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a cura di:
Roberto Goglia
FOIBE: TOMBE SENZA
NOMI E SENZA FIORI DOVE REGNA IL SILENZIO DEI VIVI E IL SILENZIO DEI
MORTI.
I
PARENTI DELLE VITTIME ATTENDONO A DISTANZA DI ANNI CHE SIA FATTA
GIUSTIZIA E CHIAREZZA SULLA TRAGEDIA, ( da poco sono state aperte le
indagini dal coraggioso giudice Pititto ), MA PURTOPPO SI ATTENDE
ANCORA........., ANZI LO STATO ITALIANO COSA FA? CONTINUA A PAGARE LA
PENSIONE MINIMA A 32 MILA PERSONE RESIDENTI NELL'EX JUGOSLAVIA SPENDENDO
16 MILIARDI DI LIRE AL MESE, IN SEGUITO AL RICONOSCIMENTO AI FINI
CONTRIBUTIVI DEL PERIODO MILITARE SVOLTO NELLE FILE PARTIGIANE. UNA
NOTIZIA CHE FA SEMPLICEMENTE RABBRIVIDIRE E RENDE ANCORA PIU' NECESSARIO
RIEMPIRE, SENZA CALCOLI STRUMENTALI, QUESTA PAGINA BIANCA DEL NOSTRO
PASSATO.
L'INPS: E' LA LEGGE CHE CI
COSTRINGE A PAGARE.
L'istituto si difende a noi non interessa
la fedina
E i titini sotto accusa
contrattacano: "mai fatto niente di male. Comunque, pensate ai
crimini commessi in jugoslavia dai fascisti".
INPS
paga ogni mese 32 mila pensioni minime a persone residenti nell'ex
jugoslavia, sborsando complessivamente quasi 200 miliardi l'anno. E tra
i titolari di pensione ci sono anche personaggi che sono indagati dal
giudica Pititto per gli eccidi delle Foibe. Ma com'è possibile una cosa
del genere? " siamo obbligati dalla legge a versare queste
pensioni", sostiene Vittorio Spinelli dall'ufficio stampa
dell'INPS. Si, perchè in base ad una direttiva della comunità europea
è riconosciuto ai fini contributivi il periodo militare svolto nelle
file partigiane. "Inoltre", sogginnge Spinelli, "la
dichiarazione dei contributi non è mai accompagnata dalla fedina
penale. Si tratta di un'assicurazione e in quanto tale asettica. Se tra
gli aventi diritto risultano anche dei criminali di guerra, titini o
nazisti che siano, dobbiamo continuare a pagarli essendo la pensione un
diritto che non si può revocare per questi motivi". Uno dei
titolari di pensione INPS che risultano indagati a Roma è Ciro Raner,
che vive a Crikvenica, cittadina turistica della croazia. "Non ho
fatto del male a nessuno", dice respingendo ogni accusa.
"Negli anni trenta ho giocato acalcio in serie A con la Spal, la
Fiorentina il Catania. Per l'italia ho prestato servizio militare, ero
un sergente di sanità, diligente e discilinato", spiega Raner,
giustificando così, con il servizio militare con la successiva lotta
partigiana nelle file di tito, la pensione INPS. Testimoni ancora in
vita lo indagano come il brutale comandante del lager di Borovnica, un
campo che non aveva niente da invidiare a quelli nazisti. Negava di
essere coinvolto nella tragica, storia delle foibe anche Mario Toffanin,
responsabile del massacro della malga di porzus, in friuli, e finito
nelle maglie dell'inchiesta romana per la sua collaborazione con il IX
corpus di tito. "Giacca", come era chiamato in battaglia,
viveva a Skofije, in Slovenia, a un paio di chilometri dal confine con
l'otalia. "ma quale genocidio", protestava così. "io
sono stato graziato da Pertini nel 1978. Sono un uomo libero, vado a
Trieste quando mi pare, per trovare mio figlio."
I
"PRESUNTI" INFOIBATORI PAGATI DALL'INPS
- CIRO RANER
- NERINO GOBBO
- FRANCO PREGELY
- GIORGIO SFILIGOI
- OSCAR PISKULIC
- GIOVANNI MOTIKA
- GIUSEPPE OSGNAC
- GUIDO CLIMICH
- GIOVANNI SEMES
- MARIO TOFFANIN
CIRO RANER
Età: 83
anni
Residente:
Croazia.
