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LUIGI
FEDERZONI
(1878-1967)
Il fondatore del
Nazionalismo Italiano, Monarchico di ferro, grande letterato, uomo
coltissimo. Terza carica del Regime, Presidente del Senato per un
decennio, assolutamente contrario all’alleanza con la Germania,
accuserà Mussolini di aver tradito il Fascismo, ribaltando l’accusa
mossagli dopo il 25 luglio e scagliandosi violentemente contro la
RSI.
Di
nobile famiglia, Luigi Federzoni nasce a Bologna il 27
settembre 1878, figlio di Giovanni, Professore d’Italiano e
studioso di Dante, ed Elvira. Eccellente studente, dopo aver
frequentato il Liceo si iscrive all’Università della sua città, dove
conosce Carducci, e in breve tempo riesce a laurearsi in Lettere e
poco dopo in Giurisprudenza (1900). Giovinetto, si appassiona alla
letteratura e alla pittura; scrive romanzi, opere teatrali e
dipinge. Accantonata la passione artistica, intraprende l’attività
di giornalista e sposa Luisa Melotti Ferri, detta Gina. Nei suoi
primi scritti giornalistici, svolti nei principali giornali
nazionali, Federzoni si fa promotore di un’unificazione di tutte le
molteplici tendenze nazionalistiche che in quei primi anni del nuovo
secolo andavano formandosi. Federzoni fu il primo ad intravedere che
un compattamento di queste forze per certi versi ancora molto
eterogenee avrebbe creato le basi per un grande movimento di massa.
Questo impegnativo lavoro culminò nel 1910, quando Federzoni riuscì
a costituire l’Associazione Nazionalista Italiana (ANI) in cui
ritrovansi quegli uomini appartenenti un po’ a tutte le anime del
composito nazionalismo italiano, che in seguito avrebbero trovato
compiutezza nel Fascismo. Tra questi vi erano nazionalisti della
sinistra storica crispiana, nazionalisti della destra storica,
nazionalisti Cattolici, ognuno con le sue esperienze e i propri
principî, ma tutti accomunati da quella volontà di cambiamento
nazionalista che col suo impeto avrebbe dovuto “rimodellare”
l’intera Nazione. Queste premesse portarono alla stesura di un
programma comune. Nel 1911 Federzoni fonda il giornale L’Idea
Nazionale, che diventa subito il punto d’incontro e di dibattito tra
tutte le correnti del nazionalismo Italiano, auspicando il passaggio
dall'associazionismo alla fondazione vera e propria di un Partito
Nazionalista. Questo processo fu lungo e laborioso e in particolare
si attuò col convegno di Roma del 1912, che proclamò l'interventismo
in Libia, e con quello di Milano del 1914, con cui l’associazione
divenne definitivamente Partito Nazionalista. Intanto già nel 1913
Federzoni era stato eletto Deputato, primo esponente nazionalista a
giungere alla Camera. In quegli anni la nuova cultura che si era
sviluppata attorno a riviste quali Il Regno e La Voce, con i suoi
Verga, De Amicis, Rapisardi, De Sanctis, D’Annunzio, Pascoli,
Pirandello, Borgese, Marinetti, Gentile, Croce si ritrovò largamente
coinvolta nel nuovo progetto nazionale e lo stesso Federzoni ebbe
numerosi contatti con tutte queste personalità. Federzoni
contribuisce a superare il “dibattito negativo”, limitato alla
critica del positivismo, della democrazia, del liberalismo, del
socialismo materialista, per trasformarlo in “dibattito positivo”,
con l’individuazione cioè di obiettivi, metodi e strumenti sociali e
politici. Tra i fautori di questa trasformazione troviamo, accanto
al Federzoni, Enrico Corradini con tutti coloro che si ritrovarono
intorno al giornale L’Idea Nazionale e cioè Maraviglia, Coppola,
Forges Davanzati e dal 1914, Alfredo Rocco, il celebre giurista del
futuro Codice Penale. Il presupposto sociale che Federzoni individua
è quello dell'unione fra “élite di classe”: élite proletaria,
borghese, aristocratica. In particolare si assiste ad una volontà di
rigenerare l’intera classe borghese, il cui compito politico
primario appare ora quello di sostituire le vecchie élite borghesi
decadenti del trasformismo giolittiano e di opporsi fieramente
all’avanzata marxista. Per operare tale rigenerazione, la borghesia
avrebbe dovuto, conseguentemente, dimostrarsi in grado di agire, non
più in difesa dei suoi interessi di classe, ma come elemento di
punta dell’intera collettività nazionale, come classe dirigente
l'economia della Nazione. Il problema sociale di cui era portatore
il proletariato, pertanto, doveva essere risolto grazie all’azione
della nuova borghesia nazionale, utilizzando le armi
dell’espansionismo coloniale e dell’imperialismo: l’acquisizione di
nuovi spazi avrebbe determinato le condizioni per la crescita
economica di un proletariato liberato finalmente dalla menzogna
marxista. Da questa impostazione derivavano sia la supremazia della
politica estera sulla politica interna, sia il bisogno di uno Stato
forte, disciplinato, che trovava i suoi simboli unificanti nella
Monarchia e nell’Esercito.
