ULTIMI AGGIORNAMENTI:

La Pace mancata

- I FRAGILI EQUILIBRI

In una situazione di perenne tensione e squilibrio tra le potenze europee, l’Italia avrebbe potuto garantirsi un ruolo decisivo facendo spostare il proprio peso ora verso uno ora verso l’altro contendente. L’intenzione era quella di tenere le distanze dai tedeschi ma non troppo per far stare sulla corda i francesi e indurli a un accordo che gli desse mano libera nei Balcani, dove oltre agli accordi commerciali con Austria e Ungheria del 1932, aveva un conto aperto fin dal 1919 con la Jugoslavia.
Inghilterra e Francia avevano i loro imperi coloniali, la Germania poteva trovare sbocchi commerciali negli stati baltici, in Polonia e in Russia. All’Italia non rimaneva che la possibilità di cercare di espandersi nell’area danubiana e in Medio Oriente.
Ma le direttrici espansionistiche della politica estera nazista, invece di guardare principalmente a est, come si augurava Mussolini, presero subito a prendere la direzione sud: obiettivo Austria. Nell’opinione pubblica tedesca era largamente diffusa la concezione che la Germania, con l’annessione dell’Austria, sarebbe stata destinata ad assumere anche l’eredità della monarchia danubiana nell’Europa sudorientale.
Mussolini doveva apparire equidistante dalle democrazie quanto da Hitler. Fin dai primi mesi del 1933 il Duce, in una serie di colloqui coi vari ambasciatori, si dichiarò contrario al corridoio di Danzica, la fascia di terra all’origine della seconda guerra mondiale e che tagliava in due il territorio tedesco per collegare la Polonia al porto di Danzica. Si trattava di una delle tante mostruosità partorite a Versailles.
Decise di muoversi verso un’intesa con Francia e Inghilterra, per paura di iniziative tedesche in Austria. La soluzione del rompicapo sembrò presentarsi sotto forma del progetto di un “Patto a quattro” tra Italia, Germania, Francia e Inghilterra con l’impegno di una revisione dei trattati.
Indirizzando la Germania a est si allentava la pressione tedesca sull’Austria e al tempo stesso si rendeva chiaro a Parigi e Londra che era necessario raggiungere un accordo generale prima che accadesse l’irreparabile. Il “Patto a quattro” venne siglato il 7 giugno 1933 a Roma da Mussolini e dai tre ambasciatori interessati. Quello stesso giorno, davanti al Senato, il Duce definiva il Patto un evento storico e la premessa a dieci anni di pace in Europa.
Ma Hitler non mollava di fronte alla prospettiva dell’Anschluss. Il 25 luglio 1934 i nazisti austriaci tentarono di rovesciare il governo Dollfuss e penetrarono nella Cancelleria uccidendo il capo del governo. Mussolini ordinò di far schierare alla frontiera alcuni reparti di quattro divisioni già di stanza tra il Brennero e Tarvisio.
Nel discorso di Bari del 6 settembre 1934 il Duce si scaglia contro il popolo tedesco: “Noi possiamo guardare con un sovrano disprezzo talune dottrine d’oltralpe, di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto.” Fallita la politica dell’equidistanza non rimaneva che avvicinarsi sempre più alla Francia.
Il 4 gennaio 1935 giunse a Roma il ministro degli Esteri francese Laval, col quale Mussolini raggiunse una serie di accordi, tra i quali anche il tacito “via libera” francese all’impresa etiopica. Ma Londra non gradiva un ingresso in grande stile dell’Italia in una regione strategica quale l’Africa Orientale.
Mussolini organizzò così dall’11 al 14 aprile il “Convegno di Stresa”, un vertice tripartito tra Italia, Francia e Inghilterra. Benchè all’ordine del giorno ci fosse solo la questione europea alla luce dell’aggressività nazista, in realtà si sarebbe dovuto parlare anche di Etiopia. Ma quando il Duce provò a provocare una presa di posizione degli inglesi, questi non raccolsero l’invito.
Più la crisi in Africa si incancreniva più la posizione di Roma di fronte a Francia e Gran Bretagna si indeboliva. E più si indeboliva più l’Italia, per non rimanere isolata, sarebbe stata costretta a volgersi verso Berlino. Ecco perché i tedeschi aiutarono l’Etiopia salvo poi, quando l’Italia si trovò nei guai per l’embargo decretato dalla Società delle Nazioni, correrle in aiuto. Nel conflitto italo-etiopico Hitler scorgeva una possibilità di mandare all’aria l’ordine europeo.
Vittorioso in Africa, ai ferri corti con gli inglesi, in freddo sostanziale coi tedeschi, Mussolini cercava ancora un accordo coi francesi. Il progetto di portare Parigi a legarsi all’Italia avrebbe potuto avere successo se non fosse intervenuta la vittoria delle sinistre nelle elezioni politiche francesi del 26 aprile 1936.
Il Duce lottò a lungo contro la diffidenza del neo primo ministro francese Blum, per poi dover purtroppo affermare: “La situazione attuale mi obbliga a cercare altrove le sicurezze che ho perduto dal lato della Francia e dal lato dell’Inghilterra, al fine di ristabilire a mio vantaggio l’equilibrio infranto.”
Di lì a poco tedeschi e italiani si trovarono a combattere fianco a fianco in Spagna, il che diede loro modo di trovare un effettivo punto di incontro: quello dell’anticomunismo. Hitler prefigurò un mondo dove a lui sarebbe spettata l’Europa centrale e a Mussolini il Mediterraneo. Il voto della Società delle Nazioni che, in barba alle vittorie italiane sul campo, aveva confermato all’Etiopia il suo seggio nell’assemblea, aveva fatto imbestialire Mussolini che, in un discorso a Milano, fece il primo accenno all’asse Roma-Berlino.
Gli inglesi non sembravano disposti a rinunciare ai propri privilegi e intendevano guadagnare tempo per riarmarsi in vista del confronto con la Germania.
Era arrivato il momento di scegliere da che parte stare: con le democrazie che lo guardavano con sospetto o con un paese che aveva un potenziale bellico superiore a quello sovietico, pari a quello di Gran Bretagna e Francia insieme e che, rispetto all’Italia, era superiore di quasi sei volte.

