|
I
NASCITA E AVVENTO AL POTERE
- L ’ ITALIA DEL
PRIMO DOPOGUERRA
Gli effetti della
Grande Guerra sull‘economia e sulla società italiana furono
drammatici. Le cifre della bilancia commerciale per il 1919
rivelarono che le esportazioni coprivano solo il 36% delle
importazioni. Il costo della vita era 4 volte superiore a quello del
1913, mentre il deficit di bilancio aveva raggiunto livelli senza
precedenti. Incombevano l’enorme aumento del debito pubblico; la
necessità di riconvertire a non facili e immediati processi
produttivi normali del tempo di pace quei settori industriali che
proprio durante la guerra avevano raggiunto eccezionali livelli di
profitto e di concentrazione; le difficoltà di fronteggiare
l’aumento dei prezzi mentre i salari diminuivano e gli stipendi dei
dipendenti pubblici erano bloccati dallo Stato; la contraddizione di
dover accelerare la smobilitazione dell’esercito per alleggerire le
finanze pubbliche, ma senza poter prevenire l’automatico surplus di
disoccupati che, lasciata l’uniforme, non trovavano lavoro nella
vita civile. Al momento dell‘armistizio c‘erano oltre 3.000.000 di
uomini sotto le armi e 500.000 prigionieri in mano agli austriaci.
La rapida smobilitazione produsse 2.000.000 di disoccupati già alla
fine del 1919.
I lavoratori organizzati erano decisi a proteggere il posto di
lavoro e il loro tenore di vita contro le devastazioni della
disoccupazione e dell‘inflazione.
- IL BIENNIO ROSSO
Mai come allora
apparve più concreta in Italia la possibilità della rivoluzione. Nel
1919 si registrarono 1663 scioperi industriali e 208 scioperi
agricoli. L’impennata dei prezzi, causata dalla congiuntura
internazionale e dai debiti dell’Italia, fece scoccare la scintilla
a La Spezia l’11 giugno 1919, in seguito alla serrata dei
commercianti per protestare contro l’aumento dell’imposta sui
consumi. Fra giugno e luglio il moto si estese rapidamente dal nord
al centro-sud; dove la forza pubblica aprì il fuoco, lo scontro si
radicalizzò.
Fra il settembre e il novembre del 1919, i contadini dell‘Italia
centrale e meridionale iniziarono spontaneamente l‘occupazione delle
terre povere o non coltivate. Lungo l‘intera penisola, una violenta
lotta di classe divampò in forme che assunsero l‘aspetto di una vera
e propria guerra civile.
Nell’interno del Partito Socialista si rafforzava l’ala
massimalista, cioè quella corrente che propugnava il programma
massimo per rovesciare il sistema capitalistico. Avvalendosi delle
tensioni sociali, provocherà l’incremento della violenza e
l’occupazione delle fabbriche. L’esito di questa prova di forza
portò certamente alcuni vantaggi economici agli operai, ma i
sindacati di sinistra più di tanto non furono in grado di ottenere.
Gli scioperi del 1919 e del 1920, guidati dai socialisti, crearono
ondate di risentimento fra il ceto medio, che vedeva nelle
agitazioni un disturbo e una minaccia al proprio stato. Il sistema
dell‘istruzione pubblica, inoltre, continuava a sfornare diplomati e
laureati senza che si provvedesse in pari tempo a uno sbocco
adeguato nel campo professionale. La disoccupazione, l‘inflazione e
le diffuse attese che la guerra aveva generato tra tutte le classi
sociali avevano creato una situazione esplosiva.
Il 29 luglio 1920 l’anarchico Bruno Filippi, che sognava "la
rivoluzione sovietica", fece esplodere alcune bombe a Piazza
Fontana, a Milano, a Via Paleocapa, poi al Palazzo di Giustizia,
sempre a Milano. E ancora nel capoluogo lombardo, sempre ad opera
dell’attivissimo anarchico, una nuova bomba il 31 agosto. Infine, lo
stesso attentatore, nel porre un nuovo ordigno, il 7 settembre a
Palazzo Marino, gli esplose in mano dilaniandolo. Né gli attentati
cessarono con la morte del Filippi; infatti altri gravi episodi di
terrorismo funestarono la vita italiana. Il più grave ebbe luogo la
sera del 23 marzo 1921, quando una bomba esplose nel teatro Diana a
Milano, causando la morte di 21 spettatori e il ferimento di un
altro centinaio.
La Nazione di Firenze il 2 marzo 1921 titolava: “Le strade di
Firenze insanguinate dalla guerra civile”. Il giornale riportava che
verso la fine di febbraio e i primi di marzo del 1921 "giorni di
rivolte armate e di conflitti tragici si conclusero con un bilancio
di diciotto morti e oltre cinquecento feriti".
Il giorno dopo, altri quindici morti e cento feriti.
Da Lenin partivano messaggi incitanti al terrorismo. L’ordine era di
essere “implacabili in modo esemplare. Bisogna incoraggiare il
terrore di massa. Fucilate senza domandare niente a nessuno e senza
stupide lentezze”. Sono solo alcuni estratti del Komsomolskaja
Pravda, riportati da Andrea Bonanni, corrispondente a Mosca del
Corriere della Sera. A queste direttive, l’Italia trovò masse
diseredate che, aspirando ad una più equa giustizia sociale, fecero
proprie le indicazioni che provenivano da Est.
Il Governo non era in grado di intervenire efficacemente per
annientare la violenza e riportare l’ordine.
In tre anni si cambiarono sette governi e cioè: dal governo Orlando
si passò a quello di Nitti (23/6/1919); di nuovo Nitti (21/5/1920);
Giolitti (15/6/1920); Bonomi (4/7/1921); Facta (26/2/1922); di nuovo
Facta (1/8/1922).
Tutto ciò denota la grave crisi che attanagliava lo "Stato liberale"
e la sua capacità a controllare una situazione di guerra civile che
andava di giorno in giorno sviluppandosi sempre più sanguinosamente.
- I FASCI DI COMBATTIMENTO
L’essersi posti
contro i combattenti fu il grave errore dei socialisti prima e dei
socialcomunisti poi. Da questi reduci, spontaneamente, nacquero le
prime squadre combattentistiche per opporsi alle azioni di quelle
"rosse". Quindi i primi scontri non avvennero fra "fascisti" e
"rossi", in quanto il fascismo non era ancora nato, o era in stato
embrionale.
Infatti i "Fasci di Combattimento" videro la luce il 23 marzo 1919.
In quella sede, si danno convegno i fascisti della prima ora, un
centinaio di "fedelissimi" tra cui Balbo, De Bono, Bianchi e De
Vecchi, i futuri Quadrumviri della Marcia su Roma, e circa duecento
aderenti che osservano e ascoltano. Così i grandi quotidiani la
salutarono: Albertini direttore del Corriere della Sera "Il fascismo
ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri
italiani". Gli fece eco La Stampa di Torino "Il governo Mussolini é
l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell'ordine
che tutti ormai reclamano intensamente".
Le prime azioni di "chiara marca fascista" avvennero dopo il 17
novembre di quell’anno, data della pesante sconfitta elettorale
subita dal movimento mussoliniano.
Nei primi scontri i fascisti furono sommersi dal gran numero degli
avversari e molti comizi di Mussolini e dei suoi furono sciolti per
i gravi incidenti provocati dai “rossi”.
