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Giuseppe Bottai (1895-1959)

Il fascista intellettuale che tentò di tradurre nella pratica l’Ideale.

Giuseppe Bottai

Giuseppe Bottai

Giuseppe Bottai nacque il 3 settembre 1895 a Roma da una famiglia di origine toscana. Il padre, Luigi, è un commerciante di vini; la madre è di origine spezzina e si chiama Elena. Il padre appartiene a una corrente filosofica agnostica, atea e repubblicana. Infatti viene battezzato segretamente da una balia e riuscirà a fare la Prima Comunione solo da adulto.
Oppresso dalla filosofia negativa del padre, si avvicina al Cattolicesimo e agli ideali Risorgimentali Monarchici. Superati brillantemente gli studi liceali al Torquato Tasso di Roma, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e si laurea. Nel 1915 parte volontario per la guerra scegliendo il mitico reparto degli Arditi. Pluridecorato, egli è già un intellettuale, “un belligerante che vuol vivere le radiose giornate di maggio”. Al ritorno frequentando proprio questo ambiente entra nella corrente di Marinetti, collaborando e scrivendo qualche articolo su “Roma futurista”. Nel 1919 incontrando Mussolini per la prima volta ne ricava una forte impressione, iniziando a collaborare al “Popolo d’Italia”. Nel suo diario, pubblicato nel 1949, scriverà: “…mi colpì la singolarità dei suoi modi. Non so quale grandezza, non fisica soltanto di quelle membra; una vitalità non contenuta, che imprimeva ai suoi gesti più semplici e ordinari…un’ampiezza smisurata. (…) Mi incontrai e la mia vita fu decisa con quella di una intera generazione”. Intellettuale, poeta, redattore ormai affermato del “Popolo d’Italia”, reduce, ex Ardito, è tra i fondatori del Fascio Romano.
Grande organizzatore, partecipa alla Marcia su Roma, capeggiando a Tivoli le colonne formate nel Lazio, nelle Marche e in Abruzzo; durante la Rivoluzione si scontrò con notevole audacia contro i rossi del Quartiere San Lorenzo.
Quando Mussolini scende a Roma per incontrarsi con il Re, Bottai gli è accanto e si fa portavoce della volontà normalizzatrice e legalizzatrice del Fascismo. Da questo momento egli osteggerà in tutti i modi gli estremisti alla Farinacci, tentando di conquistare al Fascismo anche le simpatie dei liberali.
Zelante, coltissimo ed intelligentissimo, contribuirà grandemente a costruire l’apparato ideologico del Partito e del Governo, con tante idee e iniziative. Alle elezioni politiche del ’24, come già del ’21, è il candidato numero uno del Fascismo nel “blocco” che si presenta a Roma, ma la sua elezione è invalidata a causa dell’età (non ha ancora i 30 anni richiesti).
Bottai è tra i sostenitori della grande coalizione con i popolari e dei patti di pacificazione con i socialisti: “(…) la riforma del Fascismo, è una necessità doverosa ed urgente per tutti noi, ed è quella di inserire il Fascismo (…) nel corso della concreta realtà storica italiana”.
Grande intellettuale, inizia la sua opera di definizione dell’Ideale Fascista, raccogliendo tutte le aspettative, gli apporti, i contributi, in collaborazione col Duce, con Gentile, con Grandi e con tutti i principali fondatori del Fascismo. Si deve in gran parte a lui la definizione dell’identità e della prospettiva ideologica e la formazione di una nuova classe dirigente.

