ULTIMI AGGIORNAMENTI:

Nascita e avvento al potere

- L’ITALIA DEL PRIMO DOPOGUERRA

Gli effetti della Grande Guerra sull‘economia e sulla società italiana furono drammatici. Le cifre della bilancia commerciale per il 1919 rivelarono che le esportazioni coprivano solo il 36% delle importazioni. Il costo della vita era 4 volte superiore a quello del 1913, mentre il deficit di bilancio aveva raggiunto livelli senza precedenti. Incombevano l’enorme aumento del debito pubblico; la necessità di riconvertire a non facili e immediati processi produttivi normali del tempo di pace quei settori industriali che proprio durante la guerra avevano raggiunto eccezionali livelli di profitto e di concentrazione; le difficoltà di fronteggiare l’aumento dei prezzi mentre i salari diminuivano e gli stipendi dei dipendenti pubblici erano bloccati dallo Stato; la contraddizione di dover accelerare la smobilitazione dell’esercito per alleggerire le finanze pubbliche, ma senza poter prevenire l’automatico surplus di disoccupati che, lasciata l’uniforme, non trovavano lavoro nella vita civile. Al momento dell‘armistizio c‘erano oltre 3.000.000 di uomini sotto le armi e 500.000 prigionieri in mano agli austriaci. La rapida smobilitazione produsse 2.000.000 di disoccupati già alla fine del 1919.
I lavoratori organizzati erano decisi a proteggere il posto di lavoro e il loro tenore di vita contro le devastazioni della disoccupazione e dell‘inflazione.

- IL BIENNIO ROSSO

Mai come allora apparve più concreta in Italia la possibilità della rivoluzione. Nel 1919 si registrarono 1663 scioperi industriali e 208 scioperi agricoli. L’impennata dei prezzi, causata dalla congiuntura internazionale e dai debiti dell’Italia, fece scoccare la scintilla a La Spezia l’11 giugno 1919, in seguito alla serrata dei commercianti per protestare contro l’aumento dell’imposta sui consumi. Fra giugno e luglio il moto si estese rapidamente dal nord al centro-sud; dove la forza pubblica aprì il fuoco, lo scontro si radicalizzò.
Fra il settembre e il novembre del 1919, i contadini dell‘Italia centrale e meridionale iniziarono spontaneamente l‘occupazione delle terre povere o non coltivate. Lungo l‘intera penisola, una violenta lotta di classe divampò in forme che assunsero l‘aspetto di una vera e propria guerra civile.
Nell’interno del Partito Socialista si rafforzava l’ala massimalista, cioè quella corrente che propugnava il programma massimo per rovesciare il sistema capitalistico. Avvalendosi delle tensioni sociali, provocherà l’incremento della violenza e l’occupazione delle fabbriche. L’esito di questa prova di forza portò certamente alcuni vantaggi economici agli operai, ma i sindacati di sinistra più di tanto non furono in grado di ottenere.
Gli scioperi del 1919 e del 1920, guidati dai socialisti, crearono ondate di risentimento fra il ceto medio, che vedeva nelle agitazioni un disturbo e una minaccia al proprio stato. Il sistema dell‘istruzione pubblica, inoltre, continuava a sfornare diplomati e laureati senza che si provvedesse in pari tempo a uno sbocco adeguato nel campo professionale. La disoccupazione, l‘inflazione e le diffuse attese che la guerra aveva generato tra tutte le classi sociali avevano creato una situazione esplosiva.
Il 29 luglio 1920 l’anarchico Bruno Filippi, che sognava “la rivoluzione sovietica”, fece esplodere alcune bombe a Piazza Fontana, a Milano, a Via Paleocapa, poi al Palazzo di Giustizia, sempre a Milano. E ancora nel capoluogo lombardo, sempre ad opera dell’attivissimo anarchico, una nuova bomba il 31 agosto. Infine, lo stesso attentatore, nel porre un nuovo ordigno, il 7 settembre a Palazzo Marino, gli esplose in mano dilaniandolo. Né gli attentati cessarono con la morte del Filippi; infatti altri gravi episodi di terrorismo funestarono la vita italiana. Il più grave ebbe luogo la sera del 23 marzo 1921, quando una bomba esplose nel teatro Diana a Milano, causando la morte di 21 spettatori e il ferimento di un altro centinaio.
La Nazione di Firenze il 2 marzo 1921 titolava: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerra civile”. Il giornale riportava che verso la fine di febbraio e i primi di marzo del 1921 “giorni di rivolte armate e di conflitti tragici si conclusero con un bilancio di diciotto morti e oltre cinquecento feriti”.
Il giorno dopo, altri quindici morti e cento feriti.
Da Lenin partivano messaggi incitanti al terrorismo. L’ordine era di essere “implacabili in modo esemplare. Bisogna incoraggiare il terrore di massa. Fucilate senza domandare niente a nessuno e senza stupide lentezze”. Sono solo alcuni estratti del Komsomolskaja Pravda, riportati da Andrea Bonanni, corrispondente a Mosca del Corriere della Sera. A queste direttive, l’Italia trovò masse diseredate che, aspirando ad una più equa giustizia sociale, fecero proprie le indicazioni che provenivano da Est.
Il Governo non era in grado di intervenire efficacemente per annientare la violenza e riportare l’ordine.
In tre anni si cambiarono sette governi e cioè: dal governo Orlando si passò a quello di Nitti (23/6/1919); di nuovo Nitti (21/5/1920); Giolitti (15/6/1920); Bonomi (4/7/1921); Facta (26/2/1922); di nuovo Facta (1/8/1922).
Tutto ciò denota la grave crisi che attanagliava lo “Stato liberale” e la sua capacità a controllare una situazione di guerra civile che andava di giorno in giorno sviluppandosi sempre più sanguinosamente.

