mussolini a Milano
annunciava la nascita dell'Asse Roma-Berlino.
Tuttavia, nel
momento stesso in cui operava l'accostamento alla Germania, Ciano
tentò di controbilanciare la mossa con una spinta della politica
Italiana nell'area danubiano-balcanica. L'11-12 novembre 1936 ebbe
luogo a Vienna la prima conferenza dei Ministri degli esteri
d'Italia, Austria e Ungheria che contribuì a consolidare i rapporti
con quei Paesi. Alla fine del settembre del 1936 fu firmato un
accordo Italo-Jugoslavo che segnava la ripresa dei rapporti
economici dopo le sanzioni e il 25 marzo 1937 Ciano firmava a
Belgrado accordi politici ed economici che ponevano fine,
provvisoriamente, alla lunga tensione fra i due Paesi. Gli accordi
di Belgrado, inoltre, sembravano isolare la Grecia, saldamente
alleata della Gran Bretagna e preludere a una ripresa della tensione
italo-inglese, dopo il breve riavvicinamento seguito al
gentlemen's agreement, firmato da Ciano e l'ambasciatore
britannico a Roma il 2 gennaio 1937, con l'impegno al reciproco
rispetto degli interessi mediterranei. L'andamento controverso dei
negoziati Italo-Britannici, con il mancato riconoscimento
dell'Impero, convinsero Ciano e Mussolini che le demoplutocrazie
occidentali potevano accettare solo il linguaggio della forza e dei
fatti compiuti e contribuirono a orientare in senso filotedesco la
politica italiana. Il 6 novembre l'Italia aderì, quale membro
originario, al patto Anticomintern, legandosi così anche all’Impero
Nipponico. Era il sorgere del Tripartito.
Tuttavia in questo periodo, sempre decisamente in ritardo sugli
eventi, Ciano manifesta i primi dubbi e le prime oscillazioni che
faranno di lui, che era stato l'antesignano dell'Asse e il Gerarca
oggettivamente più propenso all'alleanza Italo-Tedesca, un fiero
oppositore della guerra voluta fermamente dai Tedeschi. Il 29
ottobre '37 scriveva sul Diario: “Nessuno può accusarmi di
ostilità alla politica filotedesca. L'ho inaugurata io. Ma, mi
domando, deve la Germania considerarsi una meta, o piuttosto un
terreno di manovra?”. In effetti, la politica di avvicinamento
nei confronti della Germania era stata intesa da Ciano come
strumento di pressione volto a modificare l'atteggiamento delle
potenze occidentali e a rafforzare il potere contrattuale
dell'Italia Fascista. Ciano si accorgeva ora che l'alleanza con la
Germania, da “carta di una manovra” rischiava di trasformarsi in
“gabbia funesta”.
Approssimandosi chiaramente l'Anschluss dopo l’assassinio di
Dolfuss, amico personale del Duce, Ciano escludeva ogni possibilità
di intervento attivo che contrastasse le mire hitleriane, nonostante
la profonda amicizia che legava l’Italia all’Austria. Progettava di
costruire un nuovo sistema da sostituire al triangolo
Roma-Vienna-Budapest, un asse orizzontale Roma-Belgrado-Budapest,
più periferico, ma secondo Ciano più sicuro perché garantito dalla
caratterizzazione anticomunista del nuovo capo jugoslavo
Stojadinovic. Di fronte al fatto compiuto dell'Anschluss, Ciano
celebrò l'avvenimento come un fattore di semplificazione nella
situazione europea e di stabilità continentale.
In questo
clima maturò il primo esplicito progetto di occupazione
dell'Albania, chiaramente formulato da Ciano nella relazione inviata
a Mussolini il 25 maggio 1938 in occasione del matrimonio di Re Zogu,
al quale egli aveva assistito a Tirana. In quell'ampio documento,
Ciano espresse la possibilità di cogliere i fermenti filo-Italiani
albanesi per intraprendere quella politica espansionistica nei
balcani, strettamente legata all’irredentismo dalmata, che avrebbe
fatto dell’Italia la potenza mediterranea per eccellenza. Cogliendo
l'occasione offerta dal nuovo atto di forza compiuto dalla Germania
con l'occupazione di Praga, tra la fine di marzo e gli inizi di
aprile del 1939, Ciano organizzò l’annessione del Regno d’Albania,
già predisposta fin dall'anno precedente. Vincendo le iniziali
resistenze dello stesso Mussolini, che temeva ripercussioni
sfavorevoli in Jugoslavia a favore della Germania, Ciano spedì a
Tirana uno schema di trattato che imponeva ufficialmente il
Protettorato Italiano, con condizioni di netta limitazione della già
precaria sovranità albanese. Di fronte alla riluttanza di Re Zogu,
Ciano e Mussolini fecero presentare un nuovo testo, accompagnandolo
con un ultimatum che scadeva il 6 aprile. Il giorno successivo le
truppe italiane sbarcarono in Albania e procedettero senza
incontrare resistenza. Il Regno d’Albania veniva ufficialmente
dichiarato in unione reale e personale col Regno d’Italia e il Re
Vittorio Emanuele III succedeva a Re Zogu, nel frattempo fuggito,
sul Trono d’Albania. Ciano aveva sempre considerato questa impresa
come suo obiettivo personale e si legò fortemente al Popolo
Albanese, col quale volle condividere onori ed oneri. In onore della
moglie fece ribattezzare il porto di Santi Quaranta in Porto Edda.
