"Fu il
ministro Zerbino che il 19 aprile mi comunicò l'invito.
Mussolini mi avrebbe ricevuto all'indomani, in Prefettura. Feci
subito rilegare i numeri del giornale: tutta la edizione milanese
dal settembre 1944 fino all'ultimo numero, uscito con la data del 21
aprile 1945. Volevo offrire al Duce l'intera collezione, insieme coi
prospetti e i grafici della tiratura, del "Popolo", che, da 18 mila
copie stampate e 16 vendute nel primo anno di vita, era ora asceso a
270 mila copie tirate e vendute, senza contare i numeri speciali,
che avevano ottenuto un successo anche maggiore. Le richieste, negli
ultimi tempi, superavano la tiratura.
Molti camerati mi consegnarono scritti e messaggi da presentare
al Duce. Divisi queste carte in tre gruppi: 1) quelle che gli
avrei dato in ogni caso; 2) quelle meno importanti; 3) quelle che
avrei consegnato solamente se il colloquio si fosse svolto in modo
particolarmente favorevole.
Preparai anche una breve relazione delle lunghe trattative che avevo
condotto con elementi partigiani, i quali, in un primo tempo, mi
avevano scritto invitandomi a prendere contatto con alcuni loro
rappresentanti. Avevo accettato senz'altro questo abboccamento che
avvenne il 7 febbraio a Rondissone, vicino a Torino: incontro
interessante sotto molti rapporti e che permise utili intese
nell'interesse superiore del Paese.
Alle 14.30 del 20 aprile ero in Prefettura. Nella
prima sala d'aspetto passeggiavano e discorrevano ufficiali e
gerarchi. Il Prefetto, capo della Segreteria particolare,
attraversava spesso la sala che divideva lo studio di Mussolini dal
suo ufficio. Nel secondo salone c'erano il colonnello Colombo,
comandante della "Muti" con il vice comandante e altri.
Alle 15 giunsero il comandante Borghese accompagnato
da alcuni ufficiali, e il Capo di Stato Maggiore della GNR. Il
ministro Fernando Mezzasoma parlava con un gruppo di giornalisti,
fra i quali ricordo Daquanno, Amicucci, Guglielmotti. Si unì al
gruppo, poco dopo, anche Vittorio Mussolini.
Un'apparente serenità regnava fra quelle persone e,
specialmente nella prima sala, c'era il più discreto silenzio. Un
ufficiale delle SS germaniche passeggiava fumando. Il servizio di
guardia era limitato al portone d'ingresso del Palazzo del Governo e
a due sentinelle armate (una SS tedesca e un milite della Guardia)
alla postierla della scaletta che dal cortile conduceva
all'appartamento occupato dal Duce e dai membri del governo.
Alle 15.20 giunse il Questore, che parlò col Prefetto
Bassi. Poco dopo uscì dallo studio del Duce il personaggio che vi
stava già da venti minuti; ma non ricordo chi fosse. Forse
Pellegrini. Entrò un usciere, che chiuse la porta dietro di sé; ma
non tanto velocemente da impedirmi di scorgere Mussolini seduto
dietro una piccola scrivania. Nel frattempo, mi aveva raggiunto il
mio redattore capo, già direttore di "Leonessa", settimanale della
Federazione bresciana: il sottotenente dei bersaglieri Galileo
Lucarini Simonetti.
Finalmente, la porta del Duce si aprì. L'usciere disse forte
il mio nome. Mi precipitai dentro. Deposti i pacchi sopra una sedia
alla mia destra, salutai sull'attenti. Mussolini mi accolse con un
sorriso. Si alzò e mi venne vicino. Subito osservai che Mussolini
stava benissimo in salute, contrariamente alle voci che correvano.
Stava infinitamente meglio dell'ultima volta che l'avevo visto. Fu
nel dicembre del 1944, in occasione del suo discorso al Lirico. Le
volte precedenti che mi aveva ricevuto - nel febbraio, nel marzo e
nell'agosto del '44 - non mi era mai apparso così florido come ora.