Gran parte dei fascisti e dei loro alleati nazionalisti provenivano
da una lunga, dura disciplina militare: erano quindi avvezzi ad
obbedire secondo un ordine gerarchico. Al contrario, dall’altra
parte, il disordine regnava assoluto e specialmente fra gli
anarchici la disciplina era disprezzata; di conseguenza fu possibile
conquistare le piazze e il favore dei contadini, stanchi dei soprusi
ai quali erano sottoposti dall’arroganza delle "cooperative rosse".
Il Paese era stanco di disordini e sangue, anelava a rientrare nella
normalità. Questo fenomeno è evidenziato dal consenso che in breve
tempo acquisì il movimento mussoliniano: gli 88 "Fasci" diventarono
834 e i 20 mila iscritti oltre 250 mila, divenendo un "movimento di
massa" fortemente radicato nel mondo del lavoro, tanto che i
sindacati fascisti potevano contare su circa 400 mila contadini
iscritti e su 200 mila operai.
Certamente il fascismo fu un movimento che usò la violenza, ma della
validità di questa danno attestato alcuni autori che, almeno
attualmente, non possono essere accusati di simpatie per il
movimento mussoliniano. Scrive Giorgio Bocca che il fascismo fu
violento e sopraffattore, ma lo fu perché trovò davanti a sé una
sinistra antidemocratica, violenta, autoritaria e sopraffattrice.
Anche il giornalista inglese Percival Phillips, corrispondente del
Daily Mail, che visse per lungo tempo in Italia, ecco come ricorda
quegli avvenimenti: "Essi (i fascisti) combattevano il terrore rosso
con le stesse armi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi
fascisti. Ma non imitarono i sistemi comunisti, di gettare vivi gli
uomini negli altiforni, come fu deciso a Torino da un tribunale
rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come
fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin".
Di non dissimile parere era lo stesso De Gasperi; infatti su Il
Nuovo Trentino, il 7 aprile 1921, così scrisse: "Il fascismo fu
sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista
che negava la libertà della Nazione. Noi non condividiamo il parere
di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la
generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la
violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà
una violenza difensiva, cioè legittima".
In fatto di "violenza" non erano da meno i "moderati". Il cattolico
Guido Miglioli, uno dei fondatori del Partito Popolare in Vita
Italiana, 15 marzo 1922, così manifestò il suo pensiero: "Faremo
fare agli agrari la fine di Giuda: li appenderemo coi piedi in su e
la testa in giù agli alberi delle nostre terre: squarceremo il loro
putrido ventre da cui usciranno le grasse budella turgide di vino. E
nelle contorsioni dell’agonia noi danzeremo intorno non la danza
della vendetta, ma la danza della più umana giustizia. E i fascisti,
delinquenti, scherani, lanzichenecchi, assoldati all’agrario,
seguiranno l’eguale sorte".
In un suo studio Antonio Falcone osserva: "In un certo senso si può
dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la
subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti, che fu di gran
lunga superiore a quello degli avversari. Secondo Roberto
Forges-Davanzati, le vittime fasciste, tra morti e feriti, si
contano a centinaia, mentre quelle avversarie si contano a decine.
Nel 1924, uno degli anni più "caldi", specialmente nei mesi che
precedettero e seguirono le elezioni legislative, caddero una
ventina di fascisti e ne furono feriti almeno 140, mentre nella
parte avversa si ebbe un solo morto".
Falcone continua: "La sproporzione si spiega col fatto che, mentre
gli squadristi cercavano lo scontro frontale e aperto, i rossi
conducevano la loro lotta a forza di imboscate e di attentati. Se
poi opponendo violenza a violenza, furono i fascisti ad avere il
sopravvento, ciò non fu perché fossero più violenti, o numericamente
più forti, ma solo perché erano molto meglio organizzati e quindi
più efficienti".
Per completare il quadro generale degli anni che vanno dal 1919 al
1922, è opportuno riportare la testimonianza del professor Ardito
Desio che in una intervista concessa alcuni anni fa, così rispose ad
una domanda di un giornalista: "Il fascismo ha avuto molti aderenti,
dopo la fine della prima guerra mondiale, fra noi ufficiali perché
si viveva in un clima di puro terrore. Si subivano pestaggi,
bastonature. Numerosi furono assassinati per il solo fatto di
portare le stellette. Il fascismo portava il rispetto civile,
l’ordine, il rinnovato senso della Patria ed è per questo che ha
avuto un gran seguito".
Preoccupata dalla minaccia del comunismo bolscevico la reazione
borghese riconobbe nello squadrismo fascista l'avanguardia
antiproletaria in difesa tanto della nazione quanto della proprietà.
Durante il "biennio rosso" il dominio incontrastato delle
organizzazioni operaie e contadine, i metodi intolleranti della
sinistra nella difesa dei diritti dei lavoratori che spesso si
traduceva in forme lampanti di sopruso, avevano finito per
drammatizzare la lotta politica, facendo sembrare imminente una
rivoluzione bolscevica.
I ceti medi produttivi si sentirono perciò difesi dalla "sana
reazione" dello squadrismo. Lo Stato liberale pensò che lo
squadrismo fosse il male minore e lasciò che il fascismo si
radicasse nel tessuto sociale diventando il garante della
pacificazione politica. Non è vero che a sinistra ci fossero solo
vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza
fosse patrimonio di una parte sola. È infondato sostenere che i
fascisti aggredissero a freddo e muovessero all'attacco in dieci
contro uno: diversi di loro morirono per i colpi dei franchi
tiratori. Il movimento Fascista ebbe la forza di trasformare i suoi
caduti in martiri. Tra i grandi Squadristi storici ricordiamo Italo
Balbo, Ettore Muti, ma anche intellettuali come Giuseppe Bottai e
Alessandro Pavolini, politici del calibro di Dino Grandi e artisti
come Filippo Tommaso Marinetti.
- IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA
Nelle elezioni
politiche del 15 maggio 1921 i Fasci di Combattimento ottengono
oltre 700.000 voti e conquistano 35 seggi in Parlamento.
L‘11 novembre 1921 a Roma durante il III congresso dei Fasci di
Combattimento viene fondato il Partito Nazionale Fascista (PNF).
Nell'ottobre 1922 il PNF aveva 300.000 iscritti, alla fine del 1923
erano diventati 783.000.
E già nel successivo 1924 alle elezioni politiche il listone
fascista fu votato da 4.305.936 italiani.
Programma del PNF
Fondamenti Il Fascismo è costituito in Partito politico per
rinsaldare la sua disciplina e per individuare il suo «credo». La
Nazione non è la semplice somma degli individui viventi né lo
strumento dei partiti pei loro fini, ma un organismo comprendente la
serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi
transeunti; è la sintesi suprema di tutti i valori materiali e
immateriali della stirpe.
Lo Stato è l’incarnazione giuridica della Nazione.
Gli Istituti politici sono forme efficaci in quanto i valori
nazionali vi trovino espressione e tutela. I valori autonomi
dell’individuo e quelli comuni a piú individui, espressi in persone
collettive organizzate (famiglie, comuni, corporazioni, ecc.), vanno
promossi, sviluppati e difesi, sempre nell’ambito della Nazione a
cui sono subordinati. Il Partito Nazionale Fascista afferma che
nell’attuale momento storico la forma di organizzazione sociale
dominante nel mondo è la Società Nazionale e che legge essenziale
della vita nel mondo non è la unificazione delle varie Società in
una sola immensa Società: «L’Umanità», come crede la dottrina
internazionalistica, ma la feconda e, augurabile, pacifica
concorrenza tra le varie Società Nazionali.
