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Morte di
Mussolini:
LA FINE DI UNA VULGATA
Dopo oltre 60 anni la verità tarda
ancora a venire alla luce. Per quale motivo non ci dicono come
andarono realmente le cose? Quali paure avevano i componenti del CLN
tanto da arrivare ad uccidere chi sapeva? Per loro raccontare la
realtà dei fatti avrebbe costituito un pericolo evidente. Stavolta
però siamo vicini a scoprirla una volta per tutte e allora i libri
di storia dovranno essere riscritti. Alla verità ufficiale manca
davvero poco...
Quello che vi presentiamo in queste pagine è il
lavoro approfondito del Dott. Maurizio Barozzi che per l'estensione
ed una più facile lettura da parte dei nostri visitatori tenderemo a
dividere in due parti: oggi vi presentiamo la prima; al prossimo
aggiornamento il completamento dell'opera. Ci concentreremo dunque sulla versione
storica ufficiale che verrà smontata pezzo per pezzo, per
dimostrare, ancora una volta, l'assurdità della stessa! Come una favola
da raccontare ai bambini.
MORTE DI MUSSOLINI: FINE DI UNA “VULGATA”
(II° Parte)
I motivi e le prove
oggettive che rendono la
“storica versione” assolutamente inattendibile
Di Maurizio Barozzi
“Quella morte doveva essere raffigurata comunque come vile,
spregevole, infame e abietta: ed ecco la necessità di ricorrere,
senza timori di essere smentiti, alla più smaccata e sistematica
manipolazione dei fatti”. (A. Zanella, L’ora di Dongo – Rusconi
1993).
E' ASSURDO, sia pure prendendo tutto con estrema cautela,
che si riscontrino troppe anomalie nella fucilazione di Villa
Belmonte. Particolari problematici, anche se alcuni deducibili solo
in via ipotetica o rilevabili dallo studio critico dell'autopsia,
nonchè dall'esame di svariate foto, ma che comunque non collimano o
mal si adattano alla versione di Valerio, di un solo tiratore che
agisce da tre passi, per esempio: [49]
- una strana fucilazione che si presuppone eseguita a poca distanza
dal condannato e quindi alquanto innaturale e persino pericolosa se
poi gli sparatori sono in due; [50]
- la probabile azione contemporanea di sparo di due tiratori e con
armi diverse (mitra e pistola), con corpi stranamente in movimento
scomposto, come viene dimostrato dalle traiettorie polidirezionali
dei colpi all'emisoma destro e a quello sinistro, e quelle inclinate
mostrate dalle ferite sotto al mento (dal basso in alto), al fianco
dx (dall'alto in basso) e al braccio dx di Mussolini con foro di
uscita e traiettoria quasi tangenziale e non perforante, più altre
ferite un po' ovaliformi, tutte distribuite con una certa
distanzialità tra loro. [51]
Tutti riscontri che non confermano la versione di Audisio.
- la sventagliata di mitra alla schiena (quasi inspiegabile)
alla Petacci; [52]
- la tumefazione, sicuramente pre mortale, nella zona dello zigomo
destro riscontrabile sulla Petacci stessa che attesta o una violenza
da viva o un improvviso impatto mentre colpita proditoriamente a
morte piombava al suolo; [53]
- un condannato messo al muro, a cui addirittura si pronuncia una
breve pseudo sentenza, il quale alzerebbe istintivamente la mano a
schermo (evento questo non impossibile, ma psicologicamente
estremamente improbabile in un "fucilando"). [54]
- il muretto, alto circa 1,24 cm. che rimarrà colpito da qualche
colpo, come se si fosse sparato al petto verso soggetti dell'altezza
di un nano. [55]
E' ASSURDO (ma forse dovremmo dire "impossibile", per
la somma di tutti questi singoli elementi considerati anche nei
rispettivi opposti casi), che la morte di Mussolini e della Petacci
sia avvenuta alle ore 16,10 del 28 aprile:
a)
sia pure con molta cautela e qualche riserva, per il fatto che lo
stomaco del Duce, nonostante la "vecchia" versione ufficiale attesti
che avesse mangiato polenta (forse) e un po' di pane e salame è
risultato privo di ogni residuo di cibo e con poco liquido torbido
bilioso (anche se ci sarebbe la possibilità fisiologica di una
completa digestione di un pasto, ma solo se estremamente scarno,
consumato intorno alle ore 12,30, la presenza del sia pur poco
liquido torbido bilioso indica un digiuno più prolungato). [56]
Quindi l'allestimento dei resti del pasto nella stanza sarebbe una
messa in scena; [57]
oppure, viceversa, come nella "nuova" versione ufficiale riveduta,
[58] dicesi che non aveva affatto mangiato, ma allora ci sarebbe una
contraddizione con la richiesta o l'offerta accettata di cibo del
mezzogiorno e il non averlo poi consumato, pur digiuni dalla sera
prima e addirittura fino alle 16. Anche in questo caso è legittimo
sospettare una messa in scena (con il pasto in mostra nella stanza e
intatto fin dopo le 16) avallata dai coniugi De Maria.
b)
le testimonianze, anche se poi se ne ritrovano alcune contrarie
(però chiaramente di parte), che hanno notato il particolare del
rigor mortis presente alla raccolta dei cadaveri davanti a villa
Belmonte e poi al caricamento, al bivio di Azzano, dei corpi
sull'autocarro che li ha portati a Milano (i due cadaveri sono stati
maneggiati per caricarli, prima sull'auto e poi sul camion, verso
sera, poco meno di 3 ore dopo le 16, ma se risultavano già rigidi,
si deve concludere che la morte è avvenuta molto prima). A queste
vanno aggiunte le testimonianze che hanno notato il pochissimo,
quasi inesistente residuo di sangue davanti al cancello di Villa
Belmonte. [59]
c)
la valutazione, sia pure indicativa, problematica e presa con tutte
le cautele (vista la mancanza di una precisa indagine necroscopica e
le vicissitudini subite dai cadaveri), delle foto dei due cadaveri,
tra il tardo pomeriggio e l'alba del 29/30 aprile (non si sa) nei
corridoi dell'obitorio che mostrano i due corpi già abbastanza
sciolti al collo, al tronco, al polso e alle braccia, indicando una
risoluzione in stato avanzato e quindi una morte anticipata di
alcune ore, rispetto alla versione ufficiale (16,10 del 28 aprile).
Una constatazione questa che, per sua natura, seppur non di certo
assoluta per risalire all'ora del decesso, pone però gravi
interrogativi almeno per il rilievo trascritto dal professor
Cattabeni nel suo verbale autoptico dove scrisse: «Rigidità
cadaverica risolta alla mandibola, persistente agli arti». [60]
NON È CREDIBILE, che il colpo post mortem notato sulla
nuca di Mussolini, gettato a terra sul selciato di piazzale Loreto
ed adagiato sul petto della Petacci (foto dunque ripresa non molto
tempo dopo l'arrivo dei cadaveri in piazza), sia stato sparato ad un
cadavere, con arma tenuta quasi rasoterra e orizzontale, in mezzo
alla gente. [61]
Quando fu sparato quel colpo post mortem sulla nuca del Duce? Forse
durante la finta fucilazione di villa Belmonte? E si è forse è
voluto simulare goffamente un colpo di grazia?
NON È CREDIBILE, né giustificabile, che sia stato
ritenuto (o addirittura dato un ordine) di non eseguire l'autopsia
sul cadavere della Petacci se non ci fossero stati dei gravi motivi
per impedirlo. E soprattutto non è credibile neppure il fatto che il
fantomatico "Guido, Generale medico della Direzione Generale di
Sanità del Comando Generale del CVL", firmatario del verbale di
Cattabeni, sia sparito nel nulla, nè abbia mai più dato segni di
vita, se non avesse avuto altrettanti gravi motivi per agire in
questo modo. Ed altrettanti buoni motivi li hanno avuti le fonti
resistenziali a non indicarlo!
È ASSURDO, che non sia stata consegnata alla storia
della Resistenza l'arma (il mitra e aggiungiamoci anche la pistola)
impiegato in questa decantata impresa di giustizia popolare, per la
quale si richiese un alta onorificenza.