Incarico:
comandante nel 1945-46 dei Lager di borovnica vicino Lubiana.
Testimonianze:
il racconto di un sopravvissuto, deposizione scritte degli x deportati e
un documento del ministero degli affari esteri.
Pensione
INPS: 569.750 lire per tredici mensilità. 50 milioni circa di
arretrati.
Dal
maggio 1945 al Marzo 1946 Ciro Raner comandò il campo di concentramento
di Borovnica dove sono stati deportati oltre duemila italiani, in gran
parte militari che si erano arresi. " eravamo in fila con un
scodellino per avere un mestolo d'acqua sporca e patate (...), quello
davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito
la guardia Partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il
torace. Arrivò il Raner che, dopo aver preso la mira, diede il colpo di
grazia al ferito sparandogli alla nuca", racconta Giovanni
Prendonzani, sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste dove
ha rilasciato la sua testimonianza ai carabinieri. Sempre nel lager di
Borovnica: "il 15 maggio 1945 due italiani lombardi per essersi
allontanati duecento metri dal campo furono richiamati e martorirazzati
col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito li
legarono con un filo di ferro fissato per il lobi delle orecchie
precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. dopo averli in
questo senso assicurati li caricavano di calci e di pugni fino a che i
due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse furono
adoperati come bersaglio per allenare il comandante e le drugarize (
sentinelle ) che colpirono i due con molti colpi di pistola lasciandoli
freddi sul posto"; Questo racconto è riportato sul documento n.
62, archiviato nella stanza 30 al primo piano del ministero degli affari
esteri e consegnato al giudice Pititto.
NERINO
GOBBO
Età: 79 anni.
Residente:
Slovenia.
Incarico: nel
maggio-giugno 1945 responsabile di Villa segrè a trieste luogo di
tortura delle milizie jugoslave.
Testimonianze:
denuncia alle autorità alleate, riportata negli annali del comitato di
liberazione nazionale dell'Istria, sentenza della Corte d' Assise di
trieste che lo condanna in contumacia a 26 anni di reclusione.
Pensione
INPS: 532.500 lire per tredici mensilità. 30 milioni circa di arretrati
Nerino
Gobbo, conoscito come il comandante "Gino", ricopriva
l'incarico di commissario del popolo delle milizie di Tito, che con il
IX corpus avevano occupato il capoluogo giuliano il primo maggio 1945.
Fino a metà gigno fu responsabile di villa segrè di Trieste. Silva
Spagnol, membro del comitato di liberazione nel capoluogo giuliano,
denunciava agli alleati nel 1946 la scomparsa della professoressa di
lettere del liceo Petrarca, Elena Pezzoli, membro della resistenza.
" Il 20 maggio 1945, Elena Pezzoli era tradotta in macchina dagli
agenti in borghese a Villa Segrè, sede del commissariato del secondo
settore dipendente dalla difesa popolare (le milizie degli occupanti
titini). (...) la Pezzoli fu torturata nella notte del 21 maggio e si
sono uditi i lamenti e i rumori di cinghia (...). Il giorno 9 giugno la
Pezzoli era scomparsa e con lei il comandante Gino, Nerino Gobbo",
si legge nella denuncia acquisita dalla magistratura di Roma. Acquisita
pure la sentenza del 17 gennaio 1948 della corte d'Assise di Trieste, in
cui i giudici scrivevano: "Dopo qualche giorno tutta la squadra si
trasferiva a dipendenze del commissario del popolo Gino di nome Nerino
Gobbo. (...) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti
venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda
a persino a mettere la testa nel secchio delle feci". Gobbo fu
condannato in contumancia a 26 anni di reclusione.
FRANCO PREGEIJ
Età:
80 anni.
Residente:
Slovenia.
Incarico:
commissario politico del IX corpus del maresciallo Tito a Gorizia.
Testimonianze:
denuncia dei familiari delle vittime e documento del PCI.
Pensione
INPS 569.650 lire per tredici mensilità. 45 milioni circa di arretrati.