Le ricadute ideali e politiche di questa impostazione non erano di
poco conto. La definizione dell’apparato ideologico del partito,
condusse a superare il semplice patriottismo e ad abbandonare vecchi
baluardi del Risorgimento come l’anticlericalismo e il liberalismo
economico, ritenuto prodotto dell’individualismo, figlio, quindi,
della stessa pianta da cui nasceva il socialismo. Proprio in quest’ottica
vanno interpretate alcune defezioni dal partito, avvenute tra il
1911 e il 1914, giudicate necessarie da Federzoni: uscì dal partito
Sighele, che voleva ridurre il nazionalismo all’irredentismo; se ne
andarono Arcari, Rivalta e Valli, capifila dell’associazionismo e
del vecchio nazionalismo anticlericale di stampo risorgimentale; se
ne uscì l’intera ala liberale, confluita poi nel liberalismo
giolittiano.
Dopo il successo alle politiche del 1913, il partito di Federzoni
conquista numerosi seggi alle elezioni amministrative del 1914. Con
lo scoppio della Grande Guerra il Partito Nazionalista è in prima
fila nella campagna interventista e Federzoni sprona con dibattiti
tutto il mondo culturale all’intervento. Col 24 Maggio del ’15
Federzoni parte volontario nell’esercito combattendo per quasi tutto
il quadriennio e ottenendo una medaglia d'argento al valore
militare.
Dopo la Vittoria, contemporaneamente alla nascita delle Camicie Nere
Fasciste, anche Federzoni decide di costituire un gruppo
paramilitare che funga da braccio armato del Partito Nazionalista:
sono le Camicie Azzurre, che giunsero nel 1922 al numero di 30.000
unità ed ebbero l'azzurro dal colore della Real Casa; il loro motto
fu “sempre pronti” e l'inno “Fiamma Azzurra”, il cui ritornello
suona: Noi giuriam con viva gioia/ di combattere e morire/ per
l'azzurro dei Savoia/ per l'Italia e per il Re.
Durante i turbolenti anni del primo dopoguerra si assiste al lento e
talora contrastante avvicinamento tra il Nazionalismo di Federzoni e
il Fascismo di Mussolini. Tuttavia già dalla comune lotta
interventista, enorme rimaneva lo jato fra il concetto mussoliniano
di guerra rivoluzionaria e quello federzoniano di guerra
imperialista. Di un vero e proprio problema di rapporti fra Fascismo
e Nazionalismo, pertanto, si può parlare fino al 1921, quando si
attua la svolta decisiva nell'azione che porterà alla Marcia su
Roma. Infatti con le elezioni che portano in Parlamento 35 deputati
Fascisti eletti nei Blocchi Nazionali e col congresso Fascista dell’Augusteo,
del novembre 1921, si certifica la definitiva alleanza di ferro del
Fascismo col Nazionalismo, di Mussolini con Federzoni.