Bottai in divisa prima dello scoppio della guerra mondiale

Bottai in divisa prima dello scoppio della guerra mondiale

Bottai mostra la volontà di costruire un Partito in qualche modo Aristocratico, che rappresenti le migliori istanze d’Italia, aperto a tutti i contributi della società e degli individui. Già nel 1923 crea con Massimo Rocca una corrente propria che ha un suo organo di stampa: “Critica Fascista”. La volontà è chiara: una critica al Fascismo per costruire il Fascismo. Nel 1924 in una conferenza cerca di definire a cosa mira con queste parole: “movimento di reazione critica alla mentalità ed ai principii della rivoluzione francese”. Cita Hegel, Sorel, Oriani, Corradini e lo “Stato etico” di Gentile. Bottai voleva insomma organizzare uno stato nuovo, duttile e moderno. Diede subito spazio ad intellettuali anche di estrazione opposta alla sua, quali ad esempio Don Romolo Murri ed a giovani come Guido Carli e Valerio Zincone, animatori dei nobilissimi Littoriali della Cultura e dell’Arte di cui proprio Bottai divenne patrocinatore, giovani ai quali egli sempre sarebbe stato attento nel progetto del loro inserimento nella realtà del Partito.
Tuttavia, accusato dal Direttorio del Partito di essere “uscito di carreggiata”, viene sospeso con Rocca dal Partito (maggio 1924). Mentre il fatto per Rocca significherà un’eclissi definitiva, per Bottai diventa invece motivo di sfida, tanto che egli rientra subito nel Partito con più seguito di prima. E dal suo genio politico e sociale prende forma il Corporativismo, ideale sociale del Fascismo. In esso Bottai vede la possibilità di una mediazione dei conflitti di classe e una pacificazione sociale, realizzando in pratica la teoria Fascista; Mussolini, entusiasta di ciò, lo considererà d’ora in poi primo intellettuale del Regime. Eletto Deputato, entrato nel Gran Consiglio del Fascismo, nominato prima Sottosegretario (1926-29) e poi Ministro (1929-32) delle Corporazioni, attua l’ordinamento Corporativo dello Stato Fascista e redige la Carta del Lavoro (21 aprile 1927), documenti basilari dell’Idea Fascista.
Durante l’eccelsa costruzione del sistema Corporativo Nazionale, Bottai diventa nel 1930 Professore di politica ed economia corporativa a Pisa, fondando e poi dirigendo la Scuola di perfezionamento di scienze corporative. Nel 1931 contribuisce alla creazione dell’Istituto di Mistica Fascista, con sede a Milano, il cui scopo fu la sempre più affinata elaborazione dell’ideologia Fascista. Tuttavia l’Istituto non ebbe mai il “decollo” che Bottai si attendeva. Promosse inoltre l’esposizione E42 e la costruzione del quartiere EUR. Divenne quindi Presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (INFPS) (1932-35), sostituendo poi De Vecchi il 22 novembre 1936 al Ministero dell’Educazione Nazionale, dove rimase fino al 5 febbraio 1943. In tal Ministero profuse attivismo e ardore, con l’eccellente riforma della scuola media inferiore sulla scia di ciò che già s’era compiuto con Gentile, compiendo una corretta e lodevole Fascistizzazione della scuola intesa in senso etico e sociale. Tuttavia non reagì alle leggi razziali (1938), penalizzanti per diversi studenti ebrei, attenendosi semplicemente alle direttive di governo. Al 1939 risale la presentazione della Carta della Scuola.

Bottai in una foto del 1954 quando era direttore di "ABC"

Bottai in una foto del 1954 quando era direttore di “ABC”

Nel 1940 fondò la rivista “Primato”, che potè vantare nelle sue fila il meglio della cultura dell’epoca: Nicola Abbagnano, Michelangelo Antonioni, Giulio Carlo Argan, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Leo Longanesi, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Cesare Pavese, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Luigi Salvatorelli, Emilio Sereni, Giuseppe Ungaretti, per citare solo i più famosi.
Ma con la guerra i rapporti con Mussolini precipitarono, in quanto Bottai accusò espressamente il Duce di esser diventato un subalterno di Hitler. Destituito dal suo Ministero nel 1943, votò la sfiducia a Mussolini il 25 luglio, rifugiandosi subito in Vaticano. Condannato a morte in contumacia dal Tribunale di Verona (1944), reagì arruolandosi volontario nella Legione Straniera e combattendo valorosamente i tedeschi.
Tornato in Italia dopo l’amnistia, fondò nel 1953 la rivista di critica politica “A.B.C.”, molto tagliente nei confronti dei vizi e delle corruzioni già evidenti nello stato antifascista appena sorto. Scrisse: “Gli intellettuali italiani avrebbero potuto portare un contributo all’educazione politica dei loro compatrioti… visto che non lo fanno loro, bisognerà che un giorno un politico, che con essi abbia avuto qualche commercio, dica dell’incapacità della società letteraria, o più genericamente artistica, italiana a fondersi nella più ampia società civile, a circolarvi con disinvoltura, a esercitarvi il suo officio e, quasi per istinto di difesa, del suo gettarsi in politica agli estremi: talché ai fascistissimi di ieri corrispondono i democraticissimi di oggi. Con la stessa mancanza di serietà”. Tra i suoi interessantissimi scritti: “Vent’anni e un giorno” (1949); “Diario 1935 – 1945”, citato sovente come una delle testimonianze storiche più importanti dell’epoca. Morì a Roma nel 1959.

 

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