Perché far credere per anni che l'arma fosse stata smembrata ed i
pezzi donati come cimeli, oppure che è stata spedita a Mosca, [62] o
ancora che la conservasse Moretti [63] ed infine invece, come oggi
si dice, ma non tutti ci credono (e sempre che poi sia l'arma
effettivamente usata per uccidere il Duce e non magari quella usata
per la sceneggiata della finta fucilazione), fatta sparire nel 1957
in Albania, dodici anni dopo i fatti, con l'impegno di tenerla
segreta? Ma il professor Paolo Murialdi Paolo, storico
e al tempo capo Stato Maggiore delle Divisioni dell'Oltrepò, affermò
in proposito: «Il mitra di Mussolini a Tirana? Ogni anno esce
una versione diversa sulla fine fatta dall'arma che ha ucciso il
Duce. Sono state dette tante sciocchezze, ma questa è una delle più
grosse che ho sentito finora». [64]
Eppure la consegna dell'arma alle autorità, descritta persino con
l'indicazione di un nastrino rosso alla canna e numero di matricola,
oltre che ad assolvere ad un dovere storico verso la Resistenza,
avrebbe potuto chiarire i tanti dubbi che nel frattempo si
addensavano su le famose e contraddittorie versioni di Valerio.
Se questo non è stato fatto è perché c'era una grave ragione per
agire così!
È ASSURDO, che non molto tempo dopo quei fatti, si
siano avute molte testimonianze, anche se la maggior parte delle
quali solo successivamente e approssimativamente rese note, di chi
aveva potuto vedere o sentire particolari da testimoni vari presenti
quel giorno a Bonzanigo e Giulino di Mezzegra: particolari non ben
collimanti con la versione ufficiale, ma come depositari di un
qualcosa di diversamente accaduto.
Per esempio: strani via vai di partigiani al mattino, spari nel
paese, arrivi di macchine, gruppetti di partigiani che bloccano
l'accesso a determinate strade poco prima che arrivi Valerio, ecc.,
tutti eventi che non avrebbero dovuto verificarsi se, come si
sostiene, nessuno sapeva dove erano rinchiusi Mussolini e la Petacci
(casa De Maria) e Valerio era partito da Dongo per Bonzanigo solo
alle 15,10. [65]
Altrettanto assurdo è il fatto che, anni dopo, ex attori di quegli
eventi (vedi per esempio Piero, Orfeo Landini, Bill, Urbano Lazzaro,
il Geninazza e tanti altri attori minori) hanno potuto, soprattutto
grazie a queste incongruenze, sostenere le più disparate, divergenti
e spesso inattendibili versioni sia su quei fatti, che sul nome dei
partecipanti alla fucilazione in buona parte o totalmente, in
contrasto con la versione ufficiale. [66]
SONO ASSURDI, i pochi racconti che si sono ricavati
dai coniugi De Maria; soprattutto il fatto che il padrone di casa
Giacomo se ne era andato tranquillamente a veder passare il Duce
prigioniero, quando lo aveva in casa e comunque lasciando la moglie
molte ore da sola con i prigionieri e gli uomini armati!
Addirittura poi non è neppure escluso che anche la De Maria, alle
15,30 del 28 aprile, si trovasse sulla statale con il resto della
gente ad aspettare che passassero i prigionieri (come raccontato da
una certa Rosa di Rizzo) fatto questo che dimostrerebbe la falsità
di tutta la versione ufficiale e di tutti i racconti strappati negli
anni alla stessa De Maria.
Suona di artefatto, inoltre, anche l'accurata messa in scena della
stanza dei prigionieri, realizzata con minuzia di particolari e
foto: la tuta della Petacci appesa all'attaccapanni, il suo
baschetto da pilota, la cassapanca con i panini ed il resto del
cibo, la coperta sul letto, ecc. Notò giustamente A. Zanella:
«questo aspetto è parallelo alla sovrabbondanza di oggetti della
Petacci trovati davanti al cancello di Villa Belmonte». [67]
NON È CREDIBILE, che il subdolo "invito" (sembra
organizzato dagli uomini di Martino Caserotti, "Roma") per spedire
la gente di Azzano, Giulino e Bonzanigo a lasciare le loro case e a
recarsi sulla provinciale a veder transitare nel pomeriggio un
Mussolini prigioniero, sia un fatto marginale e non sia in relazione
invece con la finta fucilazione a Villa Belmonte.
Sembra che lo stesso Michele Moretti si sia lasciato
sfuggire un «Non volevamo essere disturbati in quello che
dovevamo fare», [68] frase che anche se è in relazione alla
fucilazione delle 16,10 già lascia perplessi, visto che Valerio non
ebbe tutto questo tempo per preavvertire del suo arrivo, ma potrebbe
essere invece indicativa proprio per la sceneggiata da mettere in
atto davanti al cancello della Villa.
Ma ancor di più tutta la falsità di quegli avvenimenti è dimostrata
dal fatto (ben testimoniato anche se prove certe a suo tempo non
vennero cercate) che forse intorno alle 13 venne sparsa nel paese
questa voce relativa ad un transito di Mussolini prigioniero nel
primo pomeriggio. Fatto questo che praticamente svuotò le case dei
circa 50 abitanti di Bonzanigo e dintorni.
Visto che a quell'ora Valerio doveva trovarsi in viaggio verso Dongo
ed ancora non sapeva del luogo dove era custodito Mussolini, è
praticamente impossibile per la versione ufficiale giustificare
questa manovra diversiva, finalizzata per la discrezione di Valerio,
fatta con così largo anticipo. [69] Ancor meno credibile è il
presupporre che questo avvenimento avvenne per cause indipendenti
dalla fucilazione di Mussolini.
È ASSURDO che ci siano, come già detto, varie
testimonianze di persone che trovatesi quel pomeriggio del 28 aprile
nei pressi del luogo dell'esecuzione attestano inequivocabilmente
che la zona di Giulino di Mezzegra era stata isolata e bloccata da
nord e da sud da svariati partigiani armati già da almeno mezz'ora
prima della fucilazione. Quindi Valerio non arrivò improvviso ed
inaspettato, non scelse sul momento il fatidico cancello per
eseguirvi l'esecuzione, non c'era lui solo, con Guido, Pietro e
l'autista, ma c'erano indaffarati molti elementi sia del luogo che
venuti da fuori, c'era già da tempo in atto un qualcosa di
preordinato e di completamente diverso!
Ed analogamente, altrettante testimonianze sia pure incontrollate,
attestano strani via vai di partigiani armati al mattino, spari
sospetti e quant'altro, tutti particolari questi che non dovevano
assolutamente verificarsi visto che nessuno sapeva che in casa De
Maria c'erano, tranquilli a riposare, Mussolini e la Petacci e
quindi il paesino avrebbe dovuto essere relativamente immerso
nell'anonimato. [70]
Per il momento dell'esecuzione al cancello della Villa poi, non sono
attendibili le tardive testimonianze, come quella della signora
Edvige Rumi, moglie di Edoardo Leoni, che dopo molti anni asserì di
essere partita da Dongo con alcuni curiosi per andare dietro ad
Audisio e guarda caso arrivarono nel punto giusto proprio per
godersi lo spettacolo, da un specie di boschetto (quale?) di fronte
a Villa Belmonte e nel momento esatto, oltretutto non visti dai 3
"giustizieri" all'opera, che pur si premunirono di cacciare anche
via i pochi abitanti della Villa che si stavano avvicinando. È
indubbio che ci troviamo di fronte ad un racconto, sia pure in buona
fede, frutto della sceneggiata davanti al cancello della Villa e di
quello che si potè vedere subito dopo quella "fucilazione" e delle
tante voci che presero a circolare in zona. [71]
NON È CREDIBILE che sia stato ufficializzato, solo
dopo quasi sette mesi (novembre '45), il nome di battaglia di
Valerio (già sussurrato, o fatto sussurrare, a maggio del '45 dal
Lanfranchi) per l'esecutore di Mussolini e rabbioso giustiziere di
Dongo e poi che si sia impiegato ancora oltre un anno (marzo '47),
per attribuire il nome di Walter Audisio, un ragioniere militarmente
sprovveduto, a quello di Valerio. Nè è credibile che questi nomi non
siano stati ufficializzati prima (ad eccezione dei servizi del
giornalista Lanfranchi a maggio e ottobre del 1945) solo perché
c'erano ragioni di sicurezza.
