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Italiani in Grecia dopo l’8 Settembre

Dalle memorie di un reduce

LA SITUAZIONE IN GRECIA DOPO L’8 SETTEMBRE

Soldati italiani nei Balcani

Soldati italiani nei Balcani

Dopo l’armistizio dell’8 settembre firmato tra l’Italia e gli Alleati, in Grecia molti reparti del regio esercito consegnarono le armi ai partigiani comunisti; l’intera divisione Pinerolo, comandata dal generale Infante, passò dalla parte dei partigiani con tutti i suoi uomini e l’equipaggiamento, venendo poi disarmata e gli uomini sparsi in varie unità dell’Elas (i partigiani comunisti). Le unità della milizia fascista al contrario non deposero le armi, presentandosi subito ai comandi militari tedeschi con l’intenzione di continuare a combattere al loro fianco. Con volontari italiani ed utilizzando anche volontari greci, i tedeschi organizzarono tre battaglioni di Polizia: il primo (formato quasi esclusivamente da volontari italiani) fu dislocato ad Atene, il secondo a Volos ed il terzo a Verria. Il I° ed il III° battaglione vennero riuniti nel 1944, in un’unità denominata Reggimento di Polizia Nagel, posta agli ordini dell’Oberstleutnant Nagel, comandante della Polizia tedesca ad Atene. Il II° battaglione, venne impegnato contro i comunisti dell’Elas fino al 1944, finendo disciolto per l’alto numero di perdite. Sempre in Grecia, il XIX° Battaglione Camicie Nere “Fabris” agli ordini del primo seniore della Milizia Gilberto Fabris, dislocato nell’area intorno al porto di Prevesa nell’Epiro fece la stessa scelta: tre giorni dopo la notizia dell’armistizio tutto il battaglione, ufficiali e legionari si misero a disposizione del General Major von Stettner, comandante della 1a divisione da montagna tedesca. Il battaglione venne impegnato in operazioni di rastrellamento e nella difesa costiera fino al 3 novembre quando partì per l’Italia. Il 1° dicembre 1943 dopo un estenuante viaggio il battaglione arrivò ad Aosta, passando alle dipendenze della Legione SS italiana. A Creta, Rodi e nelle isole greche del Dodecaneso, la maggior parte dei reparti italiani preferì continuare la guerra al fianco dei tedeschi, ed in seguito aderirono al nuovo governo della Repubblica Sociale Italiana, continuando a combattere fino al maggio del 1945.

LA TESTIMONIANZA

Caserma Gudì ad Atene

Caserma Gudì ad Atene

“R.M. classe 1921, appartenente al 7° Reggimento Fanteria Divisione Cuneo. La divisione nel settembre del 1943 era dislocata nelle isole Cicladi. Il I° Battaglione a cui appartenevo era sull’isola di Naxos”. Gli eventi incalzavano, dalla radio da campo sintonizzata su “Radio Bari” il Maresciallo Badoglio al sicuro nel Sud Italia, occupata dagli Alleati, ci ordinava di combattere quello che fino a ieri era il nostro alleato: l’Alleato Germanico. Il messaggio era:“Liberate i vostri fratelli dai campi di prigionia Tedeschi…..”. Dalle rare notizie ci giungeva l’eco che il corso degli eventi non volgevano a favore della Germania e dell’Italia. Dentro di noi c’era molta tristezza, legata all’incertezza del momento, e alla distanza dalla Patria e dalle nostre famiglie. Ci chiedevamo: “quale sarebbe stata la nostra sorte?”

