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La morte del Duce e le tante invenzioni:
UNA CATTIVA ABITUDINE DURA A MORIRE!
di Giannetto Bordin
Nota della Redazione:
Giannetto Bordin ha partecipato all'inchiesta condotta dal Camerata
Giorgio Pisanò avente ad oggetto la morte del Duce. Ciò portò ad una
preziosissima opera: "Gli Ultimi cinque secondi di Mussolini". Il Dott.
Bordin dopo aver letto la recensione del libro tra le pagine del ns.
sito vuole integrarla a dovere in quanto diretto interessato. A lui il
nostro infinito ringraziamento. - La Redazione -
Sono
trascorsi già parecchi anni da quando è stato dato alle stampe il
libro conclusivo dell’inchiesta di Giorgio Pisanò sulla morte del
Duce e di Claretta Petacci, “Gli ultimi cinque secondi di
Mussolini” (Ed. Il Saggiatore 1996) che, da subito, ottenne un
grande successo di vendite e di critica.
Nonostante le
documentate rivelazioni del suddetto libro, vi è ancora chi, cieco e
sordo anche davanti all’inoppugnabile e mai smentita testimonianza
oculare e alla serietà dell’indagine svolta, continua pervicacemente
a dare, di quel tragico evento, la falsa versione dei fatti
propalata dal PCI, con la quale per decenni si è voluto far credere
che Mussolini e la Petacci vennero “fucilati” a Giulino di Mezzegra
davanti al cancello di Villa Belmonte poco dopo le ore 16.00
del 28 aprile 1945 da tale Walter Audisio, alias “colonnello
Valerio”. Senza colpevolmente tenere in alcun conto gli storici e i
giornalisti più attenti (da Bandini a Pisanò, da Zanella al
partigiano Urbano Lazzaro) i quali, pur avanzando legittime ipotesi
basate sulle loro conoscenze del momento in cui ne riferivano nei
loro scritti, sono unanimi nell’escludere tale versione.
In
ogni occasione in cui l’argomento viene trattato, sulle modalità e
la dinamica di quell’assassinio, anche su alcuni periodici
maggiormente diffusi nell’area di “destra”, si insiste a volte
riproponendo al lettore la versione cara alla storiografia ufficiale
imposta dal PCI.
Ciò sovente è dovuto a una purtroppo diffusa ignoranza in materia o
ad un incomprensibile rifiuto di riconoscere fatti ormai accertati.
Ma anche a una sorta di ingiustificabile pigrizia mentale.
Coloro che non avessero letto il suddetto libro/documento di Pisanò
(sarebbe sconsolante constatare tra costoro pseudo storici,
direttori e redattori di giornali, anche se solo saltuariamente
s’interessano della materia) sappiano che, in seguito a quella
laboriosa e molto difficoltosa ma appagante inchiesta, è emerso che
l’assassinio di Benito Mussolini – perché di un vero e
proprio assassinio a sangue freddo si trattò – avvenne tra le
ore 09.00 e le 10.00 (cioè ben sei o sette ore prima di
quanto afferma la versione “ufficiale”) nel cortile della casa
abitata dalla famiglia De Maria, a Bonzanigo di Mezzegra, con
Mussolini legato per un braccio al catenaccio della porta della
stalla. Claretta invece venne falciata da una raffica di
mitra che la raggiunse alla schiena dopo circa due ore, nella stessa
via del Riale, a pochi metri dall’abitazione della famiglia Mazzola
mentre, piangente e disperata, seguiva i due partigiani che
trasportavano il cadavere del Duce sostenendolo in modo da far
credere a chi vedeva la scena che si trattasse di persona ferita ma
ancora viva.
Ciò è quanto emerso dalla testimonianza di Dorina Mazzola, a
quel tempo una ragazza di 19 anni intelligente sveglia ed attiva e,
al momento delle sue dichiarazioni - febbraio 1996 – un’anziana
settantenne dalla mente lucidissima la quale, dal cortile della sua
abitazione, protetta da materiale ferroso, oggetto di commercio del
padre, ebbe modo di assistere a quanto accadeva, fatti
che poi confidò alle pagine di un suo diario (copia del quale in
possesso di chi scrive) con la minuziosa descrizione di quanto ebbe
la ventura (o la sventura) di vedere in quel triste mattino del 28
aprile 1945.
Una testimonianza oculare, ma soprattutto “disinteressata”,
che nessuno sinora ha potuto smentire o inficiare.
