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Michele Bianchi (1883-1930)

Padre del Sindacalismo Fascista, fu Quadrumviro in rappresentanza di tale ala del Fascismo. Organizzatore brillante ed esperto dei lavori pubblici, morì prematuramente, ricordato da tutti come eccellente e zelante Ministro. 

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Michele Bianchi

Nato il 22 luglio 1883 da Francesco e Caterina a Belmonte Calabro, nel Cosentino, frequentò il liceo a Cosenza, e a Roma si iscrisse alla facoltà di legge. Per dedicarsi all’attività politica, lasciò gli studi e divenne redattore dell’Avanti e dirigente dell’Unione Socialista Romana. Nell’aprile del 1904 partecipò a Bologna al congresso socialista come delegato ed esponente della fazione sindacalista. A metà del 1905, resosi ormai acuto il contrasto tra i sindacalisti e il resto del partito, si dimise dall’Avanti, allora diretto da Ferri, assieme ad altri redattori, motivando la decisione in un articolo sul Divenire Sociale del giugno 1905 che può essere considerato uno dei manifesti fondamentali del sindacalismo italiano.

Il 1° luglio 1905 Michele Bianchi assunse, per qualche mese, la direzione di Gioventù Socialista (organo della Federazione Nazionale Giovanile Socialista) organizzando una vasta campagna antimilitarista. Per tale fatto, fu deferito all’autorità giudiziaria e condannato. Nel dicembre si trasferì a Genova, come segretario della locale Camera del Lavoro, e assunse la direzione di Lotta Socialista. L’acquisizione della nuova carica comportò la creazione a Genova di un’altra Camera del Lavoro da parte dei socialisti antisindacalisti, frutto dell’estrema tensione a cui era ormai pervenuta anche all’interno del movimento operaio locale la lotta di fazione. In questa situazione Bianchi svolse sin dall’inizio un’intensa attività giornalistica ed organizzativa per conquistare alla corrente sindacalista l’egemonia sul proletariato locale, e diresse, per tutto il 1906, numerose agitazioni. Il Bianchi ebbe una parte di qualche rilievo al congresso socialista di Roma dell’ottobre 1906 dove propose un ordine del giorno antimilitarista, nettamente bocciato. Egli denunciò quindi i limiti della politica antimilitarista del partito socialista, rivolta unicamente alla riduzione delle spese improduttive. Come segretario della Camera del Lavoro di Savona, dove si era trasferito, Bianchi diresse numerose lotte rivendicative e di protesta locali, alcune coronate da successo. Ebbe inoltre una parte di rilievo nelle vicende che condussero alla scissione dei sindacalisti dal partito socialista, avvenuta prima al congresso giovanile socialista di Bologna nell’aprile 1907, e poi al primo congresso sindacalista tenuto a Ferrara nel luglio dello stesso anno. A Ferrara si trasferì per qualche mese nel 1907, per riorganizzare le file del movimento sindacale in un vero e proprio Partito Sindacalista, indebolito però dall’arresto di numerosi dirigenti locali in seguito allo sciopero del marzo-giugno nell’Argentario.

Michele Bianchi

Michele Bianchi

Nel maggio del 1910 Michele Bianchi tornò a Ferrara, assumendo la carica di segretario della Camera del Lavoro e la direzione del periodico La Scintilla, che mantenne fino alla metà del 1912. Convinto assertore dell’unità proletaria almeno a livello locale, egli si prodigò a rinsaldarla anche sul piano politico, riuscendo a ricostituire una lista unica tra sindacalisti e socialisti per le elezioni arnministrative del 1910. Nel dicembre del 1910, fu tra i protagonisti del secondo Congresso sindacalista di Bologna con un ordine del giorno contrario alla pregiudiziale antielettorale, che fu respinto perché ritenuto non rispondente al genuino spirito sindacalista. Il Bianchi annunciò allora di voler costituire un nuovo partito, l’Unione Sindacalista Italiana. Ma l’iniziativa del Bianchi non ebbe sviluppo e ciò fu oggetto di un ampio dibattito sulla Scintilla e di un convegno tra numerose organizzazioni economiche del Ferrarese e del Bolognese. Nel 1911 diresse le agitazioni nel Ferrarese per la costituzione degli uffici di collocamento e la revisione dei patti colonici, cercando di frenare le manifestazioni degli scioperanti più scalmanati, suscettibili di rendere più difficile la via dell’accordo, e deferendo infine la composizione della vertenza ad un arbitrato prefettizio.
Alla fine del 1911 il Bianchi poteva fare un bilancio nettamente positivo delle forze aderenti alle sue direttive in quanto l’unità tra le varie tendenze e tra le varie categorie del movimento operaio ferrarese aveva resistito alla prova, portando gli aderenti alla Camera del Lavoro di Ferrara dai l4.000 della fine del 1909 ai 34.000 dell’11. Forte di questo successo, il Bianchi decise la trasformazione della Scintilla da settimanale a quotidiano. Ma l’iniziativa non resse alle difficoltà finanziarie. La pubblicazione quotidiana del giornale durò infatti soltanto dall’ aprile all’ agosto del 1912. Incriminato per un articolo eccessivamente denigratorio della guerra libica, contro la quale aveva organizzato agitazioni, il Bianchi nell’agosto 1912 riparò a Trieste, allora austriaca, dove entrò a far parte della redazione del Piccolo. Espulso dalla città alla fine dello stesso anno per propoganda filo-italiana, tornò a Ferrara per un’amnistia, e qui diresse la Battaglia, un giornale fondato in vista delle elezioni politiche, alle quali si presentò candidato di un effimero Partito Sindacale, senza successo. Al congresso delle organizzazioni sindacali del Ferrarese, tenuto il 27-28 dicembre del 1913, dopo che i sindacalriformisti avevano deciso di organizzarsi separatamente dai sindacalisti, gli veniva nuovamente offerta la carica di segretario della Camera del Lavoro sindacalista, che però rifiutò. Trasferitosi a Milano, divenne uno dei dirigenti della locale Unione Sindacale, che era aderente all’omonimo organismo nazionale.