Lo Stato
Lo Stato va ridotto alle sue funzioni essenziali di ordine politico
e giuridico.
Lo Stato deve investire di capacità e di responsabilità le
Associazioni conferendo anche alle corporazioni professionali ed
economiche diritto di elettorato al corpo dei Consigli Tecnici
Nazionali.
Per conseguenza debbono essere limitati i poteri e le funzioni
attualmente attribuiti al Parlamento. Di competenza del Parlamento i
problemi che riguardano l’individuo come cittadino dello Stato e lo
Stato come organo di realizzazione e di tutela dei supremi interessi
nazionali; di competenza dei Consigli Tecnici Nazionali i problemi
che si riferiscono alle varie forme di attività degli individui
nella loro qualità di produttori. Lo Stato è sovrano: e tale
sovranità non può né deve essere intaccata o sminuita dalla Chiesa
alla quale si deve garantire la piú ampia libertà nell’esercizio del
suo ministerio spirituale.
Il Partito Nazionale Fascista subordina il proprio atteggiamento, di
fronte alle forme delle singole Istituzioni politiche, agli
interessi morali e materiali della Nazione intesa nella sua realtà e
nel suo divenire storico.
Le Corporazioni
Il Fascismo non può contestare il fatto storico dello sviluppo delle
corporazioni, ma vuol coordinare tale sviluppo ai fini nazionali.
Le corporazioni vanno promosse secondo due obbiettivi fondamentali e
cioè come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di
sviluppo della produzione.
Le corporazioni non debbono tendere ad annegare l’individuo nella
collettività livellando arbitrariamente le capacità e le forze dei
singoli, ma anzi a valorizzarle e a svilupparle. Il Partito
Nazionale Fascista si propone di agitare i seguenti postulati a
favore delle classi lavoratrici e impiegatizie:
1) La promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti
i salariati la giornata «legale» media di otto ore, colle eventuali
deroghe consigliate dalle necessità agricole o industriali.
2) Una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne,
specie per ciò che riguarda gli infortuni, la invalidità e la
vecchiaia dei lavoratori sia agricoli che industriali o impiegatizii,
sempre che non inceppi la produzione. 3) Una rappresentanza dei
lavoratori nel funzionamento di ogni industria, limitatamente per
ciò che riguarda il personale.
4) L’affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici
ad organizzazioni sindacali che ne siano moralmente degne e
tecnicamente preparate.
5) La diffusione della piccola proprietà in quelle zone e per quelle
coltivazioni che produttivamente lo consentano.
Capisaldi di
politica interna
Il Partito Nazionale Fascista intende elevare a piena dignità i
costumi politici cosí che la morale pubblica e quella privata
cessino di trovarsi in antitesi nella vita della Nazione.
Esso aspira all’onore supremo del Governo del Paese; a ristaurare il
concetto etico che i Governi debbono amministrare la cosa pubblica
non già nell’interesse dei partiti e delle clientele ma nel supremo
interesse della Nazione.
Va restaurato il prestigio dello Stato Nazionale e cioè dello Stato
che non assista indifferente allo scatenarsi e al prepotere delle
forze che attentino o comunque minaccino di indebolire materialmente
e spiritualmente la compagine, ma sia geloso custode e difensore e
propagatore della tradizione nazionale, del sentimento nazionale,
della volontà nazionale.
La libertà del cittadino trova un duplice limite: nella libertà
delle altre persone giuridiche e nel diritto sovrano della Nazione a
vivere e svilupparsi.
Lo Stato deve favorire lo sviluppo della Nazione, non
monopolizzando, ma promovendo ogni opera intesa al progresso etico,
intellettuale, religioso, artistico, giuridico, sociale, economico,
fisiologico della collettività nazionale.
Capisaldi di
politica estera
L’Italia riaffermi il diritto alla sua completa unità storica e
geografica, anche là dove non è ancora raggiunta; adempia la sua
funzione di baluardo della civiltà latina sul Mediterraneo; affermi
sui popoli di nazionalità diversa annessi all’Italia saldo e stabile
l’impero della sua legge; dia valida tutela agli italiani all’estero
cui deve essere conferito diritto di rappresentanza politica.
Il Fascismo non crede alla vitalità e ai principi che ispirano la
cosí detta Società delle Nazioni, in quanto che non tutte le Nazioni
vi sono rappresentate e quelle che lo sono non vi si trovano su di
un piede di eguaglianza. Il Fascismo non crede alla vitalità e alla
efficienza delle internazionali rosse, bianche o di altro colore,
perché si tratta di costruzioni artificiali e formalistiche le quali
raccolgono piccole minoranze di individui piú o meno convinti in
confronto delle vaste masse delle popolazioni che vivendo,
progredendo o regredendo, finiscono per determinare quegli
spostamenti di interessi davanti ai quali tutte le costruzioni
internazionalistiche sono destinate a cadere, come la recente
esperienza storica documenta.
L’espansione commerciale e l’influenza politica dei trattati
internazionali debbono tendere a una maggiore diffusione
dell’italianità nel mondo.
I trattati internazionali vanno riveduti e modificati in quelle
parti che si sono palesate inapplicabili e quindi regolati secondo
le esigenze dell’economia nazionale e mondiale.
Lo Stato deve valorizzare le colonie italiane del Mediterraneo e
d’oltre Oceano con istituzioni economiche, culturali e con rapide
comunicazioni.
Il Partito Nazionale Fascista si dichiara favorevole a una politica
di amichevoli rapporti con tutti i popoli dell’Oriente vicino e
lontano.
La difesa e lo sviluppo dell’Italia all’estero vanno affidate a un
Esercito e a una Marina adeguati alla necessità della sua politica e
all’efficienza delle altre Nazioni, e ad organi diplomatici compresi
della loro funzione e forniti di coltura, di animo e di mezzi sí da
esprimere nel simbolo e nella sostanza la grandezza dell’Italia di
fronte al Mondo.
Capisaldi di
politica finanziaria e di ricostruzione economica del Paese
Il Partito Nazionale Fascista agirà:
1) Perché sia sancita un’effettiva responsabilità dei singoli e
delle corporazioni nei casi di inadempienza dei patti di lavoro
liberamente conclusi.
2) Perché venga stabilita e regolata la responsabilità civile degli
addetti alle pubbliche amministrazioni e degli amministratori per
qualsiasi loro negligenza in confronto dei danneggiati.
3) Perché venga imposta la pubblicità sui redditi imponibili e
l’accertamento dei valori successori al fine di rendere possibile un
controllo sugli obblighi finanziari di tutti i cittadini verso lo
Stato.
4) Perché l’eventuale intervento statale, che si rendesse
assolutamente necessario per proteggere taluni rami dell’industria
agricola e manifatturiera da una troppo pericolosa concorrenza
estera, sia tale da stimolare le energie produttive del Paese, non
già da assicurare un parassitario sfruttamento dell’economia
nazionale da parte di gruppi plutocratici.
