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L’offensiva Italo-Tedesca nei Balcani

*di Massimiliano Afiero

Il 6 aprile le forze armate italo-tedesche invasero la Jugoslavia. I tedeschi penetrarono nel territorio jugoslavo attraverso l’Austria, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Le nostre truppe varcarono il confine giulio, penetrando prima in Slovenia spingendosi lungo la costa dalmata e congiungendosi con le altre forze italiane provenienti da Zara e dall’Albania. Trovandosi a dover fronteggiare un’invasione lungo tutti i confini nazionali, in pochi giorni l’esercito jugoslavo capitolò.

LA SITUAZIONE NEI BALCANI

Lo stato jugoslavo, nato dopo la prima guerra mondiale dalla dissoluzione degli imperi asburgico e ottomano, aveva incluso nel suo territorio popolazioni diverse per razza, religione e costumi (serbi, croati, sloveni, bosniaci musulmani) che, inevitabilmente grazie anche al comportamento oppressivo, ottuso e prepotente dei serbi, iniziarono da subito a scontrarsi tra loro. I serbi infatti dopo aver monopolizzato il governo e le stesse forze armate, attuarono una vera e propria politica di dominio e sopruso nei riguardi delle altre nazionalità. I primi a ribellarsi furono i croati, che formarono le famose unità paramilitari Ustasha guidate dal nazionalista Ante Pavelic. Proprio per mano degli ustasha nel 1934 venne ucciso in un attentato il re Pietro di Jugoslavia durante una visita in Francia.

I RAPPORTI TRA L’ITALIA E LA JUGOSLAVIA

Malgrado la Jugoslavia fosse il principale artefice della nostre mancate rivendicazioni territoriali dopo la prima guerra mondiale, il governo italiano tentò la via diplomatica per instaurare un legame di cooperazione e di amicizia con il governo di Belgrado; grazie alla collaborazione del ministro Stojadinovic, nel 1937 venne firmato addirittura dai due governi un patto di non aggressione, un vero trattato di amicizia dove l’Italia si impegnava a rispettare l’integrità territoriale della Jugoslavia e la Jugoslavia riconosceva il nostro Impero africano ed il nostro ruolo di protagonista sulla scena politica mondiale.
Questo clima di distensione durò però poco: dopo l’annessione dell’Austria al Reich il reggente principe Paolo, per tentare di ingraziarsi Hitler, ormai suo vicino di confine, sostituì Stojadinovic alla guida del governo, perché ritenuto troppo filo-italiano, con Cvetkovic di cui era nota la sua simpatia per la Germania nazista.
Fallita l’azione diplomatica, già dal 1939, dopo l’annessione dell’Albania (aprile1939) il nostro Stato Maggiore aveva iniziato a progettare un piano di invasione della Jugoslavia; dopo il crollo della Francia nell’estate del 1940 il piano venne ripreso dopo che nelle mani dei tedeschi erano finiti documenti dai quali emergeva che il governo di Belgrado aveva preso accordi con la Francia e l’Inghilterra per un’azione comune contro il nostro paese.

L’INTERVENTO TEDESCO

La politica tedesca nei Balcani era stata volta sempre nel mettere contro le diverse nazioni tra loro: da una parte quelle vincitrici (Romania, Grecia e Jugoslavia) e dall’altra quelle sconfitte (Bulgaria, Ungheria e Turchia) della prima guerra mondiale. Ovviamente Berlino faceva leva sul fatto che ognuna aveva delle rivendicazioni territoriali verso l’altra, e questo faceva si che non si giungesse mai ad un accordo che potesse portare ad una Intesa balcanica in funzione anti-asse. Dopo la sconfitta degli alleati nel 1940, ai tedeschi fu facile penetrare militarmente, economicamente e politicamente nei Balcani.
I tedeschi favorendo ora un paese ora un altro, si garantirono il prezioso petrolio rumeno e le derrate alimentari ungheresi. Tutto questo in vista dell’imminente operazione Barbarossa (ossia l’invasione della Russia), i cui piani erano pronti già dal dicembre 1940. A sancire ancora di più l’allineamento alla politica dell’asse, intervenne l’adesione della maggior parte dei paesi al patto Tripartito (sottoscritto il 28 settembre 1940 da Italia, Germania e Giappone), e quindi la strada verso l’est era aperta.
Restava però il problema dell’impasse italiana lungo il confine albanese: dopo l’offensiva dell’ottobre 1940, le armate italiane erano dovute addirittura ritirarsi in Albania per potersi difendere dalla controffensiva greca.
Inoltre in Grecia stavano cominciando ad affluire truppe inglesi e questo metteva in serio pericolo tutto lo scacchiere balcanico. Con basi in territorio greco, gli aerei inglesi potevano colpire i pozzi petroliferi rumeni e mettere così in crisi l’industria bellica tedesca.
La Grecia doveva assolutamente capitolare e il corpo di spedizione britannico doveva essere ributtato in mare: nella direttiva numero 20 del 15 dicembre 1940 venne predisposti dunque i piani per l’operazione Marita, ossia l’invasione della Grecia, il cui inizio venne fissato per la primavera del 1941.
In Bulgaria ed in Romania erano già ammassate diverse divisioni tedesche pronte ad intervenire in Grecia, ma Hitler voleva che anche la Jugoslavia consentisse il passaggio di truppe e quindi aderisse al patto Tripartito per sancire definitivamente il suo allineamento alla politica dell’asse.