Scoppiato il conflitto europeo, il Bianchi si schierò nettamente per l’intervento dell’Italia contro gli Imperi Centrali, e, visto vano ogni tentativo di allineare su questa posizione l’intera Unione Sindacale Italiana, decise di secedere da tale organismo, fondando con la maggior parte degli iscritti milanesi e parmensi, il 5 ottobre 1914, il Fascio Rivoluzionario d’Azione Internazionalista, di cui divenne Segretario, firmando il manifesto detto “appello ai lavoratori d’Italia”. In esso egli invocava l’immediato intervento dell’Italia per rendere più sollecita e decisiva la vittoria dell’Intesa, inaugurando il sindacalismo rivoluzionario interventista. Nel dicembre 1914 il FRAI si trasformò in Fascio d’Azione Rivoluzionaria e il Bianchi fu tra i promotori del congresso nazionale di Milano del 24-26 gennaio 1915, allo scopo di coordinare le iniziative dei vari fasci locali. Partecipò alle agitazioni milanesi del 31 marzo per l’immediato intervento dell’Italia. Fu in tali circostanze che trovò unità d’intenti con Mussolini.
Dichiarata la guerra, riuscì nonostante la malferma salute ad arruolarsi come volontario, col grado di sottufficiale prima nella fanteria e poi nell’artiglieria. Per impedire uno sgretolamento del fronte interventista, causato e dalla carenza delle direttive di governo e dall’azione neutralista, riunì a Milano, il 21-22 maggio, un congresso dei Fasci d’azione rivoluzionaria.

A ostilità concluse, il Bianchi fu per breve tempo Redattore capo del giornale di Mussolini, il Popolo d’Italia, dove per lo più si occupò di questioni sindacali, insistendo sul problema dell’unificazione dei vari organismi esistenti, da realizzarsi al di fuori di ogni tutela dei partiti. Sansepolcrista, come membro del Fascio milanese, fu, durante l’adunata di piazza S. Sepolcro del 23 marzo 1919, nominato membro del comitato centrale dei Fasci di combattimento. Ai primi di ottobre fu inviato da Mussolini a Fiume, per dissuadere D’Annunzio dal proposito di intraprendere una marcia all’interno del paese. Fu in questa occasione che D’Annunzio autorizzò Mussolini, attraverso il Bianchi, a utilizzare per la campagna elettorale Fascista parte dei fondi raccolti per Fiume.
Si preparava intanto la trasformazione del movimento Fascista in partito, e il Bianchi vi collaborò attivamente. Nell’agosto 1921 partecipò all’istituzione della scuola di propaganda e cultura Fascista, e vi tenne la conferenza inaugurale. Costituitosi il Partito Nazionale Fascista nel novembre 1921, il Bianchi fu eletto membro del comitato centrale, e quindi, come uomo di fiducia di Mussolini, Segretario Generale e membro della commissione incaricata di elaborare il programma-statuto del partito.
Al Bianchi furono affiancati quattro vice segretari, A. Starace, P. Teruzzi, A. Bastianini e A. Marinelli costituendo in tal modo l’unione di tutte le correnti del partito, di cui Bianchi costituiva l’ala sindacalista. Tra i membri della segreteria si sarebbe così costituita ben presto una fitta rete di collaborazione che avrebbe portato il Fascismo al trionfo.