Tuttavia a porre per primo il problema di una fusione tra i due
movimenti non fu né Mussolini né Federzoni, bensì il futuro
Quadrumviro Cesare De Vecchi nel corso di un’intervista rilasciata
all’Idea Nazionale il 16 novembre 1921. Federzoni, dal canto suo,
raccolse la proposta sottolineando però che: “primo: i nazionalisti
sono fermamente Monarchici mentre i Fascisti sono ancora agnostici;
secondo: nonostante le sue straordinarie benemerenze, il Fascismo
non ha ancora acquistato vera consistenza e organicità di partito
politico e non potrà farlo che identificandosi col nostro
Nazionalismo”. Così l'altro esponente nazionalista di spicco, il
siciliano Prof. Francesco Ercole che, sempre nel 1921 nel suo
articolo “Contro un’affrettata fusione”, rimarcava i pericoli che
scaturivano dalla ancora presente mancanza Fascista di “una
concezione etica e integrale della vita”. Da parte Fascista, il 2
febbraio 1922, in un articolo sul Popolo d’Italia intitolato "Per
intenderci", a Federzoni ed Ercole rispondeva Dino Grandi,
capovolgendone le tesi: non era il Fascismo che doveva identificarsi
col Nazionalismo, ma, al contrario, era questo che doveva
modificarsi e venire sulle posizioni del Fascismo: “Mentre il
Nazionalismo è nato dalla elaborazione dottrinaria per giungere alla
negazione pratica, si potrebbe quasi dire che il Fascismo è nato
dalla negazione dottrinaria, per giungere all’elaborazione pratica.
In un periodo storico che afferma l’incontrastato dominio delle
grandi correnti popolari, ieri assenti, ed oggi quanto mai volitive,
presenti e chiamate ad operare entro i partiti, il Fascismo altro
non può essere se non l’espressione di questa grande realtà
storica”. Federzoni rimase assai colpito dall’articolo di Grandi e
ne parlò con Mussolini, il quale, dopo un’iniziale cautela,
accoglierà totalmente le tesi grandiane.
Intanto il 23 Marzo 1922 Federzoni diventava Vicepresidente della
Camera dei Deputati. Avvicinandosi la Marcia su Roma, l'unione dei
movimenti si accelera. Federzoni, parlando al Lirico di Milano il 15
ottobre 1922, ribadì l’assoluta e imprescindibile importanza della
difesa della Monarchia, la necessità di un governo “in una parola di
reazione”, ottenibile anche con una Rivoluzione. Poco dopo al Teatro
San Carlo di Napoli analogo discorso teneva Mussolini, ribadendo
“assoluta fedeltà e dedizione a Casa Savoia”. Lo stesso giorno,
sempre a Milano, con tempismo non casuale, si teneva una riunione
delle Camicie Azzurre sull’atteggiamento da tenere se i Fascisti
fossero passati all’azione. Le Camicie Azzurre risolsero subito:
“affianco alle Camicie Nere”. Con la gloriosa Marcia su Roma del 28
Ottobre 1922, ove Camicie Nere e Camicie Azzurre compirono insieme
la Rivoluzione, furono ultimate le ultime formalità per la fusione e
nel 1923 le Camicie Azzurre confluivano nelle Camicie Nere e nella
MVSN, col preciso compito della difesa del Regime Fascista
indissolubilmente legato a Casa Savoia. Tutta la dirigenza del
Partito Nazionalista confluiva nel PNF, rivestendone subito
importanti cariche. In particolare Federzoni fu subito ammesso al
neonato Gran Consiglio del Fascismo. Il 31 Ottobre 1922 Federzoni,
dimessosi da Vicepresidente della Camera, entra nel primo governo
Mussolini quale Ministro delle Colonie (31 ottobre 1922-17 giugno
1924), per poi diventare nel secondo gabinetto Ministro dell'Interno
(17 giugno 1924-6 novembre 1926) e nuovamente Ministro delle Colonie
(6 novembre 1926-18 dicembre 1928). In tali vesti ottiene importanti
successi in particolare nell’opera di normalizzazione seguita alla
Rivoluzione e durante la “crisi Matteotti”. Nei primi mesi del 1927
Federzoni, da poco tornato al dicastero delle Colonie, inizia a
scrivere i suoi Diari, preziosa autobiografia, ove annota
puntualmente, ora per ora, le proprie giornate, i propri incontri,
le proprie impressioni. Ne emerge un quadro interessante e talvolta
ironico e malinconico sulla difficoltà dell’azione di governo,
constatando come la scorrettezza di un solo uomo possa talora
capovolgere la correttezza di molti uomini. In questo suo secondo
mandato alle Colonie, Federzoni si occupa del riassetto
amministrativo della Libia, in vista di una sua piena adesione al
Regno d’Italia come regione vera e propria. Tuttavia dai suoi Diari
si nota una certa insofferenza per lo scarso zelo con cui fu accolto
il progetto di legge: “ho l'impressione che nessuno (…) si sia reso
conto dell'importanza storica e del significato di novità di questa
legge, rispetto alla posizione dell'Italia nel Mediterraneo”. Il 22
Novembre del 1928 Federzoni è nominato Senatore del Regno. Del
Senato diventa Presidente il 29 aprile 1929, diventando la terza
carica del Regno per circa 10 anni, fino al 2 marzo del 1939. In
tale veste assurge a grandissimo prestigio, anche internazionale.
