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La Morte del Duce

E’ il 28 aprile 1945. Benito Mussolini è stato fermato e trattenuto dai partigiani il giorno prima a Dongo. E nei paraggi di questo piccolo paesino del Lago di Como muore in circostanze mai chiarite e ancora oggi misteriose. Un giuramento legò i partigiani che sapevano della sua fine per 50 anni ma molti di questi vennero uccisi prima.
I documenti con cui il Duce minacciava di accusare Churchill scomparvero, l’oro di Dongo pure e a pochi mesi dalla fine della guerra il primo ministro inglese, nonostante avesse un intero paese da ricostruire, andava in “vacanza” sul lago di Como.
La meschinità inglese e la vergognosa attitudine a vendersi da parte di molti italiani hanno confinato nell’oblio la vera storia e la morte di Benito Mussolini.

*Nota della redazione: tra tutti i libri da noi letti sull’argomento, l’opera di Giorgio Pisanò “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”, rimane quella più valida e che si avvicina di più alla realtà.  Ne consigliamo pertanto l’acquisto a chi volesse approfondire l’argomento.

Parte I : INTRODUZIONE – I tanti dubbi, le poche certezze -

Tra i tanti misteri veri o meno che siano (altrimenti che misteri sarebbero??), tra le tante credenze popolari che animano ogni popolo della terra, tra le tante leggende, compare e ha una parte a sé la morte di Benito Mussolini. Diversi i suoi presunti assassini, diversi i luoghi il cui il Duce d’Italia fu “giustiziato”, diversi i motivi, diverse tutte le versioni dei suoi ultimi minuti di vita. Infatti tante sono le versioni dell’omicidio del Duce quanti sono i suoi presunti uccisori. Forse la verità la sappiamo già, forse o molto probabilmente non la sapremo mai; magari i dubbi che oggi ci circondano sono dovuti a tutti quei personaggi che per beffa non vogliono mai porre fine alla vita di Mussolini, non vogliono lasciar ad un uomo la pace della morte.

Il Duce passa in rassegna un reparto della Marina

Il Duce passa in rassegna un reparto della Marina

Che un giorno poi non venga fuori qualche altro buontempone che verrà a dirci, Benito Mussolini ha vissuto fino al 1965 su un’isola del Pacifico.
Molte volte la storia non è come ce la raccontano gli altri, la storia di sé stessi, quella vera, la conosce solo chi la vive. Solo Mussolini e il suo assassino sanno davvero come siano andate le cose: peccato però che nessuno dei due sia qui a raccontarcelo. Forse l’assassino del Duce non è lui o, se lo è, non sa di esserlo; tanti troppi controsensi e dubbi, interrogativi senza risposta.
Sono stati gli inglesi o i partigiani? E’ stato il Colonnello “Valerio” o i servizi segreti britannici? Ma chi? Chi veramente?
E perché Mussolini pur avendo tutto il tempo di scappare e rifugiarsi in Svizzera, decise di stare lì a girovagare per giorni sul lago di Como? Chi stava aspettando? Come mai tanti movimenti in quegli ultimi giorni di aprile del ’45?
Apparentemente spostamenti insensati…per noi forse. Forse il Duce sapeva bene cosa stesse facendo! Le trattative segrete per una fine onorabile della guerra, mediazioni per salvare il più alto numero di ragazzi a lui ancora fedeli e per i quali si sentiva, in quegli ultimi giorni, estremamente colpevole.

Parte II : – A Colloquio con Mussolini -

Benito Mussolini che cosa ci nasconde ancora la tua vita? Forse tante o poche cose o ancora niente. E quell’oro che c’è ma non si vede.. (l’oro di Dongo ndr) tutti affermano la sua esistenza ma nessuno sa che fine abbia fatto. Tutti dicono che sei un ladro anche se non hai mai avuto tempo nemmeno di toccarlo. E allora che fine ha fatto? Mussolini sei il ladro di cosa? Di niente..??
Forse ci hanno pensato gli altri che però nascondono; ma di cosa hanno paura ormai dopo tanti anni dalla tua morte? Perché non dicono davvero cosa è successo? Non è possibile che nessuno sappia. Qualcuno deve pur aver dato l’ordine di uccidere il Duce d’Italia e sentenziato il tuo uccisore. Gli americani ti volevano vivo, gli inglesi morto: lotta fu con i partigiani per cercare ognuno di arrivare prima dell’altro. Non hai pensato che invece fossero proprio gli inglesi e gli americani a volerti morto? Sapevi troppo per i loro gusti.
E ancora tra mille misteri irrisolti, le tue borse con i documenti segretissimi, frutto di 20 anni di mediazioni e carteggio scottante a tal punto che una settimana prima di morire eri più tranquillo tu di Churchill. E allora cosa c’era dentro quelle due borse di cuoio?
Nessuno può dire che si tratti solo di pura fantasia perché c’erano davvero. Esse compaiono sia nell’ultima intervista da te concessa, che nei numerosi spostamenti degli ultimi giorni. Parli di tali documenti con tale serenità che sembrava nemmeno fosse iniziata la guerra. Già la guerra: di cosa altro potevano parlare quei documenti se non delle trattative con le diplomazie dei diversi paesi europei e non? Poi tutto a un tratto quando vieni catturato e le famose borse compaiono per l’ultima volta davanti a te, su una scrivania del municipio di Dongo. Raccomandi un paio di stolti che facciano molta attenzione ad esse ma come polvere esse scompaiono al primo alito di vento. E poi? E poi cosa Duce? Sono scomparse, forse per far scomparire qualsiasi dubbio sulla tua fucilazione. “No, non mi processeranno”, dicesti una settimana prima. Già lo sapevi che ti avrebbero fucilato? “Sanno che da pubblico accusato diventerei pubblico accusatore”. Ma accusatore di chi? Forse l’errore fu quello di non ascoltare chi ti stava più vicino. Si sa però che il potere implica molti sacrifici, rinunce tanto gravi, come quella di far condannare a morte lo sposo di tua figlia, Galeazzo per poi graziare e far tornare in libertà quel Colonnello Valerio che secondo la storia a noi raccontata è stato il tuo assassino.