IL TRADIMENTO JUGOSLAVO

Il 25 marzo dopo pesanti pressioni e la promessa del porto di Salonicco in Grecia, il governo Jugoslavo aderì al Patto Tripartito. Nella stessa giornata venne presa anche la decisione di ritardare l’Operazione Barbarossa di quattro settimane per l’invasione della Grecia. Ma il sogno durò poco: nella notte tra il 26 ed il 27 marzo un gruppo di ufficiali serbi contrari all’intesa con la Germania di Hitler rovesciarono con colpo di stato il governo di Zvetkovic e del reggente Paolo. Sul trono salì il giovane Pietro II che affidò l’incarico di formare un nuovo governo al generale Simovic. Per le strade di Belgrado ci furono scene di giubilo per l’avvenimento, e dalle finestre vennero esposte bandiere inglesi e francesi.

Colonna Motorizzata Italiana

Colonna Motorizzata Italiana

Per l’Italia e la Germania il colpo di stato era stata una provocazione inaccettabile. Hitler diramò subito ordini per “schiacciare la Jugoslavia militarmente e politicamente” che vennero riassunti nel foglio di istruzioni numero 25:
” E’ mia intenzione invadere la Iugoslavia con potenti forze con direzione Belgrado e il territorio più a sud, allo scopo sia di infliggere all’esercito iugoslavo una disfatta decisiva, sia di separare la parte meridionale dal resto del paese allo scopo di trasformarla in una base per ulteriori operazioni via terra. In particolare ordino quanto segue: non appena sia compiuta la concentrazione di forze sufficienti e le condizioni metereologiche lo consentono, tutti gli impianti a terra e la città di Belgrado devono essere distrutti con attacchi aerei continui di giorno e di notte”.
Già il 27 marzo era stato inviato da Hitler a Mussolini un telegramma per coordinare le operazioni militari contro la Jugoslavia:
“…Ed ora vi prego cordialmente, Duce di non iniziare altre operazioni in Albania durante i prossimi pochi giorni. Ritengo necessario che voi copriate e proteggiate con tutte le forze disponibili i passi più importanti fra la Jugoslavia e l’Albania….
Ritengo inoltre necessario, Duce, che rinforziate le vostre unità alla frontiera italo-jugoslava con tutti i mezzi disponibili e con la massima rapidità.”
In sostanza si chiedeva alle nostre forze un’azione offensiva lungo il confine giulio per proteggere il fianco all’attacco delle forze tedesche provenienti dall’Austria. Lungo il fronte greco-albanese bisognava assumere un atteggiamento difensivo in attesa del congiungimento con le truppe tedesche che provenivano dalla Bulgaria in direzione di Skoplje e quindi proseguire verso sud contro le forze greche e britanniche.
Il duce rispose così ad Hitler:
“E’ già stato da me personalmente dato l’ordine al generale Cavallero di sospendere l’offensiva (in Albania Ndr) il cui inizio era imminente. Reparti di fanteria stanno affluendo verso frontiera nord e prendono posizione sulle tre direttrici di un eventuale attacco jugoslavo.Ordini sono stati dati per far affluire verso la frontiera alpina orientale sette divisioni che si uniranno alle altre esistenti, più quindicimila uomini di guardia alla frontiera. Nella stessa zona è pronta ad operare la 2a squadra aerea.”