L’attività del Bianchi come dirigente del Partito è anche contraddistinta, in questo periodo, da una sottile politica mediatrice, tale da permettergli di sottoporre le manifestazioni periferiche dello squadrismo a un più severo controllo del centro, costituendo un ispettorato centrale delle squadre di combattimento. Nella primavera-estate del 1922 lo scatenarsi dell’offensiva squadrista in tutto il Regno trovò il Bianchi in prima linea: così il 29 maggio, in occasione delle manifestazioni Fasciste bolognesi contro il Prefetto, ordinava il passaggio dei poteri dai direttori dei Fasci locali ai Comitati d’azione e annunciava il proprio trasferimento a Bologna. Proclamato dall’Alleanza del lavoro lo sciopero legalitario per il 1° agosto, il Bianchi inviava a tutte le federazioni una circolare con la quale ordinava la mobilitazione delle squadre e la loro entrata in azione se lo sciopero non fosse cessato entro quarantotto ore, informando inoltre di persona il governo e il Re circa i propositi Fascisti.
Alle riunioni del comitato centrale, della direzione, del gruppo parlamentare Fascista e della presidenza della Confederazione delle corporazioni del 13 agosto, il Bianchi prospettava l’alternativa tra ascesa al potere con nuove elezioni o per la via rivoluzionaria, dichiarandosi, con Balbo e Farinacci, favorevole all’ultima soluzione. Decisa la Rivoluzione, il Bianchi svolse un compito di primo piano nella preparazione della Marcia su Roma. Da una parte, fu sua cura organizzare più saldamente il partito e allargarne l’influenza anche nelle regioni meridionali; dall’altra, funzionò da spalla di Mussolini nei contatti con le varie forze politiche, compresi gli esponenti del governo Facta. Nominato, in quanto Segretario del partito e rappresentante dell’ala sindacale, membro del Quadrunvirato con De Vecchi, De Bono e Balbo, partecipò il 24 ottobre alla riunione dell’albergo Vesuvio di Napoli, dove vennero concordate le ultime misure (la sagra di Napoli). Tornato a Roma si adoperò, di concerto col Re, affinché fossero sventate manovre parlamentari, e per dirimere le ultime incertezze da parte Fascista. La Rivoluzione fu così un trionfo.
Mussolini, incaricato di formare il nuovo governo, suscitò subito l’accesa protesta del Bianchi contro l’eccessiva larghezza della coalizione, essendo in particolare contro i Popolari. Presentò perciò le dimissioni da Segretario del partito, che non furono accettate. Il 4 novembre Bianchi assumeva la carica di Segretario Generale al Ministero degli Interni, lasciando quindi la segreteria del partito, che venne divisa in due e diminuita d’importanza: una politica (Bastianini e Sansanelli) e un’altra amministrativa (Marinelli e Dudan) con direzione di Sansanelli.
Come membro del Gran Consiglio del Fascismo, Bianchi fece parte di una commissione incaricata di elaborare la nuova legge elettorale, il cui progetto fu presentato e approvato il 25 aprile dal Gran Consiglio stesso. Sempre nell’ambito del Gran Consiglio il Bianchi fece anche parte di una commissione incaricata di dettare norme precise per una maggiore valorizzazione delle forze sindacali e tecniche del Fascismo. Bianchi fece parte quindi della cosiddetta pentarchia, incaricata di redigere il listone per le elezioni politiche dell’aprile 1924, nelle quali fu eletto Deputato per la circoscrizione calabro-lucana.
Il 14 maggio rassegnò le dimissioni dalla carica di Segretario generale del ministero degli Interni per incompatibilità con quella di Deputato. Contemporaneamente, in qualità di membro della commissione incaricata di elaborare la riforma del regolamento della Camera, presentò un progetto che prevedeva, tra l’altro, una procedura abbreviata per le discussioni parlamentari, allo scopo evidente di restringere le funzioni del Parlamento. Il 3 giugno, in risposta al discorso della Corona, volto a stemperare le tensioni, si fece portavoce presso il Re della volontà normalizzatrice del governo.
Il 31 ottobre 1925 fu nominato alla carica di Sottosegretario di Stato ai Lavori pubblici con compiti specifici per le regioni sottosviluppate, rivolgendo gran parte della propria attività al potenziamento economico della natia Calabria, ottenendo strepitosi risultati. Trasferito il 13 marzo 1928 al Sottosegretariato deI Ministero dell’Interno, partecipò all’attuazione già in corso dell’ordinamento podestarile, alla riforma dello stato giuridico dei segretari comunali, al riordinamento dell’organismo della Provincia, al rinvigorimento della politica sanitaria ed assistenziale. Il 12 settembre 1929 il Bianchi (che era stato rieletto Deputato), venne elevato alla carica di Ministro dei Lavori Pubblici, dove mise a disposizione della Nazione le sue esperienze calabresi. Ma, contemporaneamente, le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente portandolo alla morte prematura, a Roma il 3 Febbraio 1930.
Il Bianchi è ricordato ancor oggi come grande politico soprattutto in Calabria, dove vi sono vie e piazze a lui dedicate, nonché busti e monumenti. Tra questi si annovera una stele posta su un poggio, presso il suo paese natio Belmonte Calabro, visibile percorrendo l’autostrada A3. In essa si ricorda il suo impegno per la Calabria e per tutti i lavoratori, gli umili e i diseredati italiani.

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