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La Conquista dell’Impero

- ROMA E L ‘ ITALIA

L’umile villaggio di pastori sorto sulle rive del Tévere, proprio al centro del Mediterraneo, nella primavera dell’anno 753 avanti Cristo, divenne una grande Città. La sua gente dominò la Penisola, scese al mare e si impose a tre Continenti.
Roma tenne il primato del mondo intero per molti secoli. Il periodo piú felice fu certamente quello dell’Impero, durato oltre quattro secoli. Ebbe il suo cùlmine con Traiano che imperò alla fine del primo e al principio del secondo secolo dopo Cristo.
In quel tempo le insegne romane dominavano la Britànnia, la Gàllia, buona parte della Germània, i territori che oggi costituiscono l’Ungheria, la Croàzia e tutto il resto della Penisola balcànica; poi l’Asia minore fino al Càucaso, la Mesopotàmia, la Palestina, l’Africa e l’Ibèria.
L’Impero Romano era un grande blocco di vari popoli che Roma, dopo averli domati, aveva cementati tra loro ed associati alla propria fortuna col vigore dell’autorità e la saggezza delle leggi.
Nei territori invece in cui i Romani , non penetrarono, la vita continuò primitiva, rozza, per secoli e secoli.
Nella decadenza e nelle convulsioni seguite alla caduta di Roma, il popolo italiano conobbe lunghi periodi di schiavitú; ma siccome le antiche virtù non erano spente, con il tempo qua e là riaffiorarono.
Dal 1300 al 1500 si ebbe in tutta Italia un periodo di rinascita. Questo splendido periodo si chiamò per l’appunto Rinascimento. Ancora altrì secoli di lotte oscure tra Italiani e stranieri, padroni d’Italia, poi s’iniziò la riscossa definitiva.
Attraverso il periodo tormentato del Risorgímento, dal 1820 al 1866, gli usurpatori stranieri furono cacciatí dalla Penisola e l’Italia, liberata Roma nel 1870, divenne unita e indipendente.
Casa Savoia e Cavour, ancora nel periodo di formazione del Regno d’Italia, avevano sempre considerato con ansiosa attenzione il problema dell’espansione coloniale. Il Re e il Ministro, sebbene in quel tempo fossero presi dalla preparazione della seconda Guerra d’Indipendenza, avrebbero certamente condotto l’Italia in Africa. Ma la morte repentina del Cavour (6 giugno 1861) procrastinò l’evento.
L’Impresa, doveva essere preparata e condotta a piena vittoria da un altro grande Statista: Benito Mussolini.

- L ‘ ERITREA

Il 5 febbraio 1885 il colonnello Tancredi Saletta sbarcò a Massàua sostituendo la bandiera italiana a quella egizìana. Nel dicembre il generale Genè occupava Saati a 25 km. da Massàua.
A Dogali il 26 gennaio 1887, cinquecento nostri soldati, comandati dal colonnello Tommaso De Cristoforis, da Casale Monferrato, si trovavano di fronte a 5000 armati abissini. Dopo una lotta disperata, la morte gloriosa sul posto concluse la eroica giornata. L’Italia allestì una spedìzíone per vendicare i Caduti.
Il Negus Giovanni IV morì in combattimento contro i Dervisci, popolo proveniente dal Sudàn egiziano (1889). Il genero Menelik riuscì a farsi nominare Negus Neghestí, che vuol dire Re dei Re. Nello stesso anno l’Italia e l’Etiòpia firmarono il Trattato di Uccialli (villaggio presso Màgdala). Nel Trattato era contemplata anche la occupazione di Chèren e dell’Asmara (2 maggio 1889). Francesco Crispi il 1° gennaio 1890, con decreto reale, dava il nome di Colonia Erìtrea a tutti i territori occupati dall’Italia fra il Mar Rosso e il Sudàn.
Menelik, per istigazione di una Potenza europea che ritroveremo contro di noi al tempo della Guerra d’Etiòpia, non volle più riconoscere tale patto che ammetteva il protettorato dell’Italia sull’Abissìnia, e dopo un po’ di tempo incominciarono le ostilità. I nostri sconfiggono ripetutamente i Dervisci. Viene occupata Adigràt e successivamente Adua, Macallè, Amba Alagi e tutto il Tigrai.
Menelik si mette alla testa di 120 mila armati. Supera la nostra resistenza ad Amba Alagi, affidata al maggiore Pietro Toselli, assedia il forte di Macallè, presidiato dal maggiore Giuseppe Galliano, e scende nella conca di Adua. Il generale Baratieri decide di dare battaglia al nemico, e con 18 mila uomini, il 1° marzo, nella zona di Amba Garima affronta un esercito dieci volte superiore e forte di quarantadue cannoni.
Il valore e l’eroismo dei nostri a nulla valsero. Avemmo 6000 morti; da parte abissina quasi 12 mila. Vi trovarono morte gloriosa 268 ufficiali. Parecchi Italiani vennero fatti prigionieri e orrendamente mutilati.
Francesco Crispi dovette abbandonare il Governo. Al posto del generale Baratieri venne mandato il generale Antonio Baldissera, ma purtroppo con l’incarico di metter semplicemente ordine, non di vendicare i gloriosi Caduti.
La terra produce in buona quantità dura e sorgo, orzo, frumento e granoturco. Il frumento dà più di 100 mila quintali all’anno. Discreto è il raccolto di legumi, lino, semi oleosi, agrumi, banane, papàie, dàtteri, caffè, tabacco. Si coltivano in misura sempre più larga il tabacco, il caffè e il cotone. La cera e il miele si traggono dall’allevamento delle api.
Il sottosuolo non è ancora stato sufficientemente sondato. Recentemente sono state messe in efficienza miniere d’oro che dànno circa kg. 500 di metallo fino all’anno. Si trovano anche minerali di ferro, rame, potàssio, mica e pietre varie da costruzione. Importante è la produzione del sale. Da Massàua e da Assab se ne esportano circa 300 000 quintali verso mercati asiatici.
Fra le industrie, allo stato nascente, sono da ricordare: i mulini, le distillerie, le fabbriche di bottoni di avorio vegetale e le botteghe dell’artigianato indigeno per lavori di pelli, di stuoie e dei metalli.
All’incremento dèl commercio contrìbuisce sempre più la sistemazíone della rete stradale. Abbiamo la linea ferroviaria Massaua-Asmara-Cherèn-Bìscia (km. 334) a scartamento ridotto, la teleférica Massàua-Decamerè e la camionabile Assab-Dessiè. Comode strade automobilistiche collegano i principali centri.
Assab sta avviandosi a diventare un centro importante dopo l’apertura della strada camionabile per Dessiè, portentosa opera degna degli antichi Romani, condotta a compimento in pochi mesi. Nel suo porto il movimento delle merci in partenza ha superato quello di Massàua.