LE FORZE IN CAMPO

FORZE ITALIANE:
L’attacco italiano contro la Jugoslavia si sviluppò in tre differenti aree: lungo la frontiera giulia, dalla piazzaforte di Zara e dal confine albanese.
A nord agì la 2a Armata (comprendente 5 corpi d’armata) del generale Vittorio Ambrosio. A Zara c’erano circa 9.000 uomini che vennero elevati al rango di divisione.
Sul confine albanese vennero impegnate la 9a Armata del generale Pirzio Biroli e l’11a Armata del generale Geloso.
All’inizio di marzo la 2a Armata comprendeva:
l’XI° Corpo d’Armata (divisioni di fanteria Re, Isonzo e 3° Gruppo Alpini)
il V° Corpo d’Armata (divisioni di fanteria Sassari, Bergamo e Lombardia)
La 1a divisione celere
Alcuni reparti della Guardia alla Frontiera rinforzati con battaglioni di camicie nere
Prima dell’inizio delle operazioni ricevette di rinforzo altri 3 corpi d’Armata, 3 divisioni di fanteria (Assietta, Ravenna e Piave) e altri reparti.
Il VI° Corpo d’Armata (divisione di fanteria Friuli)
Il Corpo d’Armata autotrasportabile (divisione corazzata Littorio, divisioni di fanteria Pasubio e Torino)
Il Corpo d’Armata celere (divisioni Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto e Principe Amedeo Duca d’Aosta).
FORZE TEDESCHE
I tedeschi invasero la Jugoslavia da nord con la 2a Armata del maggior generale Maximilian von Weichs:
il XLIX° Corpo e il LI° Corpo dall’Austria;
il XLVI° Corpo corazzato dall’Ungheria.
Da nord-est con la 12a Armata del feldmaresciallo List:
Il I° Gruppo corazzato agli ordini del generale Ewald von Kleist comprendeva tre Corpi d’Armata: il XLI° Corpo motorizzato (che includeva la divisione SS Das Reich), doveva muovere dalla Romania con l’obiettivo di puntare verso Belgrado.
L’XI° e il XIV° Corpo dalla Bulgaria con l’obiettivo di puntare su Nis e poi convergere anch’essi su Belgrado.
Più a sud e sempre dalla Bulgaria dovevano muoversi l’XL°, il XVIII° e il XXX° Corpo d’Armata (comprendente la divisione SS Leibstandarte Adolf Hitler di Sepp Dietrich) con l’obiettivo di portare a termine l’operazione Marita.
FORZE SATELLITI
L’Ungheria prese parte alle operazioni dall’11 al 13 aprile, con la 3a Armata (tre Corpi d’Armata) che comprendevano complessivamente 8 divisioni di fanteria e 2 brigate motorizzate.
La Romania e la Bulgaria non parteciparono direttamente al conflitto, permettendo solo il transito delle truppe tedesche.
FORZE NEMICHE
L’esercito jugoslavo disponeva in totale di circa 30 divisioni di fanteria e 3 di cavalleria, oltre a qualche reggimento corazzato. Le forze comprendevano:
il 1° Gruppo d’Armate (7a e 4a Armata), agli ordini del generale Petrovic, attestato lungo i confini con l’Italia e l’Austria;
il 2° Gruppo d’Armate (1a e 2a Armata), agli ordini del generale Milutin Nedic lungo i confini ungheresi e rumeni;
il 2° Gruppo d’Armate (3a, 5a, 6a Armata e 3a Armata territoriale), agli ordini del generale Milan Nedic lungo il confine rumeno meridionale, bulgaro, greco e albanese.
L’armamento dell’esercito di Belgrado era scadente ed antiquato se rapportato a quello dell’esercito germanico, ma non così scarso se rapportato con quello del nostro esercito. L’armamento pesante risaliva alla prima guerra mondiale ed i pochi carri a disposizione erano antiquati (per lo più carri francesi FT) ed assegnati in modo disorganico alle varie unità di fanteria. Non migliore era la situazione dell’aviazione, che poteva contare su circa 500 aerei efficienti, ma che per la maggior parte vennero distrutti al suolo all’inizio delle ostilità dalla Luftwaffe rendendo così vano il loro eventuale apporto operativo.