Il colorito appariva sano e abbronzato; gli occhi vivaci, svelti i
suoi movimenti. Era anche leggermente ingrassato. Per lo meno, era
scomparsa quella magrezza, che mi aveva tanto colpito nel febbraio
dell'anno avanti e che dava al suo volto un aspetto scarno, quasi
emaciato. Quel ricordo, dinanzi ad un uomo ora tanto diverso, si
dileguò immediatamente dalla mia memoria.
Egli indossava una divisa grigio-verde senza decorazioni, né
gradi. Lasciò i grossi occhiali sul tavolo, sopra un foglio
pieno di appunti a matita azzurra. Notai che il tavolo era piccolo:
molti fascicoli erano stati collocati sopra un tavolino vicino.
Alcuni giacevano perfino in terra, presso la finestra. M'è rimasta
l'impressione visiva che sulla scrivania, in un vaso di cristallo,
ci fosse una rosa rossa; ma non potrei garantire l'esattezza di
questo particolare. Sopra una sedia, scorsi tre borse porta
documenti: due in cuoio grasso, una di pelle giallo scura.
Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese: "Cosa mi
portate di bello?". Queste le prime parole, che già mi aveva
dette quattordici mesi prima, benché con altro tono: un tono più
lento, con voce più bassa e stanca.
Non seppi rispondere lì per lì. Come al solito, e come succedeva a
molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una
breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli
portavo la raccolta del giornale. Mi batté la mano sulla spalla.
Fissandomi, mi disse: "Vi elogio per quanto avete fatto per il
consolidamento della Repubblica Sociale. Pavolini mi ha riferito del
vostro discorso a Torino per il 23 marzo e del successo che avete
ottenuto. Non vi sapevo anche oratore".
Gli offersi la raccolta del giornate e gli mostrai i grafici della
diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai
diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Mi fu
largo di elogi, specialmente per i tre numeri speciali, ricchi di
illustrazioni, dedicati a "Stellassa" (Umberto di Savoia), a "Pupullo"
(Badoglio) e a "Bazzetta" (Vittorio Emanuele III).
Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. Rise.
"I tre numeri illustrati per "Bazzetta", " Pupullo" e "Stellassa"
sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito. Che tiratura hanno
avuto?".
" Duecentosettantamila copie vendute. Per mancanza di carta non ho
potuto far fronte alle trecentottantamila richieste...".
"Avrete la carta che vi occorre...". Prese la matita e,
stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti.
Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due
camerati bolognesi. Il suo volto si rattristò.
"Farò aver loro diecimila lire. Va bene?". Volle
sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli
appunti. Poi mi chiese: " Desiderate qualche cosa da me?". Dopo un
momento di perplessità risposi: "Il mio premio l'ho già avuto, è
stato l'elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una
dedica?". Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo,
scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto
dell'immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e
scrisse: "A Gian Gaetano Cabella, pilota de Il Popolo di
Alessandria, con animo della vecchia guardia. B. Mussolini, 20
aprile XXIII".
Posò la penna. Volle vedere i grafici. La tiratura del giornale era
descritta da un diagramma. Vi era tracciata una linea ascendente,
con leggere contrazioni, qua e là.
A che cosa attribuite queste diminuzioni di vendita?".
"Credo che occorra ogni tanto, specie dopo numeri di grande rilievo
esteriore, fare uscire qualche numero pallido, senza forti titoli".
Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano
giusti, quindi soggiunsi: "Mi siete stato maestro. Conservo la
raccolta de "l'Avanti!" e quella del "Popolo d'Italia"...".
Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e
osservò: "Si nasce giornalisti come si nasce compositori o
tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della
maternità. Il criterio di non monotizzare è giusto. Non si può dare
un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi
istanti di sbalordimento, finirebbe con l'abituarvisi. Vedo che
siete anche un abile amministratore. Siete genovese...".
Si soffermò sul grafico che riguardava la corrispondenza ricevuta
dal pubblico, lettori e lettrici e osservò: "Molte lettere
anonime, vedo".