Dal
primo maggio al 9 giugno 1945. il comandante "boro", alias
Franco Pregeij fu il commissario politico del IX Corpus dell'esercito
partigiano jugoslavo, che aveva occupato Gorizia. Dei 900 italiani
deportati dal capoluogo isontino, 665 non tornarono più a casa. Fra gli
scomparsi anche Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, entrambi esponenti
del comitato di liberazione. "La mattina del 5 maggio 1945 furono
invitati a salire su una macchina, sulla quale c'era anche il professore
Mulitsch e il commissario Boro. Giunti in piazza della Vittoria il
professor Mulitsh fu fatto scendere mentre la macchina proseguì verso
il palazzo Coronini ( comando del IX Corpus titino a Gorizia), Da allora
non sono più tornati" questo hanno denunciato i familiari di
Sverzutti nel 1946 alla questura del capoluogo isontino. Emilio Mulitsch,
responsabile del CLN di Gorizia, ha confermato la vicenda con una
relazione conservata nell'ufficio storico del PCI ( documento 4004, pag.
1-4, reg C). Lo studioso pordenonese Marco Pirina ha trovato negli
archivi sloveni i numeri di matricola di Sverzutti (n. 1728) e Olivi (n.
1799), deportati nel carcere di Lubiana, un ex manicomio. L'ultima
registrazione del 30 dicembre 1945 indica che i prigionieri sono stati
trasferiti verso "ignote destinazioni". L'intera
documentazione è nei fascicoli della Procura di Roma.
GIORGIO
SFILIGOI
Età: 74 anni.
Residenza:
Slovenia.
Incarico:
collaboratore del IX corpus jugoslavo.
Testimonianze:
esposto alla procura di Gorizia del commissario di pubblica sicurezza di
Cormons.
Pensione
INPS: 571.850 lire per tredici mensilità. 20 milioni circa di arretrati
"
Sergio " era il nome di battaglia di Sfiligoi, che dal 1944 al '45
fu utilizzato come "deportatore" di italiani dal IX Corpus del
Maresciallo Tito. " il 29 aprile 1945 (...) Sfiligoi Giorgio prelevò.
preso le proprie abitazioni le seguenti persone: Brurnat marino, Bullo
Giuseppe, Tavian Giovanni, Ronea Enrico, Gasparutti rodolfo e Pascolat
francesco. All'insaputa del locale comitato di liberazione furono
trasferiti, la notte del 30 aprile a (...) mons. Angelo Magrini si recò
in Idria, ove ottenne la liberazione dei catturati, i quali fecero
ritorno a cormons presso le loro abitazioni. Nella notte del 6 maggio
1945, i predetti sventurati furono nuovamente prelevati dallo Zulian
Nerino, dal Mariani Clodoveo e dallo Sfiligoi Giorgio e trasportati - a
mezzo di un autocarro - a caporetto e là consegnati allo Zulian Mario
che li freddò" ciò è quanto si legge nell'esposto del
commissario di pubblica sicurezza di Cormons del 10 maggio 1949 acqusito
agli atti.
OSCAR
PISKULIC
Età: 83 anni.
Residente: Croazia.
incarico: capo
dell'ozna, la polizia segreta di Tito, a fiume dal 1943 al 1947
Testimonianze:
familiari delle vittime, un membro del CLN di fiume e documenti vari.
Oscar
piskulic, detto "Zuti", fu dal 1943 al 1947 il capo della
temuta ozna, la polizia segreta jugoslava di Fiume. L'avvocato Augusto
Sinagra, che con la sua denuncia ha avviato l'inchiesta sul genocidio
delle foibe, accusa proprio Piskulic e altri funzionari dell'ozna, fra i
quali gli Italiani Norino Nalato e Giuseppe Domancich. Alla procura di
Roma sono stati consegnati 553 nomi di connazionali uccisi o scomparsi
nel capoluogo quarnerino e dintorni, dal 3 maggio alla fine dei 1945.
" I familiari di alcuni degli uccisi essendosi recati, spinti
dall'angoscia, alla sede dell'Ozna a Fiume dove erano raccolti i
cadaveri, avevano constatato che i funzionari a cui si erano rivolti
erano medesimi individui che erano penetrati nelle loro case per
prelevare i congiunti poscia uccisi. (...) In tal modo l'uomo e la donna
che avevano diretto il prelevamento dell'ex deputato della costituente
Sincich vennero identificati nel capo dell'ozna Oscar Piskulic e nella
sua amante (...)" si legge nella testimonianza di Luksic Lanini,
membro del CLN di Fiume, consegnata alla Procura di Roma. Il figlio
Giuseppe Sincich, interrogato recentemente dal pubblico ministero
Pititto, ha confermato le responsabilità di Piskulic sottolineando che
suo padre "era un democratico, un economosta, perseguitato dai
fascisti, ma i democratici a quel tempo davano molto fastidio".