Incrementa in modo impressionante la sua attività culturale,
diventando Presidente dell'Istituto di Studi Romani (1929-1931),
Presidente della Società anonima letteraria Nuova Antologia (1931),
Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei (6 maggio 1935-4 gennaio
1946), Presidente dell'Istituto Fascista dell'Africa Italiana
(1937-1940), Presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana (17
marzo 1938-6 ottobre 1943), Presidente dell'Accademia d'Italia
(1938-1943) dopo Marconi e D’Annunzio. Tra le sue attività in Senato
si segnalano la Presidenza della Commissione per il Regolamento
Interno, nella cui veste contribuisce a dar sempre maggior lustro
all’Alta Camera, e la partecipazione alla Commissione
dell'Educazione Nazionale e della Cultura Popolare dal 1939 al 1943.
Grande ruolo ebbe inoltre Federzoni come Consigliere di S. M. il Re
e come intermediario nei rapporti col Vaticano, sia nell'avvio del
processo di Conciliazione e di ratifica del Concordato, in
particolare grazie ai suoi contatti con Mons. Luigi Haver, sia in
seguito per dirimere i problemi sorti circa l’associazionismo
Cattolico. In questo periodo intraprende numerosi viaggi nel mondo,
abbinando la politica al viaggio di piacere. In particolare in
Germania ha un interessante incontro col neo-cancelliere Hitler.
Ecco il ritratto che ne fa nei suoi Diari: “È un tipo franco,
vivace, dai capelli neri impomatati, con una ciocca quasi
napoleonica sulla fronte. Porta i baffetti neri tagliati a spazzola
e ridotti alla minima estensione sotto il naso. Parla gesticolando,
e con un accento incisivo e perentorio. La figura fisica e il modo
di fare sono assai piú dell'austriaco che del tedesco. Mostra
un'assoluta sicurezza di sé. Piú che un demagogo, mi sembra un
allucinato, ma comprendo come, anche perché tale, egli possa
magnetizzare le folle. Possiede un'inarrestabile abbondanza di
parole (...) Egli dice, in sostanza, che per i nazionalsocialisti il
problema non è la lotta per la conquista del potere ma l'azione
costruttiva dopo tale conquista (...). Sulla prossima vittoria dei
nazionalsocialisti Hitler non ha dubbi”,
Ostilissimo alle leggi razziali, considerate totalmente estranee
alla Nazione ed eticamente errate, si stupì di come, nonostante la
manifesta opposizione della maggioranza dei gerarchi e dei
parlamentari, esse avessero comunque ottenuto l’avvallo necessario
per la promulgazione; in proposito ebbe violenti scontri con
Farinacci e iniziò a manifestare i primi dissidi col Duce.
Fieramente contrario all’alleanza con la Germania e alla
partecipazione alla guerra, si scontrò apertamente con Mussolini, ma
rimase inascoltato. Risoltosi ad appoggiare un cambio di governo, fu
tra i promotori dell’ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943.