Il Duce liberato al Gran Sasso

Il Duce liberato al Gran Sasso

Qualcuno dice che nemmeno tu sapevi più cosa stessi facendo, forse parlavano di un Duce smemorato o quasi tale. Chi dice che un Duce illusorio costituì la R.S.I. per cercare di vincere ancora la guerra, chi invece afferma che fu un atto suicida di un Duce che fece di tutto per salvaguardare quella terra dal totale dominio nazista in quei quasi due anni che intercossero da quel famigerato 8 settembre a quel tragico 28 aprile. Quasi a parlare di un Mussolini malinconico che amava tanto la sua Italia e che si rendeva benissimo conto di averla portata alla rovina. Il minimo che poteva fare era quello di sacrificare la propria vita per tentare di salvare il salvabile. E poi lo spettro del processo di Verona sulla neonata Rsi. Colpevoli e uccisi tutti i “traditori” di quel 25 luglio ’43, di quel Gran Consiglio che tu solo potevi convocare e che non facevi da tanti anni. Perché convocarlo proprio allora? Forse avevi già scritto il copione di tutto? Dicesti a tua figlia Edda dopo quella fredda giornata del gennaio ’44 quando suo marito fu fucilato, “ti spiegherò figlia mia”. Ma cosa c’era da spiegare? Non avesti più il tempo di farlo!! Tutto imposto da quel tedesco baffuto che aveva subordinato a ciò la vita e la libertà dell’Rsi? Era quello il prezzo da pagare per l’8 settembre e i tedeschi si presentarono puntuali a riscuotere.
Dovessimo parlare della tua morte, di tutti i misteri che la circondano, che circondano te, che hanno circondato il tuo passato, penso un’altra vita non basterebbe a ciò.
Per poi ritornare a quelle famose borse; qualcuno dice furono vendute direttamente a un nervosissimo Churcill nel settembre ’45, sceso misteriosamente in Italia per ragioni di cui non si sa (almeno ufficialmente) niente. Era allora vero che Churchill voleva convincerti nel muovere tutte le forze alleate e dell’asse contro lo spettro del comunismo russo? Eh beh allora avevi ragione ad essere del tutto sereno, perché quelle carte avrebbero fatto scatenare il putiferio tra le forze nemiche. Ma ti chiedo perché ancor oggi nessuno rivela ciò? Cambierebbe troppo la storia allora, cambierebbe tanto nello spirito degli italiani. Documenti talmente compromettenti che anche oggi causerebbero a quasi 60 anni dalla fine del conflitto, non poche tensioni. Ma tu Duce sei morto ormai…anche se, il come non lo sapremo mai. O forse lo sappiamo ma vogliamo illuderci del contrario, alludendo a chissà quale altro mistero. La tua vita non è stata una vita qualunque e come i grandi della storia deve essere ed è avvolta dal mistero. Quel mistero che rende lo spirito immortale.

Parte III : – Le ultime parole del Duce –

Perché quella condanna a morte eseguita davanti a un semplice cancello in un quasi disabitato paesino di campagna? Quando poteva essere fatto tutto diversamente in un’Italia fascista ormai arresa. Tanti i conti che non tornano. Hitler si uccise da sé altrimenti anch’egli crediamo, sarebbe stato processato e condannato a morte con ben altri metodi e in altri e più opportuni modi.
Quale soddisfazione più grande sarebbe stata per i partigiani che lo catturarono, mostrare a tutto il popolo italiano un Duce stanco, avvilito, imprigionato. Lo appesero addirittura da morto a un distributore di benzina. Immaginiamoci cosa sarebbe stato fatto se non l’avessero ucciso. Allora mi verrebbe da dire: No, non l’avete ucciso voi! Questo è impossibile! Troppe le incongruenze presenti.

In rassegna durante l'RSI

In rassegna durante l’RSI

E poi ci si chiede: come mai i loro vestiti non erano sporchi di sangue? E c’è ancora chi dice che i colpi sul corpo non corrisponderebbero ai fori ritrovati sui vestiti. Credo che solo tu puoi sapere come sei morto Duce!
Ma cose successe nell’ultima settimana di vita del Duce?
Partendo a ritroso, troviamo la data del 22 aprile 1945; Mussolini si trova a Milano in Prefettura, ultimo quartier generale prima della fine della guerra. Qui concede l’ultima intervista. A dirla tutta la sua stesura avvenne due giorni prima, il 20 aprile per esattezza, ma appena due giorni dopo il Duce, volle rileggerla e apportare le dovute correzioni prima di apporre la sua firma a quello che può essere definito il suo testamento.
La rivelazione del documento avvenne però, per esplicita volontà di Mussolini, soltanto tre anni dopo la morte; il giornalista mantenne l’impegno preso. Lui, il suo ultimo intervistatore, Gian Gaetano Cabella direttore del Popolo d’Alessandria viene convocato nel pomeriggio del 20 di aprile dal Duce nell’ultima dimora milanese del Duce. “Se io muoio, non dovete divulgare quanto rimetto nelle vostre mani se non quando saranno passati tre anni dalla mia morte”
Questa intervista è molto importante perché il suo autore ci fornisce un dato che forse lì per lì gli sarà sembrato una cosa quasi inutile, invece è di fondamentale importanza per la storia. Nella descrizione dell’ufficio di Mussolini dice infatti: Sopra una sedia, scorsi tre borse porta documenti: due in cuoio grasso, una di pelle giallo scura.
Erano quelle le famose borse scomparse? Molto probabilmente si!
Sono tante le supposizioni che si possono fare da queste ultime parole del Duce a noi giunte, forse perché spiegherebbero molte cose, come i movimenti per noi assurdi intorno al lago di Como. Disse infatti il Cabella: “Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati…”.
“Certo, sarebbe la fine più desiderabile… ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Ho l’assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue”. Ed invece ne venne versato tantissimo