- I FASCI DI COMBATTIMENTO

L’essersi posti contro i combattenti fu il grave errore dei socialisti prima e dei socialcomunisti poi. Da questi reduci, spontaneamente, nacquero le prime squadre combattentistiche per opporsi alle azioni di quelle “rosse”. Quindi i primi scontri non avvennero fra “fascisti” e “rossi”, in quanto il fascismo non era ancora nato, o era in stato embrionale.
Infatti i “Fasci di Combattimento” videro la luce il 23 marzo 1919. In quella sede, si danno convegno i fascisti della prima ora, un centinaio di “fedelissimi” tra cui Balbo, De Bono, Bianchi e De Vecchi, i futuri Quadrumviri della Marcia su Roma, e circa duecento aderenti che osservano e ascoltano. Così i grandi quotidiani la salutarono: Albertini direttore del Corriere della Sera “Il fascismo ora interpretato é l’aspirazione più intensa di tutti i veri italiani”. Gli fece eco La Stampa di Torino “Il governo Mussolini é l’unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell’ordine che tutti ormai reclamano intensamente”.
Le prime azioni di “chiara marca fascista” avvennero dopo il 17 novembre di quell’anno, data della pesante sconfitta elettorale subita dal movimento mussoliniano.
Nei primi scontri i fascisti furono sommersi dal gran numero degli avversari e molti comizi di Mussolini e dei suoi furono sciolti per i gravi incidenti provocati dai “rossi”.
Gran parte dei fascisti e dei loro alleati nazionalisti provenivano da una lunga, dura disciplina militare: erano quindi avvezzi ad obbedire secondo un ordine gerarchico. Al contrario, dall’altra parte, il disordine regnava assoluto e specialmente fra gli anarchici la disciplina era disprezzata; di conseguenza fu possibile conquistare le piazze e il favore dei contadini, stanchi dei soprusi ai quali erano sottoposti dall’arroganza delle “cooperative rosse”.
Il Paese era stanco di disordini e sangue, anelava a rientrare nella normalità. Questo fenomeno è evidenziato dal consenso che in breve tempo acquisì il movimento mussoliniano: gli 88 “Fasci” diventarono 834 e i 20 mila iscritti oltre 250 mila, divenendo un “movimento di massa” fortemente radicato nel mondo del lavoro, tanto che i sindacati fascisti potevano contare su circa 400 mila contadini iscritti e su 200 mila operai.
Certamente il fascismo fu un movimento che usò la violenza, ma della validità di questa danno attestato alcuni autori che, almeno attualmente, non possono essere accusati di simpatie per il movimento mussoliniano. Scrive Giorgio Bocca che il fascismo fu violento e sopraffattore, ma lo fu perché trovò davanti a sé una sinistra antidemocratica, violenta, autoritaria e sopraffattrice. Anche il giornalista inglese Percival Phillips, corrispondente del Daily Mail, che visse per lungo tempo in Italia, ecco come ricorda quegli avvenimenti: “Essi (i fascisti) combattevano il terrore rosso con le stesse armi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Ma non imitarono i sistemi comunisti, di gettare vivi gli uomini negli altiforni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin”.
Di non dissimile parere era lo stesso De Gasperi; infatti su Il Nuovo Trentino, il 7 aprile 1921, così scrisse: “Il fascismo fu sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista che negava la libertà della Nazione. Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima”.
In fatto di “violenza” non erano da meno i “moderati”. Il cattolico Guido Miglioli, uno dei fondatori del Partito Popolare in Vita Italiana, 15 marzo 1922, così manifestò il suo pensiero: “Faremo fare agli agrari la fine di Giuda: li appenderemo coi piedi in su e la testa in giù agli alberi delle nostre terre: squarceremo il loro putrido ventre da cui usciranno le grasse budella turgide di vino. E nelle contorsioni dell’agonia noi danzeremo intorno non la danza della vendetta, ma la danza della più umana giustizia. E i fascisti, delinquenti, scherani, lanzichenecchi, assoldati all’agrario, seguiranno l’eguale sorte”.
In un suo studio Antonio Falcone osserva: “In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti, che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari. Secondo Roberto Forges-Davanzati, le vittime fasciste, tra morti e feriti, si contano a centinaia, mentre quelle avversarie si contano a decine. Nel 1924, uno degli anni più “caldi”, specialmente nei mesi che precedettero e seguirono le elezioni legislative, caddero una ventina di fascisti e ne furono feriti almeno 140, mentre nella parte avversa si ebbe un solo morto”.
Falcone continua: “La sproporzione si spiega col fatto che, mentre gli squadristi cercavano lo scontro frontale e aperto, i rossi conducevano la loro lotta a forza di imboscate e di attentati. Se poi opponendo violenza a violenza, furono i fascisti ad avere il sopravvento, ciò non fu perché fossero più violenti, o numericamente più forti, ma solo perché erano molto meglio organizzati e quindi più efficienti”.
Per completare il quadro generale degli anni che vanno dal 1919 al 1922, è opportuno riportare la testimonianza del professor Ardito Desio che in una intervista concessa alcuni anni fa, così rispose ad una domanda di un giornalista: “Il fascismo ha avuto molti aderenti, dopo la fine della prima guerra mondiale, fra noi ufficiali perché si viveva in un clima di puro terrore. Si subivano pestaggi, bastonature. Numerosi furono assassinati per il solo fatto di portare le stellette. Il fascismo portava il rispetto civile, l’ordine, il rinnovato senso della Patria ed è per questo che ha avuto un gran seguito”.
Preoccupata dalla minaccia del comunismo bolscevico la reazione borghese riconobbe nello squadrismo fascista l’avanguardia antiproletaria in difesa tanto della nazione quanto della proprietà. Durante il “biennio rosso” il dominio incontrastato delle organizzazioni operaie e contadine, i metodi intolleranti della sinistra nella difesa dei diritti dei lavoratori che spesso si traduceva in forme lampanti di sopruso, avevano finito per drammatizzare la lotta politica, facendo sembrare imminente una rivoluzione bolscevica.
I ceti medi produttivi si sentirono perciò difesi dalla “sana reazione” dello squadrismo. Lo Stato liberale pensò che lo squadrismo fosse il male minore e lasciò che il fascismo si radicasse nel tessuto sociale diventando il garante della pacificazione politica. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi dei franchi tiratori. Il movimento Fascista ebbe la forza di trasformare i suoi caduti in martiri. Tra i grandi Squadristi storici ricordiamo Italo Balbo, Ettore Muti, ma anche intellettuali come Giuseppe Bottai e Alessandro Pavolini, politici del calibro di Dino Grandi e artisti come Filippo Tommaso Marinetti.

- IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA
Nelle elezioni politiche del 15 maggio 1921 i Fasci di Combattimento ottengono oltre 700.000 voti e conquistano 35 seggi in Parlamento. L‘11 novembre 1921 a Roma durante il III congresso dei Fasci di Combattimento viene fondato il Partito Nazionale Fascista (PNF).
Nell’ottobre 1922 il PNF aveva 300.000 iscritti, alla fine del 1923 erano diventati 783.000.
E già nel successivo 1924 alle elezioni politiche il listone fascista fu votato da 4.305.936 italiani.

Programma del PNF
Fondamenti Il Fascismo è costituito in Partito politico per rinsaldare la sua disciplina e per individuare il suo «credo». La Nazione non è la semplice somma degli individui viventi né lo strumento dei partiti pei loro fini, ma un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti; è la sintesi suprema di tutti i valori materiali e immateriali della stirpe.
Lo Stato è l’incarnazione giuridica della Nazione.
Gli Istituti politici sono forme efficaci in quanto i valori nazionali vi trovino espressione e tutela. I valori autonomi dell’individuo e quelli comuni a piú individui, espressi in persone collettive organizzate (famiglie, comuni, corporazioni, ecc.), vanno promossi, sviluppati e difesi, sempre nell’ambito della Nazione a cui sono subordinati. Il Partito Nazionale Fascista afferma che nell’attuale momento storico la forma di organizzazione sociale dominante nel mondo è la Società Nazionale e che legge essenziale della vita nel mondo non è la unificazione delle varie Società in una sola immensa Società: «L’Umanità», come crede la dottrina internazionalistica, ma la feconda e, augurabile, pacifica concorrenza tra le varie Società Nazionali.

Lo Stato
Lo Stato va ridotto alle sue funzioni essenziali di ordine politico e giuridico.
Lo Stato deve investire di capacità e di responsabilità le Associazioni conferendo anche alle corporazioni professionali ed economiche diritto di elettorato al corpo dei Consigli Tecnici Nazionali.
Per conseguenza debbono essere limitati i poteri e le funzioni attualmente attribuiti al Parlamento. Di competenza del Parlamento i problemi che riguardano l’individuo come cittadino dello Stato e lo Stato come organo di realizzazione e di tutela dei supremi interessi nazionali; di competenza dei Consigli Tecnici Nazionali i problemi che si riferiscono alle varie forme di attività degli individui nella loro qualità di produttori. Lo Stato è sovrano: e tale sovranità non può né deve essere intaccata o sminuita dalla Chiesa alla quale si deve garantire la piú ampia libertà nell’esercizio del suo ministerio spirituale.
Il Partito Nazionale Fascista subordina il proprio atteggiamento, di fronte alle forme delle singole Istituzioni politiche, agli interessi morali e materiali della Nazione intesa nella sua realtà e nel suo divenire storico.

Le Corporazioni
Il Fascismo non può contestare il fatto storico dello sviluppo delle corporazioni, ma vuol coordinare tale sviluppo ai fini nazionali.
Le corporazioni vanno promosse secondo due obbiettivi fondamentali e cioè come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo della produzione.
Le corporazioni non debbono tendere ad annegare l’individuo nella collettività livellando arbitrariamente le capacità e le forze dei singoli, ma anzi a valorizzarle e a svilupparle. Il Partito Nazionale Fascista si propone di agitare i seguenti postulati a favore delle classi lavoratrici e impiegatizie:
1) La promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i salariati la giornata «legale» media di otto ore, colle eventuali deroghe consigliate dalle necessità agricole o industriali.
2) Una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne, specie per ciò che riguarda gli infortuni, la invalidità e la vecchiaia dei lavoratori sia agricoli che industriali o impiegatizii, sempre che non inceppi la produzione. 3) Una rappresentanza dei lavoratori nel funzionamento di ogni industria, limitatamente per ciò che riguarda il personale.
4) L’affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici ad organizzazioni sindacali che ne siano moralmente degne e tecnicamente preparate.
5) La diffusione della piccola proprietà in quelle zone e per quelle coltivazioni che produttivamente lo consentano.

Capisaldi di politica interna
Il Partito Nazionale Fascista intende elevare a piena dignità i costumi politici cosí che la morale pubblica e quella privata cessino di trovarsi in antitesi nella vita della Nazione.
Esso aspira all’onore supremo del Governo del Paese; a ristaurare il concetto etico che i Governi debbono amministrare la cosa pubblica non già nell’interesse dei partiti e delle clientele ma nel supremo interesse della Nazione.
Va restaurato il prestigio dello Stato Nazionale e cioè dello Stato che non assista indifferente allo scatenarsi e al prepotere delle forze che attentino o comunque minaccino di indebolire materialmente e spiritualmente la compagine, ma sia geloso custode e difensore e propagatore della tradizione nazionale, del sentimento nazionale, della volontà nazionale.
La libertà del cittadino trova un duplice limite: nella libertà delle altre persone giuridiche e nel diritto sovrano della Nazione a vivere e svilupparsi.
Lo Stato deve favorire lo sviluppo della Nazione, non monopolizzando, ma promovendo ogni opera intesa al progresso etico, intellettuale, religioso, artistico, giuridico, sociale, economico, fisiologico della collettività nazionale.