- LE LEGGI RAZZIALI

L’antisemitismo era sempre stato estraneo al fascismo come alla stessa storia del nostro paese. Anche fra i “sansepolcristi” figurano diversi ebrei, ed era ebreo il milanese Cesare Goldman che offrì a Mussolini la sala di piazza San Sepolcro dove si svolse la storica adunata. Altri ebrei figurano fra i caduti della rivoluzione fascista, mentre era ebreo il prefetto Dante Almansi, che fu vicecapo della polizia sotto il quadrunviro De Bono; ebreo era Aldo Finzi, squadrista e sottosegretario agli Interni nel governo Mussolini, ed ebrea era Margherita Sarfatti, alla quale affidò persino la direzione di “Gerarchia”, la rivista teorica del partito.
Ebrei italiani ricoprivano alti gradi nell’Esercito regio, avevano partecipato con entusiasmo alla guerra d’Abissinia e ora stavano combattendo in Spagna dove uno di loro, il generale Alberto Liuzzi, vi aveva meritato la medaglia d’oro.
Nel 1938 il Fascismo decise la persecuzione razziale. Il Duce si convinse che la Germania era ormai una potenza imbattibile e che l’alleanza con Hitler sarebbe risultata vincente. Considerò la legislazione razziale una sorta di “pegno” da offrire all’alleato-rivale. Con i “Provvedimenti per la difesa della razza” del 6 ottobre, si prevedeva l’esclusione degli ebrei da cariche politiche, amministrative e civili, da ogni livello di insegnamento e l’iscrizione esclusiva degli studenti ebraici a scuole ebraiche, la proibizione ad avere aziende con oltre cento dipendenti, terreni e fabbricati superiori a certe dimensioni. Proibiti anche i matrimoni misti e l’esercizio della professione di notaio. Limitazioni varie erano poi previste per altre professioni, dal giornalista al medico, dal farmacista all’avvocato, dal geometra al chimico.
Tuttavia le nuove leggi non venivano applicate ai familiari dei caduti nelle varie guerre e dei “caduti per la causa fascista”, ma anche ai feriti, mutilati, invalidi e decorati, a chi potesse vantare una tessera del PNF dal 1919 al 1924 e a “coloro che avessero acquisito eccezionali benemerenze”.
A chi era stato espulso dalla pubblica amministrazione e non aveva raggiunto i livelli minimi per avere la pensione, venne assicurato il versamento dei contributi figurativi necessari per raggiungere il minimo pensionistico. Il Regime continuò a versare lo stipendio agli insegnanti ebrei mascherandosi dietro la formula “fino a nuove disposizioni”.
Creò inoltre sezioni particolari e a volte anche intere scuole per l’istruzione degli ebrei e consentì agli universitari e agli studenti di conservatori e accademie di terminare gli studi. Proibì infine l’espulsione degli ebrei dal Partito.
In Italia i provvedimenti antisemiti non impressionarono più di tanto l’opinione pubblica, mentre a Berlino le misure prese in tema razziale vennero giudicate insufficienti e contraddittorie.
Con le leggi razziali il Duce stesso trovò una scappatoia per molte famiglie di ebrei. Le famiglie di razza ebraica discriminate erano 3522 su 15000 (5/11/1938) a un solo mese dall’emanazione delle leggi. A questa ultima data vanno aggiunte le migliaia di famiglie, quasi tutte accettate, che fecero ricorso. Dalla legge del 13/07/1939 in base alla quale era possibile dichiarare la cosiddetta ”arianizzazione” si salvarono quasi in toto tutti gli ebrei italiani, a quell’epoca 39000 circa.
Come osservò Mussolini “la nostra legislazione speciale, determinata da stati d’animo e fatti d’ordine politico, non si appesantì fisicamente sulla minoranza israelita”.
I tedeschi furono prodighi di rimproveri e pressioni su Roma perché la smettesse di ostacolare i loro progetti di “soluzione finale”. Nell’incontro del Brennero del marzo 1940, Hitler chiese la rimozione dal consolato di Varsavia del diplomatico italiano Di Stefano che con una serie di stratagemmi aveva salvato numerosi ebrei col pieno avallo di Roma. Durante la guerra, fino al 25 luglio 1943, le forze armate e le rappresentanze diplomatiche italiane in Francia, Balcani e Grecia operarono in aperto contrasto con i tedeschi, salvando decine di migliaia di ebrei dalla deportazione nei lager.
In varie occasioni Mussolini disse una cosa ai tedeschi e poi ne fece un’altra o avallò espressamente quanto fatto dai suoi uomini. Accadde così per i 5000 ebrei del Montenegro che il generale Pirzio-Biroli strappò ai tedeschi, sicuro di interpretare il pensiero di Mussolini. Anche in Croazia si attendeva la consegna degli ebrei autorizzata da Mussolini nell’agosto 1942 e non ancora avvenuta nel febbraio 1943.
Dopo la visita a Roma del ministro Ribbentrop e le sue esplicite pressioni in tal senso, Mussolini comunicò al generale Robotti, comandante delle truppe italiane in Croazia: “Sono stato costretto a dare il mio consenso alla espulsione, ma voi escogitate le scuse che volete, in modo da non consegnare neppure un ebreo. Dite che non avete i mezzi per trasportarli a Trieste e che il trasporto via terra è impossibile”.
I tedeschi dovettero attendere la caduta del fascismo per avere completamente mano libera: il primo dei 43 treni che trasportarono ebrei dall’Italia verso i lager nazisti partì solo il 16 settembre 1943.