Chiuso improvvisamente il Senato per decreto del nuovo Presidente
del Consiglio Badoglio, si ritirò presso l’Ambasciata portoghese del
Vaticano, da dove si scagliò violentemente contro la neonata
Repubblica Sociale Italiana e Mussolini, da lui definito “traditore
dell’idea”. Condannato a morte in contumacia al processo di Verona
del 1944, rimase in Vaticano fino al 1947, dedicandosi alla stesura
di libri e memoriali, tra cui: Memorie inutili della famiglia
Federzoni, curiosissima raccolta di avvenimenti giovanili
apparentemente insignificanti, ma ricchi di morale; Le memorie di un
condannato a morte, che fu in seguito ampliato dall’autore quale
Italia di ieri per la storia di domani, lucida e drammatica analisi
degli avvenimenti dal settembre 1943 al giugno 1944: in esso
Federzoni si scaglia contro i repubblichini e afferma che laddove
per Mussolini egli, con gli altri, rappresentava il traditore, per
lui era Mussolini che, con la sua politica demagogica e con l'aver
trascinato l'Italia nell'avventura bellica, aveva tradito i
presupposti su cui tutti loro avevano costruito il Fascismo e nei
quali avevano creduto, poiché questo falso Fascismo degli ultimi
anni “non attuò, bensí sciupò, travisò e infirmò, con una
volgarizzazione superficiale di tono demagogico, un organismo di
idee in cui era un'essenza classica di ordine, di giustizia e di
grandezza morale”, e ancora “Dal canto mio, alla vigilia della
Marcia su Roma, l'8 ottobre 1922, parlando al Lirico di Milano in
nome dei miei amici, avevo francamente indicato a quali condizioni i
nazionalisti avrebbero assecondato un'eventuale azione di governo
dei Fascisti: rafforzamento dell'autorità dello Stato sopra i
partiti; impero assoluto della legge; riconoscimento della Monarchia
come presidio fondamentale dell'unità e continuità della Nazione;
tutela dei valori religiosi ed etici; elevazione materiale e morale
dei lavoratori, accompagnata a ferma difesa dell'ordine sociale;
indirizzo economico e finanziario antidemagogico. Avrò torto; ma io
sono rimasto ligio a quei principî, nei quali allora pareva che
tutti convenissimo”. Senza mezzi termini Federzoni afferma che era
stato proprio Mussolini “ad aver contribuito per il 90 per cento al
collasso dell'Esercito, con la sua opera incompetente e incoerente
di Ministro delle Forze Armate per oltre quattordici anni e poi di
comandante supremo in guerra, e ad aver portato il paese alla
disfatta”. Ed era proprio questo che non gli veniva perdonato e che
aveva portato i 19 membri del Gran Consiglio, la maggioranza, ad
esautorarlo e molti altri a negargli la fiducia che gli avevano dato
per vent'anni. In questa posizione, Federzoni riassume in sé in modo
veemente l'atteggiamento di quella classe politica e intellettuale
che aveva creduto nel Fascismo e accusava Mussolini di “aver
dilapidato follemente il patrimonio dell'unità, dell'indipendenza e
della potenza d'Italia, formato con lo sforzo secolare della
Nazione; il patrimonio che egli stesso, nei primi anni del suo
governo aveva accresciuto e perfezionato”. Un patrimonio che era
stato talmente disperso dalla disastrosa condotta della guerra da
portare gli italiani, e Federzoni in prima persona, addirittura
all’odio totale verso i repubblichini e i tedeschi ed a sperare in
una loro sconfitta totale. Mentre Mussolini finiva “la sua carriera
come mercante di schiavi, lasciando che i tedeschi rastrellino
ragazzi per il loro esercito. (…) Si pone all'Italia il problema di
risorgere: bisogna che gli Italiani, senza dipartirsi dalla loro
silenziosa discrezione, si facciano nuovamente conoscere e stimare,
ossia dimostrino di essere, come possono essere, un popolo serio, un
popolo che sa ancora vigorosamente combattere per una giusta causa:
il popolo del Piave e di Vittorio Veneto”. Questo diario esprime il
travaglio di una generazione che aveva visto crollare
definitivamente i propri ideali e che ora si interrogava sul proprio
futuro. Da questo punto di vista, Federzoni sembrerebbe apprezzare
le mosse dei partiti antifascisti e perfino dei comunisti, a
cominciare da Togliatti e dal suo appello affinché si cessasse di
rivendicare l'abdicazione del Re: con questa richiesta si poneva
“termine e rimedio alle inconcludenti diatribe dei vecchi
antifascisti ed ex-fuorusciti, esasperati dai loro asti settari,
inchiodati alle loro negative posizioni dottrinarie”. Federzoni
intuiva che una politica di pacificazione e “ogni cooperazione”,
“compresa questa dei comunisti”, potevano essere una soluzione per
il futuro del paese: questo perché ad esso, all'indomani della
guerra, si sarebbero poste due alternative: “O l'Italia avrà
ritrovato nei nuovi cimenti il vigore spirituale che essa destò in
sé venticinque anni or sono, e vincerà anche la minaccia del
sovvertimento interno; o avrà fallito pure quest'altra prova, e
dovrà correre l'alea di diventare, come la nascente Jugoslavia, un
pianeta un po' piú grosso del sistema di cui Mosca è il sole”.