Ricevo al giornale circa un dieci per cento di anonime. Però quando
le vicende dell'Asse vanno meglio, le lettere anonime diminuiscono".
Gli dissi anche che in Alessandria avevo appiccicato le più
divertenti ad una parete.
Mussolini sorrise: "Ho visto le fotografie della vostra redazione".
Nel mese di marzo - precisai - su 2785 lettere ricevute, 360 sono
state anonime".
Oltre 2400 lettere non anonime in un mese: sono moltissime. Fate
rispondere?".
Gli dissi che rispondevo personalmente a tutti e nella rubrica "Il
Direttore risponde" e, in gran parte direttamente.
Ho constatato che, così facendo, si ottiene una grande pubblicità.
Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del
direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un
fedele propagandista". Mussolini prese il pacchetto delle lettere
che gli avevo portato insieme con altre cose. Gli feci osservare che
avevo diviso le missive in tre gruppi. Volle tenerle tutte.
"Se avrò tempo, le leggerò stasera".
Intanto aprì tre lettere che avevo messo più in vista:
una di una signora che abitava presso Torino; un'altra di un giovane
volontario, Puni, di Torino; la terza di una personalità ligure.
"Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l'altra: farò
rispondere direttamente. Avete qualche cosa ancora da dirmi?".
"Ho due collaboratori, un fascista e un vecchio socialista
fiorentino...".
Mussolini mi disse subito i nomi di entrambi e aggiunse: "Fate loro
i miei elogi. Dite loro che leggo gli articoli che scrivono, con
interesse".
Ebbi l'impressione che l'udienza fosse per finire.
Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo,
aveva trovato le copie del giornale "Il Monarchico", che avevo
stampato alla macchia facendo finta fosse l'organo di un gruppo
monarchico "C. Cavour" di Torino, e una copia del "Grido di
Spartaco", che avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed
esclamò: "Mi sono piaciuti. Anche per questo lavoro vi elogio".
Allora mi feci animo: "Duce, permettete che vi rivolga qualche
domanda?".
Mussolini si alzò. Mi venne vicino. Guardandomi negli occhi, con un
accento e un'espressione che non dimenticherò mai, mi chiese
d'improvviso:
***
"Intervista o testamento?".
***
A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto.
Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini,
che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario.
“Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a
rispondere alle domande che mi farete”.
In preda ad una grande agitazione , mi sedetti alla sua
sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si
affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una
domanda assai generica: “Qual è il vostro pensiero, quali sono
i vostri ordini, in questa situazione?”. Invece di “ordini”
dissi “disposizioni”; ma siccome nel testo dell’intervista, che il
giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto
“ordini”, lasciò l’espressione ch’egli stesso approvò. Debbo
aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore
attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo, non ho
potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con
esattezza minuta, rigorosa.
Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta
precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile
allora. Ecco il perché di queste note, delle note che seguiranno.
Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò:
“Voi cosa fareste?”.
Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi
toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio
questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere”.
“Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al
gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici?
Siamo in tanti, fedeli, armati...”.
“Certo, sarebbe la fine più desiderabile... ma non è possibile fare
sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale
Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di
sangue”.
Veramente disse: “Ho l’assicurazione che non sarà versata una
goccia di sangue”.
“Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in
Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo
anche noi in montagna per un po’ di tempo” .
Osai interromperlo: “Vi fidate, Duce, del Cardinale?”.
Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.
“E’ viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di
Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque,
finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”.
“Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte...”.
“Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa
settimana o in questo mese!"
L’Italia
si risolleverà. E questione di anni, di decenni, forse. Ma
risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io”.
Dopo una brevissima pausa, continuò:
“Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai
figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è
stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi
malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di
illusi”.
Forse Mussolini non disse: “troppi”. Ho l’impressione che dicesse
solo: “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le
segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi
comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia
non la cancellò.
La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei
suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò:
“Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini,
che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla
Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel
1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare
quello. Oggi è facile profetizzare il passato”.
“Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per
decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di
giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo
scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica,
sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo
avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di
tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.
Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate
riguardavano i discorsi della gente. Egli stesso sottolineò con
segno più forte l’espressione: “La Germania aveva vinto”,
con tutto ciò che segue.
“E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro
così, non si sarebbe mai più ripresentata”. Così dicevano tutti e
specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere
neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere,
e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla
guerra.
“La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler
aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi.
Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella
posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I
patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la
massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini
più in vista...”.
A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa d
esempio:
“Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e
dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già
all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige,
controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il
Führer dimostrò buon volere e comprensione”.
La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo
modo:
“L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est
influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana.
Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano
gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo
forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere
e di questa portata?
“In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il
Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza
di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella
oggi preponderante della Germania.
“Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché
mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe
zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una
forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico
di Asia o di America.
“Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la
nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a
pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le
sofferenze e di tutte le guerre.
“La vittoria delle Potenze cosiddette alleate non darà al mondo che
una pace effimera e illusoria.
“Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere
nel cuore la fede. Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora
dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la
più mediterranea ed europea delle idee.
“Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del
secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un
lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in
parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa
eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione”.
A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte
la testa come per scacciare un pensiero molesto. Quando, due giorni
dopo, gli portai il dattiloscritto di queste dichiarazioni, fece in
più punti, specie là ove mi aveva parlato di una forza di trecento
milioni di europei, di “veri europei”, alcuni segni di distacco:
segni di lapis. Mi disse che avevo dimenticato molte cose
importanti. Oggi le ricordo benissimo tutte.
Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-’34 fino
ai colloqui di Stresa (aprile ’35). Affermò che la sua
azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né
dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli
ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania.
Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto
europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio
continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei
trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere
fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue
rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello
che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa
funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude
ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu
impedito”.
Dopo qualche istante di silenzio ardii chiedergli:
“Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà
dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano... “
“Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a
convincere tutti. Io stesso a volte...”.
Mussolini sottolineò la frase: “Io stesso, a volte...” e sorrise.
Posò il lapis sul tavolo e sollevò due o tre volte le mani fino
all’altezza delle tempie. Poi, parlando lentamente e staccando le
sillabe, aggiunse:
“Qualunque cosa detta da loro è la verità. Mi sono chiesto la
ragione di questa specie di ubriacatura collettiva. Sapete che cosa
ho concluso?”.
Alzò il capo e mi fissò. E proseguì: “ Ho concluso che ho
sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante
volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida
che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di
comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo...”.
“Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i
proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e
corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande
capitalismo”.
Mussolini ha segnato fortemente queste righe. Sono convinto di non
aver saputo riferire bene tutto il suo pensiero. Mi disse:
“Non avete detto tutto. Avete rimpicciolito la mia idea. Ne
riparleremo...”.
Invece, non ci fu più né tempo e né modo di riparlarne. Pochi giorni
dopo, fu Dongo, fu l’esecuzione, fu Piazzale Loreto.
***
La vittoria degli alleati riporterà indietro la linea del
fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Il
capitalismo di stato russo (credo superfluo insistere sulla parola
bolscevismo) è la forma più spinta e meno socialista di un ibrido
capitalismo, che si può solamente sostenere in Russia, appoggiato
all’ignoranza, al fatalismo e alle storie di cosacchi, che hanno
lasciato lo “knut” per il mitra.
Questo capitalismo russo dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo
anglosassone. Sarà allora che il Popolo italiano avrà la possibilità
di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande
carta...”.
“Sarete voi, Duce...”.
“Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate
passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro.
Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo.
Collaborazione e non lotta di classe; carta del Lavoro e socialismo;
la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria;
cura e protezione dei lavoratori, specialmente dei vecchi e degli
invalidi; cura e protezione della madre e dell’infanzia...”.
Mussolini volle sottolineare queste frasi programmatiche.