Chi aveva vissuto quegli avvenimenti, chi aveva dato o firmato gli
ordini al comando generale del CVL di Milano, chi aveva avuto modo
di vedere i documenti presentati dal famoso colonnello Valerio (ed
erano in molti) a Como ed a Dongo quel 28 aprile del '45, come è
possibile che non ricollegò mai e rese noto, nè che lo sconosciuto
esecutore si chiamava Valerio, nè che poi questo irascibile e
rabbioso Valerio in realtà fosse Audisio?
Non ci sono elementi oggettivi per sostenere che ci potesse essere
stata una sostituzione postuma di un altra persona con Audisio (come
sostenuto senza prove da F. Bandini e U. Lazzaro) [72] e quindi una
mistificazione così generalizzata da parte di molti attori presenti
a Milano, Como e Dongo. Si può quindi condividere la ricerca storica
di Marino Viganò che ha dimostrato l'identità Audisio = Valerio,
[73] è però plausibile che ci sia stato un diverso svolgersi degli
avvenimenti: sicuramente c'era stato un Audisio che era partito da
Milano verso le ore 7 del 28 aprile e vi era rientrato la notte
dello stesso giorno, ma c'erano stati all'opera anche altri
personaggi poi spariti e che, intanto, l'Audisio che era stato visto
a Como e Dongo, non era e non poteva essere, all'interno
dell'episodio mattutino rimasto misterioso, colui che salì la
mattina presto a Bonzanigo per uccidere il Duce. Occorreva pertanto
lasciar passare del tempo e vedere quanto di quegli avvenimenti,
sceneggiata a villa Belmonte compresa, era venuto a galla prima di
ufficializzare il nome di Valerio, ma sopratutto poi quello di
Audisio quale esecutore di Mussolini al quale accollare, per ragioni
storiche e opportunità politiche, gli oneri e gli onori di
quell'impresa.
Ed infine è ASSURDO, come risulta oggi da più fonti e
testimonianze oramai acquisite, ed è stato anche recentemente
ricordato dal vicesindaco di Mezzegra, Gianfranco Bianchi,
intervistato nel corso della trasmissione "Trenta Denari", condotta
dal giornalista Emanuele Caso alla TV Espansione di Como del 2008,
ovvero che al tempo gli abitanti di quei posti vennero «zittiti».
Anche l'anziano parroco di Mezzegra, don Luigi Barindelli, ha
confermato queste vecchie intimidazioni. Se quindi all'epoca e per
molti anni successivi si cercò con evidenti minacce e intimidazioni
di non far parlare la gente, si deduce inequivocabilmente che pur
c'era una diversa verità su quei fatti da non far emergere,
altrimenti sarebbe stata inutile questa pluriennale intimidazione.
Ergo la storica versione non è veritiera.
* * *
Per concludere la nostra controinformazione possiamo sostenere, con
ragionevole certezza che quanto narrato dalla "storica versione" non
è veritiero e che un assassinio di Mussolini, seguito a poca
distanza da quello della Petacci, retrocesso al mattino del 28
aprile, può essere seriamente preso in considerazione grazie anche
ad alcune testimonianze e molti elementi concreti.
Più difficile, se non impossibile, resta al momento il poter dare
un nome a coloro che si cimentarono nello sparare contro Mussolini e
la Petacci. Non ci sono prove per individuare dei nominativi od
escluderne degli altri e tutte le testimonianze in proposito,
letteralmente contraddittorie tra loro, finiscono per risultare
inattendibili.
Se prima di prendere visione di quanto da noi qui sopra riportato,
poteva apparire poco credibile che quel sabato pomeriggio vennero
attuate tra Bonzanigo e Mezzegra due messe in scena, quali un corteo
di due presunti Mussolini e Petacci, prelevati da casa dei contadini
De Maria e scortati alla macchina che li attendeva sulla piazzetta
del Lavatoio e subito dopo una finta fucilazione di "due cadaveri",
davanti al cancello di Villa Belmonte, alla luce di quanto esposto,
crediamo che si potrà considerare diversamente tutta la faccenda.
In effetti si trattò di due brevi sceneggiate probabilmente
progettate quando, a fine mattinata, ci si trovò alle prese oltre
che con il cadavere di Mussolini, anche con quello della Petacci
uccisa proditoriamente intorno al mezzogiorno (vedi testimonianza Dorina Mazzola, in G. Pisanò, "Gli ultimi 5 secondi di Mussolini",
il Saggiatore 1996).
Necessità politiche, impegni del governo del Sud verso gli Alleati e
il dover camuffare quelle uccisioni poco edificanti, presentandole
come un atto di "giustizia ciellenista" che coinvolgeva tutte le
componenti della Resistenza, resero necessario il mostrare tutta la
faccenda come una regolare fucilazione in virtù di una presunta
sentenza di morte del CLNAI da eseguirsi «in nome del popolo
italiano».
Elementi partigiani del posto e dirigenti comunisti giunti da fuori
consentirono di attuare quelle messe in scena che rimasero per anni
imperscrutabili anche perchè alcuni residenti avevano sbirciato o
udito solo parte degli avvenimenti accaduti al mattino, altri
avevano pur assistito al passaggio dei presunti "prigionieri" sulla
piazza del Lavatoio e poi magari avevano percepito le fasi della
"fucilazione" a Villa Belmonte e molti altri invece erano
sconcertati dal valzer di voci e informazioni messe in giro in
quelle ore.
Ma soprattutto, come è oramai accertato, venne imposta in quei
luoghi una "versione di comodo" e furono sparse minacce ed
intimidazioni affinchè nessuno rivelasse fatti o particolari che
potevano divergere da quella versione. E le violenze, gli omicidi e
le sparizioni che per mesi imperversarono in tutto il comasco, non
erano certo uno scherzo e contribuirono a creare quella cappa di
paura e quella diffusa omertà ambientale che non sarà mai più
spazzata via. Se a tutto questo si aggiunge la immediata
ricostruzione e lo sviluppo di una società mediata dalla nuova
cultura dei partiti dell'arco costituzionale e in quei luoghi anche
da una forte agiografia resistenziale curata dagli Istituti storici
della Resistenza, si comprenderà come sia stato possibile che una
parte di verità rimanesse nascosta.
In questa controinformazione su quegli eventi ci siamo limitati a
confutare la "storica versione", senza avanzare una nostra ipotesi
alternativa, perchè una proposta di questo genere sarebbe
difficilmente comprovabile e quindi si rischia di fare il gioco
degli irriducibili e forse interessati sostenitori della versione di
Audiso, che spesso hanno avuto buon gioco a mettere in ridicolo
certe "ipotesi alternative" che però sinceramente erano
insostenibili o comunque assolutamente non comprovate.
Altrettanto difficile è il poter dare oggi, a distanza di tempo, le
giuste valutazioni a tanti particolari che appaiono quantomeno
"anomali".
Si prenda per esempio alcune vicende che sono emerse circa i
certificati di morte di Mussolini e la Petacci: quelli civili, ma
soprattutto quelli curiali.
I certificati civili. Il giornalista storico Luciano Garibaldi notò
per primo una certa "stranezza" che si riscontrava nel fatto che gli
atti di morte di Mussolini e della Petacci furono formulati dal
comune della Tremezzina solo il 25 agosto 1945, dietro una sentenza
del Tribunale di Como del 29 luglio precedente. Testi della
denuncia, fatta da Paolo Lingeri e ricevuta dal sindaco Ferrero
Valsecchi, furono Anna Pirola Gobetti, impiegata e Stefano
Lanfranconi, messo, entrambi dipendenti comunali. La morte era stata
attestata alle 16,20.