- LA SOMALIA

La Terra dei Sòmali si stende nell’estremo lembo orientale dell’Africa orientale e precisamente dallo Stretto di Bab el Màndeb ad oltre le foci del Giuba. La grande regione si considera divisa tra la Frància, la Gran Bretagna e l’Italia.
La zona costiera, cosparsa di poveri villaggi e di piccoli porti, era ritenuta una terra inospitale per il clima secco e caldissimo, tormentato da vènti impetuosi detti monsoni, per la mancanza di vegetazione, e soprattutto per la popolazione mantenutasi selvaggia e sanguinaria. Era conosciuta dai Romani per il commercio dei profumi.
Le prime occupazioni italiane risalgono al 1885. Poche settimane dopo l’occupazione di Massàua il comandante della R. Nave “Il Barbarigo” ebbe l’ordine di esplorare le foci del Giuba e di avviare accordi commerciali col Sultano del luogo.
Nel 1891 il nostro Console a Zanzibàr, Vincenzo Filonardi, occupava il villaggio di Ataleh (che subito dopo prese il nome di Itala) e nel 1892 otteneva in affitto per 25 anni altre località del Benàdir. Il capitano Antonio Cecchi, Console d’Italia a Zanzibar, pensando di congiungere l’Eritrea con questi possessi sòmali, organizzò, un piano di penetrazione pacifica e si recò per accordi dal Sultano dì Gheledi. Ma aggredito nella boscaglia fu ucciso con ufficiali e marinai italiani della R. Nave “Volturno” il 2 novembre 1896.
Questi fatti incitarono i vari Governi ad affrontare organicamente il problema dell’Italia in Africa. Cominciò la sistemazione della Colonia Italiana del Benadir.
Subito l’Italia provvide alla soppressione della schiavitù, diffusissima fra i Sòmali. Ciò destò grande malumore e irritò un Santone islamita, detto il Mullah, il quale iniziò combattimenti contro la Gran Bretagna e contro l’Italia. La lotta, a lunghi intervalli, continuò per parecchi anni, dal 1900 al 1920. Le nostre truppe furono impegnate anche contro gli Abissini i quali, incitati dal Negus Menelik, scendevano in Somàlia.
Intanto, noi estendevamo anche i nostri domini nella Somàlia ad Oriente fino al medio Giuba. L’opera di colonizzazione e di bonifica s’intensificò.
La denominazione di Benàdir fu assorbita da quella più generica di Somalia Italiana.
Con la Convenzione del 15 luglio 1924 la zona dell’Oltregiuba ci veniva, più che ceduta, restituita dalla Gran Bretagna, come parzialissimo compenso coloniale per gli incomparabili aumenti di territori e di popolazioni conseguiti dalla Gran Bretagna stessa dopo la Guerra del 1914-18.
Una energica azione condotta dal Governo fascista dal 1925 al 1927, per mezzo del governatore Cesare Maria De Vecchi,Quadrumviro della Marcia su Roma, ampliò e consolidò i nostri possessi permettendoci di procedere con maggior rapidità allo sviluppo delle comunicazioni e delle opere di bonifica.
E’ un Paese tropicale ed equatoriale fuori della zona delle grandi piogge. La popolazione indigena deve dedicarsi alla pastorizia. L’agricoltura intensiva è possibile nel bassopiano. Le boscaglie settentrionali offrono gomma e incenso. Vengono estese ottime coltivazioni di cotone, canna da zucchero, banani, sèsamo, aràchidi, ricino, tabacco, ecc. Non mancano agrumi e ortaggi. Nei nuovi territori esistono buoni pascoli, folte boscaglie e piantagioni di caffè.
In pochi anni si bonificò e si fece fruttare un esteso territorio presso lo Uebi Scebeli con strade, canali, case e villaggì; uno di essi, che divenne una vera cittadina, fu chiamato Villabruzzi.
A Villabruzzi esistono: uno zuccherificio, un oleificio, una distilleria di alcole. A Mogadìscio vi sono fabbriche di sapone, di acque gassate, di ghiaccio e una importante centrale termoelettrica. A Brava si conciano pelli. A Chisimàìo vi sono anche officine meccaniche e falegnamerie. Le piccole industrie domestiche riguardano la preparazione del burro, l’essiccazione delle pelli, la fabbricazione delle stuoie.
Il più importante scalo marittimo è quello di Mogadìscio. Le comunicazioni terrestri comprendono la linea ferroviaria Mogadiscio-Villabruzzi (km. 113). Le poche strade rotabili che conducevano dai porti all’interno, sono state migliorate con criteri moderni secondo la consuetudine della colonizzazione italiana. Per opera nostra si va con automezzi da Mogadiscio a Massàua.

