ULTIMI AGGIORNAMENTI:

Il Panzerfaust

PanzerFaust 1

Soldato tedesco si appresta a usare il Panzerfaust

Il “Pugno Corazzato” fu probabilmente una delle armi anticarro più famose dell’ultimo conflitto mondiale, ancora una volta espressione dell’ingegno tedesco. Il suo maggior punto di forza fu senza dubbio la capacità di perforare corazze di ben 200mm di spessore, ma si caratterizzò anche per la semplicità di utilizzo, di realizzazzione, per la sua leggerezza e portabilità.
L’idea che sta dietro al Panzerfaust è infatti quella di un’arma a colpo singolo con un alto potenziale distruttivo, da utilizzare in azioni rapide condotte anche da un singolo uomo, allo scopo di infierire notevoli danni al nemico con uno spreco minimo di risorse, sia in termini umani che materiali. Questa idea di fondo ben si sposò con le tattiche della Blitzkrieg basate sull’opera congiunta di fanteria-mezzi corazzati e sebbene introdotto tardivamente (estate del 1943), il Panzerfaust si rivelò comunque un’ arma insostituibile. L’arma fu quindi introdotta nell’agosto del 1943 con un ordinativo di 50.000 pezzi, ma il progetto e lo sviluppo risalgono al 1941. Al tempo lo Stato Maggiore tedesco fece richiesta di un’arma anti-carro economica e di facile produzione: il risultato fu il Faustpatrone klein, diventato in seguito Panzerfaust 30, ove 30 stava ad indicare la gittata massima espressa in metri dell’arma, realizzato dalla HASAG Hugo Schneider AG.

Costituito da due parti principali (il proiettile e il tubo di lancio), al Panzerfaust 30 seguirono le versioni 60 (settembre 1944), 100 (novembre 1944), 150 (marzo 1945) e 250, sviluppata alla fine del conflitto ma mai adottata. Il Panzerfaust 30 fu sviluppato per correggere i difetti del Faustpatrone klein, consistenti, da un lato, nella mancanza di un dispositivo di mira, dall’altro, nel design imperfetto del proiettile che sovente rimbalzava contro le corazze senza penetrarle. L’arma che ne derivò sembrò aver risolto questi problemi, sebbene ben presto le esperienze sul campo di battaglia misero in luce un altro difetto: la scarsa gittata. Il Panzerfaust 30 aveva infatti una gittata di soli 30 metri, troppo pochi per consentire al soldato di operare senza correre il rischio di venir ucciso durante l’avvicinamento al bersaglio. Fu così che gli ingegneri della HASAG, capitanati dal Dr. Langweiler, incrementarono le prestazioni dell’arma portando da 95 gr. a 134 gr. la dose di propellente necessaria al lancio del proiettile, così da potergli garantire una velocità di 45m/s e una gittata di 60 metri: nasceva così il Panzerfaust 60, che fu la versione più utilizzata durante il secondo conflitto mondiale.