In seguito alla sua testimonianza, Dorina Mazzola, per questo suo
coraggio, ebbe a ricevere dimostrazioni di solidarietà e di
approvazione da parte di molte persone della zona, come lei a
conoscenza delle stesse cose, che si sentivano finalmente
“sollevate” dal peso oppressivo del silenzio loro imposto con
la minaccia di gravi ritorsioni se ne avessero parlato.
Numerose furono anche le manifestazioni di solidarietà e
approvazione, testimoniate dalle molte telefonate e lettere (copie
di queste pure in possesso di chi scrive) che a Dorina Mazzola sono
giunte da ogni parte d’Italia e dall’estero, per ringraziarla
d’avere finalmente squarciato l’ormai inutile velo su di un fatto
storico talmente importante e controverso.
Le Tappe dell'Inchiesta
Per chi
avesse qualche dubbio sull’impegno e la serietà profusi da
Giorgio Pisanò nel condurre la fase conclusiva di un’inchiesta che
durava da un quarantennio, avendovi con lui collaborato, tenterò qui
di riassumere le varie fasi e le tappe del suo svolgersi.
Durante le nostre “missioni” sul lago di Como, che ci impegnarono
per giorni e giorni, distribuite nell’arco di mesi, ogni qualvolta
ci trovavamo ad interrogare od anche semplicemente a chiacchierare
con qualcuno dell’argomento, ero io stesso che prendevo le
annotazioni sul colloquio. Annotazioni che riportavo su
foglietti di carta che tuttora conservo. Una volta rientrati dal
nostro viaggio potevamo cosi redigere un verbale, che ambedue
controfirmavamo, per documentare il lavoro svolto e lasciarne
traccia per il libro che poi sarebbe stato scritto.
Naturalmente in questi verbali citavamo solamente i nomi delle
persone disposte a confermare in qualsiasi momento quanto
dichiaravano, mentre tutto il resto rimaneva riservato nei
miei appunti.
Spesso capitava infatti che qualche testimonio ci confidasse di
tragici particolari di cui era a conoscenza, accaduti
nella zona, ma che rifiutava di sottoscrivere nel timore (dopo oltre
mezzo secolo ancora molto diffuso) di provocare ritorsioni nei suoi
confronti.
Tali racconti, che spesso esulavano dallo scopo principale della
nostra indagine, non sono quindi presenti ne “Gli ultimi cinque
secondi di Mussolini”. Oltretutto avrebbero potuto distogliere
l’attenzione del lettore da quello che era lo scopo del libro:
dimostrare cioè come avvennero le uccisioni di Benito Mussolini e
Claretta Petacci.
Importanti
Testimonianze
Nel
corso della nostra indagine ebbimo a raccogliere (oltre a quella
conclusiva di Dorina Mazzola che fu di riscontro alle altre) alcune
importanti testimonianze.
La prima fu l’incontro con una distinta signora tra i 55 e i
60 anni che un giorno di ottobre del 1995, incrociammo,
mentre bazzicavamo intorno alla casa De Maria, incuriosita dalla
presenza di quelle tre persone (con noi c’era anche un disegnatore
professionista, Gianluca Tirloni) estranee al paese, appresone il
motivo, ci precisò che pur non essendo lei del luogo, vi aveva
invece abitato la madre. Aggiunse quindi che la stessa era stata per
anni in rapporti di amicizia con Lia De Maria, presso la quale si
recava sovente in visita.
Alle nostre domande la donna incontrata (che, descritta a Don Luigi
Barindelli parroco del paese, questi identificò in certa
signora Gilardoni) ci riferì che sua madre le aveva più
volte riferito quanto ripetutamente raccontatole dalla De Maria in
occasione di quegli incontri, e cioè che in quel mattino del
28 aprile 1945, nella stanza dove erano tenuti prigionieri Mussolini
e la Petacci entrarono due o tre persone a lei sconosciute, oltre al
partigiano Moretti, dopo di che si verificò un terribile trambusto e
furono sparati alcuni colpi di rivoltella. Un racconto che
la De Maria aveva ripetuto in più occasioni alla madre della nostra
interlocutrice.
Ci parve – come in effetti era- una testimonianza importante, degna
d’essere presa in considerazione
Nel frattempo, dalla signora Savina Cantoni, moglie
del partigiano Sandrino deceduto nel 1972), avevamo saputo che il
marito, a suo tempo, aveva redatto un documento in cui raccontava
dettagliatamente quanto era accaduto in casa De Maria quel mattino
del 28 aprile 1945.