- LA LIBIA

A poche miglia dalla Sicìlia c’era un territorio mezzo abbandonato e poco popolato: la Tripolitània e la Cirenàica. Tale territorio, poco pericoloso in mano alla vecchia Turchia, poteva divenire pericolosissimo nelle mani di una Potenza europea. Un tempo i Greci, a levante, e più tardi i Romani, a ponente, lo avevano colonizzato. In seguito Genovesi, Pisani, Siciliani avevano esercitato un certo dominio su quelle terre.
Al principio dell’Ottocento alcuni Italiani volevano ritornarvi, ma i tempi non erano maturi. Intanto la Frància, già padrona dell’Algeria, si era presa nel 1881 la Tunisia subito dopo che i nostri coloni l’avevano valorizzata con il lavoro. Dal 1882 la Gran Bretagna spadroneggiava in Egitto. Se non avessimo occupato la Lìbia ci saremmo un giorno rinchiusi nel Mediterràneo. Bisognava decidersi, e il Governo, che allora faceva capo a Giovanni Giolitti, preparò la conquista della quarta sponda.
Il Sultano di Turcha si oppose. Il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia.
La nostra Marina con due squadre, al comando degli ammiragli Aubry e Faravelli, bombardò la costa lìbica e fece occupare Trìpoli, Bengasi, Derna, Tòbruk dal nostri arditi marinai. Lo sbarco a Trìpoli fu effettuato dal capitano di vascello Umberto Cagni con i «Garibaldini del mare».
Dopo qualche giorno sbarcava l’esercito comandato dal generale Carlo Caneva, nato nel 1845 a Tarcento, nel Fríùlì. Egli affrontò le truppe turche ed arabe in accaniti e sanguinosi combattimenti.
A capo dell’esercito nemico si trovava un valente ufficiale turco, Enver-Bey, che riceveva armi ed aiuti da paesi vicini e lontani fra cui la Gran Bretagna e la Francia.
L’Italia desiderava finir presto la guerra. Occorreva quindi colpire la Turchia in casa propria. Il 4 maggio 1912, il generale Giovanni Ameglio sbarcava sulla spiaggia di Calitea, nell’isola di Rodì, accerchiava le truppe turche e s’impossessava dell’isola. Pochi giorni dopo occupava anche l’arcipelago del Dodecàneso, dove castelli e porti ricordavano il dominio glorioso di Venèzia.
Nella notte dal 18 al 19 luglio il capitano di vascello Enrico Millo, al comando di cinque torpediniere, si avanzava, con incredibile audacìa, nel fortificatissimo stretto turco dei Dardanelli. Dopo un buon percorso le navi s’impigliarono nelle funi d’acciaio poste dai Turchi sott’acquá. Scoperte dai riflettori nemici, furono fatte segno ad un violentissimo bombardamento.
Il Millo, con grande sangue freddo, riusciva a far liberare le navi incagliate e a ricondurle sane e sálve alla base. In tutta la Guerra del 1914-18, nè la Marina britannica né la francese seppero compiere un’impresa di simile ardimento. La nostra superiorità sì fece sentire dappertutto. La Turchia si indusse a trattare la pace che fu firmata a Ouchy presso Losanna (Svìzzera) il 18 ottobre 1912.
Nel 1916, mentre eravamo impegnati nella Guerra, si ridestò nella popolazione, aiutata da nostri nemici, un certo movimento avverso. Dopo, il movimento fu aiutato anche dagli alleati.
Giunto Mussolini al potere, intuì il pericolo e con energia e giustizia provvide a riconquistare quasi tutto il territorìo. Nel 1925 si definirono i confini con l’Egitto e si riuscí a comprendere l’oasi di Giarabùb, ma non la baia di Sollum. In seguito tutto il territorio, con il Fezzàn e Cufra, fu effettivamente occupato e sottomesso. Seguì la pacificazione della Cirenàica per opera del generale Rodolfo Graziani.
S’istituirono scuole di ogni grado e scuole professionali appositamente per gli Arabi. Si provvide alla difesa della salute pubblica rinnovando quartieri vecchi e insalubri. Si sviluppò la viabilità. Furono ampliati i porti di Trìpoli, di Bengasi e di Derna. Cure particolari si ebbero per i restauri degli antichì edifici costruiti dai Romani per attestare che eredi di Roma, siamo proprio in casa nostra.
I nostri soldati hanno posto gli accampamenti dove li posero un giorno le quadrate legioni romane.
I nostri coloni costruiscono le loro fattorie presso opere idrauliche romane, protette dagli archi degli Imperatori di Roma.
La zona coltivata e coltivabile è solamente nella fascia costiera. L’attività degl’indigeni, fino a poco tempo fa, si limitava a pochi campi detti giardini, ma ora essi seguono i sistemi introdotti dalla colonizzazione dei nostri rurali. Le colture che in passato si limitavano alla palma del dáttero, all’orzo, all’olivo ed a pochi alberi da frutto, ora vanno estendendosi per l’aumento progressivo delle superficie irrigue.
Notevole e in costante aumento sono i prodotti dei cereali (orzo e grano di ottima qualità) dell’olivo, della vite, degli agrumi, dei mandorli, di altre frutta, di ortaggi, ecc. Sul Gebèl occidentale va diffondendosi la coltivazione di tabacchi. Discreto posto ha il rícino per l’estrazione dell’olío e promettenti sono gli esperimenti per piantagioni di gelso.
Il trasferimento di tante famiglie rurali metropolitane in queste terre è un avvenimento unico nella storia coloniale. Per esse furono fabbricate case coloniche moderne, costituenti villaggi che comprendono la chiesa, la scuola, l’ambulatorio, l’ufficio postale e botteghe varie. Ecco il nome dei nuovi centri di colonizzazione.
Nella Lìbia occidentale: Ivo Oliveti, Michele Bianchi, Tùllio Giordani, Breviglieri, Littoriano, Francesco Crispi, Màrio Gioda, Pietro Micca, Enrico Corradini, Don Enrico Tazzoli.
Nella Lìbia orientale: Giovanni Berta, Beda Littòrio, Umberto Maddalena, Francesco Baracca, Gabriele d’Annùnzio, Guglielmo Oberdan, Césare Battisti, Giuseppe Garibaldi, Guglielmo Marconi, Goffredo Mameli, Fàbio Filzi, Luigi Razza, Nazàrio Sàuro, Luigi di Savòia.
In altri terreni, conquistati alla steppa, sono sorti villaggi per gl’indigeni.
Nella Lìbia occidentale: Fiorente e Deliziosa. Nella orientale: Alba, Fiorita, Nuova, Risorta, Verde, Vittoriosa.
L’impulso dato all’agricoltura ha accresciuto le attività industriali, ora rappresentate da opifici che riguardano specialmente le industrie alimentari (mulini, oleifici, pastifici, birrifici, ecc.), le chimiche (distillerie, saponifici, concerie, ecc.), le tessili, ed altre ancora.
Vi sono poi fabbriche di latterizi e manifatture di tabacchi. Notevole l’artigianato per la fábbricazione di tappeti e stuoie, per il ricamo, la lavorazione delle pelli e dei metalli, anche preziosi. Gli artigiani sono preparati dall’apposita Scuola Professionale di Tripòli ed organizzatì da un provvido Sindacato.
Lo sviluppo delle linee ferroviarie è di oltre quattrocento chilometri. La rete stradale raggiunge quasi i quattromila chilometri in gran parte bitumati per agevolare il transito degli automezzi.
Durante il viaggio trionfale compiuto dal Duce fra il 12 ed il 21 marzo 1937 fu inaugurata la Via Bàlbia, che va dal confine egiziano a quello tunisino con uno sviluppo di 1932 km. Con essa, per la prima volta nella storia, si è ottenuto di saldare l’Africa minore (Marocco, Algeria, Tunisia) all’Egitto, attraverso la Lìbia. Il deserto, il più temuto ostacolo che la natura abbia opposto al cammino dell’uomo, è stato domato dal Fascismo.
Fra Trìpoli e Tagiura si snoda l’autòdromo della Mellaha, ove ogni anno si svolge la Corsa dei milioni.
Molte linee aeree integrano, con quelle marittime, le comunicazioni con la Madrepatría e gli altri centri del Mediterràneo. Ha particolare importanza, per tutti i Paesi dell’Africa mediterranea, la Fiera di Trìpoli, che si tiene ogni anno in primavera: vera rassegna di lavorì e di prodotti che attira espositori e visitatori non del solo Bacino mediterraneo.