Saranno obbiettivi immediati del Partito Nazionale Fascista:
1) Il risanamento dei bilanci dello Stato e degli enti pubblici
locali, anche mediante rigorose economie in tutti gli organismi
parassitari o pletorici e nelle spese non strettamente richieste dal
bene degli amministrati o da necessità di ordine generale.
2) Il decentramento amministrativo per semplificare i servizi e per
facilitare lo sfollamento della burocrazia, pur mantenendo
l’opposizione recisa ad ogni regionalismo politico.
3) La rigida tutela del denaro dei contribuenti, sopprimendo ogni
sussidio o favore, da parte dello Stato o altri Enti pubblici, a
Consorzi, Cooperative, Industrie, clientele e simili, incapaci di
vita propria e non indispensabili alla Nazione.
4) La semplificazione dell’organismo tributario e la distribuzione
dei tributi secondo un criterio di proporzionalità, senza
partigianerie pro o contro questa o quella categoria di cittadini, e
non secondo concetti di progressività spogliatrice.
5) L’opposizione alla demagogia finanziaria e tributaria che
scoraggi le iniziative o isterilisca le fonti del risparmio e della
produzione nazionale.
6) La cessazione della politica di lavori pubblici abboracciati,
concessi per motivi elettorali ed anche per pretesi motivi di ordine
pubblico, o comunque non redditizi per la loro stessa distribuzione
saltuaria e a spizzico. 7) La formazione di un piano organico di
lavori pubblici secondo le nuove necessità economiche, tecniche,
militari della Nazione, piano che si proponga principalmente di:
completare e riorganizzare la rete ferroviaria italiana, riunendo
meglio le regioni redente alle linee della penisola nonché alle
comunicazioni interne della penisola stessa, specie quelle
longitudinali dal sud al nord attraverso l’Appennino; accelerare nel
limite del possibile, l’elettrificazione delle ferrovie ed in genere
lo sfruttamento delle forze idriche sistemando i bacini montani
anche a favore dell’industria e dell’agricoltura; sistemare ed
estendere le reti stradali, specie nel Mezzogiorno ove ciò
rappresenta una necessità pregiudiziale alla risoluzione di
innumerevoli problemi economici e sociali; istituire e intensificare
le comunicazioni marittime con la Penisola da un lato e le Isole e
la sponda orientale adriatica e le nostre Colonie mediterranee
dall’altro, nonché fra il nord e il sud della Penisola stessa, sia
quale ausilio alla rete ferroviaria, sia per incoraggiare gli
italiani alla navigazione; concentrare le spese e gli sforzi in
pochi porti dei tre mari, dotandoli di tutto l’attrezzamento
moderno; lottare e resistere contro i particolarismi locali che, in
materia specialmente di lavori pubblici, sono causa di dispersione
di sforzi e ostacolo alle grandi opere di interesse nazionale.
8) Restituzione all’industria privata delle aziende industriali alla
cui gestione lo Stato si è dimostrato inadatto: specialmente i
telefoni e le ferrovie (incoraggiando la concorrenza fra le grandi
linee e distinguendo queste ultime dalle linee locali esercibili con
metodi diversi).
9) Rinunzia al monopolio delle Poste e dei Telegrafi in modo che
l’iniziativa privata possa integrare ed eventualmente sostituire il
servizio di Stato.
Capisaldi di
politica sociale
Il Fascismo riconosce la funzione sociale della proprietà privata la
quale è, insieme, un diritto e un dovere. Essa è la forma di
amministrazione che la Società ha storicamente delegato agli
individui per l’incremento del patrimonio stesso.
Il Partito Nazionale Fascista di fronte ai progetti socialistici di
ricostruzione a base di economia pregiudizialmente collettivistica,
si pone sul terreno della realtà storica e nazionale che non
consente un tipo unico di economia agricola o industriale e si
dichiara favorevole a quelle forme – siano esse individualistiche o
di qualsiasi altro tipo – che garantiscano il massimo di produzione
ed il massimo di benessere.
Il Partito Nazionale Fascista propugna un regime che spronando le
iniziative e le energie individuali (le quali formano il fattore piú
possente ed operoso della produzione economica) favorisca
l’accrescimento della ricchezza nazionale con rinuncia assoluta a
tutto il farraginoso, costoso e antieconomico macchinario delle
statizzazioni, socializzazioni, municipalizzazioni, ecc.
Il Partito Nazionale Fascista appoggerà quindi ogni iniziativa che
tenderà ad un miglioramento dell’assetto produttivo, avente lo scopo
di eliminare ogni forma di parassitismo individuale o di categoria.
Il Partito Nazionale Fascista agirà:
a) perché siano disciplinate le incomposte lotte degli interessi di
categorie e di classi, e quindi: riconoscimento giuridico con
conseguenti responsabilità delle organizzazioni operaie e padronali;
b) perché sia sancito e fatto osservare, sempre e comunque, il
divieto di sciopero nei servizi pubblici con contemporanea
istituzione di tribunali arbitrali composti di una rappresentanza
del potere esecutivo, di una rappresentanza della categoria operaia
o impiegatizia in conflitto e di una rappresentanza del pubblico che
paga.
Politica
scolastica
La scuola deve avere per scopo generale la formazione di persone
capaci di garantire il progresso economico e storico della Nazione;
di elevare il livello morale e culturale della massa e di sviluppare
da tutte le classi gli elementi migliori per assicurare il
rinnovamento continuo dei ceti dirigenti.
A tale scopo urgono i seguenti provvedimenti:
1) Intensificazione della lotta contro l’analfabetismo, costruendo
scuole e strade d’accesso e prendendo di autorità, per opera dello
Stato, tutti i provvedimenti che risultassero necessari.
2) Estensione dell’istruzione obbligatoria fino alla sesta classe
elementare inclusa, nei Comuni in grado di provvedere alle scuole
necessarie e per tutti coloro che dopo l’esame di maturità non
seguono la via della scuola media; istruzione obbligatoria fino alla
quarta elementare inclusa, in tutti gli altri Comuni. 3) Carattere
rigorosamente nazionale della scuola elementare in modo che essa
prepari anche nel fisico e nel morale i futuri soldati d’Italia; per
ciò rigido controllo dello Stato sui programmi, sulla scelta dei
maestri, sulla opera loro, specie nei Comuni dominati da partiti
antinazionali.
4) Scuola media e universitaria libera, salvo il controllo dello
Stato sui programmi e lo spirito dell’insegnamento e salvo il dovere
dello Stato di provvedere esso all’istruzione premilitare, diretta a
facilitare la formazione degli ufficiali.
5) Scuola normale informata ai medesimi criteri esposti per la
scuola a cui i futuri insegnanti sono destinati: perciò carattere
rigorosamente nazionale anche negli Istituti da cui escono gli
insegnanti elementari.
6) Scuole professionali, industriali e agrarie istituite con piano
organico utilizzando il contributo finanziario e d’esperienza degli
industriali e degli agricoltori, allo scopo di elevare le capacità
produttive della Nazione e di creare la classe media di tecnici fra
gli esecutori e i direttori della produzione. A tale scopo lo Stato
dovrà integrare e coordinare le iniziative private, sostituendosi ad
esse ove mancano.