Ora il nostro scopo primo diventava quello di rintracciare
quel documento/testamento che il partigiano “Sandrino” –
detto anche “Me ne frego” aveva lasciato (e la moglie ce lo confermò
in più occasioni) a futura memoria nelle mani di qualcuno. Un
“qualcuno” che si rendeva necessario individuare. In tale documento
il Sandrino dichiarava chiaro e tondo come erano andate le cose.
Chi furono cioè gli esecutori di Mussolini, come venne ucciso.
E probabilmente avrebbe potuto anche esserci scritto cosa
esattamente avvenne qualche minuto prima nella stanza dove il Duce
con la Petacci erano tenuti prigionieri, e cosa fu a provocare i due
colpi di rivoltella che ferirono Mussolini.
Dell’esistenza del documento, pare che altre persone fossero a
conoscenza. Per cui doveva pur essere in mano a qualcuno!
Verosimilmente il foglio redatto dal Sandrino (un contadino: scarpe
grosse e cervello fino), gli aveva evitato di fare la stessa fine
del partigiano Lino che con il Cantoni era montato di guardia alla
stanza dove erano rinchiusi Mussolini e la Petacci, ucciso da
ignoti mentre attendeva (Bill o Neri) a cui aveva promesso di
riferire come erano andate le cose relativamente all’uccisione di
Mussolini e quanto era accaduto in quelle ore in casa De Maria.
Fatti di cui era stato testimonio, compresa certamente
l’identificazione degli autori dell’omicidio!
Una volta eliminato il partigiano Lino la sua bocca era chiusa per
sempre, ma nel caso dell’altro guardiano, il Sandrino,
se anch’egli avesse prima o poi dovuto subire la stessa sorte,
far sapere in giro che aveva lasciato in mani di qualcuno un
documento che avrebbe parlato per lui, poteva essere una bella
polizza assicurativa.
E’ noto che Sandrino fu per vari anni quasi perseguitato,
minacciato e sempre pesantemente “invitato” a non parlare,
tanto da doversi recare a lavorare in Svizzera per un certo periodo
di tempo. Dal che si può appunto facilmente arguire che se non vi
fosse stata la presenza di un documento compromettente, il Sandrino
avrebbe certamente fatto una brutta fine.
Nonostante tutti i nostri sforzi comunque la ricerca del
documento “Sandrino” fu infruttuosa.
Anche dopo la pubblicazione del libro “Gli ultimi cinque secondi di
Mussolini”, con Pisanò, continuammo a chiederci quale fine abbia
potuto fare e dove possa essere finito l’importante documento.
Vediamo ora cosa può essere accaduto.
“Me ne frego”, che sicuramente non aveva molta dimestichezza con la
penna, è da presumere che abbia fatto redigere ad altri il documento
con il racconto di quanto vide accadere il mattino del 28 aprile
1945. La persona cui Sandrino si rivolse fu un certo
commendator Giulini, personaggio molto noto nella zona, persona
nella quale riponeva la massima fiducia.
Il Giulini era infatti nella condizione di portare grande
riconoscenza al Sandrino che a suo tempo gli aveva salvato la pelle
da altri partigiani che avevano deciso di eliminarlo in quanto
considerato “fascista” per avere avuto incarichi durante il regime.
In seguito il Giulini aveva a sua volta tratto dai pasticci il
Sandrino, fornendogli i quattrini (un milione di lire) da
restituire al quotidiano “Il Corriere della Sera” che glieli aveva
anticipati per un’intervista che mai concesse. Il danaro fu dato
dal Giulini al Sandrino a patto che il documento venisse a lui
ceduto in “custodia”, come in effetti avvenne.
Un documento di tale importanza testimoniale che avrebbe potuto in
qualsiasi momento essere reso di pubblico dominio, sbugiardando
tutti i fantasiosi racconti sinora propinati, lascia supporre che
il Sandrino lo abbia volutamente utilizzato come un ideale
“giubbotto antiproiettile”, che lo avrebbe salvaguardato dalla
stessa cattiva sorte incontrata dal suo antico compagno Lino Frangi.
L’accordo, secondo quanto ci riferì Savina Cantoni, vedova di
Sandrino, prevedeva che se il Giulini, più anziano del Sandrino,
fosse deceduto prima di lui, il documento avrebbe dovuto
automaticamente rientrarne in possesso del legittimo proprietario.