Da
Adnkronos del 28 novembre 2000
Roma
- Gli atti del procedimento a suo carico sono solo in lingua Italiana e
non Croata. Così Oskar Piskulic, imputato nel processo sulle Foibe che
si tiene alla Corte d'Assise di Roma, ha fatto ricorso al tribunale di
Strasburgo per violazione della convenzione Europea dei diritti
dell'uomo. La corte d'assise ha infatti rigettato l'eccezione di nullità
delle notifiche e dell'ordinanaza di contumacia, mentre gli atti
pervenuti a Piskulic sono in lingua italiana e non in lingua croata,
come specificamente previsto - sottolinea il legale Livio Bernot - dalla
Convenzione, anche alla luce della più recente normativa.
IVAN MOTIKA
Età: 92 anni
Residente: croazia
Incarico: pubblico
accusatore per l'Istria dal 1943 al 1947.
Testimonianze:
familiari delle vittime.
L'8
settembre del 1943 l'esercito italiano era allo sbando su tutti i
fronti. In Istria ne approfittarono i partigiani di Tito conquistando
diverse cittadine. Ivan Motika ricopriva il ruolo di " giudice del
popolo ", che decideva il destino degli Italiani. " Il
castello di Pisino era diventato in quei giorni prigione e quartier
generale dei partigiani di tito, il cui luogotenente (...) era tale Ivan
Motika; nel castello si svolgevano i cosiddetti "processi" del
"tribunale del popolo", presieduto dallo stesso Motika, che
sentenziava a decine o centinaia le condanne a morte degli italiani.
(...) Il 30 ottobre i resti dei due congiunti (padre e zio
dell'estensore di questa testimonianza, imprigionati da Motika) furono
riportati alla luce da una cava di bauxite a villa Bassotti. (...)
" Erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati
tagliati i genitali e levati gli occhi. In tutto si recuperarono 23
salme" così si legge nella deposizione della procura di trieste di
Leo Marzini, che racconta di aver incontrato in quei giorni tremendi, lo
stesso Motika per chiedergli spiegazioni: " non fece nulla per
limitare le sue responsabilità e si limitò a dire che forse si era
trattato di un errore". La deposizione raccolta a Trieste è stata
inviata alla procura di Roma assieme ad altre testimonianze, fra le
quali spicca quella di Nidia Cernecca che ricorda ancora il padre
decapitato su ordine di Motika, soprannominato " il boia di Pisino".
GIUSEPPE
OSGNACCO
Età: 79 anni
Residente:
Slovenia.
Incarico:
comandante militare della banda partigiana Beneska ceta dal 1944.
Testimonianze:
deposizione al processo contro Beneska ceta e testimonianze varie.
Pensione
INPS: 569.750 lire per tredici mensilità, 30 milioni d'arretrati.
Giuseppe
Osgnacco, detto "josko", ex sergente dell'esercito italiano,
era il comandante militare della banda partigiana Beneska ceta fin dal
13 agosto 1944. La formazione operò nelle valli del Natisone con
l'obiettivo dichiarato di annettere più territorio possibile della
Venezia Giulia alla jugoslavia di Tito. Nel 1959 fu istruito un processo
contro gli appartenenti alla Beneska ceta, ma l'amnistia promulgata da
Palmiro Togliatti nel 1946, fece si che fosse dichiarato il non luogo a
procedere. Nella nuova inchiesta della Procura di Roma i reati di strage
ai danni della popolazione italiana, con finalità di PULIZIA ETNICA,
non pssono andare in prescrizione. Le testimonianze raccolte da Giuseppe
Vasi, un udinese che ha dedicato gran parte della sua vita a ricostruire
i drammatici giorni della guerra sui confini orientali, sembrano
confermare che la Beneska ceta passava quasi sempre per le armi i
prigionieri. "Sono state almeno 40 le persone ammazzate nei boschi
circostanti le valli del Natisone tra militari tedeschi, fascisti e
anche civili". Ma la sorte più ingrata toccò a due giovani
carabinieri, secondo la testimonianza oculare di Giovanni Lurman
consegnata alla procura di Roma. " I partigiani ordinarono loro di
spogliarsi (...), li legarono mani a piedi e li spinsero nella buca
(...). Loro piangevano dentro e più buttavano terra e sassi si sentiva
che urlavano" racconta il testimone che ammette di averli
disseppelliti personalmente un mee dopo, all'arrivo delle truppe
"alleate" (1945), riscontrando che almeno uno dei militari non
aveva la pur minima ferita e quindi era morto dopo essere stato sepolto
vivo.