Il Duce stava davvero avendo delle trattative, ma con chi, dove e quando non è possibile saperlo tutt’ora! Però non tutto deve essere andato per il meglio, qualcuno si tirò indietro perché a quelle trattative non si presentò nessuno. Forse era proprio quel cardinale che il Duce doveva incontrare o chi per lui. Mussolini sa bene che quella è l’unica possibilità rimasta per salvare il più alto numero di uomini.
Si potrebbe dire che Mussolini cercasse a guerra evidentemente persa, di salvare la sua pelle ma sapeva bene che non era così : “Per me è, comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”. Forse col tempo maturò la speranza che potesse ancora trarsi in salvo anch’egli.
Poi un passo molto importante per tutta la storia che potrebbe spiegare molte cose, molte scelte di quel Duce:

La fondazione dell'Istituto Luce

La fondazione dell’Istituto Luce

“Ho una documentazione che la storia dovrà consultare per decidere”. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.
Il riferimento è chiaro, tornano ancora in ballo i documenti, quelli delle borse! E forse, in queste frasi la motivazione dell’entrata in guerra dell’Italia, non per conquistare ma per salvarsi. Il destino però fa brutti scherzi. Il Duce continuò:
“E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata”. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.
“La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista…”.

Fu quello un tentativo di salvezza, per l’Italia, per l’Europa in caso di vittoria della Germania. Un abile mediatore come Mussolini sarebbe stato molto utile. Aveva già dato dimostrazione di abile diplomatico per tutto il decennio antecedente il conflitto. Forse fu l’Italia ad accusare le più dure conseguenze di una guerra che si sarebbe benissimo potuta evitare se gli altri paesi europei avessero fermato prima Hitler. L’isolamento che l’Italia ebbe dopo la campagna di Etiopia, la costrinse in un certo senso all’alleanza con la Germania nazista. Proseguì il Cabella:
Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-’34 fino ai colloqui di Stresa (aprile ’35). Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito.
Ma il Duce stesso capì di aver sbagliato:
“Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura… “.

Tuttociò ho scritto ma per cosa? Per arrivare al punto chiave di questa intervista! Quella parte che spiegherebbe il tutto di un mistero che dura da 60 anni quasi:
“Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia”.
Un passo fondamentale del Cabella:
Nel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una cassetta di legno……

“Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all’Asse, io avrei proposto al Fuhrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale”.
Ecco di nuovo che riappaiono! Sempre loro le famose borse e forse quel sapere che costò la morte a Mussolini. Diplomatico abile forse lo era stato anche durante la guerra. Il Duce si riteneva tranquillo di cosa avessero potuto pensare di lui i posteri, come colui che aveva cercato di impedire il massacro di oltre 50 milioni di persone. Purtroppo quelle prove non le abbiamo mai avute. Ma cosa ci fa pensare che tuttociò fosse vero?

Mussolini con un'anziana italiana

Mussolini con un’anziana italiana

E’ proprio il modo con cui vengono dette queste parole! L’ostentata sicurezza! Parole di una persona che è convinta seriamente di quel che dice e che sa che il tutto non è fiato al vento.. Purtroppo la storia ci ha raccontato diversamente però. Forse se mai le troveremo, cosa che credo davvero improbabile, anche molti libri dovranno cambiare il loro racconto. Ma i vincitori sono sempre i buoni e gli sconfitti i cattivi, ecco perché tutto rimarrà così com’è!
Molti di coloro che oggi si ritengono “fascisti” sono contro la globalizzazione mondiale, ma forse non sanno che lo stesso Duce è come il profeta della futura Unione Europea. Dirà:
“La socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e, conseguentemente, l’oro di tutto il mondo di proprietà comune e così tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi paesi; abolizione reale e radicale di ogni armamento”.
Non c’è dubbio che molte di queste sue idee abbiano poi trovato riscontro nell’era attuale. Altre, le ritroveremo nel futuro, come il progressivo disarmo per esempio. Peccato che allora tale idea non fosse nella mente di alcuno al di fuori di lui.

Parte IV : – Le ragioni di Salò e il sacrificio del Duce –

All’improvviso un altro passo cruciale che secondo me spiega la costituzione dell’ Rsi!
“Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l’armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo dello Stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno Stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?”.
“Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo?”.
“I tedeschi erano nostri alleati. L’alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l’otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi”.

I “traditori” del 1914 erano gli stessi del 1943. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz’altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra”.

“Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all’amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al Popolo d’Italia. E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare”.
Parole pesanti queste: Mussolini stesso disse che poteva scappare, andar via, ma non lo fece. Aveva sbagliato, era giunto il momento di pagare. Non lo poteva fare in modo migliore se non con l’intenzione di salvaguardare quel che restava dell’Italia. Salvarla dai tedeschi che detestava, ma che si trovava alleati per uno strano scherzo del destino. Invece di tirarsi indietro e aver salva la vita fece l’ultimo e più eroico gesto della sua vita. Forse i risultati anche in questo caso non furono come egli si aspettava al principio ma occorre elogio per l’intenzione, a differenza di tutti coloro che scapparono, che mentirono, che vendettero loro stessi e un pezzo d’Italia per aver salva la vita senza assumersi responsabilità alcuna. Mussolini aveva ben presente invece il danno da egli causato e ora pagava per questo. Sapeva di non poter pagare per intero, impossibile ciò, ma almeno ebbe l’onore di portare fino in fondo quanto iniziato.“Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo punto, occorre parlar chiaro: ho dei dati inoppugnabili”.
“Oltre trecentosessantamila lavoratori hanno chiesto volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie. Altri trecentoventimila operai sono stati arruolati dalla Todt. Dalla Germania sono tornati oltre quattrocentomila soldati ed ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi, o per mio personale interessamento secondo i casi più dolorosi”.
“Ho impedito molte fucilazioni anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile”.