7) Carattere prevalentemente classico delle scuole medie inferiori e
superiori; riforma ed unificazione di quelle inferiori in modo che
tutti gli studenti studino il latino; il francese non sia piú
l’unica lingua sussidiaria a quella italiana: scegliere e adattare
invece la lingua sussidiaria secondo le necessità delle singole
regioni, specie di quelle di frontiera.
8) Unificazione di tutte le beneficenze scolastiche, borse di studio
e simili, in un Istituto controllato e integrato dallo Stato, il
quale scelga fin dalle classi elementari gli alunni piú intelligenti
e volonterosi e assicuri la loro istruzione superiore, imponendosi,
se occorra, all’egoismo dei genitori e provvedendo con un congruo
sussidio nei casi in cui fosse necessario.
9) Trattamento economico e morale dei maestri e dei professori,
nonché degli ufficiali dell’Esercito, quali educatori militari della
Nazione, tale da assicurare ad essi la tutela della propria dignità
e i mezzi di accrescere la propria cultura, e da ispirare ad essi ed
al pubblico la coscienza dell’importanza nazionale della loro
missione.
La Giustizia
Vanno intensamente promossi i mezzi preventivi e terapeutici della
delinquenza (riformatori, scuole per i traviati, manicomi criminali,
ecc.).
La pena, mezzo di difesa della Società nazionale lesa nel diritto,
deve adempiere normalmente la funzione intimidatrice ed emendatrice:
i sistemi penitenziari vanno, in considerazione della seconda
funzione, igienicamente migliorati e socialmente perfezionati
(sviluppo del lavoro carcerario).
Vanno abolite le magistrature speciali. Il Partito Nazionale
Fascista si dichiara favorevole alla revisione del codice penale
militare. La procedura deve essere spedita.
La difesa
nazionale
Ogni cittadino ha l’obbligo del servizio militare.
L’Esercito si deve avviare verso la forma della Nazione Armata in
cui ogni forza individuale, collettiva, economica, industriale e
agricola sia compiutamente inquadrata al fine supremo della difesa
degli interessi nazionali. All’uopo il Partito Nazionale Fascista
propugna l’immediato ordinamento di un Esercito che in formazione
completa e perfetta, da una parte, sorvegli, vigile scorta, le
conquistate frontiere, e, dall’altro, tenga preparati in Paese,
addestrati ed inquadrati, gli spiriti, gli uomini ed i mezzi che la
Nazione sa esprimere, nelle sue infinite risorse, nell’ora del
pericolo e della gloria.
Agli stessi fini l’Esercito, in concorso con la scuola e con le
organizzazioni sportive, deve dare fin dai primi anni al corpo e
allo spirito del cittadino l’attitudine e l’educazione al
combattimento e al sacrificio per la Patria. (Istruzione
premilitare).
Organizzazione Il
Fascismo in atto è un organismo:
a) politico
b) economico c) di combattimento.
Nel campo politico accoglie senza settarietà quanti sinceramente
sottoscrivono i suoi principi e ubbidiscono alla sua disciplina;
stimola e valorizza gli ingegni particolari riunendoli secondo le
attitudini in gruppi di competenza; partecipa intensamente e
costantemente a ogni manifestazione della vita politica attuando in
via contingente quanto può essere praticamente accolto dalla sua
dottrina e riaffermandone il contenuto integrale. Nel campo
economico promuove la costituzione delle corporazioni professionali,
siano schiettamente fasciste, siano autonome, a seconda delle
esigenze di tempo e luogo, purché informate sostanzialmente alla
pregiudiziale nazionale per la quale la Nazione è al di sopra delle
classi.
Nel campo dell’organizzazione di combattimento il Partito Nazionale
Fascista forma un tutto unico con le sue squadre: milizia volontaria
al servizio dello Stato nazionale, forza viva in cui l’Idea Fascista
si incarna e con cui si difende.
- LA MARCIA SU ROMA
Il 22 ottobre 1922
Mussolini aveva già pronto il proclama per il momento
dell'insurrezione. Gli mancava solo una prova per verificare la
possibilità di spostare un numero sufficiente di uomini per
ferrovia, concentrandoli alle porte di Roma. A questo scopo aveva
una quinta colonna in una posizione chiave nel governo Facta:
Vincenzo Riccio, responsabile delle Ferrovie dello stato. Riccio
acconsentì a fornirgli i treni necessari a trasportare le camicie
nere.
Mussolini decise di convocare i fascisti a Napoli per un congresso
da tenersi il 24 ottobre, quale prova generale della marcia su Roma.
Là sperava di saggiare la reazione delle autorità romane alla sua
offerta di assunzione del potere.
A Napoli arrivò poco dopo la mezzanotte del 24 ottobre, accompagnato
dai tre fedelissimi Marinelli, Bianchi e Acerbo. Alla stazione
c'erano ad attenderli due quadrumviri, Balbo e De Bono,
eccitatissimi, che li accompagnarono all'albergo Vesuvio per
preparare la marcia su Roma. La prima parte del piano stava
funzionando bene. C'era stato qualche dubbio sulla situazione dei
treni, ma Riccio, come promesso, aveva ormai consegnato i treni
speciali che stavano arrivando senza incidenti da tutte le parti
d'Italia.
Il teatro San Carlo era stato decorato con bandiere fasciste e
vessilli. Quando Mussolini, che indossava camicia e pantaloni neri e
ghette grigie, fece il suo ingresso, un trombettiere suonò
l'attenti: i capi fascisti e i notabili napoletani intonarono
Giovinezza! «Noi fascisti» disse Mussolini poggiando le mani sui
fianchi e sollevando la testa «non intendiamo arrivare al potere
dalla porta di servizio ... ». Le camicie nere con il petto
ricoperto di medaglie sollevarono i loro elmetti della Grande
Guerra. «Noi fascisti non intendiamo rinunciare alla nostra
formidabile primogenitura d'ideali per una miserabile porzione di
minestra ministeriale».
Nel pomeriggio circa sessantamila fascisti guidati dai loro gerarchi
sfilarono per le vie di Napoli spazzate da una pioggia sottile.
Nella luce declinante del crepuscolo, con un ultimo raggio di sole
che illuminava le nuvole scure, Mussolini parlò alle milizie
fasciste radunate nell'enorme piazza. «Io vi parlo con tutta la
solennità richiesta dal momento; o ci daranno il governo, o ce lo
prenderemo calando su Roma. Non è questione di giorni, ma di ore. »
Mussolini portava di traverso sulla camicia nera una splendida
fascia con i colori giallo-rossi di Roma. A poco a poco riecheggiò
per tutta la piazza un coro ritmato: «Roma! Roma! Roma!».
Quella notte, nella camera dell'albergo Vesuvio, Mussolini informò i
suoi generali sugli ultimi dettagli del piano operativo. Alla
mezzanotte tra il 26 e il 27 il comando sarebbe passato al
quadrumvirato, cui tutti i fascisti avrebbero dovuto prestare
obbedienza senza discutere. Alla mezzanotte tra il 27 e il 28 si
sarebbe proceduto alla mobilitazione dell'intera milizia con
l'ordine di impadronirsi degli edifici pubblici delle principali
città italiane, ovunque fosse stato possibile. Contemporaneamente
tre colonne di uomini si sarebbero concentrate nei punti di partenza
della marcia vera e propria: a Tivoli, una trentina di chilometri a
est della capitale, sulla via Tiburtina; a Monterotondo, sulla via
Salaria, poco meno di 50 km a nord di Roma; a Santa Marinella, sulla
via Aurelia, 56 km a nordovest di Roma.