Garibaldi, in pratica, partendo dalla convinzione che i due erano
stati uccisi al mattino, insinuò che l'atto venne emesso con tale
ritardo perchè "manipolato" dalle autorità partigiane, mettendo così
indirettamente in dubbio la buona fede del Lingeri. I figli di
costui, ritenendo che il congiunto era stato diffamato nella
memoria, sporsero querela. [74]
Garibaldi e il direttore del settimanale "Noi" che aveva pubblicato
il servizio nel 1994, vennero condannati per diffamazione a mezzo
stampa ad una multa ed al risarcimento danni alle parti civili e la
sentenza venne confermata nel 1999 dalla Corte d'Appello di Milano.
Il processo comunque non doveva accertare l'orario preciso in cui,
quel 28 aprile 1945, vennero uccisi il Duce e la Petacci. L'ex
sindaco Valsecchi inoltre, sentito come teste, non fu testimone
oculare dei fatti che, invece, disse, aveva appreso il giorno
successivo 29, dal Capitano Neri alias Luigi Canali. [75]
Per la storia del certificato di morte parrocchiale, invece, si
constata un altra "anomalia".
Il ricercatore storico Alberto Bertotto ha infatti rintracciato il
certificato curiale redatto, ma non firmato dal parroco di allora
(don Giacomo Dalla Mano) e depositato nella parrocchia di Giulino di
Mezzegra (parrocchia di Sant'Abbondio). Vi era trascritta la morte
del Duce come stabilito dalla "vulgata": ore 16,30 del 28 aprile del
1945, anche se invece di 1945 era stato trascritto 1940 (?), ma come
detto il certificato non reca la firma del parroco (una stranezza
anche se, per prassi curiale, il parroco non era affatto obbligato a
firmarlo). Ma ancor più nella chiesa manca il certificato di morte
di Claretta Petacci ed a quanto pare quel documento in parrocchia
non c'è mai stato.
Si poteva quindi supporre che Claretta, a differenza di Mussolini,
supposto per ucciso al cancello di Villa Belmonte, non si era
convinti che era stata uccisa nello stesso luogo e pertanto il suo
decesso poteva non dipendere dalla giurisdizione territoriale di
Giulino di Mezzegra o qualcosa di simile. [76]
Considerando che l'uccisione del Duce al mattino era rimasta in
parte misteriosa, mentre quella della Petacci al mezzogiorno, sotto
casa di Dorina Mazzola, era a conoscenza di molti, si poteva anche
supporre, se pur come semplice congettura, che il parroco di allora
non se l'era sentita di attestare un dubbio, firmando il certificato
di Mussolini, ma soprattutto trascrivendo un altro certificato che
attestava la Petacci fucilata insieme al Duce davanti al cancello di
villa Belmonte.
Il Bertotto ha inoltre ascoltato l'attuale anziano parroco di
Mezzegra, don Luigi Barindelli, il quale ha ricordato che il parroco
di quei tempi venne a conoscenza dei fatti del 28 aprile il giorno
successivo rimanendone sconvolto. Don Barindelli però non sapeva
spiegarsi oggi le relative anomalie e quindi non poteva nè avallare,
nè escludere le precedenti perplessità e supposizioni.
Pur tuttavia, nella complessità ed indeterminatezza di questa
situazione, vogliamo accennare ad alcune testimonianze, almeno
quelle che, con gli anni, hanno retto alla critica e per una serie
di riscontri indiretti sui rilievi cronotanatologici, balistici e di
altra natura, inerenti quelle morti, hanno trovato sostanziali
conferme.
In particolare bisogna considerare la testimonianza di Dorina
Mazzola, deceduta nel 2001, la cui figlia ancora oggi difende la
genuinità dei racconti materni, ascoltati anche dal nonno. [77]
Una testimonianza che oltretutto nessuno ha potuto confutare. Della
Mazzola, così si è recentemente espresso Giannetto Bordin, che a suo
tempo, collaborò con Pisanò nella raccolta della testimonianza: «... Dorina Mazzola, a quel tempo una ragazza di 19 anni intelligente
sveglia ed attiva e, al momento delle sue dichiarazioni -febbraio
1996- un'anziana settantenne dalla mente lucidissima (...) In
seguito alla sua testimonianza, Dorina Mazzola, per questo suo
coraggio, ebbe a ricevere dimostrazioni di solidarietà e di
approvazione da parte di molte persone della zona, come lei a
conoscenza delle stesse cose, che si sentivano finalmente
"sollevate" dal peso oppressivo del silenzio loro imposto con la
minaccia di gravi ritorsioni se ne avessero parlato. Numerose furono
anche le manifestazioni di solidarietà e approvazione, testimoniate
dalle molte telefonate e lettere (copie di queste pure in possesso
di chi scrive) che a Dorina Mazzola sono giunte da ogni parte
d'Italia e dall'estero, per ringraziarla d'avere finalmente
squarciato l'ormai inutile velo su di un fatto storico talmente
importante e controverso». [78]
Ma se quella di Bordin potrebbe considerarsi una testimonianza "di
parte", ci sono anche tante altre testimonianze come, per esempio,
quella del giornalista Antonio Marino, vicedirettore de "la
Provincia, il quotidiano di Como on line", che così si è espresso:
«A suo tempo, ebbi modo di conoscere e intervistare Dorina Mazzola e
il suo racconto mi parve, come parve a Pisanò, quantomeno sincero e
totalmente disinteressato. Cosa che non si può dire di altre
versioni sulla morte di Mussolini». [79]
Non è un caso che dopo molti anni da questa testimonianza e le tante
polemiche intercorse, un giornalista imparziale quale lo scomparso
Alfredo Pace nel suo libro "B. Mussolini C. Petacci" (Greco & Greco,
2008) scrisse: «È una testimonianza che va creduta fino in fondo,
senza dubbio, a parte forse qualche particolare sugli orari o sulle
persone viste (...) ma non sulla sostanza».
La Mazzola dunque era al tempo una ragazza di 19 anni abitante a
poco più di cento metri da casa De Maria in Bonzanigo, la quale con
un racconto dettagliato e preciso riferì a Giorgio Pisanò nel
febbraio del 1996, [80] ma contemporaneamente anche al giornalista
Mario Lombardo di Epoca, [81] di aver assistito dalla finestra di
casa sua ad eventi mattutini riconducibili ad una uccisione del
Duce, prima ferito in quella casa e poi trascinato ed ucciso nel
cortile dello stabile.
La ragazza però non sapeva che quanto udiva e vedeva riguardasse
Mussolini, così come non sapeva che alcune ore dopo, verso
mezzogiorno, quando vide uccidere una donna, in una stradina sotto
casa sua, questa fosse proprio Claretta Petacci.
Solo nel pomeriggio la ragazza potè apprendere in paese quanto
effettivamente era accaduto al mattino. Ma immediatamente e per
tanti anni ancora subì evidenti minacce (così come minacciati furono
tutti gli abitanti del circondario Bonzanigo, Mezzegra, Azzano)
affinchè mantenesse il segreto almeno per cinquanta anni.
Ma Giorgio Pisanò, nel libro con il racconto di Dorina Mazzola,
riportava anche una importantissima e mai smentita testimonianza
della signora Savina Santi, vedova di Sandrino Guglielmo Cantoni,
uno dei due carcerieri di Mussolini e la Petacci in casa De Maria.
Raccontò la vedova di Sandrino: «Mussolini e la Petacci non sono
stati uccisi nel pomeriggio e davanti al cancello di Villa Belmonte.
Mio marito mi disse che quella mattina lui si trovava di guardia
alla stanza dove c'erano i prigionieri, quando vide salire le scale
Michele Moretti e altri due partigiani che non aveva mai visto nè
conosciuto. I tre gli ordinarono di restare sul pianerottolo fuori
della stanza ed entrarono nel locale. Mio marito, restando sul
pianerottolo, udì uno dei tre che diceva: "adesso vi portiamo a
Dongo per fucilarvi", e un altro gridare: "No, vi uccidiamo qui!".
Poi mio marito udì altre voci concitate, le urla della donna e colpi
d'arma da fuoco (...) ma non so dove li hanno uccisi con certezza».