Mi disse più precisamente: “Onora il padre e la madre”. Depose il
lapis col quale segnava le correzioni sul dattiloscritto e si passò
una mano sulla fronte. Poi, dopo un attimo di silenzio soggiunse: “A
volte si torna indietro nel tempo. E’ pur grande la nostalgia del
tepore sicuro del petto materno”. E continuò: assistenza
fraterna ai bisognosi; moralità in tutti i campi; lotta contro
l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti; potenziamento,
se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza
fino al giorno utopistico della suddivisione fra tutti i popoli
delle materie prime che Iddio ha dato al mondo; esaltazione dello
spirito di orgoglio di essere italiano; educazione in profondità e
non, purtroppo, in superficie come è avvenuto per colpa degli
avvenimenti e non per deficienza ideologica.
“Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati del 1919
e i punti di Verona del 1943: freschi e audaci e degni di
essere seguiti. Il Popolo allora avrà aperto gli occhi e lui stesso
decreterà il trionfo di quelle idee. Idee che troppi interessati non
hanno voluto che comprendesse ed apprezzasse e che ha creduto
fossero state fatte contro di lui, contro i suoi interessi morali e
materiali...”.
Anche qui Mussolini trovò che non avevo detto tutto quanto egli
aveva espresso. Nella riga in cui si registravano le sue parole a
proposito della utopistica suddivisione delle materie prime fra i
popoli della Terra, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se
ne accorse e rise. Poi disse: “Quando vi si incolpa di avere
sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dodici volte al giorno!”.
Quindi proseguì: “Abbiamo avuto diciotto secoli di invasioni e di
miserie, e di denatalità e di servaggio, e di lotte intestine e di
ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti
anni di Fascismo e settanta di indipendenza non sono bastati per
dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per
superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni,
magnifiche e numerosissime non contano”.
“Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal
popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste
e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha
saputo fare la cura... “.
Qua corresse: “cura”. (Io avevo scritto: diagnosi). Ci pensò su un
attimo, poi aggiunse: “la diagnosi era giusta!”. Mi guardò. Mi
disse: “aggiungeremo qualche altra considerazione...”.
“...esatta e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante
degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di
questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che
improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve
ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie.
Dovrà solo saperle applicare meglio”.
“Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che
colpa, secondo lui, aveva l’Ammiraglio: “quella di aver perduto”
rispose.
“Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le
mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere
perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e
sulle conclusioni della Storia”.
Nel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi
sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una
cassetta di legno......
"Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno.
Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e
dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la
possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra
fossero state favorevoli all'Asse, io avrei proposto al Fuhrer, a
vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale".
Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e
tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il
sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli
affaristi e degli speculatori.
"La socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente
a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra
paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e,
conseguentemente, l'oro di tutto il mondo di proprietà comune e così
tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi
paesi; abolizione reale e radicale di ogni armamento".
"Colonie: quelle evolute erette a Stati indipendenti; le altre,
suddivise fra quei paesi più adatti per densità di popolazione, o
per altre ragioni, a colonizzare ed a civilizzare; libertà di
pensiero e di parola e di scritto regolate da limiti: la morale, per
prima cosa, ha i suoi diritti".
Mussolini disse precisamente: "Libertà di pensiero, di parola e di
stampa? Sì, purché regolata e moderata da limiti giusti, chiaramente
stabiliti. Senza di che, si avrebbe anarchia e licenza. E
ricordatevi, sopra tutto la morale deve avere i suoi diritti".
"Ogni religione liberissima di propagandarsi: siamo stati i primi, i
soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa
cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa
Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici".
Mussolini aveva dettato: "alla Chiesa". Poi aggiunse: "cattolica".
Quindi spiegò: "La Chiesa cattolica non vuole, a Roma,
un'altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli
a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo
non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione
degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un
vantaggio". Strinse le mani assieme e proseguì: "Diplomazia abile,
raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la
caduta del fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a
nemici d'ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad
abbattere un suo vero, sincero difensore".
"Nel sud, nelle zone così dette liberate, l'anticlericalismo ha
ripreso in pieno il suo turpe lavoro. L'Asino è, in confronto a
pubblicazioni di questi ultimi tempi, un bollettino parrocchiale".