- IL POSTO AL SOLE

Subito dopo la Marcia su Roma (28 ottobre 1922), l’Italia dava al mondo le più chiare prove di possedere la forza e l’abilità di dominare popoli e di saper colonizzare terre grame, riconquistando tutta la Lìbia, sottomettendo i territori estremi della Somàlia, riportando a civile splendore i suoi possessi.
Nelle sue colonie, ecco opere stradali, portuali, agrarie, idrauliche; ecco scuole e provvidenze sanitarie; ecco il ritorno di tribù indigene attratte dalla buona politica governatoriale inspirata dal Duce.
La rinascita dell’Italia è avvenuta malgrado le ingiustizie ed i tradimenti che le sono stati inflitti.
Piccoli Stati di poca popolazione possiedono colonie estesissime che non possono nè difendere né colonizzare per la scarsità di sudditi metropolitani. Si limitano a sfruttarle, spremendone i maggiori profittì con il minor sforzo, attraverso la schiavitù degl’indigeni.
L’Italia invece si trovava in questa condizione: non possedeva sufficienti materie prime (carbone, ferro, rame, stagno, petrolio, fosfati minerali, cotone, lino, iuta, lana, carni, grassi, semi oleosi, legname, pasta di legno, ecc.), aveva una popolazione sovrabbondante e in continuo aumento; la ritrovata dignità le impediva di gettare questo fiore di popolo sul mercato umiliante dell’emigrazione.
Giusta e ammonitrice si levava la parola del Duce.
- L’Italia deve avere il suo posto al Sole. -

- L ‘ IMPERO NEL PENSIERO DEL DUCE

Benito Mussolini aveva fatto, di questo diritto dell’Italia, uno dei capisaldi del suo pensiero fin dai primi momenti della sua lungimirante azione rivoluzionaria.
Dopo aver trascinato alla Guerra le grandi masse di lavoratori italiani, Egli, ancora nel 1919, quando il 23 marzo riunì i suoi “fedeli” in Piazza San Sepolcro a Milano, pensava che il popolo italiano, ritornato forte e disciplinato “popolo d’inventori, di navigatori, di poeti, di santi, d’eroi” aveva dinanzi a sè grandi destini d’espansione.
In quella storica adunata per la fondazione dei « Fasci di combattimento » disse: « L’imperialismo è il fondamento di ogni popolo che, tende ad espandersi economicamente e spiritualmente. La marcia di chi ha spinto Il Paese alla guerra e l’ha portato alla vittoria non si ferma a Vittòrio Vèneto. La marcia riprende e va oltre perché non tutte le mete sono state raggiunte. L’Italia ha una massa demografica imponente, ha una vitalità senza limiti, ha una grande Storia, ha la sua parte direttrice nel mondo, e nessuno potrà sbarrare al Popolo italiano, in continuo divenire, il suo immancabile cammino verso la grandezza e verso l’impero che il popolo italiano saprà costruire con le sue mani. Tutto un popolo si sente insoddisfatto e chiede spazio per i bisogni elementari della sua esistenza e posto nel mondo per compiere la sua missione di civiltà.
L’Italia più che nessun altro popolo, ha questo diritto, poiché essa, che con l’Impero romano e il Rinascimento ha creato la civiltà moderna, ha ancora da dire, per la terza volta, la sua parola di luce, che rappresenterà un’idea di valore universale». Salito al governo, il Duce ha lavorato per l’attuazione del programma.
Il Fascismo disciplina e sorregge il popolo, regola con la Carta del Lavoro i rapporti fra capitale e lavoro, bonifica terre, fonda città, favorisce l’agricoltura, riforma l’Esercito e lo valorizza, istituisce l’aviazione, ammoderna le Forze armate, ordina corporativamente industrie e commerci, imposta la battaglia autarchica che deve svincolarci dallo straniero, difende i caratteri di una Gente forte, dà un tono imperiale alla vita concorde di un Popolo d’eroi, fa parlare dell’Italia tutto il mondo, o con ammirazione o con invidia.
Questa è la preparazione necessaria al grande balzo verso l’Impero.
Infatti anche i simboli parlano quando nel centro di Roma si apre nel 1931 una nuova e grande via. Il Duce la chiama Via dell’Impero e vuole che primi la percorrano i gloriosi Mutilati e i Combattenti. Tutti gl’Italiani intuiscono che cosa ciò voglia significare. Così parlò il Duce:
« E’ il cammino fatale: una Gente, poi un Popolo, una Nazione, un Impero! E la storia. Storia fatta e da farsi. La meta è quella: l’Impero».

