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ORFANO DI GUERRA
Giovanni Manglaviti
Riceviamo e
pubblichiamo con piacere la lettera inviataci dal Sig. Giovanni
Manglaviti, orfano di guerra. Un conflitto che dopo quasi 70 anni
continua a provocare dolore tra i vivi e i morti. Sono tanti i figli che
non hanno conosciuto i propri genitori e forse questa lettera riuscirà a
far comprendere ai più giovani quanto sia straziante e dolorosa una
guerra: alcune ferite non si rimargineranno mai!
Stimatissima Redazione,
Mi chiamo Manglaviti Giovanni classe 1943 - orfano di guerra
- e mi permetto di sottoporre alla Vostra cortese attenzione la presente
nota con preghiera di farmi conoscere, qualora si ritenga meritevole, la
Vostra qualificata e personale opinione.
Mio padre, Manglaviti
Francesco classe 1917, dopo aver assolto agli obblighi di leva,
ritornò al suo paese riprendendo il proprio lavoro di mulattiere e
nell’estate del 1942 convolò a nozze con mia madre Vigilante Giulia.
Subito dopo il matrimonio fù richiamato alle armi e mandato a servire la
Patria nei Balcani, nel corpo della Regia Aeronautica.
Dopo l’8 settembre, data fatidica per molti italiani, fu fatto
prigioniero dai Tedeschi in terra di Croazia e deportato in
Germania in uno dei tanti campi di concentramento e adibito ai
lavori forzati, nutrito a pane e acqua.
Dopo una brevissima corrispondenza epistolare con mia madre non si
ebbero più sue notizie.
Alla fine della guerra, nei
registri dello stato civile del suo paese di residenza, risultò essere
disperso in guerra.
Nei miei ricordi di infanzia mi aggrappai alla parola “disperso”
sognando infinite volte il suo ritorno. Terminata l’età evolutiva mi
diedi da fare perché volevo sapere, conoscere, dove, come, quando e del
perché del suo non ritorno.
Nel mio continuo chiedermi “perché” ebbi l’opportunità di sapere che nel
paese “tal dei tali” vi abitava un anziano signore (reduce di guerra)
che aveva condiviso con mio padre le sofferenze vissute nel campo di
concentramento.
Letteralmente mi precipitai in quel paese per conoscerlo e parlarci e di
fatto fu loquace informandomi di tanti particolari della vita che si
conduceva in quel campo e anche di quel giorno in cui la miniera di
carbone dove lavoravano crollò e……..
Per me fu la fine delle mie speranze di poter un giorno conoscerlo,
abbracciarlo e poterlo chiamare.
Da quel giorno ritrovare i
resti mortali di mio padre e poterli riportare in Italia divenne per me
un dovere e anche “un piacere”.
Diversi furono i miei viaggi a Roma presso gli uffici del
Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, sito se non
ricordo male in Piazzale Sturzo.
Li ebbi conferma che la salma di mio padre riposa nel Cimitero
Italiano di Francoforte.
Alla mia richiesta di far esumare la salma e quindi fargli fare ritorno
in Patria mi fu detto che la legge 9 gennaio 1951 (G.U.n°80 del 7
aprile 1951) stabiliva che le salme definitivamente collocate nei
Sacrari militari non potevano essere più rimosse (la richiesta di
esumazione poteva essere accolta solo prima dell’entrata in vigore della
legge: ma chi mai è stato informato? Mia madre di sicuro non ricevette
notizie dell’imminente tumulazione, né tanto meno il Comune del paese
dove risiedeva al momento della chiamata alle armi ).
Al commissariato Generale mi fu detto che i congiunti dei caduti (
coniuge, genitori, figli, fratelli e sorelle ) possono fruire una volta
l’anno delle agevolazioni ferroviarie con riduzione del 40 % dal paese
di residenza al confine italiano. Sottolineo che abito in Calabria.
Solo nel 1997 io, con
i miei due figli Francesco e Giulia potei economicamente prenotare il
viaggio andata e ritorno in aereo con destinazione Francoforte –
Germania.
La mia rabbia, per non poterlo portare in Patria, si placò nel momento
in cui ebbi visione di come erano sistemate le circa 5.000 salme di
Italiani contenute in quel cimitero ( ordine, pulizia, prati inglesi
ben rasati ).
Dopo qualche anno la mia rabbia riesplose in modo enorme esattamente
quando nel 1999 venni a conoscenza della Legge 14.10.1999 n°365
con la quale il sig. D’Alema, con il massimo disprezzo della Memoria dei
Caduti in guerra, modificò la legge del 1951 dandomi sì la possibilità
del rimpatrio della salma di mio padre, ma a condizione che avvenisse
solo ed esclusivamente su mia richiesta e a mie spese e senza alcun
aggravio per lo Stato Italiano. Non era meglio che la legge del 1951
rimanesse ancora vigente?
Così legiferando ho io
sulla coscienza di figlio il rimorso di non poterlo riportare in Patria.(Spese
economiche a parte,dover affrontare la burocrazia italiana e quella
tedesca!)
Il sig. D’Alema ha fatto esattamente quel che fece Ponzio Pilato.
Ignora però che se ricopre una carica politicamente così importante lo
deve anche a quei soldati italiani che hanno dato la propria vita per
tenere alto l’Onore della Patria e liberarLa dalla dittatura.
Se per il sig. D’Alema questa legge è figlia della democrazia io dico
che “si stava meglio quando si stava peggio”.
Un grazie sentito porgo a questa Redazione per aver avuto la pazienza di
leggermi e soprattutto grazie se vorrà o potrà dare un seguito a questo
mio sfogo informando l’opinione pubblica composta certamente da tanti
figli di Caduti in guerra che ignorano quanto alto sia il disprezzo
della memoria del proprio genitore da parte di certi politici a cui
invece spetterebbe l’Alto Onore di difenderla.
Con rispettosa osservanza
Giovanni
Manglaviti - Bovalino (Rc)
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