Già, solo che a volte non è stato possibile farlo. Un uomo solo non poteva farlo, ma lui lo era, al suo fianco ormai erano rimasti solo voltafaccia e opportunisti. Pochi i veri uomini sinceri.
“Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la sua favorita. Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini fuggito in Brasile”. Il Duce mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo.
“Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori. Lavorerò anche in Valtellina”.

No in Valtellina non ci arriverai mai, perché qualcuno ha voluto che tutto cessasse prima, per qualche oscuro motivo. Il Duce lo aveva intuito: “Qualunque cosa accada, non fate vedere ad alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e secondo il vostro criterio. Ora andate”.

Salutai senza poter dire una parola. Mi sorrise e fece un gesto di arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l’animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo.

Parte V : – Prima della fine –

Ecco che qui inizia qualcosa di inspiegabile, forse legato ancora alle famose borse oggi scomparse. Il Duce infatti partirà per la Valtellina ma non vi arriverà mai…forse per sua scelta. Si ferma alcuni giorni sul lago di Como dove gli strani spostamenti prima descritti erano probabilmente dovuti a trattative segrete: qualcosa però non funziona. Un altro tradimento forse ma ormai era cosa quotidiana. Si forma la colonna italo-tedesca alla volta della Valtellina, siamo al 27 aprile ’45 ma a Dongo i partigiani ostruiscono la strada a tedeschi e italiani. Il convoglio è formato oltre che da alcuni reparti di SS tedesche, anche da uno sparuto gruppo di truppe fasciste tra le quali c’è il convoglio con Mussolini, la Petacci e gli ultimi gerarchi fascisti. Mussolini porta con sé le famose borse e nel convoglio anche il famigerato Oro di Dongo, tutto quel che restava del patrimonio della Rsi.

Il falso assassino: Walter Audisio

Il falso assassino: Walter Audisio

Dopo ore di trattative con i partigiani, il comandante delle SS ottiene il lasciapassare, ma solo per le truppe tedesche. I fascisti no! Sarebbero bastate poche sventagliate di mitra per annientare la resistenza partigiana ma i tedeschi ormai in fuga non avevano più voglia di combattere.Per l’ennesima volta il Duce è tradito. I tedeschi infatti barattano il passaggio oltreconfine con la consegna di Mussolini: ecco perchè in quegli ultimi giorni lo tallonano ogni secondo. E’ il loro lasciapassare! Lo invitano a salire su uno dei camion tedeschi indossando il pastrano di un soldato tedesco. Mussolini rifiuta, gli animi si agitano. La Petacci e i suoi insistono affinchè almeno lui si salvi. Così alla fine desiste: il gioco è fatto! I partigiani fanno passare i tedeschi ma iniziano a controllare i camion sui quali viaggiano i soldati. Uno di loro gli indica dove si trova Mussolini. Altre versioni dicono che sia stato il Duce spazientito da qual nervosismo generale a rivelare la sua identità.
A questo punto la fantasia si confonde con la realtà, ognuno da una sua rappresentazione dei fatti, forse con la speranza di darsi anch’egli una parte nei libri di storia.Iniziano qui i mille interrogativi senza risposta: chi ha veramente fucilato il duce? chi ha fatto sparire l’ “oro di Dongo”, quel tesoro scovato nelle auto di Mussolini e soci al momento della cattura? dov’è finito il compromettente carteggio con il premier inglese Winston Churchill, carteggio personalmente conservato fino all’ultimo dal capo del fascismo?
Mussolini catturato viene portato al Municipio di Dongo, il piccolo paesino sulla riva occidentale del Lago di Como. Qui viene separato dalle sue borse; “Attenzione a quella borsa, ci sono documenti di grandissima importanza storica”. Di quella borsa, e di un’altra sequestrata al suo aiutante, Mussolini si preoccupa moltissimo: dentro ci sono carte che possono essere usate come arma di trattativa per arrivare a una pace molto più decorosa per l’Italia, anche sotto il punto di vista economico per quanto riguarda le sanzioni di guerra.
Mussolini raccomanda per la custodia della sua borsa famosa. Qui però se ne perdono le tracce, almeno ufficialmente. Sicuramente le perde Mussolini che vede così svanire ogni possibilità di scampo per sé e per l’Italia. All’uscita del Municipio ringrazia per il trattamento ricevuto i suoi carcerieri che si comportarono bene nei confronti dell’imputato maggiore dell’Italia liberata. Le cose erano destinate però a cambiare. Per quanto riguarda il famoso carteggio le storie sono tante: le possibilità vagliate nel corso degli anni sono tre, o almeno quelle di cui decidiamo parlare. La prima ipotesi è che questo carteggio non sia mai esistito, come frutto di fantasia sono le borse. Opzione da escludere decisamente. La seconda, discussa per tanti anni e ritenuta credibile da molti, è che le casse con tali documenti siano state gettate nel lago di Como dai gerarchi prima che Mussolini fosse arrestato. La terza, quella che più di tutte si avvicina alla realtà, è che sia le borse che l’oro di Dongo sia finito nelle mani dei partigiani: le prime vennero vendute a Churchill durante la sua vacanza sul lago di Como a guerra finita; l’oro invece finì per fare la fortuna dei più disonesti capi partigiani ed in buona parte terminò nelle casse del Partito Comunista Italiano. Queste ad oggi sono purtroppo solo supposizioni. La verità non si saprà mai..o almeno non la sapremo noi.

