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I Gas usati dall'Esercito Italiano nella Guerra d'Etiopia
Nonostante
non sia mai stato iniziato alla nobile arte dell’allevamento
zootecnico e nemmeno a quella casearia, ho deciso che oggi mi
occupeó di “BUFALE”.
Avete capito bene ...Bufale, ma di altro tipo, visto che sono un
profano in zootecnia.
Una di queste (dalla quale difficilmente possiamo ricavare le
pregiatissime mozzarelle) é quella che tratta dell’uso da
parte dell’esercito italiano, delle bombe ad aggressivo chimico
(l’Iprite).
La “Bufala” dice che la guerra d’Etiopia fu combattuta e vinta
dall’Esercito Italiano, a suon di bombardamenti chimici,
che avrebbero ucciso migliaia e migliaia di etiopi.
Immaginando di replicare ad una “vera” bufala mi sono permesso di
ricordare al docile animale, che in effetti, sono molto apprezzati i
suoi prodotti... caseari, ma non i suoi racconti.
Il mansueto bovino, mi guarda un pó sbalordito e mi dice: <<Ma
guarda che io faccio piú affari con i racconti, che con le
mozzarelle!>>
Ma...ecco cosa racconta la “Bufala”:
Il generale Alberto Rovighi, incaricato dall’ ufficio storico dello
Stato Maggiore, parla (?) dell’uso dei gas asfissianti (non sará che
la bufala aveva problemi di stomaco?). L’articolo viene pubblicato
sulle pagine del quotidiano “Il Messaggero” di Roma.
Il militare sostiene che: <<Si cominciò con “lanci di iprite”
sugli itinerari che portavano ai guadi di Tacazze’, Localita e
numero delle bombe sono riportati nel diario storico del comando di
Badoglio>> <<“Le nostre truppe, schierate a difesa a quasi un
centinaio di chilometri di distanza, non ebbero alcun sentore dell’
impiego del gas“ (???)>>.
Il
generale Rovighi dice la verità, i gas erano nei nostri
magazzini, furono sicuramente usati “qualche volta” ma il loro
impiego non e’ stato determinante per la vittoria.
Sostiene Indro Montanelli, all’epoca ufficiale in Etiopia (che nelle
sue conclusioni, non contraddice il racconto del generale Alberto
Rovighi): <<Noi ufficiali subalterni delle truppe avanzate
comunque non ce ne siamo mai accorti, gli ufficiali non volevano
impiegarle perchè avevano paura che i nostri soldati, passando
scalzi sui terreni bombardati col gas si sarebbero potuti piagare>>.
Il giornalista racconta che solo una volta e per rappresaglia
vennero impiegate delle bombe con i gas, “quando giunse
la notizia che sull’ altro fronte gli abissini avevano fatto a pezzi
un aviatore italiano”.
Come lo
stesso Rovighi afferma, l’uso dei gas fu molto limitato
perché il loro utilizzo, che in un ambiente operativo, benché
assolutamente aperto, ma con un clima piú freddo, non causa problemi
di efficacia, avrebbe dato invece scarsissimi risultati in un
ambiente come quello in questione, perché a causa dell’alta
temperatura, avrebbe inevitabilmente portato molto velocemente il
gas verso l’alto, vanificandone l’efficacia. A tutto questo
va aggiunta la bassa concentrazione delle truppe nemiche, con
l’effetto di una ulteriore diminuizione della mortalitá del nemico.
Lo stesso Rovighi conclude: <<l’impiego fu propagandato dalla
stampa e dai capi etiopi, ma la vittoria fu “essenzialmente
assicurata da un migliore armamento e da uno sforzo logistico di
grandi dimensioni“>> Corriere della Sera (2 novembre 1995)
Riportiamo
adesso un aneddoto raccontato da Montanelli <<....“Dopo qualche
giorno Badoglio capitò sul mio avamposto, a Mai Agulà. Ci arrivò a
dorso di mulo, seguito da due Ascari a piedi, non volle i regolari
squilli di tromba, ma solo vedere come avevo disposto le mie tre
mitragliatrici Breda; me ne fece cambiare la disposizione
spiegandone il perché. Dopo circa tre mesi arrivarono le strade
costruite dai soldati bianchi in funzione di stradini. Con le strade
arrivarono i camion coi rifornimenti, lo schieramento si mise in
movimento, e Badoglio con tre spallate annientò quello avversario.