- LA VECCHIA ETIOPIA

Il nome Etiòpia, di origine greca, deve preferirsi ad Abissìnia, nome usato dagli antichi Arabi per indicare una loro tribù che si recò a colonizzare l’Etiòpia.
Lontani dal mare e dalle vie di comunicazione, gli abitanti dell’Etiòpia vissero una vita primitiva, più di quella di altri Paesi dell’Africa che poterono familiarizzarsi con gli Europei. Ogni tribù, ogni gente d’Etiòpia, aveva il suo Capo o Ras. Questi Capi dipendevano da un Capo a tutti superiore, detto Negus Neghesti, o Re dei Re. Il Negus Ailè Sellassiè riuscì a fare ammettere l’Etiòpia nella Società delle Nazioni. Ma nessuna opera moderna e civilizzatrice fu svolta in quell’Impero barbaro che, anche dopo essere stato ammesso a Ginevra, non aveva abolito la schiavitú.
Mancavano strade, servizi postali e telegrafici. La sola linea ferroviaria, Gìbuti-Addis Abeba, era insufficiente allo sviluppo del paese. Niente scuole, niente ospedali per il popolo. I Missionari soltanto gettavano qualche luce di civiltà.
Le tenebre più fosche, sovente venate di sangue, avvolgevano il Paese fino all’arrivo delle Legioni fasciste.
Occorreva l’intervento della nuova Italia, mandataria ideale della giustizia romana e della civiltà latina.