L’8 settembre 1943 ci colse mentre eravamo di presidio presso la baia di Panermos. Fummo avvisati della Firma dell’Armistizio dal Comando di Battaglione, e in quel momento pensavamo: “Forse si torna a casa…..”. Ci venne dato l’ordine di raggiungere il paese di Traghea, dove il comando di Battaglione si era trasferito, prevedendo uno sbarco alleato al porto di Naxsos. Affardellammo tutto l’equipaggiamento sul mulo e partimmo dal distaccamento per raggiungere il luogo convenuto, che distava circa quattro ore di mulattiera. Ci illudevamo che la guerra fosse finita e finalmente saremmo tornati a casa. I primi a farsi vivi su una parte dell’isola furono i Tedeschi, che però se ne andarono subito. Qualche giorno dopo fu la volta di alcuni ufficiali Inglesi che, dalle voci, sembrava dovessero farci loro prigionieri. Chissà…forse erano sbarcati da qualche sommergibile. Si fecero vivi in un paesino, la popolazione li accolse festante e nessuno si curò della nostra presenza, nonostante fossimo armati. Anche loro, dopo un po’, se ne andarono. Da parte nostra non ci fu nessuna iniziativa. Questo stallo era da attribuirsi ai continui messaggi diffusi da “Radio Bari”, in cui si diceva che i Tedeschi erano diventati nostri nemici, mentre gli ex nemici Inglesi, erano diventati improvvisamente nostri amici. La confusione era totale.

Occupazione Greca nel 1941

Occupazione Greca nel 1941

Il 14 ottobre 1943 sbarcarono sull’isola gli Alpini Tedeschi. Il nostro destino era sempre più incerto, le voci si succedevano sempre più confuse, mancavano gli ordini, il caos era totale. Pare che i nostri ufficiali superiori fossero scomparsi, senza curarsi minimamente di noi soldati, abbandonandoci alla nostra sorte. Sbarcati al porto di Naxos, gli Alpini Tedeschi non trovando nessun soldato e nessuna resistenza, intuirono che ci eravamo ritirati all’interno dell’isola. Mandarono al nostro Comando un civile del luogo con una lettera da consegnare all’ufficiale più alto in grado, che in quel momento era un Capitano. Il Capitano dopo averla letta, fece radunare tutto il Battaglione per metterci al corrente delle condizioni imposte, così riassunte:

1) combattere contro di loro;
2) arrendersi ed essere avviati alla prigionia;
3) continuare a combattere al loro fianco.

Queste erano le opzioni possibili, e si doveva scegliere in fretta. La confusione era totale: chi propendeva di darsi prigioniero, chi di continuare a combattere al loro fianco, e chi di combattere contro di loro… ma combattere con che cosa e con quali ordini? Eravamo allo sbando, abbandonati a noi stessi. Il Maggiore L…. Comandante Italiano dell’Isola, si era già messo al sicuro facendo perdere le sue tracce. Nel frattempo i Tedeschi avevano cominciato ad avanzare verso la località dove ci trovavamo e dopo averci individuati ci ordinarono di raggiungere la cittadina di Naxos. Eravamo ancora armati, e incolonnati ci mettemmo in marcia per raggiungere la destinazione. A questo punto io e un commilitone, un milanese, ci distaccammo dalla colonna e prendendo una mulattiera cercammo, per conto nostro, di raggiungere il punto di raduno. Strada facendo ci fermammo presso una casa dove abitavano due ragazze del luogo che conoscevamo, le quali ci diedero ospitalità, offrendoci una frittata e una brocca di vino. Arrivati al porto fummo disarmati, e costretti a depositare le armi in una scuola. Poco dopo, raggiungemmo il porto dove ci attendevano dei natanti della Marina Tedesca che ci avrebbero condotti a destinazione, al Pireo. A notte inoltrata arrivammo all’isola di Syros, ma non fummo fatti sbarcare. Però al porto era ad attenderci una cucina da campo italiana, che finalmente ci permise, dopo 25 mesi, di mangiare un’abbondante e ottima spaghettata. Dovevamo, forse, essere presi in consegna dai Tedeschi per poter mangiare un buon e abbondante piatto di pastasciutta? Non posso dimenticare che nell’Esercito Italiano, il cibo distribuito al soldato semplice era sempre scarso e di pessima qualità!