Fu dopo tanti anni che sentii parlare di gas, l’iprite, con cui
avremmo avvelenato le acque del Lago Ascianghi. Sull’Ascianghi io
fui, data la straordinaria mobilità degli Ascari, uno dei primi ad
arrivare,... ne bevvi l’acqua, ci feci per tre giorni il mio
bagno (di cui avevo urgente bisogno), mai ho visto qualcuno dei
miei Ascari - che marciavano a piedi nudi - piagato dall’iprite. Più
tardi mi fu spiegato che l’uso dei gas - o meglio della lontana
bisnonna dei gas qual era l’iprite - era stato ordinato dal Duce
(?), che voleva dare prova di terribilismo, e che qualche lancio ne
era stato effettivamente fatto, ma sul fronte Sud, quello di
Graziani.”>>
(Indro Montanelli - ‘La stanza di Montanelli, Corriere della
Sera,15-2-2001)
Ma
allora, gli italiani nella guerra etiopica usarono o no i gas
asfissianti?
Prima di entrare nel merito sarà bene ricordare che quando l’Italia
affrontò quell’impresa, Francia e Inghilterra (molto contrariate
dalla nostra presenza in quei luoghi) profetizzarono che, qualora il
nostro Paese fosse riuscito a vincere quella guerra, questa sarebbe
durata non meno di cinque anni e con perdite inimmaginabili.
Grande fu lo scorno della “Perfida Albione” allorquando quel
conflitto si risolse per noi vittoriosamente in poco piú di sei
mesi. Ecco allora venir fuori il motivo: “Hanno vinto perché
usarono i gas asfissianti”. E’ sempre difficile tentare di
confutare certi argomenti, per la precisione quelli che riguardano
“il feroce volto del fascismo”, il minimo che può succedere al
malcapitato che si dovesse avventurare nell’impresa, sarebbe quella
di essere marchiato di “revisionismo”, il che equivale
ad una infamia.
In occasione del cinquantenario dell’impresa etiopica
ed esattamente il 3 ottobre 1985, il primo canale televisivo della
RAI, mandò in onda una trasmissione che doveva essere rievocativa e
la direzione fu affidata ad Angelo Del Boca (personaggio a mio
parere disgustoso). Come è ormai uso in casi del genere, il
programma (anch’esso disgustoso) “non prevedeva” alcuna controparte
e, di conseguenza, lascio stabilire al lettore il livello di
attendibilitá che poteva esserci in una tale ricostruzione storica.
Angelo Del Boca, è l’autore del volume “I gas di Mussolini” e
non centellina le accuse di “brutalità” e “la ferocia del tiranno”
(?) a danno di quell’infelice Paese: l’Etiopia.
Per inquadrare il grado di attendibilità dell’Autore (prossimo allo
zero assoluto), trascrivo quanto ha riportato a pagina 45 del libro
in questione: <<Montanelli ad esempio, ha finalmente (?) ammesso
l’impiego dei gas in Etiopia>> (…).
E’ oltremodo
strano che uno “storico”, che dichiara di essere fornito di ampia
documentazione, senta la necessità di ricevere approvazione alle sue
tesi da parte di un giornalista, anche se del prestigio di Indro
Montanelli.
Nella realtà il De Boca asserisce una grossa inesattezza (ma va!?);
infatti Montanelli in data 12 gennaio 1996 su “Il Messaggero”
ribadisce: ‘Se la guerra a cui ho partecipato corrisponde a
questi connotati, vuol dire che io ne ho fatta un’altra. Che non
c’ero. Ma quali gas?‘;.