FUOCO SU BELGRADO

All’alba del 6 aprile la Luftwaffe tedesca diede inizio all’operazione Castigo, nome in codice dato al bombardamento della capitale jugoslava: ondate di caccia bombardieri Stukas rovesciarono il loro letale carico di morte su Belgrado colpendola ripetutamente per tre notti e tre giorni riducendo interi quartieri ad un cumulo di macerie. Gli aerei tedeschi poterono agire indisturbati essendo stata la capitale dichiarata città aperta e quindi priva di difesa antiaerea.
Inoltre l’aviazione jugoslava non esisteva più, poiché come riferito prima la maggior parte dei velivoli erano stati distrutti sistematicamente al suolo dalla Luftwaffe.
Il massiccio bombardamento su Belgrado era stato ordinato da Hitler come “punizione” per il voltafaccia del governo jugoslavo e per costringerlo alla resa per evitare l’impiego delle truppe terrestri. Il governo jugoslavo invece volle continuare a resistere sperando forse in un qualche aiuto dalle potenze occidentali, che in quel momento però non sarebbe potuto arrivare in nessun modo. Vennero diramate quindi alle truppe di terra italo-tedesche, le direttive per l’invasione.

L’INVASIONE

Il piano di invasione prevedeva un’azione convergente su Belgrado, condotta contemporaneamente da nord e da nord est dalla 2a Armata di von Weichs e da sud dal Corpo corazzato di von Kleist. Ad ovest avrebbe agito la 2a Armata italiana del generale Ambrosio. Le altre forze della 12a Armata di List dovevano invece puntare su Skoplje, in Macedonia ed unirsi alle forze italiane provenienti dall’Albania.

Ingresso delle truppe Italiane a Lubiana

Ingresso delle truppe Italiane a Lubiana

Il 9 aprile le divisioni tedesche attestate in Austria, Ungheria e Romania invasero il territorio jugoslavo. Il 10 aprile Zagabria era già in mano tedesca: nel capoluogo croato i tedeschi furono accolti come liberatori, e il giorno dopo Slavko Kvaternik proclamò l’indipendenza della Croazia.
Le truppe italiane operarono già dal 7 aprile puntate offensive oltre il confine, ostacolate solo dal massiccio fuoco dell’artiglieria nemica che però non riuscì a rallentare il movimento verso est.
L’11 aprile due plotoni motociclisti dell’11° reggimento bersaglieri precedettero l’ingresso delle colonne tedesche a Lubiana: l’operazione ideata dal generale Roatta fu soprattutto un successo politico e propagandistico. La capitale della Slovenia, rientrava nell’area operativa italiana, ma alcuni nostri agenti avevano segnalato l’avanzata di una colonna motorizzata tedesca verso la città. Il generale Roatta, recuperando tutti i mezzi disponibili formò una colonna motorizzata lanciandola a tutta velocità verso Lubiana. Grande fu la sorpresa degli sloveni quando poco prima delle ore 18 invece dei tedeschi videro entrare per primi nella città i soldati italiani.
Poco dopo giunsero a Lubiana gli altri reparti dell’11° reggimento bersaglieri e i carri L del Gruppo Corazzato San Giusto, completando così l’occupazione della città.
Il 12 aprile nelle prime ore dell’alba, il 12° reggimento bersaglieri rinforzato da un battaglione camicie nere occupava Karlovac operando il congiungimento con le forze tedesche giunte anch’esse nella città croata.
Dopo aver raggiunto gli obiettivi ad est della linea offensiva stabilita con il comando germanico, le truppe della 2a Armata italiana iniziarono a spingersi lungo la costa dalmata, per continuare a coprire il fianco destro dell’offensiva germanica. Bisognava inoltre impedire alle forze jugoslave in rotta di raggiungere il cosiddetto “ridotto bosniaco”, un’area ideale per organizzare una resistenza ad oltranza, per la sua conformazione morfologica. Inoltre bisognava operare il congiungimento con le forze provenienti dal presidio di Zara e prendere alle spalle le forze jugoslave dislocate lungo il confine settentrionale dell’Albania.