Il mattino seguente partimmo per il Pireo, dove arrivammo nel tardo pomeriggio. Primo impatto con l’organizzazione dell’esercito Tedesco: come scendiamo dalla nave troviamo ad attenderci una colonna di automezzi che ci conducono, attraverso il Pireo, nelle caserme della periferia di Atene. In questo modo raggiungiamo la “Caserma Gudì”. E’ ormai sera, siamo stanchi e ci vengono assegnate le camerate. Veniamo raggiunti da un Maresciallo Tedesco che chiede se qualcuno di noi sa parlare il tedesco; si fa avanti un sottufficiale altoatesino che si offre a farci da interprete e dopo averci contati, ordina ad alcuni di noi di recarsi al magazzino viveri, per prelevare le razioni a secco al posto della cena. In aggiunta, con nostra grande sorpresa, ci dicono che nella cucina da campo, allestita nel cortile della caserma, sono a nostra disposizione caffè e the caldi in abbondanza.

Febbraio 1944 - Attacco a Kerutia

Febbraio 1944 – Attacco a Kerutia

Siamo alla fine di ottobre 1943, fa ancora caldo, e non sappiamo ancora quale sarà la nostra sorte. Eravamo ancora in attesa di ordini, che purtroppo non arriveranno mai. Una mattina veniamo radunati nel cortile della caserma. Siamo circa un centinaio. Si presenta un Capitano della Camicie Nere che dopo il discorso di rito sui motivi per cui dovevamo continuare a combattere a fianco dell’alleato Germanico, ci chiede di fare un passo avanti per dimostrare la nostra fedeltà. Nessuno si muove! Veniamo tacciati da “pecoroni”. Per diversi giorni tutto rimane immutato, alla fine veniamo nuovamente radunati e questa volta non ci sono altre possibilità: bisogna scegliere! Un Maresciallo della Polizia Alpina (Gebirgs Polizei) senza tanti giri di parole ci da due possibilità: aderire all’Esercito Tedesco oppure finire in un campo di prigionia. Una decina di noi, tutti facenti parte del 7° Rgt. Fanteria Div. Cuneo, senza esserci precedentemente accordati o averne discusso, facciamo un passo avanti. Da quel momento facciamo parte della Wehrmacht. Chi non prende questa decisione viene rinchiuso nel recinto della caserma come prigioniero di guerra.

Personalmente non avevo nessuna intenzione di finire in prigionia e poi da quel poco che ci era stato dato a vedere, il trattamento a noi riservato da parte dei Tedeschi, ci dava la sensazione che saremmo stati rispettati, qualunque fosse stata la nostra sorte. E così fu! Nei giorni successivi nonostante portassimo ancora la divisa Italiana fummo trattati, a tutti gli effetti, da soldati della Wermacht: stesso rancio, stesso trattamento economico, stessa libera uscita, stessi viveri di conforto. Dopo qualche giorno, fummo trasferiti presso una scuola adibita a caserma, vicino l’Acropoli di Atene. Fummo così assegnati alla 4a Compagnia del I° Battaglione dell’ SS – Polizei GebirgsJäger – Regiment 18. Nella mia compagnia c’erano 18 italiani.