- LA LIBERAZIONE DELL ‘ ETIOPIA

L’Italia non si era mai disinteressata della vita dell’Etiòpia con la quale aveva contatti estesi e confini non precisati. Più volte aveva avviato trattative per fissare questi confini.
Un patto di pace costante e di amicizia Perpetua si riuscì a concluderlo nel 1928. In esso erano contemplati importanti lavori stradali per favorire lo scambio dei prodotti. Proprio da allora cominciarono aggressioni ai nostri posti di confine, razzìe, offese a nostri rappresentanti consolari.
Il 5 dicembre 1935, ai pozzi di Ual-Ual, lungo la frontiera, il presidio italiano, comandato dal capitano Roberto Cimmaruta, viene attaccato da 1200 armati etiopici. L’attacco è sanguinosamente respinto. L’Italia non poteva passare sopra tante offése: dovette prepararsi.
Il Negus nell’agosto del 1935 ordinava la chiamata alle armi di tutti i suoi sudditi. Dopo pochi giorni liberava dalle prigioni 50 mila delinquenti a condizione che si arruolasséro.
Mezzo milione di armati si avvicinava alle nostre frontiere. Le due colonie orientali d’Italia erano minacciate. Il Duce capì che per difenderle per sempre v’era un solo modo: liberare l’Etiòpia dai cattivi capi che aizzavano contro di noi plebe e sottocapi. E venne piena rapida totalitaria la guerra di rivendicazione.
L’Italia informò di quanto accadeva gli Stati d’Europa più interessati. Ci accorgemmo allora che non avevamo contro di noi la sola Etiòpia, ma la Frància e soprattutto la Gran Bretagna. Il conflitto italo-etiòpico fu sottoposto all’esame della Società delle Nazioni, cioè del consesso politico nel quale la maggioranza assoluta dei componenti era inspirata dalla Gran Bretagna. Di quella Società faceva parte ancora l’Etiòpia, sebbene da tre anni non pagasse la quota d’associazione e non avesse mantenuto la promessa di sopprimere la schiavitù.
Enorme: l’Italia fascista, offesa e aggredita, era messa sullo stesso piano di uno Stato barbaro e schiavista!
La Società delle Nazioni ci inflisse le sanzioni economiche e minacciò le sanzioni militari.
Le sanzioni economiche significavano questo: nessuno doveva vendere merci all’Italia, nessuno doveva comperarne. Era l’affamamento del Popolo italiano. Si voleva obbligarlo a piegare i ginocchi ed umiliarsi.
Le sanzioni militari, cioè la guerra con le armi, sarebbero seguite se le sanzioni economiche non avessero piegata l’Italia. Il Duce, confortato dall’adesione di tutto il popolo, aveva scelto la sua strada e disse: Noi tireremo diritto. Si era nell’estate del 1935. Affrettammo la nostra preparazione militare. Cominciarono le partenze dei volontari, di militari regolari e di materiale bellico.
Ed ecco la Gran Bretagna rafforzare le guarnigioni di Gibilterra, di Malta, di Aden. Successivamente eccola mandare nel Mediterràneo la sua grande flotta che avrebbe dovuto intimorirci e farci interrompere l’impresa.
Non si voleva che, rese impossibili le relazioni fra Stati confinanti, ci si dovesse far giustizia direttamente.
Non si riconobbe l’incapacità dell’Etiòpia a governare i suoi sudditi ed a porre in valore i beni del vasto territorio. Alla popolazione italiana si negò il diritto al lavoro e alla vita.
Il Duce la sera del 2 ottobre chiamò a raccolta il popolo. Serata memoranda!
Tutto il Popolo d’Italia, sui sagrati e sulle piazze, ascoltò:
« Camicie Nere della Rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia!
Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate.
Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria. Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta italia.
Mai si vide, nella storia del genere umano, spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola.
La loro manifèstazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e Fascismo costituiscono una identità perfetta, assoluta, inalterabile.
Possono credere il contrario soltanto cervelli avvolti nelle nebbie delle più stolte illusioni o intorpiditi nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di questa Italia 1935, anno XIII dell’Era fascista.
Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la meta; in queste ore il suo ritmo è più veloce e inarrestabile ormai!
Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di 44 milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole.
Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio, e quante promesse. Ma dopo la vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di 670 mila morti, 400 mila mutilati e un milione di feriti, attorno al tavolo della pace esosa non toccarono all’Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale.
Abbiamo pazientato 13 anni durante i quali si è ancora piú stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità! Con l’Etiopia abbiamo pazientato 4o anni. Ora basta!
Alla Lega delle Nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si parla di sanzioni.
Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio.
Alle sanzioni militari risponderemo con atti di guerra.
Nessuno pensi di piegarci senza avere prima duramente combattuto.
Un popolo geloso del suo onore, non può usare linguaggio né avere un atteggiamento diverso!
Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Vèneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone
agli amici e di mònito ai nemici in ogni parte del mondo: grido di giustizia, grido di vittoria! »
Il popolo comprende le giuste ragioni dell’Italia e aderisce con entusiasmo alla posizione presa dal Governo fascista contro la Società delle Nazioni e contro gli avversari dell’ltalia fascista.
I soldati di ogni arma e i volontari della M.V.S.N. partono cantando. Con essi e prima di essi, scelti operai per predisporre le opere stradali, gli alloggiamenti, i magazzini, gli aeroporti.
Il Duce predispone in tempo perchè tutto sia provveduto e in quantità sovrabbondante, tanto per i bisogni dei soldati quanto per l’armamento. Per la prima volta, viene data la preminenza ai mezzi meccanici (carri armati, aeroplani ecc.). Tutto viene studiato in modo da evitar sorprese e raggiunger presto la meta.
Si dovevano vendicare i morti di Dògali e di Adua. Si doveva mostrare ai messeri di Ginevra chi fosse l’Italia fascista. Nel gennaio 1935 era stato nominato Commissario generale per l’A.O. il generale Emilio De Bono, Quadrùmviro della Marcia su Roma. Nel febbraio era partito per la Somàlia il generale Rodolfo Graziani.
Il 3 ottobre 1935 comincia l’avanzata. Dopo brillanti combattimenti ecco liberati Adigràt, Adua (5 ottobre), Axùm (15 ottobre). Altre terre vengono conquistate in Somàlia. Clero, notabili, uomini e armati si presentano agl’ltaliani e si sottomettono. Il 7 novembre è conquistata Macallè. Là dove sorgeva il forte in cui il maggiore Galliano fu assediato si accàmpano le truppe.
Un vecchio indigeno appoggiato a una gruccia sale sul colle. I soldati rimangono sorpresi di quella bianca apparizione. Il vecchio vuol essere presentato al capitano: scioglie lo sciamma: sul petto luccica una medaglia. Fa il saluto con la sinistra. Il vecchio àscari piangeva. Era stato mutilato, così barbaramente, secondo la inumana consuetudine degli Abissini (piede sinistro e mano destra), quando l’avevano fatto prigioniero quarant’anni prima.
I combattimenti continuano, la marcia gloriosa progredisce. Il generale De Bono proclama la libertà agli schiavi. Ma l’Italia deve vincere anche le sanzioni economiche che la Società delle Nazioni cinicamente impone il 18 novembre 1935. Le vittorie suggellano e premiano gli eroismi della Nazione.
Alla fine dell’anno, compiuto il mandato con fedeltà ed onore, il generale Emilio De Bono è promosso Maresciallo d’Italia. Al suo posto è nominato il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.
Anche le forze militari aumentano. Numerosi sono i volontari. Fra i primi vediamo il Duca di Bergamo, il Duca di Pistoia e il Duca di Spoleto; Vittorio e Bruno Mussolini, Vito Mussolini e il ministro Galeazzo Ciano. Senatori, deputati, accademici, sansepolcristi, gerarchi reclamano un posto di combattimento e di onore.
I mutilatí della Guerra nostra costituiscono una legione. Un’altra legione la formano gl’ltaliani all’estero accorsi ad arruolarsi. Accorrono anche i giovani delle Università italiane. Si riparla di sanzioni militari.
La Gran Bretagna stìpula patti segreti con la Frància, con la Grècia, con la Turchia, con la Iugoslàvia per assicurarsi un rifugio nei porti militari di questi Stati. Ma l’Italia tira diritto.
Il caldo soffocante, la fatica, la scarsità talvolta dei viveri e dell’acqua non scuotono l’ardore guerresco di quei generosi, fra cui vanno annoverate le fedeli truppe di colore.
Sul fronte sòmalo, nella Battaglia del Canale Dòria, l’11 gennaio 1936 viene sconfitto Ras Desta; successivamente è occupata Neghelli. Sul fronte eritreo avviene nel gennaio la Prima battaglia del Tembièn per la strenua eroica difesa del Passo Uarieù; poi nel febbraio la battaglia dell’Endertà con la conquista della munitissima Amba Aradám dove viene sconfitto Ras Mulughietà.
Alla fine dì febbraio Amba Alagi è presa.
Ai primi di marzo ecco la Seconda battaglia del Tembièn con la piena rotta di Ras Cassa e Ras Seium. Segue la Battaglia dello Scirè con la piena sconfitta di Ras Immirù. Il Negus, il 31 marzo, con le migliori sue truppe, armate e preparate alla europea, affronta i nostri al Lago Ascianghi. Lo sconfiggiamo in pieno. Egli si dà alla fuga con pochi fedeli. Otto giorni dopo gl’Italiani entrano a Dessiè.
Intanto Achille Starace, con una colonna di truppe celeri, entra in Gòndar, sottomette i territori attorno al Lago Tana e raggiunge Debra Tàbor. La capitale non era più lontana.
In Somàlia, dopo la Battaglia di Sassabanèh, viene occupato Dagahbùr. La marcia continua verso Haràr. Le terre delle due colonie si congiungono. Il sogno di Antonio Cecchi si avvera.
Il Negus intanto torna di nascosto alla capitale e di là, dopo aver spedito a Gibuti oro e cose preziose in quantità, fugge vílmente. Ma prima, il barbaro dà ordine di saccheggiare e incendiare la città.
Le truppe del Maresciallo Badoglio, giungono alla meta. Il Maresciallo telegrafa al Duce:
“Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba.
L’Etiòpia è liberata. La civiltà si sostituisce alla barbarie. L’Etiòpia è – e sarà in eterno – italiana.”
Il Duce chiama il popolo ad un’altra solenne adunata e dal balcone dello storico Palazzo Venèzia dà l’annuncio all’ltalia e al mondo che la pace, la pace romana, la pace giusta, è ristabilita.
Quali gli artefici di questa epopea?
Unico, fra tutti, il Duce.
L’impresa venne pensata, studiata, voluta, preparata, vinta da Lui.
La storia dirà quantò l’Italia Gli deve.
Quando si potranno rendere noti tutti i documenti precedenti e conseguenti alla nostra campagna d’Etiòpia, la parte che vi ebbe il Duce apparirà, sapiente opera del Genio, anche a coloro che non hanno creduto alla riuscita prima e durante la campagna.