 LA CONQUISTA DI BELGRADO

I reparti del XI° Corpo corazzato tedesco provenienti dalla Romania dopo aver raggiunto il 10 Pancevo, proseguirono spediti verso la capitale jugoslava.
Il 12 aprile l’SS-Hauptsturmfuhrer Fritz Klingenberg della 2a compagnia del battaglione motociclisti della divisione SS Das Reich attraversò il Danubio e con soli nove uomini ottenne la resa di Belgrado. Per questa sua azione Klingenberg venne decorato con la croce di cavaliere.
Nella stessa giornata le truppe ungheresi riconquistarono quasi senza combattere i loro antichi territori a sud della Drava e del Danubio persi dopo la prima guerra mondiale.
Dalla Bulgaria gli altri due corpi (XIV° e XI°) del Corpo corazzato di von Kleist, il 9 aprile giunsero a Nis e il 10 a Krusevac. Da lì iniziarono a spingersi anch’essi verso Belgrado lungo il corso della Morava; il 12 aprile nel settore del monte Avala si scontrarono con alcuni reparti jugoslavi che opposero una forte resistenza. Per quasi due giorni i panzer di Kleist rimasero bloccati dal fuoco nemico, finchè non intervenne la Luftwaffe ormai padrona dei cieli balcanici ad annientare la resistenza nemica. Il 13 le colonne corazzate di von Kleist raggiunsero Belgrado.
Più a sud dalla Bulgaria, le altre forze tedesche della 12a Armata di List, dopo alcuni scontri con agguerriti reparti nemici, raggiunsero Skoplje il 7 aprile, spingendosi poi verso Monastir lungo il confine greco ed operando anche qui il congiungimento con le forze italiane provenienti dall’Albania.

IL FRONTE DI ZARA

Fronte Greco-Jugoslavo

Fronte Greco-Jugoslavo

Il presidio italiano di Zara, dopo il colpo di stato di Belgrado si trovò subito in prima linea. Nella piazzaforte c’erano circa 9.000 uomini agli ordini del generale di Brigata Emilio Giglioli. I nostri servizi avevano segnalato sin dal 28 marzo la presenza di notevoli forze nemiche e localizzate diverse postazioni di artiglieria nei dintorni della città. Il 2 aprile venne predisposta l’evacuazione della popolazione civile e quindi vennero rinforzate le opere di difesa. Contro la guarnigione italiana erano schierate in prima linea la divisione Jadranska e pronte ad intervenire le divisioni Mostar e Sebenico.
Dal Comando Supremo era giunto l’ordine di resistere ad oltranza. Per tentare di allentare la morsa nemica intorno alla città, l’8 aprile venne ordinato un bombardamento aereo da parte della nostra aviazione sulle posizioni nemiche. Come ritorsione l’aviazione nemica compì a sua volta incursioni sulla città, che provocarono danni soprattutto alle abitazioni civili. Da quel momento il generale Giglioli richiese la presenza continua dei nostri caccia sul cielo della città per evitare altre incursioni aeree nemiche.
La situazione mutò radicalmente dopo l’11 aprile: con le forze italo-tedesche già in Croazia i reparti nemici intorno a Zara iniziarono a ritirarsi verso l’interno. Venne ordinata così dal Comando Supremo un’azione offensiva in territorio nemico verso Knin per mettere in crisi l’intero schieramento avversario. Il generale Giglioli formò una colonna d’attacco, agli ordini del colonnello Eugenio Morra, comprendente il battaglione bersaglieri “Zara”, un battaglione di fanteria autotrasportato, un gruppo di artiglieria autotrainato, una compagnia carri ed altri reparti minori.
La colonna, appoggiata da un intenso fuoco di artiglieria mosse all’alba del 12 aprile raggiungendo subito Zemonico inferiore. Il giorno dopo la colonna in direzione di Rudele venne fatta segno di un violento fuoco di artiglieria nemica. Il generale Giglioli, che aveva raggiunto nel frattempo i suoi uomini, ordinò al colonnello Morra di mandare avanti i carri. Seguirono furiosi combattimenti che videro impegnati i bersaglieri del battaglione Zara contro forze nemiche superiori appoggiate anche dall’aviazione. Ci furono molti caduti e feriti gravi, tra i quali lo stesso colonnello Morra; il comando della colonna venne assunto dal maggiore dei bersaglieri Pietro Testa. Durante tutta la notte del 13 e il mattino del 14 aprile, i reparti italiani dovettero difendersi dai ripetuti attacchi della divisione Jadranska.