- LA CONFERENZA DI MONACO

La mattina di sabato 12 marzo 1938 i reparti dell’esercito tedesco varcarono la frontiera austriaca con obbiettivo Vienna, il Brennero, la frontiera con la Cecoslovacchia; senza avvisare in alcun modo l’Italia.
Fu una passeggiata, e una passeggiata trionfale.
Mussolini era rimasto solo a difesa dell’Austria, ma la Germania aveva un credito da vantare con l’Italia: l’atteggiamento tenuto durante la guerra d’Etiopia e il pronto riconoscimento dell’Impero. La debolezza militare dell’Italia di fronte alla Germania consigliò atteggiamenti ufficiali decisamente più concilianti di quelli dell’estate 1934. Dal diario di Ciano però si intuiscono i veri sentimenti di Mussolini: “Il Duce mi ha telefonato – Se i tedeschi pensano di spostare di un solo metro il palo di frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la più dura guerra, nella quale coalizzerò contro il germanesimo tutto il mondo. E metteremo a terra la Germania per almeno due secoli”.
Ai primi di settembre la situazione precipita: Hitler rivendica la zona dei Sudeti e dichiara che se non si arriverà ad una soluzione, invaderà la Cecoslovacchia. Il primo ministro britannico Chamberlain chiede la mediazione di Mussolini.
Viene convocata per il 29 settembre la “Conferenza di Monaco” tra Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna, dove il Duce assunse un comportamento da grande statista. Il treno che riportò Mussolini in Italia venne accolto con grandi manifestazioni spontanee di entusiasmo, che celebravano il Duce come difensore della pace.
A metà marzo 1939 la grande impresa di Monaco crollò d’un colpo: la Wehrmacht invase la Cecoslovacchia. Mussolini decise per l’invasione italiana dell’Albania: era una prova di forza, diretta sia a Berlino che a Londra e Parigi. Per i tedeschi equivaleva a un “altolà” nei Balcani, un ribadire che il Mediterraneo era un mare italiano, per francesi ed inglesi a un brutale invito a venire a patti.