I CACCIATORI DA MONTAGNA DELLA POLIZIA SS

Il 18° Reggimento cacciatori da montagna della Polizia SS era stato formato il 23 maggio 1942 nell’area di Garmisch-Partenkirchen in Baviera utilizzando elementi dei Polizei Bataillon 302°, 312° e 325°. Il primo comandante del Reggimento fu l’Oberst der Schutzpolizei Hermann Franz. Dei 38° Reggimenti Polizei, il 18° fu l’unico a fregiarsi del titolo Gebirgsjäger, cacciatori da montagna. I soldati del reggimento portavano lo stemma dell’edelweiss sull’uniforme. Dal febbraio ’43 tutti i Polizei Regiment acquisirono il prefisso SS. Per tutto il 1942 il Reggimento operò in Slovenia contro i partigiani. Alla fine dell’anno i reparti furono trasferiti sul fronte finlandese, alle dipendenze della XX.Gebirgs-Armee del Generale Dietl. Il Reggimento restò a combattere nel settore centro-nord del fronte finlandese fino al luglio del ’43. Dall’inizio di agosto l’unità venne destinata in Grecia, partecipando nel settembre al disarmo delle unità italiane. Dal mese di settembre del ’43 il Reggimento fu agli ordini dell’Oberstleutnant Hoesl. All’inizio di novembre del ’43 il I° Battaglione venne trasferito a Corinto. Dal 10 novembre il I° Battaglione venne trasferito ancora a Nemea, il II° a Kopais ed il III° nelle Cicladi. A dicembre il I° venne spostato a Skurta ed il II° a Tebe. I reparti del Reggimento furono impegnati in numerose aree della Grecia sempre impegnati nella lotta contro i ribelli. Nell’estate del ’44 Reparti del reggimento presero parte alle operazioni Viper (sulle montagne di Tagetos) e Kreuzotter.

CONTINUA IL RACCONTO:

1944 - Aracova

1944 – Aracova

Nei giorni seguenti ci fu consegnato l’equipaggiamento: divisa invernale da alpino tedesco con l’edelweiss sulla sinistra del copricapo e sulla manica della giubba. La divisa era di buona fattura e qualità. Il cappotto era foderato con un interno di calda flanella ed era lunghissimo. Copriva le gambe e mi fu compagno nei freddi inverni durante la ritirata. Il fucile era un Mauser tedesco. L’inquadramento con i Tedeschi comprendeva tutti gli aspetti della vita militare, e fummo costretti a imparare tutti i comandi in tedesco e anche a capire i loro ordini. Nella nostra compagnia oltre ai soldati Germanici c’erano giovani provenienti da tutti i territori occupati: Austriaci, Cecoslovacchi, Polacchi, Ungheresi e Romeni. La Polizia Alpina in Grecia, oltre che a presidiare il territorio era impegnata anche nella lotta antipartigiana. Perciò fummo spesso comandati in rastrellamenti sulle montagne. Per questo motivo, il nostro addestramento comprendeva anche la difesa nella lotta corpo a corpo.

La vigilia di Natale del 1943 la passammo sotto l’Acropoli di Atene, non erano avvenuti grossi cambiamenti, perciò la guerra sembrava ancora lontana. Ricordo che fu il più bel Natale di guerra che avessi vissuto. L’organizzazione tedesca non mancò di stupirci: chi era libero dal servizio poteva andare in libera uscita, e per gli altri, rancio speciale. Alla sera, in un’ aula della scuola, ogni soldato aveva il posto contrassegnato dal proprio nome e ricevette un pacco dono contenente cognac, dolciumi e sigarette. Questo primo periodo fu un periodo di addestramento molto intenso: addestramento di guerra e istruzione sull’uso delle armi. La grande difficoltà era, sempre, di capire la loro lingua.

La permanenza ad Atene è stata circa di due mesi e successivamente, sempre inquadrati nel 1° Plotone della 4a compagnia del 18° Reggimento da montagna di Polizia SS, fummo trasferiti a bordo di camion nella località di Neionia, a circa 8 chilometri a nord dal centro di Atene. L’intera 4a compagnia venne dislocata in questa località. Fummo alloggiati in una scuola e ricordo che eravamo vicini ad una Chiesa Ortodossa. Lì, incominciò la vita di presidio; ogni mattina tutta la compagnia, cantando, usciva inquadrata, per l’addestramento al combattimento. Con qualsiasi tempo, si raggiungeva una località collinare lontana dal centro abitato. Finito l’addestramento, venivamo inquadrati, e il Capitano di Compagnia ci chiedeva, ogni volta, le nostre impressioni sulle esercitazioni svolte. Dopodichè ci dava dei ragguagli sul lavoro fatto. Si rientrava per l’ora del rancio ed eravamo liberi fino alle ore 15. Dalle 15 in poi c’era l’addestramento alla difesa personale.