Bill, il vice-commissario della 52a Brigata Garibaldi presente all’operazione, s’incuriosisce e spulcia fra i fascicoli. In uno, intitolato “Varie” c’è una poesia del duce dedicata a Claretta Petacci: “Come una nuvola /così io vorrei un mattino / svegliarmi improvviso / sentirmi leggero / perdute le scorie / della materialità / sentirmi vicino / agli esseri cari / liberato lo spirito / ai lidi immortali”.
Ma c’è anche qualcosa di esplosivo: un carteggio fra Winston Churchill e Mussolini. Un “tesoro politico” che viene affidato alla filiale della Cassa di risparmio di Domaso il 27 aprile 1945. Il giorno dopo inizia già la battaglia per la conquista delle “carte che scottano”. Quell’epistolario fa impazzire tutti, Churchill in particolar modo.

La sua importanza deriva anche dal fatto che contiene diverse lettere del premier, molto imbarazzanti perchè mettono a rischio i rapporti con la Francia, la Grecia e la Jugoslavia : prima del conflitto, mettendo nero su bianco, “Winnie” aveva infatti promesso a Mussolini, per convincerlo a schierarsi con gli alleati contro Hitler, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodeccaneso, di tutte le colonie, della Tunisia e di Nizza.
A Como calano agenti segreti inglesi e americani. Così Bill e Pedro decidono di trasferire i documenti dalla Cassa di risparmio al parroco di Gera Lario affinché li nasconda in chiesa. Non basta. Questi fascicoli sono armi importanti e lì punta anche la politica. Ma nella notte gli incartamenti vengono sottratti per breve tempo e fotografati nella Fototecnica Ballarate. Presenti all’operazione diversi dirigenti partigiani e Dante Gorreri, segretario della federazione comunista di Como. Ma gli originali del carteggio sono tornati tutti al loro posto o no? E’ il buio.

Accade infatti uno strano episodio che segue una “vacanza” di Churchill sul lago. Il primo ministro inglese arriva il 1° settembre 1945, contatta diverse persone e riparte il 15 settembre. Soddisfatto. Cosa avvenne quel giorno? Risponde Cavalleri: “Due esponenti del servizio segreto inglese… s’incontrarono nel pomeriggio, alla periferia di Como, con un individuo… Gli esponenti del Field security service ottennero finalmente quanto da tempo cercavano con insistenza. Il loro interlocutore era lo spregiudicato e ambiguo segretario federale del Pci comasco, Dante Gorreri (Guglielmo), definito ‘il padrone’ dai suoi stessi compagni di partito. Egli aveva con sé un pacchetto nel quale si trovavano gli originali di 62 (sessantadue!) lettere che… Churchill aveva inviato a Mussolini.
Gli ufficiali inglesi ne entrarono in possesso in cambio di 2 milioni e 500.000 lire”. L’operazione venne fatta dietro ordine del Pci.

Dov’è ora quel che resta dei documenti di Mussolini? Alla domanda di Cavalleri risponde un partigiano che ha voluto mantenere l’anonimato: “… decisi di metterli in una cassetta zincata che sigillai io stesso e che trovai il modo di introdurre nella tomba di una famiglia amica. Circa un anno dopo decidemmo di trovare un nuovo nascondiglio. Così…il 24 giugno 1946 ci ritrovammo in una decina di persone… e consegnammo la cassetta a un sacerdote fidato, che la sistemò in un luogo sicuro, dove si trova ancora oggi. Fra i presenti alla riunione c’era anche l’ingegner Enrico Mattei, presidente dei partigiani di ispirazione cristiana. Di comune accordo decidemmo che soltanto nel 1995, chi di noi si fosse trovato ancora in vita, avrebbe dato l’autorizzazione all’apertura della cassetta…”.
Ma quanto c’è di vero in queste testimonianze? Probabilmente è pura fantasia. Il 1995 è già passato da un pezzo e nulla è venuto fuori. Forse si è voluto tacere anche su questo. La storia ha ormai dato la sua sentenza sul tiranno Mussolini, e non può più cambiare opinione. Queste testimonianze sono riprese dal libro “Ombre sul lago” di Giorgio Cavalleri, – Ed. PIEMME, 1995.

Parte VI : – La Cattura –

Il mistero è ancora più fitto quando si cerca di fare luce su chi abbia ucciso Benito Mussolini. Ricostruiamone le ultime fasi:

Vergogna. Mussolini e la Petacci appesi a Piazzale Loreto.

Vergogna. Mussolini e la Petacci a Piazzale Loreto.