"Anche in questo campo, gli stessi uomini che oggi non vogliono
vedere, saranno unanimi a deprecare la loro pazzia o la loro
malafede. Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei
offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la
luce all'Umanità".
A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò
alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più
esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole, specie
quando la foga del discorso gli faceva affrettare la velocità
dell'espressione. Le cartelle erano oramai più di trenta. Finalmente
Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e
riprese: "Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo
l'armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo
dello Stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto
ritirarmi in Svizzera, o in uno Stato del sud America. Avevo avuto
la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di
potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?".
Nell'esemplare del dattiloscritto dell'intervista che gli presentai
all'indomani, Mussolini sottolineò energicamente le frasi
interrogative.
"Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un
periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma
cosa sarebbe successo?".
"I tedeschi erano nostri alleati. L'alleanza era stata firmata e
mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella
cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver
commesso erano, l'otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e
calcolarsi traditi".
"I "traditori" del 1914 erano gli stessi del 1943.
Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero
senz'altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa
sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa,
sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra
industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto
sarebbe stato bottino di guerra".
"Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all'amore che io ho
per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la
convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo
importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi,
dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al Popolo d'Italia
E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati
messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho
gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare".
"Invece nel Sud, i governanti legali, hanno accettato le monete
di occupazione. La nostra lira nel regno del Sud non ha
praticamente più valore. La più tremenda delle inflazioni
delizia quelle regioni così dette liberate. Quando arrivammo nel
Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado
bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di
ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di
combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto
costava diciotto mesi fa e dove si mangia alle Mense del Popolo
anche a otto lire, quando arriveranno a liberare il Nord,
porteranno, con altri mali, la inflazione. Il pane salirà a 100 lire
il chilo e tutto sarà in proporzione...". Credo di aver qui reso
abbastanza bene il pensiero di Mussolini perché all'indomani,
rileggendo queste cartelle egli approvava con frequenti cenni del
capo.
"Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si
è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato
le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto
criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza.
La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le
rendite e i consolidati sono a 120, e dobbiamo frenare un ulteriore
aumento. Tutto questo, ho fatto". "Ho impedito che i macchinari
venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia
di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo
punto, occorre parlar chiaro: ho dei dati inoppugnabili".
"Oltre trecentosessantamila lavoratori hanno chiesto
volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in
quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie. Altri trecentoventimila
operai sono stati arruolati dalla Todt. ( Dalla Germania sono
tornati oltre quattrocentomila soldati ed ufficiali prigionieri, o
perché hanno optato per noi, o per mio personale interessamento
secondo i casi più dolorosi".
"Ho impedito molte fucilazioni anche quando erano giuste.
Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di
procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi
germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e
sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee
dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino
ad oggi l'ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei
trasporti, nelle città".
"I ribelli ci sono. Sono molti; ma, salvo qualche aliquota di
illusi, la grande massa è composta di renitenti, di disertori, di
evasi dalle galere e dai penitenziari. Gli alleati sanno
perfettamente questo, ma sanno anche che queste formazioni sono
utilissime per i loro sforzi di guerra. Poi, a liberazione avvenuta,
succederà come in Grecia. Sul vostro giornale avete messa in giusta
evidenza la disperata trasmissione dei partigiani greci in lotta
contro i liberatori inglesi".
Era
stata captata una radiotrasmissione clandestina di partigiani greci
in lotta contro i britannici. Detti risalto alla notizia, e feci
distribuire alcune migliaia di copie del giornale nelle zone
partigiane. "Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo
tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità?
Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei
tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la
sua favorita. Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini
fuggito in Brasile". Mussolini mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i
titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di
ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi
strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo.
"Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i
vincitori. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il
mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono
svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una".
"Ma c'è è ancora una speranza? Ci sono le armi segrete?".
"Ci sono. Se non fosse avvenuto l'attentato contro Hitler
nell'estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la
messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha
provocato la rovina, non di un partito, ma della patria".
Più esattamente Mussolini disse: "Ci sono: sarebbe ridicolo e
imperdonabile bluffare".