Nel caso contrario, il Giulini avrebbe dovuto far sì che alla sua
morte il documento venisse consegnato, come da sua disposizione,
agli eredi del Sandrino, per i quali avrebbe potuto costituire una
fonte di guadagno nel caso di cessione a qualche editore interessato
ad un grosso scoop giornalistico.
Sandrino muore nell’ottobre del 1972, e il Giulini trattiene
il documento senza restituirlo alla famiglia Cantoni, come stabilito
da Sandrino stesso.
In varie occasioni, anche dopo la morte di Guglielmo Cantoni, a
persone amiche (tra cui don Bianchi parroco di Gera Lario, la
signora Adriana Scuri sua perpetua, e il notaio Casnaghi) il
Giulini conferma di essere in possesso del documento "che verrà reso
pubblico alla sua morte."
Il Giulini dunque, anche dopo la morte di Sandrino, continua a
dichiarare di essere in possesso e continua a conservare il
documento. Quando nel 1993 cessa di vivere però, nemmeno allora
il documento finisce come dovrebbe, magari attraverso un notaio,
nelle mani dei legittimi eredi Cantoni, e nemmeno viene reso
pubblico, come il Giulini aveva ripetutamente dichiarato che sarebbe
avvenuto, a testimoni insospettabili.
Considerando che il dichiarato possesso del documento da parte del
Giulini è un fatto conosciuto da diverse persone, non possiamo
certamente escludere che del fatto (ormai un segreto di Pulcinella)
ne fossero a conoscenza anche il Moretti e, con gli altri “duri” del
PCI, anche l’”apparato”.
Il Giulini muore dunque nel 1993. Il suo erede, Ugo Tenchio,
interrogato, dichiara di non saperne nulla.
Il notaio Casnaghi di Como (al quale il Giulini aveva
confidato di possedere quel "documento storico” importantissimo,
sulla morte del Duce) non ne trova traccia tra le carte del
testamento presentategli dal Tenchio per la pubblicazione.
Nemmeno tra i due quintali di documenti del Giulini messi a
disposizione dal Tenchio e spulciati ad uno ad uno da Pisanò e
Bordin in un gelido garage nei “giorni della Merla” del 1996, il
documento viene alla luce.
L'erede Tenchio pare proprio che non ne sia in possesso,
anche se Pisanò, contrariamente a chi scrive (vi furono lunghe
discussioni tra noi a questo proposito), non ci crede.
Il documento sembra sparito nel nulla.
L'ultima persona certa a possederlo è stato il Giulini.
Cosa può essere accaduto?
Pisanò ipotizza che il Giulini, non ritenendo il Tenchio in grado di
farne il giusto uso, lo abbia affidato a qualcuno (Ente o
personaggio di sua completa fiducia) che avrebbe provveduto a
renderlo noto dopo la sua morte.
Ma a chi avrebbe potuto cederlo? A un Istituto Storico della
Resistenza? No di certo. Si sarebbe rivelato un grossolano errore in
quanto il Giulini (praticamente un demoscristiano) sapeva benissimo
che quegli organismi sono in mano a comunisti ed ex azionisti,
proprio quelle forze politiche che conoscono la verità dei fatti e
non la rivelano; e quindi mai avrebbero pubblicato il documento.
All'Archivio Storico Statale?
In questo caso potrebbe venir reso noto soltanto dopo molti anni
quando, cioè le rivelazioni che contiene non avrebbero più le
ripercussioni politiche di oggi (che d’altronde – siamo nel 2008 –
vanno sempre più perdendo il loro valore).
Sono due ipotesi ben difficilmente accettabili, anche
perché violerebbero le disposizioni testamentarie di chi lo aveva
redatto.
L’omessa pubblicazione violerebbe inoltre anche la volontà (almeno
quella diffusamente conosciuta) del Giulini il quale sempre
andava dicendo che dopo la sua morte il documento sarebbe stato reso
noto.
In più bisogna considerare che il Giulini non era uno sprovveduto,
per cui sicuramente immaginava che un documento del genere avrebbe
potuto fruttargli una cifra considerevole
E allora?
Vi è un’ipotesi che, personalmente, considero come la più
verosimile.
Dato per scontato il possesso del documento da parte del Giulini,
Acclarato che molte persone erano a conoscenza di questo fatto,
Considerato che sicuramente tra queste persone vi erano anche i
personaggi più intransigenti dei partiti più intransigenti, disposti
a far rispettare ad ogni costo e con ogni mezzo la versione della
finta fucilazione di Mussolini e della Petacci, ma principalmente ad
evitare che venissero rivelati i nomi (Longo? Pertini?) sempre
taciuti, di chi si macchiò di tale delitto.