Estate 1944 - Nea Ionia

Estate 1944 – Nea Ionia

Durante l’inverno partecipammo a diverse azioni contro le formazioni partigiane. Rammento una di queste: faceva molto freddo, partimmo in camion da Atene raggiungemmo un paesino che si chiamava Amfissa, e qui iniziammo a salire incolonnati verso la cima della montagna. C’era tutta la compagnia. Iniziò a piovere e per ripararci ci coprimmo con il telo tenda. Mentre salivamo incominciò a nevicare. Arrivati in cima iniziò una tormenta che ci costrinse, per evitare il congelamento, a marciare tutta la notte. Il freddo era così intenso che battevamo i denti. Trovammo, una casa isolata che aveva il fuoco acceso. All’esterno portava i segni di un incendio ed era stata sistemata alla bell’e meglio con delle lamiere sul tetto. Entrammo e la persona che stava all’interno, un uomo, ci offrì per scaldarci, del vino bollito, ma nonostante ciò continuavamo a battere i denti. Solo il giorno successivo, venimmo a conoscenza del motivo della nostra missione: cercavamo di individuare una stazione radio Inglese. Quando finalmente, dopo ore di perlustrazione, riuscimmo a individuarla, trovammo all’interno cinque individui che nel pomeriggio scesero a valle sotto la nostra scorta.

Un giorno, eravamo in estate, arrivò l’ordine di uscire per raggiungere una zona dove era stata segnalata una forte presenza di partigiani. L’intero battaglione, in assetto di guerra e trasportato da una colonna di camion, raggiunse la zona. Il viaggio durò due giorni. Arrivati sul posto incominciammo a salire verso la cima della montagna. Ad un certo punto sentimmo in lontananza un nutrito fuoco di fucileria: altre compagnie che ci avevano preceduto stavano scendendo, e gli ufficiali ci diedero l’ordine di ritirarci per evitare di rimanere accerchiati. Invertimmo la marcia raggiungendo velocemente la valle. Era quasi notte che ci accampammo in uno spiazzo sicuro. All’alba si ricominciò ad avanzare, appoggiati dai tiri di una batteria di cannoni che bersagliava la cima. Quando raggiungemmo l’obiettivo non trovammo più nessuno: i partigiani, vedendoci in forze, si erano ritirati.

RITIRATA DALLA GRECIA

Titini sulla strada per Belgrado

Titini sulla strada per Belgrado

Nel settembre del ’44 le forze armate tedesche iniziarono a ritirarsi dalla Grecia: la maggior parte dei reparti iniziò a marciare verso nord in direzione della Jugoslavia. Durante la marcia attraverso la regione di Topola, il III° Battaglione del Reggimento cadde in un’imboscata subendo gravissime perdite: restarono in vita solo un ufficiale e 11 uomini. Dall’ottobre del ’44 il I° ed il II° Battaglione del 18° SS Polizei Gebirgsjäger Regiment furono dislocati nell’area di Belgrado in Serbia. Dopo la caduta di Belgrado, il Reggimento continuò a ritirarsi verso l’Austria; tra l’aprile ed il maggio del ’45 i superstiti elementi del Reggimento servirono come retroguardia al XV° Corpo di cavalleria cosacca del Generale von Pannwitz, prima di finire prigionieri nelle mani dei sovietici.