E quando pronunciò la parola "tradimento" esclamai: "Ma noi vi siamo
stati e vi saremo sempre fedeli". Egli, allora, mi pose la mano sul
braccio e mi disse con accento triste: "Quanti giuramenti!
Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era
veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete
voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore
gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di
persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo
apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per
osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla
parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter
vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l'idea...
tradire me... ma tradire la Patria!"
Quindi, proseguendo a parlare delle armi segrete tedesche, dichiarò:
"Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho, ancora
pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole
vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo".
"Pare che siano tre, queste bombe e di efficacia sbalorditiva. La
costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga. Anche il
tradimento della Romania ha influito, in quanto la mancanza della
benzina è stata la più terribile delle cause della perdita della
supremazia aerea. Venti, trentamila apparecchi fermi o distrutti al
suolo. Mancanza di carburante. La più tremenda delle tragedie".
"Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi
arrivare nel cuore dell'Europa? Non sarà possibile una presa di
posizione...?".
"I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca
americana".
A
questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più
possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse
anche: "Forse Hitler si illude". Poi aggiunse: "Eppure, si sarebbe
ancora in tempo, se ...". Alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto
con le mani, come per farmi capire: "Tutto è possibile". Quindi
riprese: "Il compito degli alleati è di distruggere l'Asse. Poi...".
"Poi?". "Ve l'ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale.
Democrazie capitalistiche contro bolscevismo capitalistico. Solo la
nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia.
Mi , hanno tanto rinfacciata la forma tirannica di disciplina che
imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se
gli italiani vorranno essere ancora un Popolo e non un agglomerato
di schiavi" .
"E gli italiani la vorranno. La esigeranno. Cacceranno a furor di
popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli
interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri,
alle tombe dei caduti per un'idea che sarà la luce e la speranza del
mondo. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: Mussolini
aveva ragione".
Mussolini a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli
appunti.
"Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi
ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne
avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro".
Dissi al Duce che in anticamera era il mio redattore capo, già
direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare.
Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.
Ho terminato stanotte, 21-22 aprile queste note, che porterò
domani al Duce. Per mancanza di carta, ho dovuto scrivere le
ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro.
Spero di aver interpretato il pensiero del Duce. Viva Mussolini!
Viva la Repubblica Sociale! Viva il Fascismo!
Terminata la dettatura entrò il redattore capo sottotenente Lucarini.
Mussolini si intrattenne con noi ridendo e scherzando per circa un
quarto d'ora. Quando uscimmo nell'anticamera, fummo circondati da
gerarchi e camerati. Vittorio Mussolini volle vedere la fotografia.
Mezzasoma disse: "E' ben raro che egli scriva delle dediche così".
Dopo di che mi accinsi al lavoro. Lavorai tutta la notte al
giornale. Quel numero del 21 aprile, però, non uscì più. La notte
seguente misi in ordine gli appunti. Lavorai come potei. Tre allarmi
aerei; tre volte la luce si spense. La mattina del 22, alle 11,
tornai in Prefettura. Mussolini era fuori.
Fece ritorno alle 12,40. Attraversò l'anticamera con passo rapido.
Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla soglia
della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.
Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui.
Stava mangiando. Avevano portato un "cabaret" con una zuppiera.
Sorbì alcune cucchiaiate di minestra. Mangiò un po' di verdura, un
pezzettino di lesso, due patate e una carota bollita. Poi una mela.
Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi
disse: "Fatemi vedere il vostro lavoro". Scostò delle carte. Lesse
con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di
stanchezza. Alla distanza di sole quarantott'ore, sembrava molto
invecchiato. Corresse e tracciò molti segni, come risulta dal
dattiloscritto. Alla fine mi disse: "Va bene. Ci rivedremo forse in
questi giorni. Qualunque cosa accada, non fate vedere ad
alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni
tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e
secondo il vostro criterio. Ora andate".
Salutai senza poter dire una parola. Mi sorrise e fece un gesto di
arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l'animo in tumulto. Non
dovevo più rivederlo...
Milano, 22 aprile
1945.
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