- LA STIPULA DEL PATTO D ‘ ACCIAIO

Il 15 marzo Goering giunse a Roma e presentò subito a Mussolini l’interrogativo di quando sarebbe dovuta iniziare la guerra. Mussolini rispose che l’Italia non poteva essere pronta prima del 1942-43 e Goering assicurò che prima di quella data neanche la Germania sarebbe stata in grado di attaccare.
Dopo questa serie di assicurazioni Mussolini confidò su alcuni anni di pace.
I due Ministri degli Esteri si incontrarono a Milano il 6 maggio. Con sorpresa di Ciano, il Ministro tedesco dichiarò che anche la Germania desiderava mantenere la pace per un uguale periodo di tempo. Facendo leva su queste garanzie offerte al suo collega, Ribbentrop ripresentò la necessità di un Patto Militare.
Ciano telefonò a Mussolini l’esito dell’incontro e lo informò delle garanzie avute da Ribbentrop.
Dal Diario di Ciano risulta evidente che preoccupazione degli italiani era di non essere più colti di sorpresa di fronte al fatto compiuto, come invece era accaduto in precedenza. E questa certezza, si riteneva, di poterla raggiungere solo stipulando con la Germania un patto formale.
A questo punto, confidando su quelle assicurazioni e considerando che, a seguito dell’alleanza e protezione offerta alla Polonia da Francia e Inghilterra, l’Italia non poteva rimanere isolata nel contesto europeo, Mussolini autorizzò il genero ad accettare la proposta tedesca di un’alleanza militare tante volte ventilata e mai concretizzata.
Il Patto d’Acciaio venne firmato a Berlino il 22 maggio 1939. Vittorio Emanuele III così si espresse:
“Adolfo Hitler, Führer e Cancelliere del Reich – Berlino. In occasione della firma del Patto che viene oggi concluso dai nostri due Governi, mi è grato inviarVi le espressioni dei miei cordiali sentimenti di alleato e di amico, insieme ai voti più sinceri per la Vostra persona e per la prosperità e grandezza del Vostro Paese legato all’Italia dal saldo vincolo, da una profonda comunanza di interessi e di propositi. Vittorio Emanuele”.
Per meglio comprendere quanto sosteniamo, riportiamo i primi tre articoli del Patto:
“Sua Maestà il Re d’Italia, Imperatore d’Etiopia: il Ministro degli Affari Esteri Conte Galeazzo Ciano di Cortellazzo; il Cancelliere del Reich tedesco; Joachin von Ribbentrop; i quali, dopo essersi scambiati i Pieni Poteri, trovati in buona e debita forma hanno convenuto i seguenti articoli:
1) Le Parti Contraenti si manterranno permanentemente in contatto allo scopo di intendersi su tutte le questioni relative ai loro interessi comuni e alla situazione generale europea;
2) Qualora gli interessi comuni delle Parti Contraenti dovessero essere messi in pericolo da avvenimenti internazionali di qualsiasi natura, esse entreranno senza indugio in consultazioni sulle misure da adottare per la tutela di questi loro interessi vitali. Qualora la sicurezza o altri interessi vitali di una delle Parti Contraenti dovessero essere minacciati dall’esterno, l’altra Parte Contraente darà alla Parte minacciata il suo pieno appoggio politico e diplomatico allo scopo di eliminare questa minaccia.
3) Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti Contraenti dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un’altra o con altre Potenze, l’altra Parte Contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell’aria.
Berlino, 22 Maggio 1939 – anno XVII dell’Era Fascista”.