Ed ancora non è poi di poco conto che Massimo Caprara, l'ex
segretario di Palmiro Togliatti, dopo che nell'estate del 1996 aveva
reso nota la confidenza di Togliatti che indicava in Aldo Lampredi
l'uccisore del Duce, riferì anche una affermazione di Celeste Negarville (esponente comunista già direttore de "l'Unità" nel '44 e
poi senatore): «Con la Petacci, Lampredi non c'entra. La Petacci è
stata uccisa altrove. Lampredi si trovò un cadavere in più, che non
era nel conto». [82]
Anche Angelo Carbone, al tempo un 83 enne ex partigiano di Rivanazzano in Oltrepò, amico di Sandro Pertini, pur nel contesto di
racconti alquanto raffazzonati e sinceramente poco credibili, fece
importanti affermazioni ricordando di essere stato presente ai noti
eventi (riferendosi però al Cancello di Villa Belmonte), ma
aggiunse: «Non è vero che Claretta Petacci fu uccisa con Mussolini
davanti al cancello di Villa Belmonte. È una storia inventata di
sana pianta».
Disse, anche «Clara Petacci non doveva morire... doveva essere
liberata. Rimase uccisa accidentalmente, nella stanza dove era
rimasta custodita con Mussolini».
Affermazioni queste non ben specificate, scoordinate, confuse, ma
che danno il senso di un qualcosa di molto diverso dalla versione
ufficiale. [83]
Elena Curti, figlia naturale di Mussolini, ha invece raccontato nel
2007 al professor Alberto Bertotto un suo importante ricordo: «Dieci
anni fa, un ragazzo che all'epoca aveva solo 15 anni (Osvaldo Gobbetti un comunista di Dongo - N.d.R.), al quale i partigiani
davano incarichi come ricaricare le armi, mi ha riferito, dopo
averlo saputo da un compagno che aveva assistito ai fatti di
Bonzanigo, che la Petacci era stata uccisa mentre tentava di
allontanarsi»; stava correndo su un prato, venne raccontato alla Curti, quando venne falciata proditoriamente da una raffica di mitra
alle spalle. Lo stesso partigiano che lo raccontava al Gobbetti era
rimasto scioccato. [84]
Proprio quello che vide il teste di Bonzanigo, Dorina Mazzola.
Ed infine, l'anziano medico, il dottor Pierluigi Cova Villoresi, di
sicura fede antifascista, che sembra abbia presenziato alla famosa
autopsia di Mussolini stilando anche un suo personale referto
autoptico, ad ottobre 2003 raccontò nel corso di una intervista al
direttore di "Italia Tricolore", Augusto Fontana, quanto segue,
evidentemente appreso in ambienti qualificati:
«(i cadaveri) Li avevano rinchiusi nell'albergo vicino al posto dove
poi sono stati fucilati».
«Ah quindi non nella camera da letto dei De Maria?» chiese
l'intervistatore riferendosi alle note ipotesi di una uccisione
dentro la stanza.
Cova: «No, no, no, fuori!... erano fuori... Lì c'è una specie di
terrazzo dal lato stradale col limite in ferro tra la strada e il
lago e c'è una piazzetta ...».
E sulla Petacci, parlando del cancello di Villa Belmonte ebbe a
precisare:
«... quel cancello lì è sbagliato, perchè dove l'hanno uccisa è
sulla curva di una stradina che parte dal lago, parte dalla strada,
c'è la strada che praticamente è parallela al margine del lago».
[85]
Si noti: i cadaveri rinchiusi nell'albergo (evidentemente il
"Milano" sulla via Albana), Mussolini fuori di casa, ma nei pressi e
la Petacci uccisa da un altra parte sulla curva di una stradina:
tutti particolari in sintonia con la testimonianza di Dorina
Mazzola.
L'ultimo disperato tentativo "revisionista"
Ultimamente, tramite gli scrittori e ricercatori storici Giorgio
Cavalleri e Franco Giannantoni (attestati con qualche distinguo su
posizioni conformi alla "storica versione") e grazie al ricercatore
storico Mario J. Cereghino, si è manifestato un ultimo tentativo
"revisionista" (sia pure sbugiardando le versioni di Walter Audisio,
Aldo Lampredi e Michele Moretti), teso a mantenere in vita la
fucilazione pomeridiana al cancello di Villa Belmonte. Per estendere
a tutto campo la nostra controinformazione dobbiamo darne un
accenno.
Questi autori, infatti, hanno pubblicato un libro: "La fine - Gli
ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti
americani (1945 1946)", Garzanti 2009, dando credito ad un documento
di fonte americana.
L'opera si regge su un effimero "Memorandum", fino ad oggi inedito,
inviato il 30 maggio 1945 ad Allen Dulles direttore della centrale
del centro Europa dell'OSS americano a Berna, dal suo agente "441"
cioè Valerian Lada-Mocarski, il quale attesta la solita fucilazione
delle 16,10, ma innesta alcuni particolari completamente difformi
dalla "storica versione".
Come noto il Lada-Mocarski, avvocato, ufficiale americano di
discendenza russa, al tempo agente cinquantenne dell'OSS, fin dal 29
aprile 1945 e per circa sei mesi aveva condotto, nonostante la
precaria conoscenza della nostra lingua, una sua inchiesta
attraverso la raccolta di svariate testimonianze, sulle ultime ore
di Mussolini da Como fino a Giulino di Mezzegra.
I rapporti di Lada-Mocarski, su quegli avvenimenti, in realtà erano
già conosciuti anche attraverso la pubblicazione di un saggio dello
stesso agente pubblicato a dicembre 1945 a Boston sulla rivista
americana "Atlantic Monthly" e altre documentazioni che erano
conservate dallo storico Renzo De Felice e sono recentemente venute
alla luce. Quello che in quest'altro inedito rapporto vi è di nuovo
è la descrizione dei momenti dell'uccisione di Mussolini con una
serie di particolari che poi, anche questi, tanto nuovi non sono,
perchè ricalcano quel famoso "rapporto" per il CLN di Como steso,
verso la metà di maggio del '45, dalla partigiana Angela Bianchi,
maestra a Griante, su incarico di suo zio il comandante partigiano
Martino Caserotti (Comandante Roma) che operava nella Tremezzina.
[86]
Anzi, se andiamo a ben guardare, l'ulteriore "testimonianza scritta"
che il Mocarski dice di aver avuto da un comandante partigiano
presente alla fucilazione e che gli autori, a nostro avviso
sbagliando, indicano nel Capitano Neri, ovvero Luigi Canali, la
quale costituirebbe la "novità" rispetto ai precedenti rapporti del
Mocarski, in realtà non è azzardato supporre che venne invece
fornita proprio dal Caserotti, visto che molti elementi combaciano
con quanto questo partigiano ebbe a riferire al giornalista Franco
Serra nel 1962. [87]
Ed infatti questo memorandum del Mocarski del 30 maggio parla di un
«comandante partigiano di una unità locale» che, uditi i colpi
presso il cancello di Villa Belmonte, incuriosito si avvicinò al
luogo. Particolare questo che non si addice al ruolo del Canali, ma
molto di più a quanto già ebbe a raccontare il Martino Caserotti
(non a caso, sia il rapporto della Bianchi del maggio '45, che la
testimonianza del Caserotti del 1962 e il rapporto inedito del
Mocarski del 30 maggio '45 ricalcano, sostanzialmente, uno stesso
scenario).
Ma oltretutto il Canali venne sequestrato e poi soppresso la mattina
del 7 maggio 1945 ed è alquanto difficile che, prima di allora, il
Mocarski abbia potuto ricevere da lui un rapporto scritto e la
prova, se ce ne fosse bisogno, sta nel fatto che ai primi di maggio
l'agente inviò ad Allen Dulles un precedente rapporto in cui non si
faceva menzione di quest'altra versione.
Leggendo questo "Memorandum" del 30 maggio, ci si rende subito conto
di come l'agente americano non fece altro che raccogliere tutta una
serie di racconti, spesso imprecisi, che circolavano in quei giorni
ai quali va aggiunta, appunto, la versione che già dai primi di
maggio girava nel comasco su una uccisione di Mussolini eseguita da
un paio di tiratori di cui uno con revolver. Versione che, più o
meno, venne anche riportata nei vari articoli inchiesta che
Ferruccio Lanfranchi pubblicò sul suo "Corriere d'Informazione" a
maggio 1945 e nell'autunno successivo.