Prima di riprendere la marcia, l’autocolonna della RSI si era unita ad un reparto tedesco procedendo nella loro stessa direzione. Si trattava di sei camion con a bordo anziani soldati richiamati dalla Flak, la contraerea germanica, provenienti da Milano e diretti in Alto Adige. Il comandante dei reparto, tenente Hans Fallmeyer, non si era mostrato affatto entusiasta di accodarsi a quella poco raccomandabile compagnia. A fargli mutare parere in quattro e quattr’otto era stato l’Obersturmfùhrer Fritz Birzer, l’ufficiale che comandava le trenta SS della scorta personale del Duce e di cui Mussolini era virtualmente prigioniero.
Alle 5,30 del 27 aprile, quando ancora l’alba non era spuntato sul lago, il folto gruppo di uomini aveva preso posto sugli automezzi. La colonna procedeva alla velocità media di 30 chilometri orari: il massimo consentito dall’autoblindo di Pavolini che apriva la marcia.
Alle 7,30 l’autoblindo viene fermato da un gruppo di partigiani:a comandarlo era il conte PierLuigi delle Stelle,nome di battaglia Pedro,un fiorentino ex ufficiale dell’esercito. Come abbiamo già detto dopo una lunga trattativa i partigiani erano disposti a consentire il passaggio dei tedeschi ma non degli italiani. Allora con uno strategemma alle 15,30 i camion tedeschi superarono lo sbarramento partigiano con a bordo Mussolini travestito da tedesco: gli italiani furono trattenuti.
Il Duce era stato venduto come lasciapassare al di là della vulgata che invece si racconta da 70 anni..
Più tardi i prigionieri furono condotti a Dongo dove saranno raggiunti da Benito Mussollini. Il Duce, travestito da tedesco, era stato identificato dal partigiano Urbano Lazzaro (Billy) durante la perquisizione dei camion della Flak al posto di blocco. La leggenda vuole che Billy, salito su un camion e riconosciuto per caso Mussolini, che era accovacciato sul fondo del cassone con il capo chino sulle ginocchia fra una ventina di militari, abbia esclamato sorpreso “chi el crapón!”.
In realtà il ritrovamento di Mussolini il “prezzo” pagato dai tedeschi per ottenere via libera. Altrimenti sarebbe stato molto difficile identificarlo.
Mussolini fu portato nel tribunale di Dongo.
Intanto, verso le 7 di sera, si decise di separare Mussolini e Claretta Petacci dagli altri prigionieri e di trasferirli nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino.
Alle 3 di notte del 28 aprile i due prigionieri furono svegliati e trasferiti nella casa colonica dei contadini De Maria, nella campagna di Bonzanigo. Pedro mise a loro disposizione la camera migliore, poi se ne andò lasciando due partigiani di guardia fuori dalla porta.
Pedro aveva fretta di liberarsi di quel prigioniero troppo importante. Non c’è dubbio infatti che, se non fossero intervenute altre complicazioni, avrebbe consegnato Mussolini e i suoi gerarchi a chiunque fosse stato autorizzato a prenderli in consegna: né lui, né i suoi uomini furono mai sfiorati dall’idea di passarli per le armi. Sui due, però, pendeva una condanna a morte proclamata dal CLNAI (comitato di liberazione nazionale alta Italia). I componenti del Comitato avevano deciso, pare all’unanimità, che la sentenza fosse eseguita prima che gli Alleati (americani in particolare) potessero impadronirsi di Mussolini.

Parte VII : – L’uccisione misteriosa -

>Infatti anche gli americani cercavano Mussolini, e lo volevano prima che i partigiani riuscissero a prenderlo, perché sapevano che l’avrebbero ucciso. Per quale motivo?
Il compito dell’esecuzione fu affidato al ragionier Walter Audisio, detto colonnello Valerio, un militante comunista che aveva partecipato anche alla guerra civile spagnola. Il resto è noto, a grandi linee, secondo i resoconti forniti dai protagonisti. Ma sicuramente le cose andarono in maniera diversa. L’unica certezza è che Mussolini e Claretta, dopo essere stati raggiunti a casa De Maria, furono abbattuti dalle raffiche di un mitra; ufficialmente furono uccisi davanti al cancello di un villino in località Giulino di Mezzegra a mezzogiorno del 28 aprile 1945.
Un’altra versione però recita così: ore 16:10, Giulino di Mezzegra (Como). Per ordine del Comando generale del Corpo volontari della libertà, in esecuzione al decreto di condanna a morte emesso dal Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia in nome del popolo italiano, viene giustiziato Benito Mussolini.
Come andarono davvero le cose? Non si esclude però che ciò sia avvenuto nella stessa casa che li ospitava. Secondo un’altra ricostruzione, a uccidere Mussolini e Claretta sarebbe stato lo stesso Luigi Longo, vicecomandante del CVL e futuro segretario del PCI, al quale Walter Audisio avrebbe fatto semplicemente da prestanome. Un’altra ancora indica come “giustiziere” il partigiano Pietro, alias Michele Moretti, dirigente comunista di Corno. Un’ultima versione infine – certamente la più sconcertante – attribuisce l’impresa ai servizi segreti britannici. Sostiene il Lonati che la mattina del 28 aprile accompagnò a Bonzanigo un capitano dell’Intelligence Service, conosciuto come John, il quale aveva ricevuto l’incarico di recuperare preziosi documenti in possesso di Mussolini. Precedendo Valerio e i suoi uomini. John e Lonati avrebbero prelevato Mussolini e Claretta dalla casa dei De Maria e poi li avrebbero uccisi a raffiche di mitra per occultare definitivamente non meglio precisati segreti. Sempre secondo quest’ultima fonte, Valerio, giunto a Bonzanigo quando la coppia era già stata uccisa, si sarebbe ugualmente attribuito “il merito” dell’impresa. Nel suo libro, Lonati afferma che la sua versione sarà confermata dai fatti quando, scaduti i cinquant’anni stabiliti dalla legge, sarà possibile consultare gli archivi dei servizi segreti britannici. Il segreto di stato è scaduto il 28 aprile 1995.
Resta da dire che si trattò comunque di un’esecuzione affrettata, confusa e brutale. Probabilmente, un processo regolare avrebbe potuto condannare a morte Mussolini, ma non di certo la donna innocente che lo amava.L’uccisione di Claretta fu infatti un episodio barbaro e inutile. La figura di questa donna giovane e innamorata che scelse di morire accanto al suo uomo merita considerazione e rispetto.
Da questa vicenda non usciremo certo con le idee chiare ma, sempre e più confuse! Ma ci si chiede: perché la verità è così difficile da sapere?