- LA DOPPIEZZA TEDESCA

Prime considerazioni:
a) Mussolini autorizzò Ciano a sottoscrivere il Patto militare solo dopo aver avuto l’assicurazione che anche l’Altra Parte ” desiderava mantenere la pace per un uguale periodo di tempo (almeno tre anni)”;
b) a meno di 24 ore dalla firma del Patto, Hitler convocò nella Cancelleria i maggiori esponenti militari impegnandoli a studiare un piano d’attacco contro la Polonia, contravvenendo nello spirito l’articolo 2 del Patto;
c) il Governo italiano non fu assolutamente informato né degli studi d’attacco né, addirittura, dell’inizio delle operazioni belliche. Veniva così violato in pieno, nella sostanza, quanto nel Patto previsto.
Ripetiamo che Ciano avrebbe certamente potuto e dovuto migliorare il senso e i vincoli del Patto, calcando con maggior chiarezza alcuni distinguo: come si doveva giungere all’intervento, vale a dire da aggressori o da aggrediti. Di contro, però, c’è da considerare: a) la garanzia ottenuta di almeno tre anni di pace e, soprattutto b) le garanzie previste nell’art. 2 del Patto in questione (consultazioni) che, invece, furono completamente disattese da parte tedesca.
C’è da aggiungere però che nel testo siglato a Milano (incontro Ciano-Ribbentrop del 6 maggio precedente) questi punti (aggressori o aggrediti) erano chiaramente specificati: l’intervento armato del partner era previsto unicamente nel caso che l’Italia o la Germania fossero state aggredite.
Pochi giorni dopo, Mussolini, preoccupato delle notizie che giungevano dall’ambasciata di Berlino, si fece promotore di una nuova proposta di conferenza a quattro per un ampio esame sul problema di Danzica.
Berlino respinse la proposta.
Per volontà di Mussolini, il 10 agosto Ciano partì per Salisburgo per incontrarsi con Ribbentrop. Mussolini gli raccomandò ancora di far presente ai tedeschi che l’Italia era nell’impossibilità materiale di intraprendere un conflitto; che un attacco alla Polonia non sarebbe potuto essere localizzato e che una guerra generale sarebbe disastrosa per tutti. Ciano lo guardò con commozione: mai come quel giorno il Duce aveva parlato con tanto calore e senza riserve della necessità della pace. Il genero è del tutto d’accordo: si batterà con coraggio, ma dubita dei risultati.
Il 13 agosto Ciano annotò nel suo Diario: “Torno a Roma disgustato della Germania, dei suoi capi, del loro modo d’agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un’avventura che non abbiamo voluto e che può compromettere il Regime e il Paese”.
Ciano sfogò col suocero la rabbia impotente contro i tedeschi sostenendo l’inganno da loro congegnato a nostro danno. Mussolini condivise lo sdegno del genero. In merito esiste la documentazione di una concitata e significativa intercettazione telefonica, registrata dai servizi segreti del regime che non risparmiavano nemmeno le più alte sfere. Questa dimostra quale fosse lo stato d’animo del Duce, in quel momento, verso il Führer e i suoi collaboratori:
Mussolini: “Ma qui c’è un comunicato ufficiale del Nachrichten Buro, che parla di concordanza al 100% di tutti i problemi. Come si spiega?”
Ciano: “È falso!”.
Mussolini: “Allora come si spiega?”.
Ciano: “Ho parlato con il mio collega (Ribbentrop); egli non è soltanto un idiota, ma anche un grande ostinato ignorante…”.
Mussolini: “E quel pazzo? (Hitler)”.
Ciano: “In linea di massima ha riconosciuto le nostre buone ragioni… Da quanto ho potuto capire, quell’energumeno cerca la scusa del corridoio (polacco)…, ma ha l’intenzione di prendersi tutto l’appartamento; in ciò forse, d’accordo con l’orso (la Russia)”.
Mussolini: “Criminale!”.
Ciano: “Non sarebbe nemmeno azzardato pensare che, siccome l’appetito viene mangiando, abbia anche voglia di una villeggiatura al mare, dalla parte dell’Adriatico… San Giusto!”.
Mussolini: “Ciò potrebbe procurargli un’indigestione: bisognerebbe mandarlo in un campo di concentramento!”.