Capisaldi di politica estera
L’Italia riaffermi il diritto alla sua completa unità storica e geografica, anche là dove non è ancora raggiunta; adempia la sua funzione di baluardo della civiltà latina sul Mediterraneo; affermi sui popoli di nazionalità diversa annessi all’Italia saldo e stabile l’impero della sua legge; dia valida tutela agli italiani all’estero cui deve essere conferito diritto di rappresentanza politica.
Il Fascismo non crede alla vitalità e ai principi che ispirano la cosí detta Società delle Nazioni, in quanto che non tutte le Nazioni vi sono rappresentate e quelle che lo sono non vi si trovano su di un piede di eguaglianza. Il Fascismo non crede alla vitalità e alla efficienza delle internazionali rosse, bianche o di altro colore, perché si tratta di costruzioni artificiali e formalistiche le quali raccolgono piccole minoranze di individui piú o meno convinti in confronto delle vaste masse delle popolazioni che vivendo, progredendo o regredendo, finiscono per determinare quegli spostamenti di interessi davanti ai quali tutte le costruzioni internazionalistiche sono destinate a cadere, come la recente esperienza storica documenta.
L’espansione commerciale e l’influenza politica dei trattati internazionali debbono tendere a una maggiore diffusione dell’italianità nel mondo.
I trattati internazionali vanno riveduti e modificati in quelle parti che si sono palesate inapplicabili e quindi regolati secondo le esigenze dell’economia nazionale e mondiale.
Lo Stato deve valorizzare le colonie italiane del Mediterraneo e d’oltre Oceano con istituzioni economiche, culturali e con rapide comunicazioni.
Il Partito Nazionale Fascista si dichiara favorevole a una politica di amichevoli rapporti con tutti i popoli dell’Oriente vicino e lontano.
La difesa e lo sviluppo dell’Italia all’estero vanno affidate a un Esercito e a una Marina adeguati alla necessità della sua politica e all’efficienza delle altre Nazioni, e ad organi diplomatici compresi della loro funzione e forniti di coltura, di animo e di mezzi sí da esprimere nel simbolo e nella sostanza la grandezza dell’Italia di fronte al Mondo.

Capisaldi di politica finanziaria e di ricostruzione economica del Paese
Il Partito Nazionale Fascista agirà:
1) Perché sia sancita un’effettiva responsabilità dei singoli e delle corporazioni nei casi di inadempienza dei patti di lavoro liberamente conclusi.
2) Perché venga stabilita e regolata la responsabilità civile degli addetti alle pubbliche amministrazioni e degli amministratori per qualsiasi loro negligenza in confronto dei danneggiati.
3) Perché venga imposta la pubblicità sui redditi imponibili e l’accertamento dei valori successori al fine di rendere possibile un controllo sugli obblighi finanziari di tutti i cittadini verso lo Stato.
4) Perché l’eventuale intervento statale, che si rendesse assolutamente necessario per proteggere taluni rami dell’industria agricola e manifatturiera da una troppo pericolosa concorrenza estera, sia tale da stimolare le energie produttive del Paese, non già da assicurare un parassitario sfruttamento dell’economia nazionale da parte di gruppi plutocratici.
Saranno obbiettivi immediati del Partito Nazionale Fascista:
1) Il risanamento dei bilanci dello Stato e degli enti pubblici locali, anche mediante rigorose economie in tutti gli organismi parassitari o pletorici e nelle spese non strettamente richieste dal bene degli amministrati o da necessità di ordine generale.
2) Il decentramento amministrativo per semplificare i servizi e per facilitare lo sfollamento della burocrazia, pur mantenendo l’opposizione recisa ad ogni regionalismo politico.
3) La rigida tutela del denaro dei contribuenti, sopprimendo ogni sussidio o favore, da parte dello Stato o altri Enti pubblici, a Consorzi, Cooperative, Industrie, clientele e simili, incapaci di vita propria e non indispensabili alla Nazione.
4) La semplificazione dell’organismo tributario e la distribuzione dei tributi secondo un criterio di proporzionalità, senza partigianerie pro o contro questa o quella categoria di cittadini, e non secondo concetti di progressività spogliatrice.
5) L’opposizione alla demagogia finanziaria e tributaria che scoraggi le iniziative o isterilisca le fonti del risparmio e della produzione nazionale.
6) La cessazione della politica di lavori pubblici abboracciati, concessi per motivi elettorali ed anche per pretesi motivi di ordine pubblico, o comunque non redditizi per la loro stessa distribuzione saltuaria e a spizzico. 7) La formazione di un piano organico di lavori pubblici secondo le nuove necessità economiche, tecniche, militari della Nazione, piano che si proponga principalmente di: completare e riorganizzare la rete ferroviaria italiana, riunendo meglio le regioni redente alle linee della penisola nonché alle comunicazioni interne della penisola stessa, specie quelle longitudinali dal sud al nord attraverso l’Appennino; accelerare nel limite del possibile, l’elettrificazione delle ferrovie ed in genere lo sfruttamento delle forze idriche sistemando i bacini montani anche a favore dell’industria e dell’agricoltura; sistemare ed estendere le reti stradali, specie nel Mezzogiorno ove ciò rappresenta una necessità pregiudiziale alla risoluzione di innumerevoli problemi economici e sociali; istituire e intensificare le comunicazioni marittime con la Penisola da un lato e le Isole e la sponda orientale adriatica e le nostre Colonie mediterranee dall’altro, nonché fra il nord e il sud della Penisola stessa, sia quale ausilio alla rete ferroviaria, sia per incoraggiare gli italiani alla navigazione; concentrare le spese e gli sforzi in pochi porti dei tre mari, dotandoli di tutto l’attrezzamento moderno; lottare e resistere contro i particolarismi locali che, in materia specialmente di lavori pubblici, sono causa di dispersione di sforzi e ostacolo alle grandi opere di interesse nazionale.
8) Restituzione all’industria privata delle aziende industriali alla cui gestione lo Stato si è dimostrato inadatto: specialmente i telefoni e le ferrovie (incoraggiando la concorrenza fra le grandi linee e distinguendo queste ultime dalle linee locali esercibili con metodi diversi).
9) Rinunzia al monopolio delle Poste e dei Telegrafi in modo che l’iniziativa privata possa integrare ed eventualmente sostituire il servizio di Stato.

Capisaldi di politica sociale
Il Fascismo riconosce la funzione sociale della proprietà privata la quale è, insieme, un diritto e un dovere. Essa è la forma di amministrazione che la Società ha storicamente delegato agli individui per l’incremento del patrimonio stesso.
Il Partito Nazionale Fascista di fronte ai progetti socialistici di ricostruzione a base di economia pregiudizialmente collettivistica, si pone sul terreno della realtà storica e nazionale che non consente un tipo unico di economia agricola o industriale e si dichiara favorevole a quelle forme – siano esse individualistiche o di qualsiasi altro tipo – che garantiscano il massimo di produzione ed il massimo di benessere.
Il Partito Nazionale Fascista propugna un regime che spronando le iniziative e le energie individuali (le quali formano il fattore piú possente ed operoso della produzione economica) favorisca l’accrescimento della ricchezza nazionale con rinuncia assoluta a tutto il farraginoso, costoso e antieconomico macchinario delle statizzazioni, socializzazioni, municipalizzazioni, ecc.
Il Partito Nazionale Fascista appoggerà quindi ogni iniziativa che tenderà ad un miglioramento dell’assetto produttivo, avente lo scopo di eliminare ogni forma di parassitismo individuale o di categoria.

Il Partito Nazionale Fascista agirà:
a) perché siano disciplinate le incomposte lotte degli interessi di categorie e di classi, e quindi: riconoscimento giuridico con conseguenti responsabilità delle organizzazioni operaie e padronali; b) perché sia sancito e fatto osservare, sempre e comunque, il divieto di sciopero nei servizi pubblici con contemporanea istituzione di tribunali arbitrali composti di una rappresentanza del potere esecutivo, di una rappresentanza della categoria operaia o impiegatizia in conflitto e di una rappresentanza del pubblico che paga.