L’11 settembre 1944 partimmo da Atene con una lunghissima colonna di automezzi, mentre altri reparti ci avevano preceduti in treno. La nostra destinazione era Salonicco, la colonna era interminabile. Ci fermammo 14 giorni a Salonicco presidiando l’area del porto. Assistemmo così al lavoro dei Genieri Tedeschi che rendevano inutilizzabile l’ingresso al porto, affondando una nave mercantile all’imboccatura dello stesso. Seguiva poi l’affondamento di altri natanti di piccole dimensioni, lungo tutta la banchina, per rendere impossibile l’attracco di navi nemiche. Il nostro reparto, avendo lo scopo di coprire la ritirata degli altri reparti, è stato l’ultimo ad abbandonare Salonicco. Erano mesi, ormai, che il lungo serpentone di soldati di varie unità, proseguiva il ripiegamento attraversando il territorio ostile della Jugoslavia, venendo spesso attaccato dai partigiani.

Il mattino del 31 dicembre 1944 ci trovavamo sulle montagne, nei dintorni di Sarajevo. Il nostro reparto ricevette l’ordine di prendere posizione e presidiare un passo alpino a circa 1300 metri di altezza, poiché questo era il passaggio obbligato della lunga colonna che stava ripiegando. La nostra presenza aveva il compito di mantenere sicura la strada e le zone limitrofe da eventuali attacchi partigiani, permettendo così ai vari reparti di ripiegare in tutta sicurezza. Faceva freddo e nevicava abbondantemente. Appena ci accampammo nelle tende, per scaldarci, tagliavamo a metà i bidoni di benzina vuoti del Regio Esercito Italiano, e arrangiavamo delle stufe che tenevamo sempre accese. Per procurarci della legna andavamo nei boschi vicini, dove si trovava in abbondanza. Eravamo circa a 40 chilometri da Sarajevo e rimanemmo in quella zona in condizioni climatiche proibitive, fino a metà marzo del 1945, permettendo il passaggio, in tutta sicurezza, di tutti i reparti in transito. Non siamo mai stati attaccati dai partigiani, che per evitare rappresaglie, avevano preferito lasciarci passare indisturbati, sapendo che il nostro destino era ormai segnato.

Una mattina, con tutta la compagnia, uscimmo in perlustrazione nelle vallate circostanti; la neve arrivava alle ginocchia. Nei pressi di un paesino, udimmo suonare una campana che dava l’allarme segnalando il nostro arrivo. Fummo fatti segno di colpi d’arma da fuoco. Appena cessata la sparatoria, l’ufficiale, assieme ad un interprete, raggiunse il villaggio per parlamentare: il capo villaggio ci invitò ad entrare nelle case affinché potessimo scaldarci, ma la cosa venne rifiutata. Perciò, costretti a rimanere per lungo tempo rannicchiati dietro agli alberi, nella neve, rientrammo all’accampamento mezzi congelati. Si pattugliava continuamente la strada, unica via di transito obbligata per tutte le unità in ritirata. Passavano, di lì, interi reparti con camion, carri e anche a piedi, tutti diretti verso nord. La guardia di notte, a causa del freddo intenso, durava solo mezz’ora. Sempre durante la notte, dalla montagna scendevano i lupi per cercare le carcasse degli animali da tiro, abbattuti e abbandonati lungo la strada. Un giorno, usciti di pattuglia per controllare i paesi vicini, fummo fatti segno di colpi d’arma da fuoco. L’ ufficiale ci ordinò di ritirarci immediatamente, in quanto sapeva benissimo che le sorti della guerra volgevano a nostro sfavore, e a questo punto era preferibile cercare di portare a casa la vita.

Rastrellamento in montagna

Rastrellamento in montagna

Anche alla notte, nonostante la neve alta e il gelo che ci attanagliava, uscivamo a pattugliare la strada e le vallate circostanti. La nostra presenza era costante e dava sicurezza e speranza a quella marea di uomini che ripiegavano in perfetto ordine. In una di queste uscite notturne ebbi un principio di congelamento e dovettero riportarmi indietro a spalle, perché non riuscivo a camminare. In queste circostanze, appena raggiunto l’accampamento, raccoglievo della neve fresca e mi massaggiavo i piedi per riavviare la circolazione. Quando la circolazione riprendeva, il dolore era insopportabile. Questa era l’unico rimedio a nostra disposizione. Mi è capitato per tre volte di avere un principio di congelamento e per fortuna l’ho sempre superato, anche se i dolori rimanevano nel tempo.