IL CROLLO DI ZARA

Il 14 aprile, i reparti della divisione Torino dopo aver ottenuto la resa della guarnigione di Gracac, si spinsero velocemente verso le posizioni tenute dalla colonna del Giglioli, costringendo il nemico alla fuga. Le forze così congiunte proseguirono la loro avanzata verso Knin. Dopo aver perso il controllo di tutti gli avamposti avanzati, la guarnigione di Knin si arrese alle forze italiane.
Il 15 aprile di fronte alla catastrofe imminente, il giovane re Pietro fuggì in Grecia per sottomettersi alla protezione britannica; nello stesso giorno un reggimento della divisione Torino raggiunse Sebenico mentre gli altri reparti della divisione presero Spalato.
Il 16 aprile le forze tedesche entrarono a Sarajevo completando l’annientamento dell’esercito jugoslavo.
Il 17 aprile il Corpo d’armata auto-trasportabile fece il suo ingresso a Ragusa, incontrando i reparti italiani del XVIII° Corpo d’Armata provenienti dall’Albania. Sempre il 17 venne presa anche Mostar, l’antica capitale della Erzegovina.

LE OPERAZIONI SUL FRONTE GRECO-ALBANESE

Come Hitler aveva espresso a Mussolini il favorevole esito dell’operazione Martita dipendeva soprattutto dalla tenuta delle truppe italiane lungo il confine albanese-jugoslavo.
Subito dopo l’aggravarsi della situazione politica in Jugoslavia, i nostri comandi militari avevano ordinato il rinforzo della linea difensiva lungo il confine tra l’Albania e la Jugoslavia, dove si prevedeva una sicura azione offensiva nemica. Il comandante delle forze armate italiane in Albania, il generale Ugo Cavallero, fece affluire rinforzi in uomini e mezzi dal momento che oltre il confine il nemico schierava una forza comprendente circa 130.000 soldati.
Già il 6 aprile, reparti nemici attaccarono nel settore di Scutari (dove operava il XVII° Corpo d’Armata), appoggiati da un pesante fuoco di artiglieria. Nel settore di Puka, venne sopraffatto il posto di frontiera di Morina, malgrado la strenua resistenza delle nostre truppe; per evitare al nemico di penetrare più profondamente venne fatto saltare il ponte sul fiume Lumes.
Il giorno dopo gli assalti nemici si fecero più intensi, ma i nostri soldati tennero le posizioni egregiamente contrattaccando all’arma bianca. Nel settore di Kukes per la forte pressione nemica i nostri dovettero però indietreggiare: Kukes fu abbandonata e il ponte sul fiume Drin venne fatto saltare. Intervenne la nostra aviazione che effettuò diversi attacchi dal cielo a volo radente per tentare di far indietreggiare il nemico. Nei giorni successivi nei settori di Puka e Kukes si ripeterono ininterrottamente gli assalti nemici, che vennero però tutti respinti grazie al sacrificio dei nostri soldati e grazie anche ad alcuni contrattacchi portati dai carri della divisione corazzata Centauro.
Il 13 aprile il nemico scatenò nel settore di Scutari una nuova massiccia offensiva con la fanteria e l’appoggio dei carri. Contro di essi si lanciarono i carri della Centauro e gli altri nostri reparti combattendo furiosamente fino al tramonto, quando il nemico fu costretto a ritirarsi.
Un altro attacco nemico nel settore di Tarabosh venne arrestato dai soldati della divisione Messina con contrattacchi all’arma bianca.
Il 15 aprile, si passò all’offensiva contro le posizioni nemiche: reparti del 31° reggimento carri della Centauro malgrado l’intenso fuoco dell’artiglieria nemica effettuarono con successo puntate oltre il confine jugoslavo. Il nemico era ormai allo stremo delle sue forze, e nella stessa giornata del 15, venne presentata dal generale Petrovic, comandante della divisione Zetska la proposta di un armistizio. Il comandante della Centauro, il generale Pizzolato si riservò di rispondere, e dopo un incontro con il generale Cavallero venne deciso di non accettare nessun armistizio ma solo la resa incondizionata. Venne così ripresa l’offensiva: con le forze italiane dislocate nel settore di Scutari vennero formate due colonne, una denominata “Nord” comprendente la divisione Centauro e la Marche con l’obiettivo di puntare su Ragusa ed una “Sud” comprendente la divisione Messina con l’obiettivo di puntare su Cattaro.
La colonna Nord dopo aver occupato Niksic giunse a Ragusa alle 13,30 del giorno 17. La sud dopo l’occupazione di Cettigne, l’antica capitale del Montenegro, raggiunse Cattaro il 18 aprile.
Anche nel settore tenuto dal XIV° Corpo d’Armata (divisione Puglie, Cuneense, Firenze ed altri reparti), più a sud a nord ovest del lago di Ocrida, le nostre forze passarono all’offensiva a partire dal 9 aprile. L’11 aprile la compagnia motociclisti del 4° bersaglieri entrò a Ocrida operando il congiungimento con i reparti tedeschi provenienti dalla Bulgaria.
Con l’esercito ormai allo sbando i plenipotenziari jugoslavi firmarono a Belgrado l’atto di resa che entrò in vigore alle dodici del 18 aprile. Per la Jugoslavia firmò il generale Kalafatovik, per l’Italia firmò il colonnello Bonfatti già addetto militare a Belgrado, per la Germania il generale von Weichs.