Politica scolastica
La scuola deve avere per scopo generale la formazione di persone capaci di garantire il progresso economico e storico della Nazione; di elevare il livello morale e culturale della massa e di sviluppare da tutte le classi gli elementi migliori per assicurare il rinnovamento continuo dei ceti dirigenti.
A tale scopo urgono i seguenti provvedimenti:
1) Intensificazione della lotta contro l’analfabetismo, costruendo scuole e strade d’accesso e prendendo di autorità, per opera dello Stato, tutti i provvedimenti che risultassero necessari.
2) Estensione dell’istruzione obbligatoria fino alla sesta classe elementare inclusa, nei Comuni in grado di provvedere alle scuole necessarie e per tutti coloro che dopo l’esame di maturità non seguono la via della scuola media; istruzione obbligatoria fino alla quarta elementare inclusa, in tutti gli altri Comuni. 3) Carattere rigorosamente nazionale della scuola elementare in modo che essa prepari anche nel fisico e nel morale i futuri soldati d’Italia; per ciò rigido controllo dello Stato sui programmi, sulla scelta dei maestri, sulla opera loro, specie nei Comuni dominati da partiti antinazionali.
4) Scuola media e universitaria libera, salvo il controllo dello Stato sui programmi e lo spirito dell’insegnamento e salvo il dovere dello Stato di provvedere esso all’istruzione premilitare, diretta a facilitare la formazione degli ufficiali.
5) Scuola normale informata ai medesimi criteri esposti per la scuola a cui i futuri insegnanti sono destinati: perciò carattere rigorosamente nazionale anche negli Istituti da cui escono gli insegnanti elementari.
6) Scuole professionali, industriali e agrarie istituite con piano organico utilizzando il contributo finanziario e d’esperienza degli industriali e degli agricoltori, allo scopo di elevare le capacità produttive della Nazione e di creare la classe media di tecnici fra gli esecutori e i direttori della produzione. A tale scopo lo Stato dovrà integrare e coordinare le iniziative private, sostituendosi ad esse ove mancano.
7) Carattere prevalentemente classico delle scuole medie inferiori e superiori; riforma ed unificazione di quelle inferiori in modo che tutti gli studenti studino il latino; il francese non sia piú l’unica lingua sussidiaria a quella italiana: scegliere e adattare invece la lingua sussidiaria secondo le necessità delle singole regioni, specie di quelle di frontiera.
8) Unificazione di tutte le beneficenze scolastiche, borse di studio e simili, in un Istituto controllato e integrato dallo Stato, il quale scelga fin dalle classi elementari gli alunni piú intelligenti e volonterosi e assicuri la loro istruzione superiore, imponendosi, se occorra, all’egoismo dei genitori e provvedendo con un congruo sussidio nei casi in cui fosse necessario.
9) Trattamento economico e morale dei maestri e dei professori, nonché degli ufficiali dell’Esercito, quali educatori militari della Nazione, tale da assicurare ad essi la tutela della propria dignità e i mezzi di accrescere la propria cultura, e da ispirare ad essi ed al pubblico la coscienza dell’importanza nazionale della loro missione.

La Giustizia
Vanno intensamente promossi i mezzi preventivi e terapeutici della delinquenza (riformatori, scuole per i traviati, manicomi criminali, ecc.).
La pena, mezzo di difesa della Società nazionale lesa nel diritto, deve adempiere normalmente la funzione intimidatrice ed emendatrice: i sistemi penitenziari vanno, in considerazione della seconda funzione, igienicamente migliorati e socialmente perfezionati (sviluppo del lavoro carcerario).
Vanno abolite le magistrature speciali. Il Partito Nazionale Fascista si dichiara favorevole alla revisione del codice penale militare. La procedura deve essere spedita.

La difesa nazionale
Ogni cittadino ha l’obbligo del servizio militare.
L’Esercito si deve avviare verso la forma della Nazione Armata in cui ogni forza individuale, collettiva, economica, industriale e agricola sia compiutamente inquadrata al fine supremo della difesa degli interessi nazionali. All’uopo il Partito Nazionale Fascista propugna l’immediato ordinamento di un Esercito che in formazione completa e perfetta, da una parte, sorvegli, vigile scorta, le conquistate frontiere, e, dall’altro, tenga preparati in Paese, addestrati ed inquadrati, gli spiriti, gli uomini ed i mezzi che la Nazione sa esprimere, nelle sue infinite risorse, nell’ora del pericolo e della gloria.
Agli stessi fini l’Esercito, in concorso con la scuola e con le organizzazioni sportive, deve dare fin dai primi anni al corpo e allo spirito del cittadino l’attitudine e l’educazione al combattimento e al sacrificio per la Patria. (Istruzione premilitare).

Organizzazione Il Fascismo in atto è un organismo:
a) politico
b) economico
c) di combattimento.
Nel campo politico accoglie senza settarietà quanti sinceramente sottoscrivono i suoi principi e ubbidiscono alla sua disciplina; stimola e valorizza gli ingegni particolari riunendoli secondo le attitudini in gruppi di competenza; partecipa intensamente e costantemente a ogni manifestazione della vita politica attuando in via contingente quanto può essere praticamente accolto dalla sua dottrina e riaffermandone il contenuto integrale. Nel campo economico promuove la costituzione delle corporazioni professionali, siano schiettamente fasciste, siano autonome, a seconda delle esigenze di tempo e luogo, purché informate sostanzialmente alla pregiudiziale nazionale per la quale la Nazione è al di sopra delle classi.
Nel campo dell’organizzazione di combattimento il Partito Nazionale Fascista forma un tutto unico con le sue squadre: milizia volontaria al servizio dello Stato nazionale, forza viva in cui l’Idea Fascista si incarna e con cui si difende.