Il Duce, confidandosi con Ciano, estrinsecò la sua maggiore preoccupazione e cioè che “se l’Italia dovesse denunciare il Patto, quali assicurazioni avremmo che Hitler non accantonerebbe la questione polacca per saldare il conto con l’Italia”. (Il Diario di Ciano – 18 agosto 1939).
Il Reich, dopo l’Anschluss, osteggiato e poi accettato rassegnatamente da Mussolini, ha portato i suoi confini al Brennero. Il Capo del Governo italiano si trovava in una situazione di impossibilità, da una parte di piantare i tedeschi (questi avevano un vecchio conto da regolare con noi, la sconfitta nella Grande Guerra); dall’altra la sensazione che con l’inganno saremmo stati trascinati verso la nostra rovina. In quest’ottica, riteniamo, debba essere letta la storia dei giorni che seguirono.
Mussolini è molto scosso. Telefonano a Ribbentrop e Ciano gli chiede un incontro al Brennero. Clamoroso colpo di scena: alle 10,30 di sera del 21 agosto Ribbentrop telefona che è disposto a vedere Ciano, ma non alla frontiera bensì a Innsbruck, perché è in partenza per Mosca dove firmerà il patto di non aggressione con i sovietici. Per Mussolini è una folgore. I tedeschi hanno fatto un colpo da maestri e ribaltano la situazione europea. Francia e Inghilterra fanno sapere che interverranno in un conflitto”.
La sera stessa Hitler rispose a Mussolini chiedendo l’elenco del fabbisogno italiano.
Il 26 la lista è pronta. È un elenco di richieste per 170 milioni di tonnellate di materiale e che richiederebbe 17 mila treni e… consegna immediata!
Ovviamente fu una lista volutamente gonfiata e sostenuta anche dall’ambasciatore tedesco a Roma, von Mackensen, contrario alla guerra e che sperava con questo espediente di fermare il suo Governo.
Quella lista fece dire a Ciano la famosa frase: “È tale da uccidere un toro se sapesse leggere”.
La richiesta era accompagnata da una lettera personale del Duce: ” È mio dovere informarVi che senza la certezza di ricevere questi rifornimenti, i sacrifici che imporrei al popolo italiano sarebbero probabilmente inutili e potrebbero compromettere, insieme alla Vostra causa, anche la mia”.
I tentativi di Mussolini per evitare all’Europa la guerra si fecero, in quelle ore, ancora più febbrili.
Alle 18,42, sempre di quel 26 agosto, Mussolini compì un ulteriore tentativo per dissuadere Hitler dall’iniziare la guerra. Spedì un nuovo messaggio nel quale fra l’altro attestava: “Oso insistere nuovamente nell’interesse dei nostri due popoli e dei nostri due regimi, sull’opportunità di venire a una soluzione di carattere politico che io ritengo ancora possibile: soluzione, naturalmente tale da dare alla Germania piena soddisfazione, morale e materiale”.
Si stava confermando quanto Mussolini sosteneva e cioè che con l’attacco alla Polonia la guerra non sarebbe stata localizzata ma si sarebbe estesa al resto del continente.
Quelle poche ore che mancavano all’inizio del conflitto, furono riempite da una caotica attività diplomatica tra Londra, Parigi, Roma e Berlino.
Mussolini seguita a coltivare la sua idea di una conferenza di pace. Certo, niente di quello che Mussolini potrebbe intraprendere a questo punto – compresa la dichiarazione che, se costretto a entrare in guerra, si schiererebbe dalla parte degli Occidentali – avrebbe il potere di trattenere Hitler.
Il 30 agosto alle 17 Attolico comunicò a Ribbentrop che era “vivo desiderio del Duce” che il Führer ricevesse l’ambasciatore polacco Lipski “così da stabilire almeno i minimi contatti necessari per evitare una rottura definitiva”. Ma la pazzia e l’incoscienza avevano contagiato tutti: anche i polacchi, sentendosi garantiti dalle promesse d’intervento anglo-francese, rinvigorirono la propria intransiggenza. Anche da oltreoceano, dal Presidente americano giungevano al Governo polacco l’incitamento a non cedere.
Alle 9 del mattino del 31, Attolico comunicò che “la situazione era disperata e che se non si verificherà un fatto nuovo, di lì a poche ore, ci sarà la guerra”.

