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spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
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GIOVANNI
GENTILE
(1875-1944)
"L'ideologo del
Fascismo"
Nato
a Castelvetrano nel Trapanese il 30 maggio 1875, figlio di Giovanni
e Teresa, Giovanni Gentile trascorse la sua infanzia a Campobello di
Mazara, dove la famiglia si era trasferita. Frequentò il liceo
Ximenes a Trapani e durante l’ultimo anno, su suggerimento del suo
Professore di greco Gaetano Rota Rossi, decise di partecipare al
concorso per quattro posti d'interno alla Scuola Normale Superiore
di Pisa, con tema su “La poesia civile del Parini e dell'Alfieri”.
Dopo essere stato ammesso, si iscrisse alla facoltà di Lettere e di
Filosofia. L'esperienza presso l'ateneo pisano influirà in maniera
determinante sul suo pensiero e sulle sue scelte culturali e
politiche. La Scuola Superiore di Pisa infatti, oltre ad essere
l'istituto scientifico più prestigioso del Regno, aveva avviato uno
studio filologico e storico sulla letteratura Italiana, nonché sul
ruolo del pensiero Italiano all'interno della filosofia europea.
Tale impostazione era in linea con l'esigenza post-unitaria di
cercare di rintracciare storicamente, e fondare, l'unità della
penisola non solo dal punto di vista politico, ma anche culturale e
spirituale. Gentile fece sua questa preoccupazione e cercò, in
particolar modo nelle opere storiche, di meglio definire e
ricostruire la storia spirituale d'Italia, ponendo come momento
chiave il Risorgimento.
Sotto l'insegnamento storico di Alessandro D'Ancona e filosofico di
Donato Jaia, Gentile iniziò a pubblicare i suoi primi articoli.
L’influenza dei due Professori fu antitetica: mentre il primo,
pisano, seguace del metodo storico, veniva dalla storiografia
positivista e da ambienti liberali, il secondo, siciliano come
Gentile, era un hegeliano seguace di Spaventa e come quest'ultimo
aveva frequentato il Seminario rinunciando poi al Sacerdozio. Queste
due personalità costituirono, nello svolgimento del pensiero
filosofico di Gentile, due esigenze diverse ma allo stesso tempo
conciliabili circa l'attenzione filologica per i documenti e per i
testi e per l'interpretazione spaventiana della filosofia di Hegel.
Oltre all'influenza esercitata dai suoi due maestri, fu determinante
negli anni trascorsi a Pisa, l'incontro con Benedetto Croce. Il loro
carteggio, che rappresenta uno dei documenti centrali per la
ricostruzione storica della cultura Italiana del periodo, iniziò nel
1896 e si protrasse fino all'adesione di Gentile al PNF nel 1923. La
discussione tra i due si svolse all'inizio su argomenti storici e
letterari; in seguito, l'argomento principe divenne la filosofia,
avendo Gentile deciso, sotto la spinta di Jaia, di laurearsi in
filosofia. Col passare del tempo l'amicizia tra i due si rafforzò
fino a diventare cruciale per la formazione e lo sviluppo del
pensiero di entrambi, nonché per la carriera accademica di Gentile,
dal momento che questi, al contrario di Croce, non aveva a
disposizione una base economica tale da esentarlo dall'insegnamento,
che peraltro Gentile sentì come una missione. La base della
discussione con Croce fu l'idealismo, che accomunò per un verso i
due filosofi ma che al tempo stesso li divise a causa di alcune
divergenze, sempre attenuate in nome della loro amicizia, eppure
sempre latenti, che saranno il motivo della loro separazione. I due
combatterono insieme la stessa guerra, contro il positivismo e le
degenerazioni dell università patria. Il loro scopo fu quello di
costituire un polo filosofico crescente, per dimensioni e qualità,
all'interno della cultura nazionale. Fondarono una rivista, La
Critica, nel 1903 e lavorarono incessantemente alla creazione di
nuove collane editoriali e alla pubblicazione delle loro rispettive
opere. Dopo la laurea a Pisa, e un corso di perfezionamento a
Firenze, Gentile iniziò la sua carriera di insegnante, ottenendo una
cattedra a Campobasso, al Liceo Mario Pagano.