- LA MARCIA SU ROMA

Il 22 ottobre 1922 Mussolini aveva già pronto il proclama per il momento dell’insurrezione. Gli mancava solo una prova per verificare la possibilità di spostare un numero sufficiente di uomini per ferrovia, concentrandoli alle porte di Roma. A questo scopo aveva una quinta colonna in una posizione chiave nel governo Facta: Vincenzo Riccio, responsabile delle Ferrovie dello stato. Riccio acconsentì a fornirgli i treni necessari a trasportare le camicie nere.
Mussolini decise di convocare i fascisti a Napoli per un congresso da tenersi il 24 ottobre, quale prova generale della marcia su Roma. Là sperava di saggiare la reazione delle autorità romane alla sua offerta di assunzione del potere.
A Napoli arrivò poco dopo la mezzanotte del 24 ottobre, accompagnato dai tre fedelissimi Marinelli, Bianchi e Acerbo. Alla stazione c’erano ad attenderli due quadrumviri, Balbo e De Bono, eccitatissimi, che li accompagnarono all’albergo Vesuvio per preparare la marcia su Roma. La prima parte del piano stava funzionando bene. C’era stato qualche dubbio sulla situazione dei treni, ma Riccio, come promesso, aveva ormai consegnato i treni speciali che stavano arrivando senza incidenti da tutte le parti d’Italia.
Il teatro San Carlo era stato decorato con bandiere fasciste e vessilli. Quando Mussolini, che indossava camicia e pantaloni neri e ghette grigie, fece il suo ingresso, un trombettiere suonò l’attenti: i capi fascisti e i notabili napoletani intonarono Giovinezza! «Noi fascisti» disse Mussolini poggiando le mani sui fianchi e sollevando la testa «non intendiamo arrivare al potere dalla porta di servizio … ». Le camicie nere con il petto ricoperto di medaglie sollevarono i loro elmetti della Grande Guerra. «Noi fascisti non intendiamo rinunciare alla nostra formidabile primogenitura d’ideali per una miserabile porzione di minestra ministeriale».
Nel pomeriggio circa sessantamila fascisti guidati dai loro gerarchi sfilarono per le vie di Napoli spazzate da una pioggia sottile. Nella luce declinante del crepuscolo, con un ultimo raggio di sole che illuminava le nuvole scure, Mussolini parlò alle milizie fasciste radunate nell’enorme piazza. «Io vi parlo con tutta la solennità richiesta dal momento; o ci daranno il governo, o ce lo prenderemo calando su Roma. Non è questione di giorni, ma di ore. » Mussolini portava di traverso sulla camicia nera una splendida fascia con i colori giallo-rossi di Roma. A poco a poco riecheggiò per tutta la piazza un coro ritmato: «Roma! Roma! Roma!».
Quella notte, nella camera dell’albergo Vesuvio, Mussolini informò i suoi generali sugli ultimi dettagli del piano operativo. Alla mezzanotte tra il 26 e il 27 il comando sarebbe passato al quadrumvirato, cui tutti i fascisti avrebbero dovuto prestare obbedienza senza discutere. Alla mezzanotte tra il 27 e il 28 si sarebbe proceduto alla mobilitazione dell’intera milizia con l’ordine di impadronirsi degli edifici pubblici delle principali città italiane, ovunque fosse stato possibile. Contemporaneamente tre colonne di uomini si sarebbero concentrate nei punti di partenza della marcia vera e propria: a Tivoli, una trentina di chilometri a est della capitale, sulla via Tiburtina; a Monterotondo, sulla via Salaria, poco meno di 50 km a nord di Roma; a Santa Marinella, sulla via Aurelia, 56 km a nordovest di Roma.
Il mattino del 28 ottobre le tre colonne avrebbero dovuto marciare sulla capitale per obbligare Facta a rassegnare le dimissioni, consentendo a Mussolini di prendere il potere con un governo dominato dai fascisti. Ma gli ordini erano categorici: evitare gli scontri con l’esercito regolare; le camicie nere avrebbero dovuto dimostrare tutta la loro simpatia e il loro rispetto verso tutte le truppe regolari che avessero incontrato.
Mussolini era sicuro che la minaccia di una guerra civile avrebbe provocato una crisi di governo, consentendo al re di costituire un nuovo esecutivo a forte partecipazione fascista, compresi almeno sei ministri in camicia nera. La riunione all’albergo Vesuvio di Napoli si concluse senza particolari cerimonie: solamente poche strette di mano e qualche parola d’incoraggiamento pronunciata da Mussolini.
Si convocarono i capi regionali per consegnare loro gli ordini della mobilitazione segreta. L’Italia fu divisa in due zone, ciascuna agli ordini di un comandante di provate capacità militari. Ogni comandante ebbe venticinquemila lire e il saluto «Arrivederci a Roma».
I comandanti avrebbero avuto molto da fare in tempi strettissimi: era necessario un grande sforzo per radunare i reparti della milizia fascista in tutte le zone del paese, soprattutto nel Sud; si doveva organizzare la cavalleria, creare i reparti della Croce rossa, costituire un sistema di rifornimenti, diffondere appelli per arruolare personale essenziale, come i cucinieri.
Alle due del pomeriggio del 25 Mussolini partì da Napoli alla volta della capitale. Là, in attesa del treno della notte per Milano, egli avrebbe portato avanti la cospirazione consultandosi con parecchi personaggi chiave giunti alla stazione Termini per parlare con lui.
Facta convocò una riunione del consiglio dei ministri, la maggior parte dei quali si oppose alle sue dimissioni; soprattutto Taddei, ministro della Guerra, che disse che l’esercito era del tutto pronto ad affrontare qualunque assalto fascista. Soleri, ministro dell’Interno, garantì al governo che la polizia era pronta ad arrestare i capi fascisti in tutto il paese. Invece di rassegnare le dimissioni, i ministri rimisero i loro dicasteri a disposizione di Facta, suggerendogli di fare tutto il possibile per resistere alla minaccia fascista.
Facta telegrafò a Vittorio Emanuele di ritornare al più presto nella capitale. Alle otto di sera del 27, scendendo dal treno a Roma, il re era di pessimo umore. Mostrò la sua irritazione e l’impazienza ai ministri di Facta venuti ad accoglierlo, rimproverandoli per aver permesso un tale deterioramento della situazione. A quel punto Vittorio Emanuele ribadì che Roma doveva essere difesa a tutti i costi. Nessun fascista in armi sarebbe dovuto entrare nella capitale.
Rinfrancato dalla fermezza del re, il governo sembrò deciso a resistere ai fascisti. Si piazzarono reticolati di filo spinato e postazioni di mitragliatrici nei punti strategici della città, si mise l’artiglieria pesante in postazione alle porte e in corrispondenza dei ponti sul Tevere, cavalleria e autocarri armati di mitragliatrici stazionavano intorno al palazzo reale e al ministero dell’Interno. I prefetti ebbero l’ordine di tenersi pronti ad arrestare i capi fascisti.
Verso mezzanotte le notizie che giungevano al ministero dell’Interno cominciarono a farsi allarmanti: nell’Italia centrale le prefetture e le stazioni ferroviarie erano prese d’assalto dai fascisti, soprattutto a Firenze, Pisa e Perugia, dove le camicie nere erano entrate in azione in anticipo.
Preoccupato da questi sviluppi, Facta si precipitò da Taddei, al ministero della Guerra. Decisero di affidare ai militari il controllo dell’ordine pubblico, a partire dalle 12.30 meridiane del 28. Per proteggere Roma sarebbero state minate le linee ferroviarie presso i maggiori centri in prossimità della capitale, come Chiusi, Orte e Civitavecchia.
Facta andò quindi dal re con la bozza della dichiarazione dello stato d’assedio e di un proclama rivolto al popolo italiano, nel quale il governo affermava «il suo compito supremo di difendere lo stato a tutti i costi, con qualunque mezzo, contro chiunque violasse le leggi».
Facta tornò al ministero dell’Interno con l’approvazione del re e dichiarò che sarebbe rimasto al suo posto a costo della vita. «Questa è una rivolta» esclamò. «Dovremo schiacciarla.» Quindi convocò una riunione del consiglio dei ministri da tenersi alle cinque del mattino presso il ministero dell’Interno, al Viminale. Cominciò a cadere una pioggia leggera.
A Milano Mussolini stabilì il quartier generale dell’insurrezione nei suoi uffici del Popolo d’Italia, dove aveva accumulato la carta da giornale per le edizioni speciali. Altre bobine di carta da giornale erano accatastate tutt’intorno all’edificio, formando barricate per la guardia armata formata da squadristi.
Un centinaio di chilometri a nord di Roma, nella città di Perugia, il quadrumvirato di Balbo, De Bono, De Vecchi e Michele Bianchi aveva stabilito il proprio quartier generale all’albergo Brufani, un edificio di mattoni rossi ornato di colonne situato nella piazza principale vicino alla prefettura. A mezzanotte del 27 il quadrumvirato emanò gli ordini per la mobilitazione generale della milizia fascista.
Molti tra i massimi gradi dell’esercito, tra i quali il maresciallo d’Italia Armando Diaz (cui si attribuiva la paternità della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale), dichiararono immediatamente il loro appoggio alla causa fascista. Il duca d’Aosta, comandante della 3a armata e viceré sul campo in tempo di guerra, giunse a Perugia per tenersi in contatto con l’alto comando fascista.
Cinque generali dell’esercito regolare – Fara, Ceccherini, Magiotto, Zamboni e Tiby – assunsero il comando delle varie colonne fasciste che dovevano marciare alla volta di Roma da Civitavecchia, Valmontone, Monterotondo, Mentana, Tivoli e Santa Marinella. A partire dalla mezzanotte le forze fasciste erano ovunque in movimento. Sulle camicie nere di cotone, lana o seta indossate su calzoni e scarpe dell’esercito erano stati appuntati cordoncini dorati. Inquadrati in colonne con borracce, zaino e coperte arrotolate sulle spalle, i fascisti erano armati in modo eterogeneo con schioppi, fucili, rivoltelle, pugnali, bombe a mano e manganelli. Altri reparti erano stipati su autocarri scoperti forniti dall’esercito, mezzi a quattro ruote con cabine di guida scoperte che sobbalzavano pesantemente sulle strade polverose strepitando con i loro clacson.
I treni furono sommariamente requisiti, al personale delle ferrovie da uomini della milizia fascista. Sui vagoni fu tracciata alla meglio la scritta “A ROMA”, oltre all’onnipresente motto “Me ne frego” e ai nomi delle squadre. Uomini in camicia nera si sporgevano dai finestrini dei vagoni agitando i gagliardetti.
I fascisti che non si trovavano sui treni o sulle strade, erano occupati ad assaltare gli edifici pubblici delle città occupando e presidiando le stazioni ferroviarie, gli uffici postali e telegrafici, le armerie, quasi sempre con il consenso delle autorità locali.
Per tutta la notte e nelle prime ore del mattino affluirono al ministero dell’Interno telegrammi che riferivano i nomi delle città e delle prefetture occupate dai fascisti o delle guarnigioni militari che fraternizzavano con le camicie nere.
Alle cinque del mattino il governo Facta si riunì al ministero dell’Interno, al Viminale. Il generale Cittadini, aiutante di campo del re, dichiarò che se non fosse stato proclamato lo stato d’assedio il re avrebbe abdicato, abbandonando il paese.
Perciò si decise di dichiarare lo stato d’assedio alle ore 12 del 28. Ma nessuno sapeva come formulare il decreto, per cui si iniziò una ricerca affannosa per trovare una copia dell’ultimo decreto del genere promulgato. Alle 7.10 del mattino i prefetti e i comandanti militari ebbero l’ordine di usare qualsiasi mezzo per impedire ulteriori occupazioni di edifici pubblici e di arrestare i capi e i promotori dell’insurrezione.
Quaranta minuti più tardi fu inviato a tutti i prefetti d’Italia un telegramma che annunciava l’entrata in vigore dello stato d’assedio a partire dal mezzogiorno del 28.
In città fu vietato tutto il traffico non militare, le truppe pattugliavano le strade principali e vennero creati cordoni intorno alla periferia della capitale.
Nei dintorni di Perugia, sede del comando del quadrumvirato, le truppe dell’esercito regio accerchiarono la città, pronte a eseguire ogni ordine. Nella sala da biliardo dell’albergo Brufani i quadrumviri avevano srotolato le carte della campagna sui panni verdi dei tavoli, seguendo le posizioni delle truppe fasciste. Quando, poco dopo le 20, giunse loro la notizia dello stato d’assedio, nella sala calò un doloroso silenzio. Alle nove del mattino del 29, Luigi Federzonì, l’unico nazionalista del gruppo, telefonò a Mussolini a Milano per chiedere istruzioni. Gli fu detto che il Duce avrebbe accettato qualunque decisione il quadrumvirato avesse preso.
Ormai anche Milano, nonostante il prefetto filofascista, era saldamente nelle mani dell’esercito. Mussolini poteva circolare solo con il consenso delle forze armate che pattugliavano le strade. A un certo punto il prefetto Lusignoli fu costretto perfino a informare Mussolini che avrebbe potuto trovarsi nell’obbligo di arrestarlo.
Al ministero dell’Interno Facta era ancora in riunione con il suo governo, tentando ripetutamente di raggiungere il re per telefono. Vittorio Emanuele era stato avvicinato dai generali Dìaz, Pero e Giraldi. Questi erano riusciti a convincere il re che in caso di conflitto armato con i fascisti, l’esercito avrebbe compiuto il suo dovere, ma che forse sarebbe stato più saggio non metterlo alla prova e che non era certo che avrebbero accettato di sparare contro gli ex compagni d’arme, guidati da generali dell’esercito coperti di medaglie.
Il re era ormai deciso a non rischiare né il trono né la guerra civile. Ripeté a Facta che sarebbe stato impossibile impedire l’occupazione di Roma senza ricorrere alla guerra civile, e che molte province erano già cadute in mani fasciste.
Con uno storico dietrofront, il re rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio che Facta aveva preparato.
Alle 11 il governo al completo rassegnò le dimissioni. Alle 11.30 un comunicato ufficiale annunciò che lo stato d’assedio era stato revocato.
Alla notizia della revoca, i fascisti di Roma cominciarono a raccogliersi davanti al palazzo del Quirinale per applaudire il re. Le camicie nere si spostavano stipate sugli autocarri sotto la pioggia sottile e ordinavano agli abitanti della città di issare il tricolore su tutti gli edifici. Le camicie nere e le camicie azzurre dei nazionalisti correvano per le strade aggrappate alle automobili aperte pigiando il clacson, mentre distaccamenti di fascisti giungevano a passo di marcia con il braccio teso nell’antico saluto romano, cantando Giovinezza! Si formò una folla di gente che osservava e commentava.
A Milano Mussolini pubblicò un comunicato in edizione straordinaria del Popolo d’Italia, nel quale dichiarava che la maggior parte dell’Italia centrale e settentrionale era nelle mani dei fascisti, che avevano occupato le prefetture e le stazioni.
Alle 16 il rappresentante monarchico di Mussolini, De Vecchi, si recò dal re. Increspando le labbra, il sovrano chiese al quadrumviro fascista se avrebbe accettato una soluzione Salandra con quattro ministeri per i fascisti. Quando Federzoni riuscì a comunicare telefonicamente con Milano, Mussolini spiegò che non aveva alcun senso mobilitare decine di migliaia di camicie nere solo per formare un governo Salandra.
Il re, che aveva letto il testo delle intercettazioni compiute dai censori sulle conversazioni telefoniche tra Mussolini e le sue coorti, sapeva come stavano realmente le cose e incaricò il generale Cittadini di inviare il seguente telegramma: « Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III vi prega di venire immediatamente a Roma. Egli intende offrirvi l’incarico di formare un nuovo governo».
Mussolini aveva le valigie già pronte.
Il Duce del Fascismo si diresse all’imponente stazione Centrale di Milano indossando un cappotto grigio nuovo, con ghette e bombetta grigie. Era la sera del 29 ottobre e pioveva ancora. Gli strilloni vendevano le edizioni straordinarie dei giornali con titoli a tutta pagina che annunciavano la caduta di Facta.
Mussolini stringeva sotto braccio un libro sulla vittoria italiana a Vittorio Veneto nella Grande Guerra: intendeva donarlo al re.
Migliaia di persone si erano raccolte nella stazione e negli immediati dintorni. Qualcuno lanciò dei fiori e gli ammiratori si sporsero dalle carrozze degli altri treni per guardare e applaudire Mussolini che si dirigeva verso l’espresso per Roma. Il fratello di Mussolini, Arnaldo, guidò una moltitudine di fascísti milanesi verso il vagone letto mentre Mussolini rispondeva ai saluti delle camicie nere in servizio sul treno e diceva al capo stazione: «Voglio partire in perfetto orario. Da oggi in poi tutto deve funzionare come un orologio».
Il mattino del 30 il treno entrò a Civitavecchia. Centinaia di persone intonarono Giovinezza! I gerarchi fascisti, allineati lungo il marciapiede, urlarono: «Per Benito Mussolini, eia eia, alalà!», un saluto ripreso dai legionari fiumani di D’Annunzio, che il poeta diceva fosse stato il saluto dei seguaci di Enea al loro capo.
Sulla campagna si stendeva una nebbia sottile e fredda. Mussolini si cambiò nello scompartimento, indossando abiti presi a prestito: i pantaloni neri con le bande e la giacca a coda di rondine richiesti dal protocollo, che egli indossò sopra la camicia nera e le ghette bianche trattate con talco.
Alle 10.30 il treno entrò nella vecchia stazione romana di Termini, dove lo attendeva una limousine reale.
Nel palazzo del Quirinale il piccolo re in alta uniforme, completa di sciabola, era in attesa di salutare il nuovo primo ministro. Giunto alla presenza del sovrano, Mussolini si inchinò e strinse la mano regale: « Porto a V. M. l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalle nuove vittorie. Vostra Maestà voglia perdonarmi se mi presento indossando ancora la camicia nera della battaglia che fortunatamente non c’è stata. Io sono un suddito fedele di Vostra Maestà».
In quello stesso pomeriggio Mussolini formò il suo governo. Alle 19.30 portò l’elenco dei ministri al re.