- LA NON BELLIGERANZA

E’ il 3 settembre 1939, ha inizio la Seconda Guerra Mondiale: a seguito dell’invasione polacca di due giorni prima, Francia e Inghilterra per i patti stipulati in precedenza con la Polonia, dichiarano guerra alla Germania. Mussolini pur esistendo il “patto d’acciaio”, si era dichiarato subito di voler “rimanere estraneo al conflitto”, “non belligerante”, perché sa di essere impreparato per stare a fianco del Fuhrer anche se ne soffre per il disprezzo che nutre per la Francia e l’Inghilterra ancora dalla Grande Guerra (Versailles!). Per giorni e settimane evitò le manifestazioni pubbliche. In una occasione si affacciò al “suo balcone”; lo applaudirono come uomo della pace.
Arriviamo al 21 ottobre del ’39. La guerra in Polonia si è conclusa in modo fulmineo. Tutti si chiedono ora cosa farà Hitler? Ha tutte le divisioni disimpegnate. Dove le dirigerà e quando?
E’ il momento più terribile per Mussolini. Non sa da che parte andare. Con chi allearsi. Del resto mettersi contro Hitler voleva dire provocarlo e magari farlo scendere dal Brennero. Non era un mistero questa mossa. Due alti funzionari, a Praga e a Dresda, avevano riferito in un banchetto, non proprio sobri, che “nello spazio vitale della Germania figurava l’Alto Adige, Trieste, l’intera pianura padana, con lo sbocco sul mare Adriatico”. Era presente un console italiano, e uno dei due che aveva fatto l’inquietante dichiarazione, era il nuovo sindaco di Praga.
E anche mettersi con Francia e Inghilterra, dopo aver visto il blando e fittizio “appoggio” dato alla Polonia, non è che Mussolini avesse molte scelte. E per come andarono poi le cose al di là del Reno, e a Dunkerque, dopo il 10 maggio del 1940, non è che Mussolini sbagliò valutazione. Se la Francia capitolò in un mese, e l’appoggio dell’Inghilterra durò solo 5 giorni (Il Corriere della Sera del 24 giugno parlerà di “vera e propria diserzione degli inglesi dai campi di battaglia sul suolo francese”) per l’Italia bastavano poche ore. In Alto Adige, i Sudtirolesi, già si stavano organizzando per dare il benvenuto ai tedeschi.
Fra le varie testimonianze c’è quella di Grandi: “Che Mussolini non concepisse l’alleanza Italo-Tedesca come uno strumento di guerra lo dimostra il fatto che egli non entrò in guerra il 31 agosto 1939. Nonostante la sua letteratura, l’ideologia fascista-nazista, il programma politico dell’Europa, Mussolini non volle entrare in guerra il 31 agosto e vi entrò solo in giugno 1940 non spinto dal dovere di solidarietà colla Germania ma bensì da un calcolo, che doveva però in seguito mostrarsi errato. Senza la sconfitta britannica Mussolini non sarebbe entrato in guerra, malgrado l’alleanza con la Germania. Egli entrò in guerra spinto dalla paura della Germania”.
Mussolini rimase in attesa che Francia-Inghilterra e Germania si logorassero tra di loro per un certo periodo. Poi sarebbe intervenuto lui come paciere, come a Monaco. Purtroppo non andò così; del resto non solo Mussolini, ma nessun generale al mondo avrebbe immaginato che la potente Francia sarebbe crollata in poche settimane e che l’Inghilterra si sarebbe ritirata a Dunquerque per ritornarsene sull’isola, abbandonando armi e bagagli sul continente.
Grandi, dal suo Diario, ci offre un’altra preziosa testimonianza. “Perchè i Tedeschi ci hanno tradito, facendoci trovare di fronte al fatto compiuto della guerra e dell’intesa colla Russia. Tu volevi la denunzia formale dell’alleanza il 1° settembre. Ma sarebbe stato un errore. Non bisogna dimenticare altresì il fatto che vi è una corrente in Germania la quale constatando l’impossibilità di sfondare la linea Maginot e del Reno, pensa alla Valle Padana come teatro classico di una guerra tra Germania e Francia. Una nuova battaglia di Pavia. E a ciò cui penso sempre. Bisogna impedire che sia i francesi sia i tedeschi si orientino verso questa idea. La denuncia formale della alleanza italo-tedesca ci avrebbe indebolito troppo a Parigi e dato delle idee “pericolose” a Berlino, dove noi siamo disprezzati da troppa gente come i traditori del 1915 e ora del 1939″.
Mussolini cercava di capire dov’era il male minore. Tentenna tra i due mali: quello immediato (la temuta colonizzazione tedesca) e quello futuro (se Hitler perde la guerra). Mussolini era indignato “Questi tedeschi mi costringeranno ad ingoiare il limone più aspro della mia vita. Parlo del limone francese”. Sta dunque pensando di allearsi con la Francia? (Per la fine che poi fece la Francia il 10 Maggio, sarebbe stato un vero disastro per l’Italia). Per vendetta (e per il tradimento del Patto) Hitler avrebbe sull’Italia infierito oltre misura, e senza tanta strategia, perchè ora sapeva che l’Italia non aveva nulla.
Mentre lui aveva tutte le armate ai valichi est, nord, e ovest. Gli bastavano due, al massimo tre ore per scendere su Udine e su Ivrea, e dal Brennero con gli appoggi degli altoatesini, per scendere su Verona gli bastava una sola ora.