- LA PROCLAMAZIONE DELL ‘ IMPERO

La sera del 9 maggio 1936-XIV, il Gran Consiglio del Fascismo approva lo schema di un decreto legge che proclama la sovranità piena ed ìntera dell’Italia sul territorio dell’Impero di Etiòpia e attribuisce il titolo d’Imperatore al Re Vittorio Emanuele III.
Il Gran Consiglio inoltre esprime la gratitudine della Patria al Duce fondatore dell’Impero.
In tutte le piazze d’Italia si era intanto raccolta tutta la popolazione commista con folte schiere di rappresentanze militari.
Nel silenzio mistico della notte risuona alta la voce vibrante del Duce:
« Ufficiali, sottufficiali, gregari di tutte le Forze dello Stato in Africa e in Italia. Camicie Nere della Rivoluzione, Italiani e Italiane in Patria e nel mondo, ascoltate!
Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete, e che furono acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell’Etiòpia oggi 9 maggio, anno XIV dell’Era fascista. Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente, e la Vittoria africana resta nella storia della Patria, integra e pura, come i Legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano.
L’Italia ha finalmente il suo Impero. Impero fascista perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littòrio romano, perché questa è la meta verso la quale durante 14 anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane, Impero di pace, perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiòpia. E’ nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.
Il Popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero. Lo feconderà col suo lavoro, e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema levate in alto, Legionari, le insegne, il ferro e i cuori e salutate dopo 15 secoli la riapparizione dell’Impero, sui colli fatali di Roma.
Ne sarete voi degni?
(La folla prorompe in un formidabile « Sì!»)
Questo grido è come un giuramento sacro che vi impegna innanzi a Dio e innanzi agli uomini per la vita e per la morte. Camicie Nere, Legionari, saluto al Re! ».
Notte storica, indimenticabile.
Aleggiano sul popolo trionfante gli spiriti tutelari della Patria: Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini, Garibaldi, Crispi; gli spiriti dei nostri martiri e dei nostri poeti del Risorgimento; degli intrepidi esploratori trucidati; degli Eroi delle guerre d’Africa; degli Eroi della nostra Guerra; di tutti gli artefici della Vittoria.
Quando l’alba riappare sul mondo, un’altra Italia sta in faccia alle Genti, al di là delle Alpi nostre, al di là del mare nostro.
Con la rapidità che caratterizza il Regime fascista, comincia subito l’ordinamento amministrativo.
I territori dell’Etiòpia, dell’Eritrea e della Somàlia costituiscono l’Afrìca Orientale Italiana (A.O.I.).
Essa è posta alle dipendenze di un Governatore generale, che ha sede in Addis Abeba e dipende direttamente ed esclusivamente dal Ministero per l’Africa italiana. Egli rappresenta il Re Imperatore ed è il Capo dell’amministrazione.
L’ A.O.I. si divide in 6 governi:
- Governo dell’Eritrea, capoluogo L’Asmara, comprende le popolazioni dell’ex-Colonia Eritrea più le tigrine e dàncale fino ai limiti meridionali déll’Aussa.
- Governo della Somàlia , con capoluogo Mogadìscio , comprende le popolazioni della vecchia Colonia della Somàlia italiana, più quelle dell’Ogadèn e marginali dell’altipiano.
L’Impero di Etiopia formato da:
- Governo dell’Amara, capoluogo Gondar, comprende le popolazìoni amàriche dell’altipiano, dalla regione del lago Tana allo Scioa.
- Governo dello Scioa, capoluogo Addis Abeba, capitale dell’Impero e dell’A.O.I., comprende parte del vecchio Scioa.
- Governo di Haràr, capoluogo Haràr, comprende le popolazioni omonime, e quelle degli Arussi e dei Bale.
- Governo dei Galla e Sidama, capoluogo Gimma, comprende i gruppi ètnici dei Galla e dei Sidama posti ad occidente e a sud dell’altipiano.
Primo governatore di Addis Abeba, fu lo squadrista della Marcia su Roma Giuseppe Bottai, ora ministro per la Educazione nazionale.
Il Governatore generale, in quanto regge l’Impero, è anche Vicerè.
Per la religione vi è completa libertà di culto. Agl’islamiti è stata concessa piena facoltà in tutto il territorio dell’A.O.I. di ripristinare i loro luoghi di culto, le loro antiche istituzioni pie, le scuole religiose. Le istituzioni cristiane hanno per Capo l’Abuna di Addis Abeba.
La popolazione è entusiasta dei nostri medici militari che si pròdigano per tutti e fanno fuggire gli spiriti maligni dal corpo. S’istituiscono scuole d’ogni specie e grado nei maggiori centri.
Il Governo italiano ha prestabilito un piano di organizzazione e di valorizzazione di tutta l’A.O.I. ed ha stanziato ragguardevoli somme. Assicurato l’impiego di una notevole quantità di lavoratori italiani viene avviato lo sviluppo economico dell’Impero d’Italia.
La spesa più ragguardevole è quella rappresentata dalle strade. Quelle ideate da noi sono strade sicure e per ogni sorta di veicoli. Si è già costruita la grande camionabile Assab-Dessíè che finalmente risolve il problema della circolazione in Etiòpia a vantaggio di Assab e di Massàua.
Le risorse attuali e potenziali dell’Impero, disse il Duce, sono eccezionali.
Nella grande varietà di climi, e di altitudini sono possibili infiniti generi di colture e di allevamenti. Tecnici nostri hanno già sperimentato le coltivazìoni piú redditizie da farsi, sia per il consumo sia per l’esportazione.
Il caffè coltivato razionalmente e più estensivamente, dà un notevole reddito. La produzione del cotone è curata in modo particolare. In Etiòpia crescono bene la varietá egiziana (la più pregiata) e l’americana.
Da certa flora etiopica possiamo avere prodotti chimici aromatici e medicamentosi. Le grandi boscaglie, della zona occidentale, offrono legni pregiati.
Il bestiame è abbondantissimo, ma l’allevamento sinora è stato fatto in modo empirico. I nostri veterinari insegnano come si sceglie il mangime, come si proteggono gli animali dalle malattie, come si incrociano le razze selezionate, per ottenere carni, lane e pelli sempre migliori.
La produzione mineraria è promettente. Si trovano miniere di oro nello Uòllega e nel territorio dei Beni Sciangúi. Fra le sabbie del torrente Birbìr si trova platino per circa 1000 chilogrammi annui. Abbiamo anche minerali di piombo, argento, ferro, rame, mercurio, zolfo, ecc. Si sono trovate anche rocce per cementi e per calce. Potenti forze potranno essere disciplinate utilizzando le cascate naturali. La elettríficazione delle ferrovie è solo questione di tempo.
Su tutto e fra tutti sta la parola d’ordine del Duce: “Nell’Africa v’è lavoro e gloria per tutti”.