- IL GOVERNO MUSSOLINI

BENITO MUSSOLINI prendeva per sè la presidenza del Consiglio e i portafogli dell’ Interno e degli Esteri; affidava la Guerra al generale ARMANDO DIAZ,
la Marina all’ammiraglio PAOLO THAON DI REVEL,
le Finanze all’on. ALBERTO DE STEFANI,
il Tesoro all’on. VINCENZO TANGORRA,
le Poste e Telegrafi all’on. COLONNA DI CESARÒ,
la giustizia all’on. ALDO OVIGLIO,
l’Assistenza Pensioni all’on. CESARE MARIA DE VECCHI,
le Colonie all’on. LUIGI FEDERZONI,
le Terre Liberate all’on. GIOVANNI GIURIATI,
l’Istruzione al prof. GIOVANNI GENTILE,
l’Agricoltura all’on. GIUSEPPE DE CAPITANI D’ARZAGO,
i Lavori Pubblici all’on. GABRIELE CARNAZZA,
l’Industria all’on. TEOFILO ROSSI,
il Lavoro e la Previdenza sociale all’on. STEFANO CAVAZZONI.
I sottosegretari furono GIACOMO ACERBO, ALDO FINZI, CARLO BONARDI, COSTANZO CIANO, PIETRO LISSA, ALFREDO ROCCO, FULVIO MILANI, GIOVANNI MARCHI, UMBERTO MERLIN, DARIO LUPI, OTTAVIO CORGINI, ALESSANDRO SARDI, GIOVANNI GRONCHI, SILVIO GAI.
Nel nuovo gabinetto avevano la prevalenza i fascisti con sei portafogli e sette sottoportafogli; due portafogli ciascuno avevano i popolari e i democratico-sociali e uno ciascuno i democratici, i liberali e i nazionalisti; mentre altri due ministri, quelli di Diaz e Revel potevano quasi considerarsi fascisti.
Il mattino del 31 ottobre il nuovo Gabinetto prestò giuramento nelle mani del Re. Quel giorno stesso i fascisti concentrati intorno a Roma entrarono nella capitale e alcune Squadre, o perché provocarono o perché furono provocate, dovettero sostenere degli scontri con i sovversivi nei quartieri popolari.
Le squadre riunite, furono passate in rivista da Mussolini, poi andarono in corteo a rendere omaggio all’Altare della Patria e alla tomba del Milite Ignoto. Infine sfilarono sotto il Quirinale, al cui balcone per nulla dispiaciuto, era affacciato il Sovrano con la sua consorte.
La medesima sera del 31 ottobre lasciarono Roma i primi scaglioni di fascisti. Lo stesso Mussolini si recò alla stazione Termini affinché alle partenze non nascessero altri incidenti. Alcuni esaltati furono portati al forte di Monte Mario per essere puniti con la disciplina fascista. Mussolini voleva evitare qualsiasi incidente che avrebbe gravemente compromesso questa sua clamorosa vittoria ottenuta con la piena legalità. Tre giorni dopo il Governo fascista lanciava al Paese un proclama nella ricorrenza del 4 novembre: “Nel ricordo e nella celebrazione della grande vittoria delle nostre armi, la Nazione tutta ritrovi se stessa e adegui la sua coscienza alla dura necessità del momento. Il Governo intende governare e governerà! Tutte le sue energie saranno dirette ad assicurare la pace interna e ad aumentare il prestigio della Nazione all’ Estero. Solo con il lavoro, la disciplina e la concordia la Patria supererà definitivamente la crisi per marciare verso una epoca di prosperità e di grandezza”.
Il giorno dopo, prima missione all’estero, partì per Losanna, per la conferenza indetta per sistemare la questione turca. Per il più giovane (39enne) presidente del Consiglio Italiano, una grossa soddisfazione fu il rientro trionfale in Italia con il treno presidenziale che fece tappa in tutte le città attraversate, con le popolazioni accorse alle stazione parate tutte a festa e per vedere MUSSOLINI.
Questa fu la prima, ma le stesse scene si ripeteranno per vent’anni. Anche se poi gli italiani, dissero in coro, che nessuno era stato mai fascista!
La storia di quel fascismo che poi fu conosciuto in Italia e fuori d’Italia, per oltre vent’anni, ebbe inizio così, il 30 ottobre, con una singolare presa del potere, pur essendo un partito di minoranza, che aveva solo 35 deputati alla Camera.
Se tutto ciò accadde, fu dovuto non solo perché alla Camera vi erano seduti degli “onorevoli” che si erano distaccati dal Paese reale, ma anche perché la stessa Nazione era ormai ridotta in uno stato pietoso: nell’economia perché o languivano le riforme coraggiose o quelle estremamente necessarie venivano accantonate, e nelle autorità del Paese la cui autorevole influenza dei preposti a tali delicati incarichi da qualche tempo era stata lasciata alle iniziative personali e non sempre legate alle direttive di governo, che spesso non era nemmeno più in grado di darle, talmente era screditato.