Nei giorni successivi all'aprile 1945 migliaia di omicidi di uomini della RSI da parte dei partigiani comunisti.

Criminali: nei giorni successivi all’aprile 1945 migliaia di omicidi di uomini della RSI da parte dei partigiani comunisti.

Ma cosa racconta la storia, i suoi libri? In molti ci si limita a dire: nelle ore pomeridiane del 28 aprile 1945, il colonnello partigiano Walter Audisio uccide Benito Mussolini e la Petacci. Si ritiene che i presenti fossero almeno tre; chi fossero sono solo ipotesi come quasi tutto del resto in questo mistero mai risolto. Abbiamo la testimonianza del colonnello “Valerio”:
Al di fuori di un cancello presso Giulino di Mezzegra si trovano Mussolini e la Petacci in quello che sarà l’ultimo loro attimo di vita.
“Mussolini si mise obbediente con la schiena al muro, al posto indicato, con la Petacci al fianco destro. Improvvisamente pronuncio la sentenza di condanna contro il criminale di guerra: “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari per la libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano”. Mussolini appare annientato. La Petacci gli butta le braccia sulle spalle e dice: “Mussolini non deve morire”. “Mettiti al tuo posto se non vuoi morire anche tu, le dico”. La donna torna con un salto al suo posto, palesando con lo sguardo che bene aveva compreso il significato di quell’anche.
Ecco secondo il colonnello Valerio cosa successe dopo:
“Avevo per precauzione provato il mio mitra pochi minuti prima, sicché con tutta tranquillità mi misi a tre passi di distanza in posizione di sparo. Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro, ma l’arma del regime “decisamente” non voleva sparare. Cedo allora il mitra al compagno Guido, estraggo la pistola, punto per il tiro ma, sembra una fatalità, la pistola non spara. Mussolini non sembra essersene accorto. Non si accorge ormai più di niente. Passo la pistola a Guido, impugno il mitra per la canna, pronto a servirmene come di una clava e chiamo a gran voce Bill che mi porti il suo MAS. Il vice commissario della 52^, scende di corsa e di corsa risale, dopo che abbiamo scambiato i mitra, a una decina di passi da Mussolini, che non avevo perso di vista un istante e che tremava sempre. Erano intanto trascorsi alcuni minuti, che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare anche una fuga disperata o comunque una reazione di lotta. Invece colui che doveva vivere come un “leone” era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve spazio di tempo che Bill aveva impiegato a portarmi il suo mitra, mi ero trovato veramente solo con Mussolini. Come avevo sognato. C’era Guido, ma era freddo e distante, quasi non fosse un uomo ma un testimonio impassibile; c’era la Petacci, al fianco di “lui” che quasi lo toccava col gomito, ma non contava. C’eravamo lui ed io, lui che doveva morire ed io che dovevo ucciderlo. Quando mi fui di nuovo piantato davanti a lui con il MAS in mano, scaricai cinque colpi al cuore del criminale di guerra n.2 che si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa leggermente reclinata sul petto. Non era morto. Tirai ancora una sventagliata rabbiosa di quattro colpi. La Petacci che gli stava al fianco impietrita e che nel frattempo aveva perso ogni nozione di sé, cadde anche lei di quarto a terra, rigida come un legno, e rimase sull’erba umida. Resto per un paio di minuti accanto ai due giustiziati, per constatare che il loro trapasso fosse definitivo. Mussolini respirava ancora e gli diressi un sesto colpo dritto al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva reciso netto l’aorta. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945.
In questa testimonianza evidentemente “montata”, in questa visione di un apocalittico Mussolini, il colonnello Valerio dimostra tutto il suo frustante desiderio di voler uccidere il Duce. Deve per ben 3 volte “ucciderlo”; secondo la sua testi la prima raffica al cuore non basta ad ucciderlo, il Duce è ancora vivo, e dopo altri quattro colpi è ancora a terra che respira, occorre un ulteriore colpo per ucciderlo. E’ talmente grande il desiderio del Colonnello Valerio di uccidere il Duce che per ben tre volte separate e distinte lo assassina. Forse già alla prima raffica era morto… ma tale ricostruzione è talmente fantasiosa che il lettore può benissimo accorgersene dalle false sensazioni provate dall’Audisio, nel suo morboso desiderio di assassinare il dittatore. Lui presunto assassino, forse immagina il modo in cui avrebbe voluto davvero ucciderlo. Dei tre presenti infatti abbiamo altrettante versioni: la prima quella di Walter Audisio, descrive un Duce spaventato che non riesce a stare in piedi dalla paura, che sbava e chiede pietà; una seconda versione che parla di un Duce senza paura di morire, che aprendo la sua giacca grida al suo aguzzino di mirare dritto al petto; una terza e ultima di un Mussolini che urla “Viva l’Italia!” e poi cade a terra esanime.
Come è possibile che tre persone diano tre versioni diverse? Perché si cerca di enfatizzare così tanto la morte di un uomo, invece di, se davvero sono stati loro, raccontare la verità per come si sono svolti i fatti.

Parte VIII : – Il calvario di un uomo mai morto; le violenze fisiche –

Dopo l’esecuzione i corpi di Mussolini e la Petacci furono caricati su un camion e presero la strada per Milano. Di questo oscuro tragitto alle ore 22:10 in via Fabio Filzi Walter Audisio e i suoi uomini, di ritorno da Dongo, dove hanno eseguito la sentenza di morte del Clnai contro Mussolini e gli altri gerarchi fascisti, vengono fermati a un posto di blocco da sappisti della Pirelli Brusada, appartenenti alla 110ª brigata Garibaldi Sap, che vogliono ispezionare l’autofurgone che trasporta i cadaveri del Duce e degli altri giustiziati. Al rifiuto di Valerio seguono momenti di estrema tensione che si risolveranno solo dopo l’intervento del Comando generale.