L’OPERAZIONE “MARITA”

L’invasione della Jugoslavia aveva modificato i piani per l’invasione della Grecia; il piano originario tedesco prevedeva un’azione offensiva che dalla Bulgaria doveva puntare contro la linea Metaxas (un impressionante complesso di bunker e trincee che si estendeva dalla valle del Vardar lungo il confine tra la Macedonia e la Bulgaria) e verso Salonicco. La possibilità di entrare in territorio jugoslavo offrì alle forze tedesche il vantaggio di aggirare la linea Metaxas passando per Skoplje e tagliare in due lo schieramento avversario.
Il grosso delle forze greche (1a Armata Greca) era dislocato lungo il confine albanese intento a fronteggiare le forze italiane. Lungo il confine con la Jugoslavia c’erano 4 divisioni greche ed il Corpo di spedizione inglese del generale Maitland Wilson, comprendente 4 divisioni inglesi (di cui una neozelandese ed una australiana) ed una Brigata Polacca. A difesa della linea Metaxas c’erano le tre divisioni e mezzo della 2a Armata greca.
L’invasione della Grecia iniziò il 6 aprile ad opera della XIIa Armata tedesca del generale List. Le divisioni da montagna del XVIII° Corpo del generale Boehme attaccarono frontalmente la linea Metaxas nei pressi del passo Rupel, mentre la seconda divisione Panzer aggirava la stessa linea fortificata puntando su Strumica. Il 9 aprile i tedeschi raggiunsero Salonicco.
Malgrado la forte resistenza, le forze greche vennero sopraffatte dall’impeto delle armate tedesche, piegandosi alla potenza di fuoco dei panzer e degli Stukas.