Vista però la costante arroganza delle demoplutocrazie occidentali,
si risolse col Duce di stipulare un accordo ancor più vincolante con
la Germania nazionalsocialista. La cosa maturò durante i colloqui di
Milano fra Ciano ed il collega tedesco Ribbentrop del 6 e 7 maggio
1939: era il Patto d’Acciaio, incredibilmente vincolante per
l’Italia, rivelatosi un errore fatale.
Allarmato dai
messaggi che giungevano dall'ambasciatore Attolico, partì alla volta
di Salisburgo, per sincerarsi delle reali intenzioni dell'alleato
germanico di fronte all'esplodere della tensione con la Polonia. Fin
dal primo incontro con Ribbentrop, Ciano si convinse che la Germania
voleva la guerra e che l'avrebbe provocata in ogni modo; lo stesso
Hitler confermò a chiare lettere il giorno dopo questi propositi,
dando ormai per concluso il patto con l'Unione Sovietica e facendo
intendere caduti quindi gli ultimi ostacoli che si frapponevano alla
guerra. Dai colloqui di Salisburgo e Berchtesgaden Ciano tornò
deciso a impedire a Mussolini di subire la politica di Hitler, ma in
nessun caso fu prospettata la denuncia del patto con la Germania. La
decisione di non intervenire subito, a causa delle condizioni
disastrose dell'armamento italiano, fu presa rapidamente; ma, per
l'influsso che considerazioni di lealtà formale alla parola data
avevano presso Mussolini, la decisione fu sempre prospettata come
temporanea, secondo un'eventualità già prevista e ammessa da Hitler,
e la questione dell'intervento italiano fu strettamente legata
all'aiuto economico e militare tedesco, per mettere l'Italia in
condizioni di combattere. La via d'uscita fu trovata nella convulsa
giornata del 25 agosto, quando Ciano trasmise all'ambasciatore
Attolico una lista incredibilmente sproporzionata di materie prime
che l'Italia chiedeva ai tedeschi come condizione per l'intervento.
Il primo
settembre 1939, a ostilità ormai avviate, il Consiglio dei Ministri
poteva decidere per la “non belligeranza” (formula
significativamente usata al posto di “neutralità”) dell'Italia.
Ciano in questo periodo si adoperò soprattutto per realizzare un
allentamento della tensione con Francia e Gran Bretagna, che si
rivelò propizio almeno per un'intensificazione degli scambi
commerciali.
Il nuovo
gabinetto formato nell'ottobre 1939 fece emergere come Ministri
uomini vicini alla posizione di Ciano. La scelta della non
belligeranza fu confermata anche dal Gran Consiglio del Fascismo il
7 dicembre 1939. In quell’occasione, Ciano sviluppò le
argomentazioni poi ripetute pubblicamente il 16 dicembre del 1939
alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In questo discorso, che
costituì il documento più rilevante di questa fase della politica
estera italiana, Ciano ricostruì le motivazioni che avevano indotto
alla scelta compiuta, non tacendo le inadempienze tedesche, ma
presentò la non belligeranza come “strettamente conforme
all'intenzione di localizzare il conflitto rigidamente derivante dai
Patti nonché dagli impegni collaterali esistenti fra l'Italia e la
Germania”; inserì punte antisovietiche e un tono maggiormente
disteso verso le potenze occidentali. Sul piano pratico, non veniva
presa nessun'altra scelta che non fosse quella del proseguimento
della non belligeranza connessa sempre con la riaffermata
disponibilità a battersi a fianco dell'alleato al momento più
opportuno. La decisione dell'intervento maturò nel marzo 1940 e fu
definita negli incontri con Ribbentrop a Roma e con Hitler al
Brennero ai quali Ciano fu presente. Col passare delle settimane e
col susseguirsi dei successi tedeschi, sembrò convincersi della
inevitabilità della vittoria del Reich. Accettati passivamente i
termini della soluzione armistiziale con la Francia imposti dai
tedeschi, Ciano si dedicò alla preparazione dell’offensiva Italiana
in Grecia, trascurando colpevolmente l’Impero e il “Piano
Mediterraneo” proposto dal Duca d’Aosta, e promuovendo una guerra
parallela a quella svolta dall’alleato germanico.
Nella riunione
del 15 ottobre '40 Ciano, insieme a Mussolini e ai Generali
Badoglio, Soddu, Jacomoni, Roatta e Visconti Prasca predispose i
particolari dell’offensiva. L'operazione, presto fallita e
tramutatasi in disfatta, segnò, con il successivo intervento
risolutore delle forze armate tedesche, la fine di ogni illusione di
guerra parallela e l'inizio della definitiva e consapevole
subalternità Italiana alla guerra hitleriana.