Ma questa versione venne rinnegata dal PCI che non la volle avallare
perchè, dal 18 novembre di quell'anno, "l'Unità" prese a pubblicare
una serie di articoli che ritagliavano sul solo misterioso
colonnello Valerio gli oneri e gli onori di quella fucilazione. [88]
Non è peregrino, allora, sospettare che dopo le scarne e sintetiche
notizie sulla morte di Mussolini emesse da "l'Unità" del 30 aprile
1945, nel comasco venne affidato (o si prese da sè stesso la briga)
di redigere un più particolareggiato rapporto su quella morte, al
Martino Caserotti, capo partigiano del luogo e presente ai fatti, il
quale lo fece poi redigere da sua nipote Angela Bianchi.
Ma vuoi per il fatto che quel "rapporto" presentava alcuni elementi
alquanto fantasiosi (per esempio si sosteneva che il partigiano
venuto da Milano, praticamente il Valerio, era il figlio di
Matteotti) o perchè descriveva l'uccisione di Mussolini, preceduta
da colpi di pistola a bruciapelo, il che appariva più come una
esecuzione gangsterica, invece di una fucilazione giustizialista il
PCI, evidentemente, non ritenne opportuno avallarlo e questo
"rapporto" della Bianchi, che pur fu anche stampato localmente in
qualche copia, cadde nel dimenticatoio.
Saltiamo i particolari relativi alle ore precedenti la cattura di
Mussolini e vediamo cosa venne raccontato all'agente americano. [89]
Si comincia con una evidente stupidaggine che sarebbe quella che
Claretta Petacci fu riconosciuta il pomeriggio del 27 aprile sulla
piazza di Dongo, scambiando in questo caso Claretta con la compagna
di suo fratello ovvero Zita Ritossa. Un errore comunque da poco, ma
non da poco è poi la successiva errata informazione che il Mocarski
riporta e in cui afferma che la Petacci venne condotta, assieme a
Mussolini, nella piccola casermetta della GdF di Germasino dove
invece non è mai stata.
Il Mocarski raccoglie poi altre informazioni sballate che gli
attestano che Mussolini e la Petacci vennero condotti la notte del
27 aprile in casa De Maria a Bonzanigo passando per la stessa strada
per la quale furono poi, il pomeriggio del giorno dopo, portati a
Villa Belmonte.
Seguono quindi tutta una serie di racconti, alquanto fantasiosi,
sulla permanenza dei due prigionieri in casa De Maria, racconti che,
in buona parte, già furono riportati sui giornali di quel tempo,
quali "l'Italia Libera", da Ferruccio Lanfranchi sul "Corriere
d'Informazione", ecc.
Interessante è invece notare come dai racconti, che evidentemente i
coniugi De Maria fecero al Mocarski, questi ebbero a riferirgli
particolari che successivamente, in altre interviste da loro
concesse, guarda caso, subirono evidenti modifiche.
Per esempio: che il padrone di casa Giacomo De Maria riconobbe ben
presto Mussolini, mentre invece poi sua moglie affermò che non lo
avevano riconosciuto (a sua volta smentita, dopo la sua morte, dal
figlio Giovanni). Che lo stesso stette buona parte del mattino fuori
a lavorare, ma la De Maria raccontò successivamente che intorno alle
14, quando si sparse la voce che Mussolini sarebbe stato fatto
passare sulla strada provinciale prigioniero, il marito partì a
razzo per andarlo a vedere e ci restò tutto il giorno. [90]
Al Mocarski venne anche detto che Mussolini mangiò un paio di fette
di salame e un poco di pane, cosa questa che l'autopsia del cadavere
del Duce non ha riscontrato.
Si riporta poi il particolare che i tre partigiani, quando verso le
16 vennero a prelevare i prigionieri, furono accolti da Giacomo De
Maria (successivamente, come noto, si sostenne invece che Giacomo
non era presente essendo andato con altri del paese a vedere
Mussolini prigioniero che doveva passare sulla provinciale -
N.d.R.).
E qui i tre "giustizieri" sopraggiunti, a parte Michele Moretti
(indicato come colui che era già stato in quella casa la notte
precedente), vengono descritti come degli sconosciuti, ovvero un
civile, alto e i capelli pettinati all'indietro che indossava un
impermeabile leggero, più un "capo partigiano".
Gli autori del libro, con estrema disinvoltura indicano nel civile
Walter Audisio, ovvero Valerio e nel capo partigiano Aldo Lampredi.
Interpretazione anche questa decisamente arbitraria visto che, come
da successive descrizioni della De Maria, che parlò di un
impermeabile chiaro e di una specie di basco portato in testa dal
civile, semmai questo civile può individuarsi in Aldo Lampredi più
alto di Audisio (era alto circa 1,83 e non era molto stempiato di
capelli) e invece nel "capo partigiano", che per essere definito
come tale doveva pur mostrare qualche abbigliamento adatto, è più
indicato proprio l'Audisio che indossava una giacca a vento
militare.
Il trasferimento a piedi di Mussolini e la Petacci verso la macchina
che li aspettava sulla piazzetta del Lavatoio ricalca, più o meno,
il rapporto di Angela Bianchi ed ha di interessante unicamente il
fatto che vi si intuisce una vera e propria messa in scena con due
personaggi che impersonavano Mussolini e la Petacci. Mussolini,
infatti, venne descritto con un soprabito grigio con il bavero
rialzato e il berretto calato fino agli occhi e poi entrambi, udite,
udite, si disse che calzavano degli stivali neri (sic!), stivali che
in un precedente rapporto, il Mocascky aveva anche precisato essere
da equitazione.
Del gruppo di partigiani di scorta, seppur defilato, sembrerebbe
farne parte, anche se non viene specificato, il Capitano Neri. Tra
loro, il civile, che secondo gli autori del libro dovrebbe essere il
colonnello Valerio, portava un revolver.
Seguono particolari e frasi alquanto improbabili, già raccontate nel
citato rapporto della Bianchi e nella testimonianza del Caserotti a
Franco Serra del 1962, come per esempio che la Petacci disse al
Duce: «Sei contento che ti ho seguito fin qui?» e così via.
Veniamo ora alla descrizione della fucilazione.
Secondo questo rapporto Mussolini, mentre veniva fatto spostare
davanti al cancello della Villa, venne prima raggiunto da un paio di
colpi di revolver alla schiena, sparati da Valerio (il civile venuto
da Milano). Il citato rapporto della Bianchi parlava di un paio di
colpi di pistola al fianco sinistro.
Comunque sia questi colpi di revolver alla schiena sono
letteralmente assenti dal referto autoptico sul cadavere di
Mussolini del prof. Cattabeni il ché pone un grosso punto
interrogativo su tutta questa ricostruzione.
Ai due colpi di revolver, comunque, immediatamente dopo seguirono
tre colpi di mitra, probabilmente di Michele Moretti affermano gli
autori del libro, che raggiunsero Mussolini al petto. Ora il mitra,
in genere, spara una raffica, ma qui viene dettagliato che furono
solo tre colpi che lo raggiunsero al petto. Anche questa dinamica
però è smentita dall'autopsia che indica chiaramente che una
sventagliata di mitra lasciò 4 colpi, a rosa abbastanza ravvicinata,
sulla spalla sinistra di Mussolini.
Mussolini sembra che non sia morto, scrive nel suo rapporto il
Mocarski, ma nel frattempo arriverebbe, attirato da questi spari, un
«comandante partigiano di una unità locale», che tirerà un paio di
revolverate, si presume al petto (stranamente), quali colpi di
grazia.
Il rapporto della Bianchi del maggio '45 analogamente citava: «...
un capo partigiano sopraggiunto gli assestò il colpo di grazia!», e
il Caserotti raccontò nel 1962 a Franco Serra: «... Mussolini per
terra tirava una gamba e muoveva gli occhi. Ho preso la mia pistola
e gli ho sparato».