Finalmente, quando tutti furono passati, giunse, anche per noi, l’ordine di abbandonare la posizione ed entrare a Sarajevo. Questa città si trovava vicino al fronte, il fronte di Mostar, dove i Russi stavano premendo per avanzare. Ci fermammo per alcuni giorni presso un deposito che aveva dei grandi capannoni. Una notte, andammo con i camion, a raccogliere i corpi dei soldati Tedeschi caduti nei combattimenti, e dare loro sepoltura. In lontananza si sentiva continuamente i fragore della guerra, perché il fronte era sempre più vicino. Anche una nostra compagnia venne mandata al fronte, e quando ritornò, diversi erano rimasti feriti, anche in modo grave.

La ritirata riprendeva. Attraversammo Zagabria, Novisad e tanti altri luoghi. Ricordo che in qualsiasi luogo, subito dopo il nostro passaggio, venivano fatti saltare i ponti alle nostre spalle. L’esercito, anche se in ritirata, era ancora efficiente. Arrivati sul fiume Drava ci appostammo sulle isolette in mezzo al fiume, che venero utilizzate come postazioni difensive. Anche qui rimanemmo per alcuni giorni. Fino all’ultimo, nonostante le difficoltà che si possono immaginare, il rancio venne distribuito regolarmente. L’organizzazione era ineccepibile e perciò non abbiamo mai dovuto preoccuparci per il vitto, che era sempre sicuro. Arrivammo, poi, a Varasdin, e quella fu l’ultima tappa. Il nostro Capitano, che durante tutta la ritirata fu, con la sua presenza costante il nostro punto di riferimento, alla fine, dopo averci radunati, ci ordinò: “Distruggete e gettate tutte le vostre armi, e ognuno prenda la sua strada verso casa”. Così, senza tanti giri di parole ci congedò! Ricordo di aver rotto il calcio del fucile sbattendolo contro un albero e di aver lanciato a distanza, otturatore e caricatori. Ormai sapevamo tutti che era finita. Era il giorno di Pasqua del 1945, e ci trovavamo in Jugoslavia. Ricordo che sulla stessa nostra strada passavano gruppi di Ustascia, e uno di loro portava la fotografia di Ante Pavelic. Eravamo in periferia di Varasdin e vedevamo passare in cielo le fortezze volanti, dirette in Germania, perciò la guerra non era ancora conclusa.

Il nostro gruppo, composto da cinque Italiani ed un Croato, si mise in cammino. La mattina seguente, appena usciti sulla strada, vedemmo passare una calesse con due cavalli, guidato da alcuni partigiani. Noi avevamo già tolto le mostrine dalla divisa e portavamo i pantaloni corti. Ci fermarono e incominciarono a farci delle domande: rispondemmo che eravamo Italiani. A questo punto, uno di loro scese da calesse con in mano un frustino, ed io pensai: “adesso ci frusta”. Invece, tracciò sulla polvere della strada il percorso che avremmo dovuto seguire per evitare la zone dove erano in atto i combattimenti tra partigiani e ustascia.
C’incamminammo, seguendo sentieri di montagna, senza incontrare anima viva. Verso sera si fece sentire la fame ed il bisogno di trovare un riparo per la notte. C’imbattemmo in una casa isolata; era abitata da contadini Austriaci: il padre, la madre e due figlie. Chiedemmo loro ospitalità e ce la diedero. Durante la cena, ci fecero tante domande: chi eravamo, da dove venivamo, e poi ne capimmo il motivo: due loro figli erano sul fronte russo e da tempo non davano notizie. Ci fecero un cena abbondante, e quella notte dormimmo nel fienile; il fieno faceva ormai parte del nostro modo di dormire. Il mattino dopo, scendendo a valle, venimmo fermati da due civili armati, che ci condussero in un paese vicino. Qui fummo condotti nel cortile di una casa, dove ci diedero vino di mele e acqua fresca. Successivamente ci accompagnarono in un albergo, e la prima cosa che fecero e che, purtroppo, nei giorni seguenti, si ripeté più volte, fu quella di prelevare e impossessarsi di quel poco che avevamo addosso. Con le armi puntate, ci fecero svuotare gli zaini e presero tutto ciò che a loro interessava.