Il mattino del 28 ottobre le tre colonne avrebbero dovuto marciare
sulla capitale per obbligare Facta a rassegnare le dimissioni,
consentendo a Mussolini di prendere il potere con un governo
dominato dai fascisti. Ma gli ordini erano categorici: evitare gli
scontri con l'esercito regolare; le camicie nere avrebbero dovuto
dimostrare tutta la loro simpatia e il loro rispetto verso tutte le
truppe regolari che avessero incontrato.
Mussolini era sicuro che la minaccia di una guerra civile avrebbe
provocato una crisi di governo, consentendo al re di costituire un
nuovo esecutivo a forte partecipazione fascista, compresi almeno sei
ministri in camicia nera. La riunione all'albergo Vesuvio di Napoli
si concluse senza particolari cerimonie: solamente poche strette di
mano e qualche parola d'incoraggiamento pronunciata da Mussolini.
Si convocarono i capi regionali per consegnare loro gli ordini della
mobilitazione segreta. L'Italia fu divisa in due zone, ciascuna agli
ordini di un comandante di provate capacità militari. Ogni
comandante ebbe venticinquemila lire e il saluto «Arrivederci a
Roma».
I comandanti avrebbero avuto molto da fare in tempi strettissimi:
era necessario un grande sforzo per radunare i reparti della milizia
fascista in tutte le zone del paese, soprattutto nel Sud; si doveva
organizzare la cavalleria, creare i reparti della Croce rossa,
costituire un sistema di rifornimenti, diffondere appelli per
arruolare personale essenziale, come i cucinieri.
Alle due del pomeriggio del 25 Mussolini partì da Napoli alla volta
della capitale. Là, in attesa del treno della notte per Milano, egli
avrebbe portato avanti la cospirazione consultandosi con parecchi
personaggi chiave giunti alla stazione Termini per parlare con lui.
Facta convocò una riunione del consiglio dei ministri, la maggior
parte dei quali si oppose alle sue dimissioni; soprattutto Taddei,
ministro della Guerra, che disse che l'esercito era del tutto pronto
ad affrontare qualunque assalto fascista. Soleri, ministro
dell'Interno, garantì al governo che la polizia era pronta ad
arrestare i capi fascisti in tutto il paese. Invece di rassegnare le
dimissioni, i ministri rimisero i loro dicasteri a disposizione di
Facta, suggerendogli di fare tutto il possibile per resistere alla
minaccia fascista.
Facta telegrafò a Vittorio Emanuele di ritornare al più presto nella
capitale. Alle otto di sera del 27, scendendo dal treno a Roma, il
re era di pessimo umore. Mostrò la sua irritazione e l'impazienza ai
ministri di Facta venuti ad accoglierlo, rimproverandoli per aver
permesso un tale deterioramento della situazione. A quel punto
Vittorio Emanuele ribadì che Roma doveva essere difesa a tutti i
costi. Nessun fascista in armi sarebbe dovuto entrare nella
capitale.
Rinfrancato dalla fermezza del re, il governo sembrò deciso a
resistere ai fascisti. Si piazzarono reticolati di filo spinato e
postazioni di mitragliatrici nei punti strategici della città, si
mise l'artiglieria pesante in postazione alle porte e in
corrispondenza dei ponti sul Tevere, cavalleria e autocarri armati
di mitragliatrici stazionavano intorno al palazzo reale e al
ministero dell'Interno. I prefetti ebbero l'ordine di tenersi pronti
ad arrestare i capi fascisti.
Verso mezzanotte le notizie che giungevano al ministero dell'Interno
cominciarono a farsi allarmanti: nell'Italia centrale le prefetture
e le stazioni ferroviarie erano prese d'assalto dai fascisti,
soprattutto a Firenze, Pisa e Perugia, dove le camicie nere erano
entrate in azione in anticipo.
Preoccupato da questi sviluppi, Facta si precipitò da Taddei, al
ministero della Guerra. Decisero di affidare ai militari il
controllo dell'ordine pubblico, a partire dalle 12.30 meridiane del
28. Per proteggere Roma sarebbero state minate le linee ferroviarie
presso i maggiori centri in prossimità della capitale, come Chiusi,
Orte e Civitavecchia.
Facta andò quindi dal re con la bozza della dichiarazione dello
stato d'assedio e di un proclama rivolto al popolo italiano, nel
quale il governo affermava «il suo compito supremo di difendere lo
stato a tutti i costi, con qualunque mezzo, contro chiunque violasse
le leggi».
Facta tornò al ministero dell'Interno con l'approvazione del re e
dichiarò che sarebbe rimasto al suo posto a costo della vita.
«Questa è una rivolta» esclamò. «Dovremo schiacciarla.» Quindi
convocò una riunione del consiglio dei ministri da tenersi alle
cinque del mattino presso il ministero dell'Interno, al Viminale.
Cominciò a cadere una pioggia leggera.
A Milano Mussolini stabilì il quartier generale dell'insurrezione
nei suoi uffici del Popolo d'Italia, dove aveva accumulato la carta
da giornale per le edizioni speciali. Altre bobine di carta da
giornale erano accatastate tutt'intorno all'edificio, formando
barricate per la guardia armata formata da squadristi.
Un centinaio di chilometri a nord di Roma, nella città di Perugia,
il quadrumvirato di Balbo, De Bono, De Vecchi e Michele Bianchi
aveva stabilito il proprio quartier generale all'albergo Brufani, un
edificio di mattoni rossi ornato di colonne situato nella piazza
principale vicino alla prefettura. A mezzanotte del 27 il
quadrumvirato emanò gli ordini per la mobilitazione generale della
milizia fascista.
Molti tra i massimi gradi dell'esercito, tra i quali il maresciallo
d'Italia Armando Diaz (cui si attribuiva la paternità della vittoria
italiana nella Prima guerra mondiale), dichiararono immediatamente
il loro appoggio alla causa fascista. Il duca d'Aosta, comandante
della 3a armata e viceré sul campo in tempo di guerra, giunse a
Perugia per tenersi in contatto con l'alto comando fascista.
Cinque generali dell'esercito regolare - Fara, Ceccherini, Magiotto,
Zamboni e Tiby - assunsero il comando delle varie colonne fasciste
che dovevano marciare alla volta di Roma da Civitavecchia,
Valmontone, Monterotondo, Mentana, Tivoli e Santa Marinella. A
partire dalla mezzanotte le forze fasciste erano ovunque in
movimento. Sulle camicie nere di cotone, lana o seta indossate su
calzoni e scarpe dell'esercito erano stati appuntati cordoncini
dorati. Inquadrati in colonne con borracce, zaino e coperte
arrotolate sulle spalle, i fascisti erano armati in modo eterogeneo
con schioppi, fucili, rivoltelle, pugnali, bombe a mano e
manganelli. Altri reparti erano stipati su autocarri scoperti
forniti dall'esercito, mezzi a quattro ruote con cabine di guida
scoperte che sobbalzavano pesantemente sulle strade polverose
strepitando con i loro clacson.
I treni furono sommariamente requisiti, al personale delle ferrovie
da uomini della milizia fascista. Sui vagoni fu tracciata alla
meglio la scritta “A ROMA”, oltre all'onnipresente motto "Me ne
frego" e ai nomi delle squadre. Uomini in camicia nera si sporgevano
dai finestrini dei vagoni agitando i gagliardetti.