Alla domanda....<< ‘Lei continua a non credere nei gas?>>;
Montanelli rispose: << Vorrebbe dire che ero cieco, sordo,
imbecille. No, guardi di quelle cose non c’era traccia. Una cosa
sono le carte, che possono anche essere scritte per la circostanza,
un’altra le testimonianze vissute>>.
Prima di
passare alle “testimonianze vissute”, per inquadrare meglio nel suo
insieme quanto si sta trattando, è, interessante riportare
un altro passo del volume in questione:
1) Attesta Del Boca nel suo libro: <<Il mio lavoro vuol essere
una sorta di deterrente contro i fantasmi del passato>> (piú
che di fantasmi io parlerei di invenzioni). E poi...un ricercatore
deve riportare i fatti, non scrivere “contro qualcosa o contro
qualcuno”.
2) Un’altra precisazione di Del Boca attesta che i bombardamenti
chimici continuarono fino al 1939, nella fase di ‘pacificazione’
delle colonie conquistate. Precisa lo ‘storico’: <<Non ho
dubbio alcuno e i documenti comprovano che sulla testa degli
etiopici il regime (!) scaricò dalle 2000 alle 2500 bombe per
complessive 500 tonnellate di aggressivi chimici. Questo è stato il
nostro regalo. Sono cifre assodate>>.
I “documenti”
a cui Del Boca fa riferimento sono noti da diversi anni, ma quel che
non è noto è come si giunse a quei “documenti”, il che mette in
forse la loro reale autenticità, e attesto questo perché da troppi
anni, per motivi che nulla hanno a che vedere con la Storia, troppi
falsi hanno circondato( e tutt’ora circondano) gli avvenimenti di
“quei” venti anni.
E passiamo ad altre “testimonianze vissute”.
Pietro Romano, “Il Giornale” del 18/2/96: <<“All’epoca ero un
semplice gregario del gruppo Diamanti. Poiché il mio reparto, come è
risaputo, operò sempre in avanguardia nel Tigrai e altrove, nessuno
dei suoi gregari sarebbe sfuggito alle contaminazioni, se fossero
stati usati i gas (…). Posso assicurare che i gas non furono mai
usati“.
Il Colonnello
Giuseppe Spelorzo in data 18/3/96 mi ha fra l’altro scritto:
<<“Ho la buona sensazione che il Sig…e gli altri cretinissimi
italiani ne sappiano molto meno di me. Già, io ho avuto la ventura
di percorrere tutto l’Impero A.O.I. (…), mai sentito parlare di gas
(…)”>>.
Sempre il Colonnello Spelorzo, ma in data 12/6/96 ha ribadito:<<
“I gas!? Nessun militare del nostro esercito conquistatore era
dotato di maschere antigas! Ne sono testimone vivente: sbarcato a
Mogadiscio il 24 giugno 1935, reimbarcato a Massaua il 28 marzo
1938!“>>.
Uno dei punti
nodali è “la maschera antigas” (senza dimenticare che il
Negus, mai denunció utilizzo di gas da parte italiana). Nessuno,
per quanto se ne sappia, ha mai accennato al fatto che il
contingente italiano avesse in dotazione quel tipo di protezione;
infatti se il vento avesse cambiato improvvisamente direzione (e a
quelle latitudini la cosa é più che normale), l’iprite avrebbe
investito coloro che l’avevano lanciata, quindi disporre della
“maschera” doveva essere il minimo della prevenzione.
Segue l’interessante dichiarazione del Sig. Giovanni De Simone su
“Il Giornale d’Italia” del 23 marzo 1996: “(…) In A.O.I. non
vennero usati i gas.