GUIDO
CLIMICH
Età: 78 anni
Residente: Croazia.
Incarico:
responsabile dell'ozna di Pisino ( Istria ) nel 1945.
Testimonianze:
Associazione famiglie deportati in jogoslavia.
Nome
di battaglia "Lampo", Guido Climich era, alla fine della
guerra, il temuto capo della polizia segreta di tito a pisino nella
penisola istriana. L'associazione famiglie deportati in jugoslavia aveva
racolto numerose dichiarazioni sulla sparizione degli italiani, poi
consegnate alla questura di Gorizia. "mio figlio mechis Giovanni fu
prelevato il 3\5\1945 dai partigiani titini (...). Con altri otto
paesani furono interrogati da un funzionario dell'Ozna, guido climich
(...). circa il 25 0 28 maggio furono portati a montona e racchiusi
nelle carceri (...). Il 12 giugno 1945 un folto gruppo di prigionieri fu
prelevato di notte. (...) pochissimi fecero ritorno e io non seppi più
nulla di mio figlio" scriveva in uno stentato italiano Antonio
Mechis il 25 giugno del 1949
GIOVANNI
SEMES
Età: 83 anni.
Residente: Croazia.
Incarico:
comandante militare di Zara e capo della Polizia segreta di tito dal
1944 al 1945.
Testimonianze:
documenti della regia marina e jugoslavi.
Il
generale Giovanni Semes, che occupò Zara il 31 ottobre 1944, era
comandante militare della piazza e capo della polizia segreta di Tito
nella zona. Il giornale croato " Narodni list " ha pubblicato,
cinquant'anni dopo, il bando di fucilazione degli abitanti del quartiere
di Borgo Erizzo e di altri zaratini. Ventinove italiani erano compresi
nel bando firmato dal generale giovanni Semes, ma altri "settantrè
non hanno avuto la fortuna di essere giudicati perchè sono finiti nella
fossa marina dell'isola Lavernata nell'arcipelago delle Coronarie"
scrive Ivjca Matesie in un'inchiesta giornalstica, acquisita agli atti
dal pubblico ministero. Lo studioso Marco pirina ha segnalato alla
procura di Roma la relazione del secondo reparto della regia Marina del
20 giugno 1945, conservata presso l'archivio centrale dello stato, che
conferma quasi tragici fatti imputabili al generale Semes.
MARIO
TOFFANIN
Deceduto
nel 1999, Mario Toffanin che abitava in Slovenia, era comandante
dei "gap" ( gruppi armati partigiani ) nell'alto Friuli e
nella provincia di Gorizia. La sua storia è negli archivi del IX
corpus di Tito: Toffanin, nome di battaglia "giacca", è il
responsabile della strage delle malga Porzus sui monti friulani. Fra l'8
il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani
garibaldini rossi, 22 combattenti della resistenza della brigata "Osoppo",
che si opponeva all'annessione alla Jugoslavia della Venezia giulia. nel
1957 Toffanin fu condannato all'ergastolo per l'eccidio di Porzus, ma si
nascose prima in jugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne
graziato dal presidente Pertini. La pensione INPS era VOS 04908917:
nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire
di pensione dall'INPS fino alla morte.
Questi sono solo
alcuni dei nomi presenti nel "libro paga dell'INPS"
- CON QUESTO CHE HO
SCRITTO VOGLIO SOLAMENTE FAR CONOSCERE A TUTTI UN PEZZO CRUDELE
DELLA STORIA ITALIANA PURTROPPO DIMENTICATA E VOLUTAMENTE NON
INSERITA NEI "LIBRI" FAZIOSI DI SCUOLA. -
Roberto
Goglia
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