In tutto, secondo questa sequenza, Mussolini sarebbe stato raggiunto
da 2 + 3 + 2 (di grazia) colpi (oppure uno solo di "grazia"), quindi
sette (o sei) colpi, quando invece l'autopsia ha chiaramente
indicato che il Duce fu attinto in vita da 9 colpi, al limite
riducibili a 8 se quello che gli trafisse il braccio penetrò poi nel
tronco o nel fianco dx.
La Petacci, relaziona il Mocarski, venne uccisa subito dopo con una
deliberata raffica di mitra al petto ed anche qui c'è l'incongruenza
che la Petacci invece, dai riscontri fotografici, ma non solo,
risulterà chiaramente uccisa da una raffica di mitra alla schiena.
Insomma non c'era bisogno di andare a scovare nel Maryland, questo
rapporto del Mocarski, perchè tutti questi particolari li si
potevano, in buona parte, leggere nel rapporto di Angela Bianchi e
nell'inchiesta di Franco Serra sulla "Settimana Incom Illustrata"
dell'aprile 1962 e costituivano, in pratica, una versione dalla
dinamica balistica un poco più convincente di quella assurda fornita
dall'Audisio, solitario giustiziere, ma altrettanto bugiarda.
Interessante, per dedurne una finta fucilazione al cancello di Villa
Belmonte, è invece l'osservazione riportata dal Mocarski (confermata
poi da altri testimoni) che, praticamente, Mussolini (e devesi
dedurre anche la Petacci) non aveva perso sangue davanti al cancello
dove fu fucilato.
Tutto qui. Se questo "memorandum segreto" doveva costituire un
estremo tentativo di avvalorare, con una diversa modalità e
dinamica, la fucilazione pomeridiana delle 16,10, possiamo dire che
è un tentativo inconsistente e in ogni caso tutte le nostre
precedenti confutazioni, che dimostrano la evidente messa in scena
al cancello di Villa Belmonte, restano pienamente validi anche per
questa "versione".
Conclusioni
Questa storica versione, non solo comunista, ma fatta propria da
tutta la storiografia resistenziale e sovente riportata sui libri di
scuola, a nostro avviso non abbisognerebbe neppure di una
scientifica confutazione, tanto è impasticciata, incongruente e
contraddittoria che praticamente si smentisce da sola.
Questa vulgata ha, sostanzialmente, assolto al compito per la quale
era stata, alla bene e meglio almanaccata e propagata, più che altro
ai fini di (l'ordine non conta):
1. legittimare, attraverso la figura di Valerio, che si disse
avrebbe agito per nome e per conto del CLNAI e su comando del CVL,
una esecuzione sommaria (compreso l'eccidio di Dongo) che ha
coinvolto persone (vedi Claretta Petacci ed il fratello Marcello, il
capitano Pietro Calistri, ed altri) assolutamente non passibili di
pena di morte, senza contare la correlata sparizione di beni, valori
e documenti di ingente valore ed estrema importanza storica e il
mancato adempimento degli impegni presi dal Governo italiano del Sud
con gli Alleati per la consegna di Mussolini;
2. conferire al PCI, che la rivendicava attraverso i suoi uomini
(tutti attori principali di quegli eventi), un ruolo storico
decisivo per la Resistenza, garantendogli oltre alla mitizzazione di
questo ruolo, un posto di primo piano nel panorama politico
nazionale dell'immediato dopoguerra. E questo ruolo trovava la piena
accettazione ed il suo equilibrio politico nella divisione di potere
che per cinquanta anni vedrà il nostro paese retto da un asse e da
una cultura politico ideologica «DC governo - PCI opposizione»;
3. denigrare definitivamente e totalmente la figura di Mussolini,
attraverso il resoconto di una ignobile morte, impedendo così il
sorgere di un mito del Duce che nei primi anni del dopoguerra
avrebbe potuto costituire un serio problema;
4. nascondere dietro una cortina di confuse menzogne quanto
effettivamente accadde quel 28 aprile del 1945 e che certamente e
per varie ragioni storiche, politiche e forse morali, non poteva
essere reso pubblico.
Da tutto questo ne è anche scaturito il "mito della Resistenza"
laddove forze politiche, nazionali o internazionali che siano, hanno
fatto del loro meglio affinché questo mito non venisse incrinato.
In particolare in ambito nazionale ha fatto a tutti comodo esaltare
oltre ogni misura l'epopea della Resistenza, benché si sapesse
benissimo che era un fenomeno estremamente minoritario e più che
altro esploso con le partecipazioni dell'ultima ora.
E questo mito, in aggiunta a fatti ed eventi da tenere nascosti, è
stato protetto in tutti i modi da forze e consorterie di varia
natura.
Non è un caso che sono spariti alcuni memoriali di importanza
capitale per conoscere la verità, come ad esempio quello di
Guglielmo Cantoni Sandrino (uno dei guardiani del Duce nascosto in
casa De Maria a Bonzanigo) sparizioni queste che da sole, non solo
dimostrano come pur esisteva un "altra verità" da tenere nascosta,
ma anche la presenza di Centri di potere in grado di eseguire queste
operazioni.
A proposito di Ferruccio Lanfranchi, direttore del "Corriere
d'Informazione" (il "Corriere della Sera" epurato nel primo
dopoguerra), il quale già dai primi giorni della Liberazione aveva
iniziato una serie di inchieste, per la verità alquanto ambigue e
dalle finalità dubbie, ma che a poco a poco incrinavano il
castelletto costruito attorno alla versione di Valerio", ebbe a far
notare il giornalista storico Franco Bandini, all'epoca cronista del
Lanfranchi:
Riferì Franco Bandini in merito ad uno strano ritiro del Lanfranchi
da questa inchiesta: «dovevano esserci ragioni valide… egli
all'inizio del 1946 era arrivato molto vicino alla verità (...) Se
egli non si occupò più della fucilazione di Mussolini fu per altre e
sottili ragioni (non per la mancanza di coraggio - N.d.R.), forse
connesse alla sua amicizia con molti grossi nomi del gruppo
azionista milanese, ed alla comune appartenenza ad una qualche
ideologia, piuttosto segreta» (come non pensare alla Massoneria?!
N.d.A.).
Ma Franco Bandini denunciò anche le prevaricazioni editoriali che
impedivano di pubblicare inchieste serie ed approfondite: «Da
quarantacinque anni a guardia dei misteri d'Italia stanno alcuni
molossi di taglia diversa, ma tutti molto allenati nell'avvistare a
grande distanza il più piccolo segnale di pericolo. Accanto ai
molossi ci sono le centrali della disinformazione nostrana, assai
abili a lanciare al momento giusto un certo numero di "lepri
meccaniche" per far correre i media di bocca buona, ma anche
parecchi storici paludati. E infine vi sono gli stessi media, quasi
tutti troppo giovani per aver vissuto quel periodo, ed anche troppo
indaffarati per prestarvi quell'attenzione che d'altra parte sarebbe
necessaria, se se ne vuol scrivere. Per cui, nel migliore dei casi,
essi preferiscono ignorare che vi sia in giro qualcosa di nuovo.
Valga per tutti ciò che è successo a me personalmente, dopo che per
otto anni ho raccolto documenti a chili, in cinque o sei nazioni
diverse, per raccontare la storia della morte dei fratelli
Rosselli».
E così di anno in anno, anzi di decennio in decennio, siamo arrivati
ai giorni nostri dove certi Istituti Storici, finanziati anche con
denaro pubblico, continuano ancora propinarci la oramai
inattendibile "storica versione".
Parafrasando quanto disse a suo tempo Giacomo de Antonellis (che si
riferiva però al silenzio sulle misteriose morti di Neri e Gianna) e
applicandolo alle vicende che abbiamo affrontato, possiamo anche noi
dire: «Il prolungato silenzio... si spiega con due circostanze
concomitanti. La volontà dell'apparato comunista di allontanare la
sia pur minima ombra all'intero capitolo delle Resistenza,
confortata da una parallela indifferenza dell'apparato democristiano
ad approfondire: per le sinistre il movimento partigiano doveva
essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto, per i
cattolici bastava dimostrare il proprio significativo apporto al
rinnovamento dello Stato. Ogni altro intervento avrebbe turbato la
"pax partigiana", contratto non scritto, ma perfettamente
osservato»!