I fascisti che non si trovavano sui treni o sulle strade, erano
occupati ad assaltare gli edifici pubblici delle città occupando e
presidiando le stazioni ferroviarie, gli uffici postali e
telegrafici, le armerie, quasi sempre con il consenso delle autorità
locali.
Per tutta la notte e nelle prime ore del mattino affluirono al
ministero dell'Interno telegrammi che riferivano i nomi delle città
e delle prefetture occupate dai fascisti o delle guarnigioni
militari che fraternizzavano con le camicie nere.
Alle cinque del mattino il governo Facta si riunì al ministero
dell'Interno, al Viminale. Il generale Cittadini, aiutante di campo
del re, dichiarò che se non fosse stato proclamato lo stato
d'assedio il re avrebbe abdicato, abbandonando il paese.
Perciò si decise di dichiarare lo stato d'assedio alle ore 12 del
28. Ma nessuno sapeva come formulare il decreto, per cui si iniziò
una ricerca affannosa per trovare una copia dell'ultimo decreto del
genere promulgato. Alle 7.10 del mattino i prefetti e i comandanti
militari ebbero l'ordine di usare qualsiasi mezzo per impedire
ulteriori occupazioni di edifici pubblici e di arrestare i capi e i
promotori dell'insurrezione.
Quaranta minuti più tardi fu inviato a tutti i prefetti d'Italia un
telegramma che annunciava l'entrata in vigore dello stato d'assedio
a partire dal mezzogiorno del 28.
In città fu vietato tutto il traffico non militare, le truppe
pattugliavano le strade principali e vennero creati cordoni intorno
alla periferia della capitale.
Nei dintorni di Perugia, sede del comando del quadrumvirato, le
truppe dell'esercito regio accerchiarono la città, pronte a eseguire
ogni ordine. Nella sala da biliardo dell'albergo Brufani i
quadrumviri avevano srotolato le carte della campagna sui panni
verdi dei tavoli, seguendo le posizioni delle truppe fasciste.
Quando, poco dopo le 20, giunse loro la notizia dello stato
d'assedio, nella sala calò un doloroso silenzio. Alle nove del
mattino del 29, Luigi Federzonì, l'unico nazionalista del gruppo,
telefonò a Mussolini a Milano per chiedere istruzioni. Gli fu detto
che il Duce avrebbe accettato qualunque decisione il quadrumvirato
avesse preso.
Ormai anche Milano, nonostante il prefetto filofascista, era
saldamente nelle mani dell'esercito. Mussolini poteva circolare solo
con il consenso delle forze armate che pattugliavano le strade. A un
certo punto il prefetto Lusignoli fu costretto perfino a informare
Mussolini che avrebbe potuto trovarsi nell'obbligo di arrestarlo.
Al ministero dell'Interno Facta era ancora in riunione con il suo
governo, tentando ripetutamente di raggiungere il re per telefono.
Vittorio Emanuele era stato avvicinato dai generali Dìaz, Pero e
Giraldi. Questi erano riusciti a convincere il re che in caso di
conflitto armato con i fascisti, l'esercito avrebbe compiuto il suo
dovere, ma che forse sarebbe stato più saggio non metterlo alla
prova e che non era certo che avrebbero accettato di sparare contro
gli ex compagni d'arme, guidati da generali dell'esercito coperti di
medaglie.
Il re era ormai deciso a non rischiare né il trono né la guerra
civile. Ripeté a Facta che sarebbe stato impossibile impedire
l'occupazione di Roma senza ricorrere alla guerra civile, e che
molte province erano già cadute in mani fasciste.
Con uno storico dietrofront, il re rifiutò di firmare il decreto di
stato d'assedio che Facta aveva preparato.
Alle 11 il governo al completo rassegnò le dimissioni. Alle 11.30 un
comunicato ufficiale annunciò che lo stato d'assedio era stato
revocato.
Alla notizia della revoca, i fascisti di Roma cominciarono a
raccogliersi davanti al palazzo del Quirinale per applaudire il re.
Le camicie nere si spostavano stipate sugli autocarri sotto la
pioggia sottile e ordinavano agli abitanti della città di issare il
tricolore su tutti gli edifici. Le camicie nere e le camicie azzurre
dei nazionalisti correvano per le strade aggrappate alle automobili
aperte pigiando il clacson, mentre distaccamenti di fascisti
giungevano a passo di marcia con il braccio teso nell'antico saluto
romano, cantando Giovinezza! Si formò una folla di gente che
osservava e commentava.
A Milano Mussolini pubblicò un comunicato in edizione straordinaria
del Popolo d'Italia, nel quale dichiarava che la maggior parte
dell'Italia centrale e settentrionale era nelle mani dei fascisti,
che avevano occupato le prefetture e le stazioni.
Alle 16 il rappresentante monarchico di Mussolini, De Vecchi, si
recò dal re. Increspando le labbra, il sovrano chiese al quadrumviro
fascista se avrebbe accettato una soluzione Salandra con quattro
ministeri per i fascisti. Quando Federzoni riuscì a comunicare
telefonicamente con Milano, Mussolini spiegò che non aveva alcun
senso mobilitare decine di migliaia di camicie nere solo per formare
un governo Salandra.
Il re, che aveva letto il testo delle intercettazioni compiute dai
censori sulle conversazioni telefoniche tra Mussolini e le sue
coorti, sapeva come stavano realmente le cose e incaricò il generale
Cittadini di inviare il seguente telegramma: « Sua Maestà il re
Vittorio Emanuele III vi prega di venire immediatamente a Roma. Egli
intende offrirvi l'incarico di formare un nuovo governo».
Mussolini aveva le valigie già pronte.
Il Duce del Fascismo si diresse all'imponente stazione Centrale di
Milano indossando un cappotto grigio nuovo, con ghette e bombetta
grigie. Era la sera del 29 ottobre e pioveva ancora. Gli strilloni
vendevano le edizioni straordinarie dei giornali con titoli a tutta
pagina che annunciavano la caduta di Facta.
Mussolini stringeva sotto braccio un libro sulla vittoria italiana a
Vittorio Veneto nella Grande Guerra: intendeva donarlo al re.
Migliaia di persone si erano raccolte nella stazione e negli
immediati dintorni. Qualcuno lanciò dei fiori e gli ammiratori si
sporsero dalle carrozze degli altri treni per guardare e applaudire
Mussolini che si dirigeva verso l'espresso per Roma. Il fratello di
Mussolini, Arnaldo, guidò una moltitudine di fascísti milanesi verso
il vagone letto mentre Mussolini rispondeva ai saluti delle camicie
nere in servizio sul treno e diceva al capo stazione: «Voglio
partire in perfetto orario. Da oggi in poi tutto deve funzionare
come un orologio».
Il mattino del 30 il treno entrò a Civitavecchia. Centinaia di
persone intonarono Giovinezza! I gerarchi fascisti, allineati lungo
il marciapiede, urlarono: «Per Benito Mussolini, eia eia, alalà!»,
un saluto ripreso dai legionari fiumani di D'Annunzio, che il poeta
diceva fosse stato il saluto dei seguaci di Enea al loro capo.