Al Panzerfaust 60 fece seguito il Panzerfaust 100 nel novembre del 1944, le cui prestazioni (gittata di 100 metri, velocità del proiettile di 60m/s) furono incrementate senza alterare il design o la struttura dell’arma grazie all’introduzione di un propellente a due stadi in grado di garantire una maggior spinta al proiettile. A partire dal gennaio del 1945, iniziò lo sviluppo del Panzerfaust 150, e nel mese di marzo ci fu una prima esigua fornitura alle truppe.
Il Panzerfaust 150 rappresentò il punto di svolta nella storia di quest’arma, in quanto introdusse la possibilità di utilizzare il tubo di lancio per ben 10 volte (mentre nelle versioni precedenti il tubo, una volta utilizzato, veniva abbandonato). Ma le novità non si fermarono qui: oltre all’incremento delle prestazioni (150 metri di gittata, velocità del proiettile di 85m/s), fu introdotto un nuovo design della testa del proiettile che consentì di controllare con più precisione la distanza alla quale doveva avvenire l’esplosione della carica cava, al fine di garantire il massimo effetto distruttivo. Al Panzerfaust 150 avrebbe dovuto far seguito il Panzerfaust 250, che rimase però solo sulla carta nonostante la sua produzione fosse stata già pianificata per il settembre del 1945. Tutte le versioni prodotte, al di là delle differenze in termini di rendimento, basarono il loro funzionamento sullo stesso principio: quello della “carica cava”. Grazie a questo sistema, noto già ai tempi della scoperta della polvere da sparo e applicato alla scienza balistica da un ingegnere americano, tale Monroe, nel 1888, è possibile ottenere un alto potenziale distruttivo impiegando un quantitativo minimo di esplosivo: all’interno di una carica conica o semisferica si fa in modo che il calore prodotto dall’esplosione venga concentrato in un solo punto così da ottenere un getto di plasma ad elevata temperatura (e con una notevole forza di impatto) in grado di penetrare, sciogliendo, qualsiasi tipo di acciaio. Così concepito, il proiettile da 2.9 Kg. del Panzerfaust, esplodendo, generava dei gas che urtavano il bersaglio a ben 8.000 m/s e con una forza di 10 milioni di Kg. per cen-timetro quadro, indipendentemente dalla sua velocità: infatti ai fini della penetrazione delle corazze, la velocità cinetica acquistata dal proiettile era irrilevante dato che la forza d’impatto era generata proprio dalla carica cava posta sulla testa del proiettile (da qui la sua caratteristica forma a testa larga). Tuttavia, per raggiungere simili effetti, era necessario che la carica esplodesse al momento giusto, ovvero nè troppo in anticipo, né troppo in ritardo rispetto all’impatto con il bersaglio: nel primo caso, infatti, l’effetto generato dal plasma si sarebbe disperso nell’aria e non avrebbe procurato gravi danni al mezzo corazzato; nel secondo caso, al contrario, l’esplosione a ridosso del bersaglio non avrebbe dato tempo ai gas esplosi all’interno del proiettile di raggiungere temperature così elevate tali da permettere la penetrazione della corazza. Inoltre, al fine di garantire la potenza dell’esplosione, era necessario evitare che il proiettile rotasse su se stesso durante il percorso verso il bersaglio: a tal scopo il razzo fu dotato di alette stabilizzanti nella parte terminale, che entravano in azione poco dopo l’uscita dal tubo di lancio. Proprio la presenza delle alette stabilizzanti andò a svantaggio della velocità del proiettile e della sua precisione, ma del resto, essendo il Panzerfaust concepito per azioni ravvicinate con il bersaglio, questi elementi furono secondari rispetto all’effetto distruttivo che si voleva garantire.

Per quanto riguarda il tubo di lancio monouso, che possiamo considerare come una sorta di grande cartuccia contenente il proiettile, esso veniva utilizzato per innescare la carica di lancio presente nella parte terminale del proiettile attraverso l’azione di un percussore. I gas esplosi all’interno del tubo venivano espulsi nella parte posteriore e il getto prodotto poteva risultare molto pericoloso sia per l’operatore stesso che per altri soldati. Veniva infatti riportata sull’arma un’indicazione contenete la distanza minima dalla quale era possibile far fuoco: 10 metri, indipendentemente dal fatto che dietro l’arma si trovasse un muro o un commilitone. Il tubo di lancio era altresì dotato di una sorta di mirino con dei fori verticali che, alla stregua di tacche di mira, servivano all’operatore per calcolare con buona approssimazione la distanza del bersaglio.

Il Panzerfaust, come si può ben intuire, fu un’arma molto semplice sia da produrre che da usare: proprio la sua semplicità, che ne rese possibile l’utilizzo da parte di qualsiasi soldato, fu probabilmente uno dei suoi più gravi difetti dal punto di vista dei “costi umani”.

About admin

Inserisci un commento

Scroll To Top