Membri 18 Pol Rgt e Euzones

Membri 18 Pol Rgt e Euzones

Poi iniziò la lunga marcia verso la prigionia: si formò una colonna lunghissima di cui non si vedeva la fine. I partigiani di Tito, ci portarono, marciando per 25 giorni e coprendo circa 500 chilometri, fino ai confini dell’Ungheria. Finalmente arrivammo a destinazione, in un paese che si chiamava Verbas: qui fummo radunati in un grande essiccatoio di semi di girasole. In quel luogo ci fermammo per diversi giorni. A mezzogiorno ricevevamo come rancio, un mestolo di minestra e una fetta di pane. A fucilazioni non abbiamo mai assistito, a bastonature si. In colonna con noi c’era un ustascia, che veniva bastonato regolarmente e mi faceva veramente pena. In prigionia abbiamo trascorso undici mesi, e in questo periodo fummo costretti a lavorare pesantemente, quasi ogni giorno. Dal Comando Partigiano dei prigionieri, venivamo prelevati e spostati nelle varie località che si trovavano nei dintorni di Novi Sad, dove lavoravamo nei campi di barbabietole. Eravamo circa un’ottantina, in maggioranza Italiani e per il resto Tedeschi. La guerra era da tempo finita, ma nessuno dall’Italia si è mai preoccupato di noi e tanto meno la Croce Rossa, perciò ci sentivamo abbandonati al nostro destino. Non eravamo considerati figli di quella Patria che avevamo servito con onore, eravamo solo soldati scomodi, da dimenticare.

Finalmente arrivò il giorno del rimpatrio: ci portarono a Novi Sad, e da lì, dovevamo prendere il treno per raggiungere Belgrado dove si avrebbe trovato il campo di smistamento. In quel periodo circolavano per le strade camion americani e russi, noi invece, caricati su un carro trainato da cavalli, nonostante il freddo e la neve, raggiungemmo il campo di smistamento, alla periferia di Belgrado. Era la primavera del 1946, e per qualche giorno rimanemmo al campo di smistamento. Inutile ricordare che di divisa militare, sul nostro corpo, non era rimasto più nulla. Eravamo, di fatto, degli straccioni. Ci radunarono in un grande cortile, raggruppati per nazionalità: Tedeschi, Austriaci, Croati, Italiani.

Noi che eravamo in pochi ci mettemmo in coda. Passa un ufficiale ci chiede: “ Voi di che nazionalità siete? ”, “ Siamo Italiani ”, “ E cosa fate qui?”. Gli spiegammo che non vedevamo l’ora di rientrare a casa, perché da sei anni vi eravamo lontani, a causa della guerra. “Ora, ci andrete!”. La mattina seguente ritornammo a Belgrado e attraversammo, per l’ennesima e ultima volta, il ponte sul Danubio. In seguito, da Belgrado raggiungemmo Zagabria, Fiume, e qui trovammo l’atteso treno diretto a Trieste.

Era il 6 aprile 1946!
Per servire la Patria, rimasi lontano da casa e dalla mia famiglia, ininterrottamente, per più di cinque anni, subendo l’incertezza che la guerra riserva e le umiliazioni della prigionia. Nella Jugoslavia di Tito, fui abbandonato al mio destino, solo perché mi ero schierato dalla parte sbagliata. Quando arrivò il tanto atteso rimpatrio, la guerra era ormai conclusa da molto tempo, e fui tra i fortunati che poterono ritornare a casa. Altri non ebbero la mia stessa fortuna!

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