Oggi, concludiamo noi, che la politica, l'ideologia e l'occupazione
di potere (governo-opposizione) democristiana e comunista non ci
sono più, la convenienza del silenzio si perpetua però nella
continuità ideale e utilitaristica che funge da substrato storico
per i nuovi padroni del vapore.
Maurizio Barozzi
NOTE:
[49] W. Audisio, op. cit.; A. Alessiani, op. cit.
[50] A. Zanella, op. cit.; F. Andriola, op. cit.; G. Pisanò, op.
cit.; A. Alessiani, op. cit.
[51] A. Flessioni, op. cit.; G. Pisanò, op. cit.
[52] G. Pisanò, op. cit.; F. Andriola, op. cit.
[53] F. Andriola, op. cit.
[54] M. C. Cattabeni, "Rendiconto di una necroscopia d'eccezione",
"Clinica Nuova" 1/4 - 5, estr. luglio - agosto 1945.
[55] F, Bandini, "Vita e morte segreta di Mussolini", Mondadori
1978.
Recentemente l'anziano parroco di Mezzegra don Luigi Barindelli, ha
ricordato alla TV Espansione di Como e poi confermato al ricercatore
A. Bertotto, che già il 29 aprile '45 il fotografo Ugo Vincitori di
Azzano, nel fotografare tutti i luoghi degli "storici" eventi
compreso il famoso muretto di cinta della Villa. (guarda caso a
Vincitori non fu consentito, per almeno 4 giorni, di riprendere la
stanza dove erano stati alloggiati Mussolini e la Petacci!). I fori
dei proiettili sul muretto, visibili in foto, furono contrassegnati
dal Vincifori in modo da poterne poi stampare delle cartoline.
[56] Verbale autoptico N. 7241, 30 aprile 1945 prof. Mario Caio
Cattabeni, Istituto di Medicina Legale e delle Assicurazioni
dell'Università di Milano. Il testo integrale è riportato in varie
pubblicazioni. Per esempio G. Pisanò, "Gli ultimi 5 secondi di
Mussolini", op. cit. ed è anche visibile telematicamente nel sito:
http://www.larchivio.com/storia.htm.
[57] Lada-Mocarski, op. cit.; M. Nozza, "Testimonianza Lia De
Maria", "il Giorno", 2 febbraio 1973; C. Cetti, "Come fu arrestato e
soppresso Mussolini", Ed. Il Ginepro, Como 1945; A. Zanella, op.
cit.
[58] "Testimonianze coniugi Carpani" in F. Bandini, op. cit. e
"Testimonianza signora G. Mantz in Carpani" in G. Perretta, op. cit.
[59] F. Bandini, op. cit.; F. Bandini, "Fu fucilato due volte",
"Storia Illustrata", Mondatori, Febbraio 1973; A. Zanella, op. cit.:
R. Salvadori, "Nemesi", op. cit.
[60] A. Alessiani, op. cit.; A. Bertotto, "La morte di Mussolini una
storia da riscrivere", op. cit.
[61] A. Alessiani, op. cit.
[62] A. Viviani, "Osservazioni sul mistero della morte di Mussolini
e Claretta Petacci", visibile nel sito: http://www.larchivio.org/xoom/ambrogioviviani.htm.
[63] "Testimonianza M. Moretti", in G. Cavalleri, op. cit.
[64] Vedi anche: Vacca G. – S. Sinani: "Vi regalo il mitra che ha
sparato al Duce", in "Corriere della Sera", 31 luglio 2004; (per
Murialdi) La Repubblica.it 31 luglio 2004, visibile telematicamente
in: http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/cronaca/mussfuc/mussfuc/mussfuc.html.
[65] F. Bandini, op. cit.
[66] "Testimonianza O. Landini" in F. Bernini, "Così uccidemmo il
Duce", Edizioni C.D.L. 1998; U. Lazzaro, op. cit.; F. Bandini, op.
cit.
[67] F. Bandini. op. cit.; F. Nozza, art. cit.; A. Zanella, op.
cit.; Lada-Mocarski, op. cit.; "Testimonianza del figlio dei De
Maria Giovanni (detto Bardassa)" su "Gente", 2 luglio 1993.
[68] G. Pisanò, op. cit.;
[69] G. Pisanò, op. cit.; F. Bandini, op. cit.
[70] F. Bandini, op. cit.
[71] M. Barozzi; "I vani tentativi di provare la Storica Versione",
"Storia del Novecento", Settembre 2008
[72] F. Bandini, "Vita e morte segreta di Mussolini", op. cit.; U.
Lazzaro, "Dongo mezzo secolo di menzogne", op. cit.
[73] Marino Viganò, "Un istintivo gesto di riparo (Nuovi documenti
sull'esecuzione di Mussolini 28 aprile 1945)", "Palomar" N. 2, 2001
[74] In realtà il Garibaldi aveva scritto: «Ora sappiamo esattamente
chi è l'uomo che si prese la responsabilità di dichiarare la morte
del Duce e della sua amante e di fissarla a quelle 16,20 del 28
aprile, alle quali da decenni, oramai, non crede più nessuno. Era un
medico? No. Un passante? Non si sa. Che cosa vide? Non lo dice. Vide
il colonnello Valerio aprire il fuoco sui due condannati? O vide
alcuni individui vestiti da partigiani tirare su due cadaveri?
Mistero. Bugie. Falsità. Documenti redatti da chi vuol farsi
prendere in giro: e cioè gli italiani, il popolo italiano» (L.
Garibaldi, "La pista inglese", Edizioni Ares 2002)
[75] F. Bernini, "Sul selciato di Piazzale Loreto", MA.RO. Ed. 2000;
L. Garibaldi, op. cit.
[76] A. Bertotto, "Il certificato di morte di Mussolini",
"Rinascita", 21 maggio 2009.
[77] Intervista ad Albertina Viviani, figlia di Dorina, pubblicata
su "Ciao Como", 26 novembre 2008 ed espressa anche alla Tv
Espansione di Como, durante la trasmissione "Trenta Denari" di
Emanuele Caso.
[78] G. Bordin: "La morte del duce e le tante invenzioni: una
cattiva abitudine dura a morire!", (reperibile telematicamente:
http://www.ilduce.net/giannettobordin.htm).
[79] A. Marino (in risposta ad una lettera di un lettore) su "La
Provincia di Como", 16 ottobre 2008.
[80] G. Pisanò, "Gli ultimi 5 secondi di Mussolini", op. cit.
[81] "Epoca", numero del 10 marzo 1996.
[82] M. Caparra, "Quando le Botteghe erano oscure", Il Saggiatore
1997. Storia Illustrata, Agosto-Settembre 1996.
[83] Settimanale "Gente", 8 maggio 1999.
[84] A. Bertotto, "La morte di Mussolini una storia da riscrivere",
op. cit. e A. Bertotto, su "Rinascita", 14 ottobre 2007.
[85] A. Fontana, "Intervista al dott. Cova Villoresi", "Italia
Tricolore per la Terza Repubblica", N.ri vari 2005. Da notare che il
Cova, al momento dell'intervista, non era al corrente delle
inchieste di Giorgio Pisanò.
[86] Storicus, "Le ultime giornate di Mussolini e Claretta Petacci",
Ed. dell'Unione, s. data; "Rapporto Angela Bianchi al CLN di Como
(Maggio 1945)", in "Corriere della Sera", 22 settembre 1995
[87] F. Serra, "Sparò la pistola di Guido", "Settimana Incom
Illustrata, Aprile-Maggio, 1962
[88] Vedesi articoli di F. Lanfranchi su "il Corriere
d'Informazione", Maggio-Novembre 1945 e "l'Unità", novembre-dicembre
1945
[89] G. Cavalleri, F. Giannantoni, M. Cereghino, op. cit.
[90] M. Nozza, "Testimonianza Lia De Maria, op. cit.; A. Zanella,
op. cit.; "Testimonianza del figlio dei De Maria Giovanni (detto
Bardassa)", su "Gente", 2 luglio 1993
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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