- LA LIBERAZIONE DELL ‘ ALBANIA

Durante la guerra 1915-1918 l’Italia occupò quasi tutta l’Albania e vi sarebbe rimasta a continuare l’opera di civilizzazione se il Governo d’allora, nel 1920, non avesse ritirato le truppe.
Il 7 aprile 1939 un corpo di spedizione, al comando del generale Alfredo Guzzoni, in pochi giorni occupò tutto il territorio. Certi Stati d’Europa protestarono per questo interessamento dell’Italia, la quale sapeva di compiere un’opera di bene e nello stesso tempo salvaguardava i suoi interessi di Potenza adriatica. V’era anzi il fondato sospetto che, se non interveniva l’Italia, si sarebbe fatto avanti il Regno Unito di Gran Bretagna.
Il Governo albanese, convocati, ad occupazione avvenuta, i rappresentanti del Popolo, deliberò, fra il più vivo entusiasmo, di offrire la corona al nostro Re Imperatore.
Egli accettò, e dal 16 aprile 1939-XVII prese il titolo di Re d’Italia e d’Albania, Imperatore d’Etiopia.
Il Re è rappresentato in Albania da un Luogotenente Generale che risiede a Tirana, la capitale.
Essi si dedicano per lo più alla pastorizia e all’agricoltura, ancora alquanto primitiva. Un impulso verrà dato dall’Italia alle coltivazioni più utili e proficue, compresi gli ortaggi e le frutta.
L’Italia ha rivolto le sue cure anche all’utilizzazione delle risorse minerarie: petrolio, ferro, cromo, rame. Parallelamente l’Italia ha rivolto le sue cure alla costruzione di strade, di acquedotti, di scuole, di ospedali.

- L ‘ IMPERO E’ RIAPPARSO SUI COLLI FATALI DI ROMA

Operai, agricoltori e soldati sono scesi a difenderlo col sangue.
Il più vasto sogno degl’Italiani di ogni tempo s’è avverato e noi dobbiamo esser orgogliosi pensando che questa conquista è tutta merito nostro. Nessuno ci ha aiutato. Le più sorde e sordide ostílità straniere hanno cercato di sbarrarci la strada verso l’Impero.
Tutte le altre grandi Nazioni che vivono sul Mediterràneo o intorno al Mediterràneo posseggono sbocchi liberi fuori del Mediterràneo, possono cioè respirare senza chiederne il permesso ad altre Potenze. La Germània, la Frància, la Spagna s’affacciano all’Atlàntico; la Rùssia al Mar Bianco; l’Egitto al Mar Rosso.
Soltanto l’Italia, che dal bacino mediterràneo portò la luce della Civiltà a tutti i popoli rivieraschi e all’intera Europa, è prigioniera del «suo» Mare. Non solo, ma deve tollerare che le massime chiavi di questo mare – Gibilterra, Malta, Cipro, Porto Said – siano nelle mani di Potenze estranee al mare stesso. A questo ha voluto accennare il Duce dichiarando: « Se per gli altri il Mediterràneo è una strada, per noi è la vita ».
Osservando la quinta tavola che sta esposta sulla Via dell’Impero a Roma, risalta l’estensione del territorio su cui sventola il nostro tricolore.
Sentiamo che v’è una forza spirituale che unisce ed eleva tutti gl’Italiani, forza che è fatta di laboriosità, di cultura, di arte, di disciplina, di saggezza, di vera civiltà.
Tali virtù ha ridestate in noi il Fascismo, movimento mistico, civile e militare, che Benito Mussolini creò il 23 marzo 1919 per abbattere il nascente bolscevismo all’interno e dare una coscienza imperiale agl’Italiani.
Facendo leva sulle antiche virtù della nostra razza, mai sopite, ha dato alla giovane Italia, attraverso nuovissimi ordinamenti, i valori spirituali che costituiscono la forza e la dignità di un popolo.
L’Italia fascista è questo popolo che vuol vivere e progredire, è questa terra, questo cielo, questo mare, è questo Genio che crea e marcia impavido, illuminato da Dio.

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