Se così non fosse io sarei stato il primo a saperlo, prestando
servizio al “Sim” ove giungevano decrittati tutti i messaggi della
intera rete radio del nemico captati dal “Centro intercettazioni” di
Forte Bracci; un vero libro aperto per noi in possesso di
“decifratore”. Mai rilevata una parola sui gas.“
E ancora “Il
Giornale d’Italia” del 29/4/96, il Sig. Giulio Del Rosso testimonia:<<
“Posso tranquillamente affermare che nel settore del fronte
etiopico, dal fiume Mareb, confine fra l’Eritrea e l’Etiopia, fino
al Lago Tana (oltre 1000 Km. pedibus calcantibus) ove ha operato il
VI° Corpo d’Armata, comandato dal generale Babbini e del quale
faceva parte il mio reparto, non sono mai stati impiegati gas
tossici. Avevo raggiunto, Addis Abeba dopo le ostilità ed avevo
avuto l’occasione di contatti con commilitoni provenienti da altri
fronti e da altre località ove si susseguirono battaglie cruente e
sanguinose, non ho mai sentito la parola ‘gas’ (…)”.
Altra perla me la riferì una graziosa francesina incontrata a
Firenze nel ‘37, secondo la quale giornali francesi ed inglesi
riportavano che noi Cc.Nn. avremmo mangiato a colazione bambini
abissini>>.
Lo stesso
Winston Churchill nella sua “La Seconda Guerra Mondiale”,
a pag. 210, esclude l’uso dei gas nei seguenti termini: “I gas
asfissianti sebbene di sicuro effetto(?) contro gli indigeni non
avrebbero certo accresciuto prestigio al nome d’Italia nel mondo“.
Un’altra
testimonianza interessante, quella dello storico scozzese Denis M.
Smith, non certo sospetto di nutrire simpatie per il regime
mussoliniano, esprime uguali perplessità; nella sua biografia su
“Mussolini” riconosce che:
“L’impiego dei gas è forse un fatto meno rilevante dei grandi
sforzi prodigati per celarlo (…) contrastava con la missione
civilizzatrice (…) e la vittoria con atrocità illegali avrebbe
danneggiato il prestigio fascista“.
Vittorio
Mussolini, che all’epoca era al comando di una squadriglia di
bombardieri mi disse: “Mai usati i gas. E noi dell’aeronautica
che avremmo dovuto trasportarli e sganciarli, dovevamo pur esserne a
conoscenza“.
Non so se il
Del Boca, nel suo libro, ha ricordato che ai prigionieri caduti in
mano abissina venivano riservati trattamenti diabolici: l’evirazione
era la norma comune.
Non è male ricordare un fatto che traumatizzò l’opinione pubblica
nazionale: il 13 febbraio 1936, a Mai Lahlà operava, ubicato
imprudentemente oltre il Mareb, un cantiere Gondrand. Su questo
opificio piombò una banda di 2.000 guerriglieri abissini al comando
del Ras Immirù, che dopo aver ucciso in modo atroce tutti gli
operai, torturarono, “come sapevano far loro”, l’ingegnere milanese
Cesare Rocca fino ad ucciderlo. Violentarono ripetutamente la moglie
Lidia Maffioli e, prima di finirla, le misero in bocca i testicoli
del marito.
Nel caso del genere, contro gli autori di simili misfatti, l’uso dei
gas sarebbe stato più che motivato!
Le Convenzioni de l’Aja e di Ginevra tra l’altro stabilivano: “(…)
La rappresaglia è, un atto di violenza isolata nel tempo e nello
spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in
relazione ad una violazione subita “.
E ancor più chiaramente precisavano: “La scelta delle misure da
infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare
all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa
riparare il danno“.
Questi episodi (che non erano episodici, ma la norma), non erano
“propaganda fascista”, ciò è dimostrato dal fatto che
vennero denunciati anche dai Governi monarchici pre-fascisti, in
occasione delle disastrose spedizioni fatte in quegli stessi luoghi
nell’ambito delle campagne coloniali monarchiche.
In merito a
quegli avvenimenti accaduti alla fine del XIX secolo, il Del Boca
attesta: “E se la prima guerra d’Africa fu condotta in maniera
cavalleresca, quella intrapresa dal fascismo fu invece di sterminio
(!) e di sopraffazione“ (un’affermazione cosí capziosa
che solo gente della risma di Del Boca poteva fare).