- UN ’ ORA SEGNATA DAL DESTINO

Il 3 gennaio 1940, Mussolini scrisse a Hitler una lettera fitta di considerazioni, di valutazioni e di consigli che non erano privi di ragionevolezza: “Vale la pena – ora che avete realizzato la sicurezza dei vostri confini orientali e creato il grande Reich di novanta milioni di abitanti – di rischiare tutto, compreso il Regime, e di sacrificare il fiore delle generazioni tedesche per anticipare la caduta di un frutto che dovrà fatalmente cadere e dovrà essere raccolto da noi che rappresentiamo le nuove forze d’Europa?” Era il chiaro suggerimento di un negoziato con Francia e Inghilterra.
Il messaggio mussoliniano si proponeva, oltre allo scopo di premere su Hitler perché finisse la guerra che in effetti, a occidente non era ancora cominciata, anche quello di disturbare l’intesa di rapina che Berlino e Mosca avevano raggiunta, e che pareva senza incrinature.
Questo documento fu l’ultimo in cui Mussolini tentò di correggere la rotta militare e politica hitleriana, e fu anche la sua estrema presa di posizione pacifista.
Ma Berlino passò all’azione il 9 aprile contro la Norvegia e la Danimarca (quest’ultima occupata senza colpo ferire) con una preparata serie di aviosbarchi che neutralizzarono il dominio inglese dei mari.
Le Forze Armate tedesche diedero un’altra straordinaria dimostrazione della loro capacità combattiva e organizzativa, i franco-inglesi rivelarono invece sintomi evidenti delle debolezze che sarebbero poi affiorate rovinosamente nello scontro di giganti sul fronte occidentale.
Il 10 maggio 1940 le armate di Hitler invasero l’Olanda e il Belgio e dilagarono in Francia. A Dunkerque furono evacuati 190.000 soldati inglesi e 140.000 francesi. Mussolini non poteva più tirarsi indietro; il 10 giugno scese in armi al fianco dell’alleato tedesco.
Il prologo era finito, il primo atto della tragedia (che non poteva evitare) si stava compiendo. Hitler aveva vinto e suggellò il suo trionfo, il 14 giugno, con la conquista di Parigi.
Perchè si decise? Vi fu spinto da tutta l’opinione pubblica, di ogni ceto. Le enfatiche e pompose pagine di “tutti” i giornali, le battute della gente comune in Italia non mancavano: “per fortuna che l’Italia è alleata della Germania, altrimenti li avremmo in due giorni addosso”; tutti hanno paura di non poter saltare sul “treno Hitler” che va di corsa verso Parigi. “Perchè mai ci siamo alleati allora con Hitler, per stare a guardare?’”. E se Prezzolini spingeva all’azione gli italiani, Berto li offendeva pure: “starsene inerti a guardare gli avvenimenti è la cosa piu’ vile che si possa fare”. E così molti altri, fior di intellettuali, a dire le stesse cose sui giornali.
Tutti gli italiani erano convinti che bisognava salire sul carro del vincitore. Hitler si era permesso di ricacciare gli inglesi sull’isola e ora stava occupando l’intera Francia. Ed entrambe erano due potenze mondiali travolte in una decina di giorni; (l’Inghilterra in cinque giorni!) perfino umiliate e dileggiate sulla stampa nazionale.
” GUAI AI NON PROTAGONISTI – Oggi non è più tempo di piangere sulle tombe dei nostri seicentomila caduti nella Grande Guerra…è tempo di realizzare i nostri diritti, realizzarli nella sola maniera nella quale potevamo e dovevamo realizzarli, con la precisa volontà di mantenere alto e puro il prestigio dell’Italia.
E GUAI AI VINTI ED AI NON PROTAGONISTI”
Il Re smise all’improvviso di essere un insofferente antitedesco; la sua frase che girava negli alti comandi militari era “gli assenti hanno sempre torto”.
Quando poi la sofferta “avventura” iniziò tutti plaudirono.
Discorso del 10 giugno 1940 : Dichiarazione di Guerra
“ Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
(Acclamazioni vivissime).
L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata
(acclamazioni, grida altissime di “Guerra! Guerra! “)
agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati.
La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.
(Applausi).
Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Fuhrer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.
Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, già è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferramente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee.
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo.
(” Duce! Duce! Duce!”).
Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate.
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore
(la moltitudine prorompe in grandi acclamazioni all’indirizzo di Casa Savoia),
che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Fuhrer, il capo della grande Germania alleata.
(Il popolo acclama lungamente all’indirizzo di Hitler).
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.
(La moltitudine grida con una sola voce: “Sì! “).
La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!
(Il popolo prorompe in altissime acclamazioni).
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano!
Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore! ”
Il Corriere della Sera, il 24 giugno “L’Italia contribuisce in modo positivo a modificare profondamente la situazione strategica (all’uscita del giornale la Francia capitolava) e il rapporto delle forze in questo teatro della guerra….E troveranno il loro giusto compenso, come hanno già trovato il leale riconoscimento del nostro alleato”.
I compensi furono poi irrisori. Mussolini aveva chiesto la Corsica, la Tunisia, Avignone, Valenza, Lione, Casablanca, Beirut; l’ occupazione fino al Rodano e testa di ponte a Lione più la consegna della flotta francese dentro il Mediterraneo. Quanto a lealtà, Hitler non lo invitò nemmeno in Francia; lui farà il “suo” armistizio e detterà le “sue” condizioni a Parigi.
Alla fine Mussolini otterrà, solo l’uso del porto di Gibuti, in Africa.
Era entrato nell’avventura per riscattare la “vittoria mutilata” della Grande Guerra e ora il grande spettro di Versailles era ancora nell’aria, a Compiegne, ancora una volta l’Italia non era stata invitata.
Rientrato in Italia, Mussolini è furibondo; ha deciso di fare da solo. Iniziare una “Guerra Parallela”. Non porta a conoscenza del Fuhrer la sua intenzione di invadere la Grecia. Vuol fare come lui, stupirlo a cose fatte. Lo informa nell’incontro successivo. Hitler è furibondo. E non sa ancora che la guerra in Grecia è la manciata di sabbia dentro il suo perfetto ingranaggio strategico, logistico e militare, preparato per invadere la Russia; un piano che Mussolini ignorava e che Hitler gli tenne nascosto.
Perderà tempo, partirà in ritardo per la Russia e, come Napoleone, quasi nello stesso luogo (Borodino) andrà incontro alla disfatta. A causa dei Balcani, Hitler ritardò di 6 settimane, non aveva tutte le divisioni, e in più l’inverno in Russia arrivò in anticipo di 6 settimane. Le 12 settimane provocarono il disastro, si fermarono alle porte di Mosca, poi la disfatta; infine la trappola di Stalingrado.
Andò quasi meglio a Napoleone, perchè Hitler non arrivò mai a Mosca, comunque giunsero entrambi alle porte di una città vuota, data alle fiamme dagli stessi russi, con temperature a 40-52 gradi sottozero con tutti i rifornimenti bloccati dalla neve.
Comandante in capo nel 1812 era il generale Kutuzov, mentre l’uomo che stava attendendo Hitler si chiamava generale Zukov . Entrambi con lo stesso alleato : il generale “Gelo”.
Fatto singolare, e non certo di buon auspicio, Hitler per invadere la Russia, scelse la data del 22-23 giugno, lo stesso giorno quando Napoleone decise di invadere la Russia.
Hitler voleva sfidare il destino? Vinse il destino!
Il 19 luglio 1943 all’aeroporto di Treviso, Mussolini e Hitler si incontrarono in un’atmosfera cupa e di reciproca diffidenza. Tornato a Roma, il Duce assicurò il Re che, in ogni caso, si sarebbe sganciato dalla Germania entro il 15 settembre.
Quindi, dopo il 25 luglio Mussolini contava di avere almeno un paio di mesi per portare a modo suo l’Italia fuori dalla guerra. Invece il colpo di stato del 25 luglio cambiò tutto, visto che togliendo di mezzo l’unico uomo che poteva levare l’Italia dalle grinfie di Hitler, mandarono a monte ogni cosa facendo un gran favore agli anglo-americani ma un pessimo servizio all’Italia per la quale si apriva la strada all’8 settembre, all’invasione tedesca e alla guerra civile.

Inserisci un commento

Scroll To Top