16 novembre 1922 : il primo discorso al Parlamento come Capo del Governo
“Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata come un assalto, ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta, nel volgere di un decennio, che il popolo italiano – nella sua parte migliore – ha scavalcato un Ministero e si è dato un Governo al di fuori, al disopra e contro ogni designazione del Parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l’ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle «camicie nere», inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.
Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti, ed hanno ottenuto la libera circolazione: del che approfittano già per risputare veleno e tendere agguati come a Carate, a Bergamo, a Udine, a Muggia. Ho costituito un Governo di coalizione e non già coll’intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno, ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare. Ringrazio dal profondo del cuore i miei collaboratori, ministri e sottosegretari: ringrazio i miei colleghi di Governo, che hanno voluto assumere con me le pesanti responsabilità di questa ora: e non posso non ricordare con simpatia l’atteggiamento delle masse lavoratrici italiane che hanno confortato il moto fascista colla loro attiva o passiva solidarietà. Credo anche di interpretare il pensiero di tutta questa Assemblea e certamente della maggioranza del popolo italiano, tributando un caldo omaggio al Sovrano, il quale si è rifiutato ai tentativi inutilmente reazionari dell’ultima ora, ha evitato la guerra civile e permesso di immettere nelle stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla vittoria. Prima di giungere a questo posto, da ogni parte ci chiedevano un programma. Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia: sibbene gli uomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita italiana, tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà. La politica estera è quella che, specie in questo momento, più particolarmente ci occupa e preoccupa. Ne parlo subito, perché credo, con quello che dirò, di dissipare molte apprensioni. Non tratterò tutti gli argomenti, perché, anche in questo campo, preferisco l’azione alle parole. Gli orientamenti fondamentali della nostra politica estera sono i seguenti: i trattati di pace, buoni o cattivi che siano, una volta che sono stati firmati e ratificati, vanno eseguiti. Per ciò che riguarda precisamente l’Italia noi intendiamo di seguire una politica di dignità e di utilità nazionale.
Non possiamo permetterci il lusso di una politica di altruismo insensato o di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des. L’Italia di oggi conta, e deve adeguatamente contare. Lo si incomincia a riconoscere anche oltre i confini. Non abbiamo il cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non vogliamo nemmeno, per eccessiva ed inutile modestia, diminuirla. La mia formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia. L’Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, così per molte ragioni di ordine politico, economico e morale non intende abbandonare gli Alleati di guerra. Roma sta in linea con Parigi e Londra, ma l’Italia deve imporsi e deve porre agli Alleati quel coraggioso e severo esame di coscienza che essi non hanno affrontato dall’armistizio ad oggi. Si tratta insomma di uscire dal semplice terreno dell’espediente diplomatico, che si rinnova e si ripete ad ogni conferenza, per entrare in quello dei fatti storici, sul terreno cioè in cui è possibile determinare in un senso o nell’altro un corso degli avvenimenti. Una politica estera come la nostra, una politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai trattati, una politica di equa chiarificazione della posizione dell’Italia nell’Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa o imperialista nel senso volgare della parola. Noi vogliamo seguire una politica di pace: non però una politica di suicidio. Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole: economia, lavoro, disciplina. Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze produttive della Nazione. Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzino con quelli della produzione e della Nazione. Il proletariato che lavora, e della cui sorte ci preoccupiamo, ma senza colpevoli demagogiche indulgenze non ha nulla da temere e nulla da perdere, ma certamente tutto da guadagnare da una politica finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella bancarotta che si farebbe sentire in disastroso modo specialmente sulle classi più umili della popolazione. La nostra politica emigratoria deve svincolarsi da un eccessivo paternalismo, ma il cittadino italiano che emigra sappia che sarà saldamente tutelato dai rappresentanti della Nazione all’estero. L’aumento del prestigio di una Nazione nel mondo è proporzionato alla disciplina di cui dà prova all’interno. Non vi è dubbio che la situazione all’interno è migliorata, ma non ancora come vorrei. Non intendo cullarmi nei facili ottimismi. Le grandi città ed in genere tutte le città sono tranquille: gli episodi di violenza sono sporadici e periferici, ma dovranno finire. I cittadini, a qualunque partito siano iscritti, potranno circolare: tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il Cattolicismo: le libertà statutarie non saranno vulnerate: la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo.
Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro l’eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe più alcuna giustificazione. Debbo però aggiungere che la quasi totalità dei fascisti ha aderito perfettamente al nuovo ordine di cose. Lo Stato non intende abdicare davanti a chicchessia. Chiunque si erga contro lo Stato sarà punito. Questo esplicito richiamo va a tutti i cittadini, ed io so che deve suonare particolarmente gradito alle orecchie dei fascisti, i quali hanno lottato e vinto per avere uno Stato che si imponga a tutti, colla necessaria inesorabile energia. Non bisogna dimenticare che, al di fuori delle minoranze che fanno della politica militante, ci sono quaranta milioni di ottimi italiani i quali lavorano, si riproducono, perpetuano gli strati profondi della razza, chiedono ed hanno il diritto di non essere gettati nel disordine cronico, preludio sicuro della generale rovina. Poichè i sermoni – evidentemente – non bastano, lo Stato provvederà a selezionare e a perfezionare le forze armate che lo presidiano: lo Stato fascista costituirà una polizia unica, perfettamente attrezzata, di grande mobilità e di elevato spirito morale; mentre Esercito e Marina gloriosissimi e cari ad ogni italiano, sottratti alle mutazioni della politica parlamentare, riorganizzati e potenziati, rappresentano la riserva suprema della Nazione all’interno ed all’estero.
Signori, da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma fascista, nei suoi dettagli e per ogni singolo dicastero. Chiediamo i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira – dico una lira – di economia. Con ciò non intendiamo escludere la possibilità di volonterose collaborazioni che accetteremo cordialmente, partano esse da deputati, da senatori o da singoli cittadini competenti. Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del nostro difficile compito. Il paese ci conforta ed attende. Vogliamo fare una politica estera di pace, ma nel contempo di dignità e di fermezza: e la faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla Nazione, e la daremo. Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di domani si illuda sulla brevità del nostro passaggio al potere. Illusione puerile e stolta come quella di ieri. Il nostro Governo ha basi formidabili nella coscienza della Nazione ed è sostenuto dalle migliori, dalle più fresche generazioni italiane. Non v’è dubbio che in questi ultimi giorni un passo gigantesco verso la unificazione degli spiriti è stato compiuto. La patria italiana si è ritrovata ancora una volta, dal nord al sud, dal continente alle isole generose, che non saranno più dimenticate, dalle metropoli alle colonie operose del Mediterraneo e dell’Adriatico. Non gettate, o signori, altre chiacchiere vane alla Nazione. Cinquantadue iscritti a parlare sulle mie comunicazioni, sono troppi. Lavoriamo piuttosto con cuore puro e con mente alacre per assicurare la prosperità e la grandezza della Patria. Così Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica.”
Mussolini doveva – se voleva sopravvivere al caos – fare quello che non era stato fatto, rifare quel ch’era stato fatto male, correggere, integrare, rinnovare, sviluppare, disciplinare, creare insomma un’Italia nuova.
Cominciò con il collegare il Partito al Governo istituendo il Gran Consiglio del Fascismo presieduto da Mussolini stesso e formato di ministri, di alcuni sottosegretari, dei quadrunviri, del segretario generale delle corporazioni, del segretario dei fasci all’estero, del direttorio del Partito e dei capi della Milizia.
Fu sciolta la Guardia Regia. Vennero sciolte anche le squadre fasciste d’azione e creata, nel mese di gennaio del 1923, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, presidio del Regime e della Rivoluzione, che fu incaricata dell’istruzione premilitare dei giovani e costituì sezioni ferroviarie, portuali, postelegrafoniche, forestali, confinarie, stradali.
Furono poi frenati i ras provinciali; accresciuta l’autorità ai prefetti; epurato il Partito dagli elementi eterogenei, allontanando dalle sue file specialmente i massoni contro i quali si sferrò una lotta accanita terminata con lo scioglimento di tutte le associazioni segrete; furono radicalmente modificati i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, che portarono poi alla Conciliazione; venne attuata, per opera di Giovanni Gentile, la riforma scolastica, che rinnovò metodi e anima all’insegnamento, e troverà un validissimo aiuto e quasi una necessaria integrazione nell’ istituzione dell’Opera Nazionale Balilla.
La frequenza scolastica fu rigorosamente imposta; e mise termine non solo all’analfabetismo, ma eliminò centinaia di migliaia di sfaccendati dalle strade.
Infine ci fu la restituzione dell’ordine interno; come la fine degli scioperi che paralizzavano la vita della Nazione (le ore di lavoro perdute passarono da 7.337.000 del periodo nov ’21 – ott. ’22, a 247.000 nel corrispondente periodo 1922-23).
Ci fu è vero anche la scomparsa delle opposizioni municipali e provinciali, ma anche queste per motivi ideologici e demagogici avevano paralizzato del tutto con il terrore le sopravviventi “ottocentesche” e “feudali” burocrazie locali, piuttosto clientelari. Pur calando la disoccupazione da 381.968 unità nel dicembre 1922, a 150.449 nel dicembre ’24, fu eliminato moltissimo personale dall’amministrazione statale pari a 65.274 unità, di cui 46.566 erano addetti alle ferrovie che era la più grande industria del Paese, e nonostante il forte taglio degli addetti, i treni iniziarono a funzionare meglio di prima.
L’indice della produzione industriale (1938 = 100) aumentò da 54 nel 1921 a 83 nel 1925. In tutti i settori più importanti la produzione crebbe in misura notevolissima, mentre la disoccupazione diminuiva del 72%.