La sfacciataggine di queste dichiarazioni definiscono la bassezza di
Del Boca; infatti evirare i prigionieri e sotterrarli vivi (notizie
di fonte inglese), per questo storico dei miei calzini, erano una
“maniera cavalleresca” di condurre la guerra. Inoltre ci farebbe
piacere che il Del Boca ci raccontasse quale guerra é, o sia mai
stata..... “cavalleresca”.
Ugualmente interessante è quanto ha scritto il signor Francesco
Deosanti (“Giornale d’Italia” dell’1/4/96): “Da metà febbraio
1935 a metà giugno 1936, fui sottufficiale in servizio presso la
Capitaneria di Porto di Massaua (…), non dimenticherò mai quella
mattina, credo di febbraio 1936, quando registrai un piroscafo di
500/600 tonnellate con un carico di 25 tonnellate di ‘iprite’
(…)“Il Sig. Deosanti così continua: “Ho conosciuto
recentemente un ex sottufficiale del Genio, che faceva parte della
Colonna Graziani da Belet Ven (in Somalia) ad Addis Abeba, che mi ha
detto: ‘Non ho mai sentito parlare di gas’“.
Che una nave trasporti ‘iprite’ non prova che quel gas sia stato
usato per scopi bellici. Infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale
e precisamente dopo l’8 settembre 1943, alcuni bombardieri tedeschi
colpirono delle navi alleate alla fonda nel porto di Bari.
Una di queste trasportava un gas venefico, probabilmente ‘iprite’.
La nave, centrata da una bomba, si incendiò diffondendo il gas
letale nel centro abitato che causò centinaia di morti.
Ancor oggi il fatto è accuratamente celato (ma evidentemente al
nostro caro Del Boca questo avvenimento non interessa), anche se
tanti fusti di quel pericoloso gas giacciono, tutt’ora, nel
fondale del, mare Adriatico. Una nave alleata trasportava
‘iprite’ e nessuno (Del Boca incluso) ha mai accusato gli alleati di
avere usato questo gas per fini contrari alle Convenzioni
Internazionali; non solo, ma é storicamente risaputo che
Winston Churchill voleva realmente usare gas chimici sulla cittá di
Foggia perché, come disse.... <<é di moda>> ma quello che
nessuno immagina é che voleva affettuare il bombardamento
sulla cittá, nella quale non c’erano piú truppe, ma solo sui cilvili,
cioé gli abitanti della cittá; per ritornare
all’affermazione di Del Boca, é evidente che questo tipo di
“fantasma del passato” non necessita di alcun deterrente.
Testimonianza del generale Angelo Bastiani (scomparso nel 1996),
presidente del gruppo Medaglie d’Oro. Alla domanda riguardante i
gas, sdegnato rispose: “E’ una vigliaccata, rieccoci con le
carognate.
Io e i miei indigeni eravamo le avanguardie di ogni assalto, ci
avrebbero almeno dato le maschere antigas. Alla battaglia conclusiva
di Maiceo, al lago Ascianghi, partecipò anche il Negus; perché, lui
che ne avrebbe avuto tutto l’interesse, mai disse e denunció che lo
combattemmo con i gas?“.
Oltre a tutte queste testimonianze, che fanno di Del Boca ...quel
che è, sorgono spontanee alcune domande che...... vorremmo fare aDel
Boca, ma riteniamo sia piú serio farle ai lettori di questo
articolo.
Ia domanda: Perché il Negus, benché fosse di casa alla Società
delle Nazioni, mai denunciò l’uso di armi illegali come i gas, da
parte degli italiani?
2a domanda: perché nessun militare italiano operante in quel
teatro bellico fu mai fornito di maschere antigas?
Non é che ci
voglia cosí tanto a dare le giuste risposte!
Ballerino Vincenzo
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