Soldati tedeschi sul Partenone

Soldati tedeschi sul Partenone

Gli inglesi di Maitland Wilson si asserragliarono sul Monte Olimpo per tentare di fermare i tedeschi resistenza; intervenne allora la divisione corazzata SS Adolf Hitler che dopo furiosi scontri costrinse gli inglesi alla fuga verso le Termopili. Qui Maitland Wilson con la sola divisione neozelandese arrestò temporaneamente l’avanzata tedesca per dare tempo alle restanti truppe del Corpo di spedizione britannico di imbarcarsi e sfuggire alla cattura. Come a Dunkerque un anno prima, gli inglesi cercarono la fuga via mare. Il 24 dopo un massiccio attacco gli alleati ripiegarono su Tebe, stabilendo una nuova linea difensiva, che venne sopraffatta il 26 aprile costringendo i reparti inglesi a ritirarsi verso i porti meridionali della Grecia. Nella stessa giornata del 26 reparti di paracadutisti tedeschi occuparono il ponte di Corinto, permettendo alle truppe di terra di entrare nel Peloponneso.
Grazie alla resistenza del generale Maitland Wilson, l’ammiraglio Cunningham riuscì ad evacuare circa 43.000 soldati su 60.000 prima che i tedeschi occupassero tutti i porti dell’Attica e del Peloponneso. Nelle mani tedesche rimasero oltre ad una grande quantità di materiale e di armamento pesante anche 11.000 prigionieri.
Contemporaneamente all’ingresso delle truppe tedesche in Grecia, anche quelle italiane dislocate lungo il confine greco-albanese (XIa Armata) iniziarono l’offensiva contro la 1a Armata Greca. Il 14 aprile venne presa Coriza e venne finalmente conquistata la tristemente famosa Quota 731 a Monastir, dove si erano scontrate più volte in furiosi e sanguinosi combattimenti i soldati greci ed italiani; le nostre truppe irruppero poi nella val Deisnizza. Il 18 aprile i nostri reparti entrarono ad Argirocastro.
Il 23 aprile, dopo una serie di contatti e discussioni tra gli alti comandi militari italiani e tedeschi, venne firmato a Salonicco l’atto di resa dell’esercito ellenico. Per l’Italia firmò il generale Ferrero, per la Grecia il generale Tsolakoglou e per la Germania il generale Jodl. Nella stessa giornata il re Giorgio fuggì a Creta desideroso di continuare la lotta contro le forze dell’asse.
Il 28 aprile le truppe tedesche e italiane fecero il loro ingresso trionfale ad Atene.
Ai soldati impegnati sul fronte greco il duce inviò il seguente messaggio:
“La vittoria consacra i vostri sanguinosi sacrifici, specialmente gravi per le forze terrestri, e illumina di nuova gloria le vostre bandiere. La Patria è come non mai fiera di voi. In questo momento il popolo italiano ricorda e saluta commosso i suoi eroici figli caduti nella battaglia d’Albania ed esprime a voi, che li avete vendicati, la sua gloria imperitura”.
Il 30 aprile il 2° battaglione paracadutisti comandati dal Maggiore Zanninovich partì da Lecce per procedere all’occupazione delle isole greche dello Ionio. Alle tredici e quaranta i primi reparti vennero paracadutati su Cefalonia e, dopo poche ore, il tricolore sventolò sul campanile di Argostoli, capoluogo dell’isola. Il giorno dopo, nuclei di paracadutisti, trasformati per l’occasione in fanteria da sbarco, procedettero all’occupazione delle isole di Zante ed Itaca ed in tre giorni l’intero arcipelago era nelle mani dei nostri paracadutisti.
Restava l’isola di Creta, ancora in mano nemica, ma di lì a poco ci pensarono i paracadutisti tedeschi del generale Kurt Student, a sloggiare definitivamente le forze inglesi dall’isola.

SPARTIZIONE DELLA JUGOSLAVIA 

Dopo l’armistizio il territorio jugoslavo fu così ripartito tra i vari occupanti. Alla Germania andarono la Slovenia settentrionale, la Stiria e la Carinzia, l’amministrazione del Banato orientale (abitato da minoranze rumene) e la costituzione di un regime militare in Serbia che fu ricondotta ai confini del 1914.
L’Italia ottenne parte della Dalmazia e la provincia di Cattaro. La Slovenia meridionale con Lubiana fu annessa direttamente al territorio nazionale. Alcuni territori della Macedonia e del Kosovo furono incorporati nell’Albania italiana. Il territorio del Montenegro fu dichiarato indipendente, sotto il protettorato italiano.
La Croazia, con la Slavonia, la Bosnia-Erzegovina e parte della Dalmazia formarono lo Stato Indipendente di Croazia, posto sotto la duplice influenza italiana (all’Ovest) e tedesca (all’est). Il 15 maggio 1941 la Croazia, venne eretta in regno, e il premier Ante Pavelic offrì la corona ad un Savoia, il Duca Aimone di Spoleto.
Altri “lembi” del territorio jugoslavo andarono alla Bulgaria (gran parte della Macedonia slava) e all’Ungheria (metà della Voivodina e altre zone).

SPARTIZIONE DELLA GRECIA

I tedeschi occuparono militarmente la Macedonia centrale e orientale con l’importante porto di Salonicco e l’isola di Creta. I bulgari ottennero la Tracia, la regione nord orientale della Grecia, mentre il resto del territorio greco passò sotto l’amministrazione militare italiana. Ad Atene venne instaurato un governo militare greco sotto il controllo della Germania e dell’Italia, guidato dal generale Tsolakoglu.

Bibliografia:
E. Faldella, “L’Italia nella 2a guerra mondiale”, ed. Cappelli
S. Loi, “Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-43)”, ed. SME
A. Petacco, “Storia della Seconda guerra mondiale II° volume”, Curcio editore
AA.VV. “La conquista dei balcani”, Hobby & Works editrice

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