La sua aspirazione però fu, sin
dall'inizio, quella di ottenere una cattedra universitaria; dopo una
serie di tentativi andanti a vuoto e sconfitte in altrettanti
concorsi, Gentile riuscì ad ottenere una cattedra di storia della
filosofia all'Università di Palermo nel 1906. Malgrado ambisse ad
una cattedra a Napoli, per la vicinanza con Croce e con gli ambienti
culturali napoletani ben più vivi di quelli siciliani, l'esperienza
e l'insegnamento a Palermo furono per lui determinanti. Nella città
siciliana, infatti, cominciò a crearsi intorno alla sua cattedra e
agli incontri del circolo culturale di Giuseppe Pojero, quella
scuola di allievi che contribuirono non poco alla diffusione
dell'idealismo attuale, della sua filosofia che si arricchì in
quegli anni di testi importanti: tra questi “L'atto del pensare come
atto puro” del 1912 che ne costituirà il manifesto, e “La riforma
della dialettica hegeliana” del 1913, che sarà la base dell'opera
sistematica dal titolo “La teoria generale dello spirito come atto
puro” del 1916, una sintesi delle speculazioni che Gentile sviluppò
lungo la serie di testi, discorsi e polemiche su argomenti
filosofici trattati nei primi anni della sua carriera universitaria,
prima a Palermo e poi a Pisa, e che è la prima vera sistemazione dei
suoi principj e a cui farà seguito il “Sistema di logica come teoria
del conoscere” del 1917, la sua opera più voluminosa e complessa.
L'insegnamento, oltre ad offrirgli la possibilità di continuare i
suoi studi e sostentare la sua numerosa famiglia, gli diede quella
di toccare con mano il disagio della scuola italiana, che sin
dall'inizio, aveva giudicato ancora inadatta a contribuire alla
fortificazione dell'unità nazionale e delle sue basi culturali, e
incapace di formare una nuova classe dirigente che traghettasse il
Paese verso un fulgido destino. Gentile sentì sempre come una vera e
propria missione il suo ruolo di insegnante ed educatore; la sua
pedagogia, che è essenzialmente filosofica non può essere staccata
né dal suo sistema filosofico, né dal suo progetto di riforma della
scuola che attuò nel 1923-24, quand'era Ministro della Pubblica
Istruzione, e che dai primi due discende.
L'influenza di Gentile sulla
cultura Italiana, accresciutasi nel tempo per merito delle sue
pubblicazioni, delle iniziative insieme a Benedetto Croce, e della
produzione della sua scuola filosofica, si estese anche grazie ai
tanti incarichi che ebbe modo di ricoprire. La sua adesione al
Fascismo del 1923, se da un lato costituì la molla della rottura con
Croce (rapporto peraltro già incrinato da una polemica apparsa sulla
Voce dieci anni prima), dall'altro gli diede la possibilità di
accrescere ulteriormente la sua influenza sulla cultura Italiana,
grazie anche ad alcune importanti iniziative editoriali: tra queste
la più importante, per il peso che ricoprì e che ricopre tutt'ora, è
senza dubbio “L'Enciclopedia Italiana”, alla cui composizione
collaborarono anche molti intellettuali antifascisti. Nel suo
disegno questa opera in volumi doveva costituire un monumento
all'unità e alla concordia della cultura Italiana, a cui dovevano
contribuire tutti gli studiosi, di qualsiasi credo politico.
Nominato dunque nel 1922 Ministro
della Pubblica Istruzione, elaborò l'anno successivo una epocale
riforma della scuola destinata a durare fino ad oggi. Essa pose le
sue basi sui concetti di meritocrazia; di forte selezione delle
capacità individuali sin dalla scuola media inferiore; di funzione
sociale e nazionale della struttura scolastica. Iscrittosi al
Partito Nazionale Fascista nel 1923, fu Senatore del Regno dal
novembre 1922 nonchè Membro del Gran Consiglio del Fascismo.
Dimessosi da ministro dopo il delitto Matteotti, si pose alla guida
delle Commissioni dei quindici e dei diciotto per lo studio delle
riforme costituzionali e svolse un'intensa opera di organizzazione
del consenso degli intellettuali. Redasse infatti nel 1925 il
“Manifesto degli intellettuali Fascisti” e, sempre in quell'anno, fu
nominato direttore dell'Enciclopedia Italiana (e nel 1932 scrisse la
famosa voce “Fascismo”, firmata da Mussolini).
Fu contrario al Concordato tra la
Chiesa Cattolica e lo Stato italiano del 1929, benché egli
considerasse il Cattolicesimo come la forma storica della
spiritualità italiana, poiché puntava su uno Stato etico totalmente
garante dell’unità anche religiosa del popolo. Da questo momento in
poi il suo ruolo politico si eclisserà definitivamente.
Terminato anche il mandato al Gran
Consiglio del Fascismo, fu Direttore della Scuola Normale di Pisa
(1932) e Consigliere d’Amministrazione di varie case editrici (Vallecchi,
Le Monnier, Bemporad, Sansoni, di cui diventò proprietario nel 1932)
e Presidente dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura.
La sua fedeltà al PNF, in cui vide
sempre l'espressione del moto Risorgimentale di unità nazionale, lo
portò ad aderire nel 1943 alla Repubblica Sociale Italiana, benché
ormai confinato da tempo ad un ruolo politico pressoché nullo.
Autore del Discorso agli Italiani del 24 giugno 1943, appello alla
concordia nazionale intorno al Duce dopo lo sbarco alleato in
Sicilia, fu trucidato barbaramente dalla mala genia partigiana il 15
aprile del 1944 sulla soglia della sua abitazione a Firenze.
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