Tra il marzo e
l'aprile del 1941, Ciano accettò con favore la sistemazione
balcanica predisposta dai tedeschi, oggettivamente per noi molto
positiva. Essa riservava all’Italia: l’annessione di gran parte
della Slovenia, la redenzione di buona parte della Dalmazia, la
formazione di un Regno Croato soggetto all’influenza Italiana con
l’insediamento al Trono del Principe Sabaudo Aimone d’Aosta (che
assunse il nome di Tomislao II), la ricostituzione del Regno del
Montenegro pure sotto influenza Italiana, l’ampliamento delle
frontiere del Regno d’Albania a danno della Grecia, la riduzione
della Jugoslavia praticamente alla sola Serbia.
Sul fronte
occidentale si fece strada il sogno di ritornare alla Patria il
Nizzardo, la Savoia e la Corsica, già parzialmente occupate. In
questa fase Ciano si adoperò, senza successo, per coinvolgere la
Spagna Franchista nella guerra.
Durante il
colloquio veneziano con Ribbentrop del 15 giugno fu chiaramente
edotto del peggioramento delle relazioni tedesco-sovietiche e della
ormai probabile e prossima offensiva contro la tirannide bolscevica;
nonostante ciò, la notizia della nuova gigantesca operazione
militare tedesca colse impreparato il Governo Italiano. Ciano non
prese parte alla successiva definizione della politica estera nel
nuovo quadro determinato dalla campagna di Russia, in quanto dalla
fine di luglio alla seconda decade di settembre si assentò dal
Ministero per motivi di salute. Pur partecipando a nuovi colloqui di
aggiornamento sulla situazione militare con i dirigenti tedeschi, la
sua attività politica e diplomatica apparve, nel corso di tutto il
1942, molto ridotta. La subalternità alla politica tedesca aveva
posto il Governo Fascista in una situazione senza vie d'uscita,
aggravata dalle nuove sconfitte militari che cominciavano ormai a
coinvolgere tutte le forze dell'Asse e a rendere quanto mai prossima
e prevedibile la prospettiva di uno sbarco angloamericano nella
penisola.
Nel febbraio
1943, all'interno di una situazione militare ormai insostenibile, si
assisteva ad un nuovo cambio di gabinetto ed il sesto Governo
Mussolini poneva al dicastero degli Esteri il Duce stesso. Ciano
chiedeva e otteneva la nomina ad Ambasciatore presso il Vaticano,
che gli consentiva di restare in contatto con la vita politica della
capitale e di avere rapporti con i rappresentanti delle potenze
occidentali (“un posto di riposo, che però può lasciare adito a
molte possibilità per l'avvenire”, annotava nel Diario).
Dopo lo sbarco
angloamericano in Sicilia, fu informato della volontà della
maggioranza dei membri del Gran Consiglio di sfiduciare Mussolini.
Il pomeriggio del 23 luglio 1943 aderì all'iniziativa e collaborò
con Grandi e Bottai alla stesura definitiva del testo. Pensava
allora a una possibile lista di successione che comprendesse i tre,
da rimettere, secondo le procedure costituzionali, al Re. Nella
seduta del 25 luglio, Ciano intervenne al fianco di Grandi, senza
polemizzare con Mussolini, ma svolgendo argomentazioni di politica
estera che retrospettivamente ricostruivano le inadempienze dei
tedeschi nei confronti delle clausole dell'alleanza, per vincere la
riluttanza di molti altri ad impugnarla. Il problema è che queste
accuse alla politica estera passata dell’Italia non potevano non
apparire come autoaccuse, in quanto gravi responsabilità per come
erano state gestite le cose l’aveva proprio lui, Ciano. L'ordine del
giorno Grandi fu comunque approvato con 19 voti favorevoli, fra cui
quello di Ciano.
Colto alla
sprovvista dal colpo di stato badogliano, tentò senza successo di
ottenere il passaporto per la Spagna, dove gli era stato assicurato
asilo politico; spaventato si risolse a chiedere,
contraddittoriamente, l'aiuto ai tedeschi per l'espatrio. Il 27
agosto Ciano e la famiglia furono fatti fuggire dal servizio segreto
tedesco e trasportati in Germania. Dopo l'armistizio di Cassibile e
la successiva costituzione della RSI, il nome di Ciano fu incluso
nella lista dei traditori che i repubblichini volevano giustiziare
per il voto del Gran consiglio; anche i tedeschi fecero pressione in
tal senso.
Nonostante il
miglioramento dei rapporti tra Ciano e Mussolini, grazie anche
all'intercessione di Edda, il 19 ottobre Ciano fu trasferito da
Monaco a Verona, dove fu consegnato alla polizia della RSI e
rinchiuso nel carcere degli Scalzi. Il processo, svoltosi in
condizioni di assoluta illegalità e arbitrio giuridico, si concluse
con la sua condanna a morte. Dopo un vano tentativo a opera della
moglie di scambiare la sua vita con la consegna dei suoi Diari, al
cui possesso i nazisti tenevano molto per evitare il contraccolpo
sul piano propagandistico che la loro pubblicazione avrebbe
probabilmente suscitato, la mattina dell'11 gennaio 1944 Ciano
veniva fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di
San Procolo, a Verona.
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