Conseguenza logica e naturale è che dell’esistenza dello scottante
documento, fossero venuti a conoscenza i vertici del PCI , cosi come
quelli del PSI e del P d’ A., alcuni dei loro più alti
rappresentanti, erano sicuramente coinvolti nell’assassinio.
In tale situazione vi è un grado talmente alto di probabilità tale
da avvicinarsi alla presumibile certezza, che un bel giorno,
il Giulini , ancora attivo, vivo, vegeto e in buona salute, sia
stato avvicinato da emissari del PCI i quali, prima con le
blandizie, poi con le minacce ma, non escluso, anche con l’offerta
di denaro, lo abbiano costretto, volente o nolente, a consegnare
loro il documento Sandrino.
Di fronte a una “proposta” del genere (della serie di quelle che
“non si possono rifiutare”) come avrebbe potuto comportarsi il
Giulini?
Inizialmente blandito, poi pressato e quindi velatamente (ma non
troppo) minacciato dai suoi interlocutori, era forse in grado di
reagire? di opporsi? di appellarsi all'autorità dello Stato per
essere tutelato? Forse lo avrebbe potuto fare, ma sicuramente
andando incontro a gravi rischi perché, come di regola, testimoni
scomodi il PCI non ne lasciava facilmente in vita.
Gli stessi emissari lo avrebbero potuto facilmente liquidare
mettendo in atto un piano già certamente predisposto in modo da
farlo apparire come una disgrazia (si fa presto, specie su quelle
strade, a finire sotto una macchina). E se il documento il Giulini
l’avesse consegnato a un notaio, per lui nulla sarebbe cambiato. E
il notaio, di fronte a delle minacce, cosa avrebbe potuto fare,
l’eroe ? Vi è da dubitarlo.
Quindi, in ultima analisi, al Giulini, tra le cui doti non vi
era certamente la vocazione al martirio, né aveva la stoffa
dell'eroe, non rimaneva altro che cedere e consegnare il documento
agli emissari degli ipotetici mandanti.
Non dimentichiamo che terminato il conflitto e normalizzatasi la
situazione il Giulini, che durante il ventennio era stato fascista,
non ebbe nessuna difficoltà a vestire i suoi veri panni, quelli cioè
del demoscristiano, continuando cosi a rimanere sulla cresta
dell'onda.
In buona sostanza, pur riconoscendogli sicuramente doti di umanità e
disponibilità verso il prossimo, il Giulini fu indubbiamente anche
un opportunista
Dopo aver ceduto (dietro minacce, dietro compenso ?) il documento
non poteva certamente lasciar trapelare di non esserne più in
possesso. Sarebbe stato molto pericoloso perché avrebbe
dovuto confessare dov'era finito. Perciò continuò suo malgrado a
sostenere, forse con ancora maggiore insistenza, d'esserne il
depositario.
Si potrebbe obbiettare che il Giulini nel testamento avrebbe
potuto rivelare dov'era finito il documento.
Ciò avrebbe però compromesso (il Giulini sapeva benissimo che le
minacce dei comunisti si estendono sempre anche alla parentela del
minacciato.) la tranquillità del suo erede Ugo Tenchio e dei suoi
famigliari i quali, anche se legati da un vincolo di parentela non
propriamente stretto, lo avevano assistito negli anni della
malattia, per cui il Giulini si sentiva legato da un forte
sentimento di riconoscenza, tanto da eleggerli, salvo qualche
piccolo lascito, a suoi eredi.
Possiamo dunque scordarci il documento di Sandrino, che forse
non riusciremo mai a vedere.
Nella migliore delle ipotesi, tra anni, la vera Storia riprenderà il
suo ruolo, e dei diretti protagonisti di quei fatti si sarà persa la
memoria e ne rimarranno soltanto dei nomi. Allora, quando il PCI,
oggi camuffato sotto altre sigle, non sarà più il partito che è
stato sinora, cioè una doppia organizzazione, quella ”ufficiale” e
quella "ombra" della quale un certo numero di iscritti fa parte
all'insaputa della massa, forse allora il documento, a meno che non
sia stato distrutto (cosa non improbabile), potrà venire alla luce.
Cosi come forse saranno resi noti altri documenti gelosamente
custoditi nei loro archivi, tuttora coperti da segreto, spesso per
motivi ignobili.
Giannetto
Bordin
*Collaboratore di Giorgio Pisanò
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