- LA GESTIONE DEL POTERE

La legge elettorale del 18 novembre 1923, n. 2444, meglio nota come legge Acerbo (dal nome del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, che ne fu l’estensore materiale), introdusse un sistema che prevedeva l’introduzione nel territorio dello Stato del Collegio Unico nazionale attribuendo due terzi dei seggi alla lista che avesse riportato la maggioranza relativa, mentre l’altro terzo sarebbe stato ripartito proporzionalmente tra le altre liste di minoranza su base regionale e con criterio proporzionale. La legge dopo un dibattito che vide le opposizioni divise fu approvata dalla Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti a favore e 123 contrari.
Le elezioni del 6 aprile 1924 rappresentano lo stadio finale per consolidare il proprio potere nel quadro delle istituzioni esistenti. Il Duce promosse una lista nazionale che comprendeva un largo schieramento di liberali non fascisti e di conservatori cattolici. I risultati del voto dettero alla lista governativa il 66% e 374 dei 535 seggi nel nuovo Parlamento. L’età media dei deputati fascisti era di 37 anni mentre l’80% di questi erano neoparlamentari. Il Fascismo cercò di pagare il suo debito alla generazione che aveva fatto la guerra operando un cambiamento sostanziale nel personale politico.
Il 10 giugno 1924 il deputato socialista Matteotti veniva rapito a Roma sul Lungotevere Arnaldo da Brescia. La salma fu ritrovata il 16 agosto nel bosco della Quartarella, a 23 km dalla capitale. La notizia fece molto scalpore e provocò una grave crisi nelle fila dei movimento fascista, chiamato da quasi due anni al potere, specie quando si sospettò che la banda di squadristi che aveva ucciso Matteotti avesse eseguito gli ordini dei Duce per eliminare un pericoloso avversario. Ciò non convinse però Benedetto Croce che li 24 giugno, in pieno contrasto con i deputati dell’opposizione che avevano abbandonato la camera nella sterile “secessione aventiniana”, fu promotore del voto di fiducia al governo Mussolini. Ciò risulta anche dalle approfondite ricerche dello storico De Felice, che negò qualsiasi responsabilità di Mussolini nel “delitto Matteotti”, precisando che il movente dei rapimento non fu quello di uccidere il deputato, ma quello di sottrargli documenti molto compromettenti che il giorno dopo il parlamentare avrebbe presentato alla Camera e che rivelavano loschi affari petroliferi che coinvolgevano grandi personalità dello Stato, cui una società petrolifera americana, la Sinclair, aveva versato tangenti pari a 150 milioni per ottenere in esclusiva i diritti delle ricerche in Italia. Tali personalità rispondevano ai nomi di Emilio De Bono, comandante della PS; Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni; Giovanni Marinelli, segretario amministrativo dei partito; Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza dei Consiglio. Per la “vulgata ufficiale” della storiografia postbellica, il mandante restava sempre Mussolini, ma Matteo Matteotti, figlio di Giacomo, raccolse elementi tali da convincersi che il principale mandante dei delitto, attraverso De Bono, poteva essere addirittura il Re, precisando in un’intervista del 1985 di aver saputo che Aimone di Savoia, Duca d’Aosta, nell’autunno 1942, aveva raccontato ad un gruppo di ufficiali che, nel 1924, Giacomo Matteotti si era recato in Inghilterra ove era stato ricevuto come “massone” d’alto grado dalla Loggia “The Unicorn and the Lion” e qui era venuto a sapere che da due scritture private conservate dalla Sìnclair (società amaericana associata all’Anglo Persian Oil, la futura B.P.), risultava che Vittorio Emanuele dal 1921 era entrato nel “register” degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira avendo assunto l’impegno di mantenere “ignorati” i giacimenti del Fezzan tripolino e di altre zone libiche. Conosciute le intenzioni di Matteotti, De Bono corse ad informare il Re, e così fu deciso di impedirgli di presentarsi alla Camera e di sottrargli i documenti compromettenti. L’8 giugno De Bono convinse Dumini, capo della squadra di polizia del Viminale, ad eseguire l’operazione previo versamento di una somma di denaro. Due giorni dopo Matteotti fu rapito ed ucciso (come Amleto Poverano, componente della squadra, ebbe a confessare a Matteo Matteotti nel 1951). I documenti sottratti da Dumini a Matteotti furono conseganti a De Bono che li tenne con sè fino a che, accusato di tradimento per il voto dei 25 luglio al Gran Consiglio dei Fascismo, nel tentativo di salvarsi la vita al processo di Verona, il 4 ottobre 1943 li fece pervenire a Mussolini (come confidò Pavolini al giornalista Minardi), che li aveva con sè a Dongo al momento della sua cattura il 27 aprile 1945. Da allora queste carte sono scomparse e non furono più ritrovate, malgrado la sicura prova della loro esistenza. E’ facile dedurre che il loro occultamento ha avuto lo scopo, tra l’altro di sottrarre la prova dell’assoluta innocenza di Mussolini nel delitto Matteotti.

Il 3 gennaio 1925 il Duce pronuncia in Parlamento uno storico discorso:
“Signori! Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico.
Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L’articolo 47 dello Statuto dice: ” La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all’Alta corte di giustizia “. Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si voglia valere dell’articolo 47.
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire. Sono io, o signori, che levo in quest’aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c’è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato, senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali.
C’è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione. Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro. Se io avessi fondato una Ceka l’avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia.
Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi. Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un’aggressione alle 10 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino.
E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del 7 giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantochè qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera. Discorsi irritanti da una parte e dall’altra. Finalmente, il 6 giugno, l’onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l’atmosfera carica, temporalesca.
All’indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l’atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista. Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta.
E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un’atmosfera idilliaca, da salotto quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quel avversario che io stimavo perché aveva una certa crânerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi? Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché ripugnavano al profondo della mia coscienza. Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo? Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica.
Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso.
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie Regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantotto ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù.
Questi gesti di energia, e quest’ultimo, che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l’energia che fa difetto al mio spirito. Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino! Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: ” Voglio che ci sia la pace per il popolo italiano “; e volevo stabilire la normalità della vita politica. Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell’Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria.
Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C’era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva. E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. E intanto c’è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l’ucciso e spara su uno dei migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità.
Reprimo l’illegalismo. Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona.
Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell’onorevole Giunta. La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott’ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano.
Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale. A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un’orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!
Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c’è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo? Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente.
Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma! Ed era colma perché? Perché la sedizione dell’Aventino a sfondo repubblicano, questa sedizione dell’Aventino ha avuto delle conseguenze.
Perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un’ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di 73 anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione.
Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.
Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.
Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi. Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto 192 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso. Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell’Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta!
Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza. Signori! Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora … Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. [Vivissimi prolungati applausi] L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.
Voi state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area. Tutti sappiano che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.”

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