Le vicende personali dell'ex terza carica del Regno, condannato
all'ergastolo dall'Alta Corte di giustizia nel maggio 1945,
avrebbero tuttavia esasperato l'astio nei confronti dei nuovi
partiti al governo del paese e annullato ogni sentimento di
conciliazione: il fatto di aver subito due condanne antitetiche (la
condanna a morte al processo di Verona per tradimento del Fascismo e
quella all'ergastolo dell'Alta Corte per essere uno dei massimi
esponenti del Fascismo stesso), lo “specialissimo accanimento di
autorevoli antifascisti, succeduto immediatamente alla spietata
persecuzione mussoliniana”, lo portavano a vedere nel proprio caso
personale “un riflesso sia pur minimo dell'atroce marasma di questa
Italia che non trova pace neppure con sé stessa, avendo ricevuto in
eredità dalla guerra maledetta la discordia, che oggi pare
insanabile, dei suoi figli”. Che erano i motivi per i quali,
all'indomani del comunicato del mandato di cattura contro di sé e
altri gerarchi del settembre 1944, aveva deciso di non costituirsi:
“non ho alcuna fiducia - scriveva in una lettera per Bonomi -
nell'imparzialità del giudizio che dovrei affrontare”, dato “il
preconcetto della mia reità, proclamata prima e all'in fuori d'ogni
conoscenza dei dati di fatto”. In un Memoriale difensivo del luglio
1944 rivendicava la sua ligia posizione di “Fascista degli ideali e
della buona fede”, opposto ai fascisti della convenienza o del
fanatismo servile, capeggiati da Pavolini e Farinacci.
Disgustato anche dai partiti antifascisti ora al potere, nel 1947
Federzoni lascia il Vaticano per il Brasile, ma torna in Italia per
difendersi dalla condanna in contumacia a 30 anni subita dall’Alta
Corte per il giudizio dei reati fascisti; viene così amnistiato nel
dicembre dello steso anno. Nella sua deposizione, in cui si scaglia
violentemente contro i comunisti, ribadisce tra l’altro la totale
estraneità della Monarchia ai fatti del 25 luglio 1943: “il crollo
di Mussolini e del Fascismo è avvenuto per il voto del Gran
Consiglio. Contrariamente a quanto è stato piú volte raccontato
(...) Dino Grandi e io, promotori del voto, agimmo di nostra
spontanea iniziativa, all'infuori di qualsiasi inspirazione della
Corte o dello Stato Maggiore. (...) Per parecchi anni il compianto
Italo Balbo, io e - compatibilmente con la sua continua assenza
dall'Italia - Dino Grandi eravamo stati chiamati i «frondeurs» del
Gran consiglio, chiaramente avversi all'indirizzo totalitario della
politica interna e a quello filonazista della politica estera. (...)
Nel luglio 1943 un certo rinnovamento apportato di recente alla
composizione del Governo e, per riflesso, in quella del Gran
Consiglio, mediante l'immissione di elementi ottimi, come De Marsico,
Pareschi, Bastianini, Albini e altri, e principalmente l'impressione
di sgomento prodotta dai disastri della guerra, autorizzava la
speranza che un voto di biasimo dei funesti errori politici e
militari che li avevano causati potesse finalmente raccogliere una
maggioranza. E cosí, infatti, avvenne”, nella speranza di una
purificazione del Fascismo. Stabilitosi definitivamente a Roma negli
anni ’50, Federzoni proseguì la propria attività letteraria,
appoggiando politicamente il Partito Democratico Italiano di Unità
Monarchica (PDIUM), senza tuttavia impegnarsi più nella politica
attiva. Morì a Roma il 24 Gennaio del 1967 all’età di 88 anni.
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