Il cancello di Villa Belmonte: qui la messinscena della fucilazione di Mussolini

Il cancello di Villa Belmonte: qui la messinscena della fucilazione di Mussolini e della Petacci

Perché queste nuove tensioni? Cosa c’era da nascondere colonnello?? Tanto, ufficialmente questo furgone doveva contenere solo dei cadaveri…o forse no?
Alle ore 03:00 del mattino a Piazzale Loreto i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e 15 gerarchi giustiziati a Dongo vengono deposti nello stesso luogo dove il 10 agosto 1944, per ordine della polizia nazista, i fascisti hanno fucilato 15 partigiani lasciando i loro corpi esposti per tutta la giornata. Sappisti della 110ª brigata Garibaldi Sap montano la guardia fino alle 07:00 del mattino.
E’ seguito in giornata quello che è ricordato come il poco glorioso scempio di Piazzale Loreto. La folla con sputi, sassi e qualunque altro oggetto adatto al caso inveiva contro quei cadaveri appesi a un distributore di benzina. Molti ricorderanno questo episodio come una pagina nera della resistenza italiana, indignati da simili atti contro persone ormai non più esistenti.
Soltanto dopo si effettuò l’autopsia sul cadavere di Mussolini. Sulla Petacci non fu, inspiegabilmente, effettuato alcun esame autoptico. Si dice infatti che l’autopsia non fu fatta sul corpo della donna in seguito alle violenze sessuali che lei aveva subito precedentemente alla sua esecuzione del tutto criminale, in quanto sulla donna non pendeva alcuna colpa imputabile. Quindi perché fu uccisa? Altro mistero da aggiungere a quelli già presenti.
Un ordine preciso del CLN, inviato personalmente dal Prof. Bucalossi (il partigiano Guido) all’Istituto di Medicina Legale di Milano, impedì che si procedesse alla prescrizione dell’esame autoptico sul cadavere della Petacci. Molto probabilmente per nascondere le sevizie e lo stupro di gruppo a cui era stata sottoposta.
L’autopsia è l’ennesimo mistero di questo tragico evento. A fare da padrone a questo ulteriore dubbio sulla morte del duce è un medico che affermò in un’intervista di essere stato presente all’autopsia sul corpo di Mussolini. Subito il medico sostenne che la morte di Mussolini non avvenne solo a causa delle ferite derivanti dalla fucilazione. E da cosa allora?
Secondo il medico legale i colpi di arma da fuoco furono successivi alla loro morte! Infatti essi furono prima picchiati, seviziati, malmenati e soffocati! Solo dopo la loro morte sono stati inflitti loro i colpi d’arma da fuoco. Continua ancora il medico: “Premetto che Mussolini e la Petacci al momento del decesso erano nudi, in quanto le ferite provocate sulla pelle nuda sono ben diverse da quelle provocate su dei corpi con degli abiti, e questo lo può confermare qualunque medico legale”. Poi, si aggiunse la vasta zona di ematoma alla base del collo di entrambi, La Petacci presentava ferite ano-vaginali; si pensò che le fu introdotto negli orifizi un bastone o un manico di scopa così violentemente da provocarle emorragie interne gravissime. All’interno della zona vaginale e anale, furono trovate tracce di liquido seminale, facendo presupporre che si trattò di uno stupro di gruppo. Il Duce, a sua volta, non fu risparmiato, infatti, prima che fosse ucciso, fu sottoposto a un vero e proprio supplizio in quanto anch’egli violentato e seviziato con l’ausilio di un bastone, poi, presumibilmente quando era ancora vivo, fu coperto di urina”. Del fatto che erano nudi al momento del decesso non vi sono dubbi, come le ho già detto, le ferite su un corpo nudo sono riconoscibili, poi, i fori dei proiettili sui corpi, non corrispondevano ai fori dei proiettili sui vestiti. Infine, anche perchè era risaputo il fatto che Mussolini avesse la gamba sinistra più corta dell’altra, e negli stivali, al momento dell’esame autoptico non c’era il rialzo di 2 cm che lui usava abitualmente oltre al fatto che gli stivali non erano della sua misura. Riguardo alle cause di morte per soffocamento non ci sono dubbi anche se furono determinanti le numerose emorragie interne causate dalle sevizie.

Parte IX : – Il commento finale -

Se tali fatti risultassero veri ci si troverebbe di fronte a uno scandalo immorale e indecoroso di immani proporzioni! Maledettamente però anche questo è un mistero. Quante volte si è ripetuta questa parola in quest’opera? Non potevamo fare diversamente; forse avremmo potuto utilizzare qualche sinonimo di questo termine che è stato come un incubo per noi in questa inchiesta. L’unica cosa certa è che la morte di Benito Mussolini, l’uomo che governò l’Italia per 23 anni è ancora oggi avvolta nel mistero: una storia cosparsa di menzogne e uomini indegni di essere chiamati tali.
Nel 2002 spuntò poi un nuovo referto autoptico mandato in onda in televisione secondo il quale Mussolini non sarebbe morto il 28 bensì il 27 di aprile. Un giorno prima dunque!
Cosa cambia se il Duce e Claretta fossero morti un giorno prima? Nulla? No! Tante cose, a partire dai loro assassini. Purtroppo su questa pagina di storia tanti, troppi, hanno voluto mettere la parola fine.
Noi no!

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Un commento

  1. prima o poi la verità dovrà uscir fuori. mi rammarico di non aver avuto l’onore di vivere quel ventennio dove essere italiano significava veramente qualcosa. favorevoli o contrari…,tutti credevano veramente a qualcosa! il Duce è un fulgido esempio che prima o poi qualcuno, in italia, seguirà di nuovo………

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