Sulla campagna si stendeva una nebbia sottile e fredda. Mussolini si
cambiò nello scompartimento, indossando abiti presi a prestito: i
pantaloni neri con le bande e la giacca a coda di rondine richiesti
dal protocollo, che egli indossò sopra la camicia nera e le ghette
bianche trattate con talco.
Alle 10.30 il treno entrò nella vecchia stazione romana di Termini,
dove lo attendeva una limousine reale.
Nel palazzo del Quirinale il piccolo re in alta uniforme, completa
di sciabola, era in attesa di salutare il nuovo primo ministro.
Giunto alla presenza del sovrano, Mussolini si inchinò e strinse la
mano regale: « Porto a V. M. l’Italia di Vittorio Veneto,
riconsacrata dalle nuove vittorie. Vostra Maestà voglia perdonarmi
se mi presento indossando ancora la camicia nera della battaglia che
fortunatamente non c'è stata. Io sono un suddito fedele di Vostra
Maestà».
In quello stesso pomeriggio Mussolini formò il suo governo. Alle
19.30 portò l'elenco dei ministri al re.
- IL GOVERNO MUSSOLINI
BENITO MUSSOLINI
prendeva per sè la presidenza del Consiglio e i portafogli dell'
Interno e degli Esteri; affidava la Guerra al generale ARMANDO DIAZ,
la Marina all'ammiraglio PAOLO THAON DI REVEL,
le Finanze all'on. ALBERTO DE STEFANI,
il Tesoro all'on. VINCENZO TANGORRA,
le Poste e Telegrafi all'on. COLONNA DI CESARÒ,
la giustizia all'on. ALDO OVIGLIO,
l'Assistenza Pensioni all'on. CESARE MARIA DE VECCHI,
le Colonie all'on. LUIGI FEDERZONI,
le Terre Liberate all'on. GIOVANNI GIURIATI,
l’Istruzione al prof. GIOVANNI GENTILE,
l'Agricoltura all’on. GIUSEPPE DE CAPITANI D'ARZAGO,
i Lavori Pubblici all'on. GABRIELE CARNAZZA,
l’Industria all'on. TEOFILO ROSSI,
il Lavoro e la Previdenza sociale all'on. STEFANO CAVAZZONI.
I sottosegretari furono GIACOMO ACERBO, ALDO FINZI, CARLO BONARDI,
COSTANZO CIANO, PIETRO LISSA, ALFREDO ROCCO, FULVIO MILANI, GIOVANNI
MARCHI, UMBERTO MERLIN, DARIO LUPI, OTTAVIO CORGINI, ALESSANDRO
SARDI, GIOVANNI GRONCHI, SILVIO GAI.
Nel nuovo gabinetto avevano la prevalenza i fascisti con sei
portafogli e sette sottoportafogli; due portafogli ciascuno avevano
i popolari e i democratico-sociali e uno ciascuno i democratici, i
liberali e i nazionalisti; mentre altri due ministri, quelli di Diaz
e Revel potevano quasi considerarsi fascisti.
Il mattino del 31 ottobre il nuovo Gabinetto prestò giuramento nelle
mani del Re. Quel giorno stesso i fascisti concentrati intorno a
Roma entrarono nella capitale e alcune Squadre, o perché provocarono
o perché furono provocate, dovettero sostenere degli scontri con i
sovversivi nei quartieri popolari.
Le squadre riunite, furono passate in rivista da Mussolini, poi
andarono in corteo a rendere omaggio all'Altare della Patria e alla
tomba del Milite Ignoto. Infine sfilarono sotto il Quirinale, al cui
balcone per nulla dispiaciuto, era affacciato il Sovrano con la sua
consorte.
La medesima sera del 31 ottobre lasciarono Roma i primi scaglioni di
fascisti. Lo stesso Mussolini si recò alla stazione Termini affinché
alle partenze non nascessero altri incidenti. Alcuni esaltati furono
portati al forte di Monte Mario per essere puniti con la disciplina
fascista. Mussolini voleva evitare qualsiasi incidente che avrebbe
gravemente compromesso questa sua clamorosa vittoria ottenuta con la
piena legalità. Tre giorni dopo il Governo fascista lanciava al
Paese un proclama nella ricorrenza del 4 novembre: “Nel ricordo e
nella celebrazione della grande vittoria delle nostre armi, la
Nazione tutta ritrovi se stessa e adegui la sua coscienza alla dura
necessità del momento. Il Governo intende governare e governerà!
Tutte le sue energie saranno dirette ad assicurare la pace interna e
ad aumentare il prestigio della Nazione all' Estero. Solo con il
lavoro, la disciplina e la concordia la Patria supererà
definitivamente la crisi per marciare verso una epoca di prosperità
e di grandezza”.
Il giorno dopo, prima missione all'estero, partì per Losanna, per la
conferenza indetta per sistemare la questione turca. Per il più
giovane (39enne) presidente del Consiglio Italiano, una grossa
soddisfazione fu il rientro trionfale in Italia con il treno
presidenziale che fece tappa in tutte le città attraversate, con le
popolazioni accorse alle stazione parate tutte a festa e per vedere
MUSSOLINI.
Questa fu la prima, ma le stesse scene si ripeteranno per vent'anni.
Anche se poi gli italiani, dissero in coro, che nessuno era stato
mai fascista!
La storia di quel fascismo che poi fu conosciuto in Italia e fuori
d’Italia, per oltre vent'anni, ebbe inizio così, il 30 ottobre, con
una singolare presa del potere, pur essendo un partito di minoranza,
che aveva solo 35 deputati alla Camera.
Se tutto ciò accadde, fu dovuto non solo perché alla Camera vi erano
seduti degli “onorevoli” che si erano distaccati dal Paese reale, ma
anche perché la stessa Nazione era ormai ridotta in uno stato
pietoso: nell’economia perché o languivano le riforme coraggiose o
quelle estremamente necessarie venivano accantonate, e nelle
autorità del Paese la cui autorevole influenza dei preposti a tali
delicati incarichi da qualche tempo era stata lasciata alle
iniziative personali e non sempre legate alle direttive di governo,
che spesso non era nemmeno più in grado di darle, talmente era
screditato.
16 novembre 1922
: il primo discorso al Parlamento come Capo del Governo
“Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di
formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun
attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi da troppi anni,
le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso
più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva
regolarmente qualificata come un assalto, ed il Ministero
rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto
per la seconda volta, nel volgere di un decennio, che il popolo
italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e
si è dato un Governo al di fuori, al disopra e contro ogni
designazione del Parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il
maggio del 1915 e l'ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori
del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno
lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi
diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per
difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle
«camicie nere», inserendola intimamente come forza di sviluppo, di
progresso e di equilibrio nella storia della Nazione. Mi sono
rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei
limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci
abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto
punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine,
io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di
infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un
bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un
Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in
questo primo tempo, voluto.
Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente
usciti, ed hanno ottenuto la libera circolazione: del che
approfittano già per risputare veleno e tendere agguati come a
Carate, a Bergamo, a Udine, a Muggia. Ho costituito un Governo di
coalizione e non già coll'intento di avere una maggioranza
parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno, ma per
raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra
delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare.
Ringrazio dal profondo del cuore i miei collaboratori, ministri e
sottosegretari: ringrazio i miei colleghi di Governo, che hanno
voluto assumere con me le pesanti responsabilità di questa ora: e
non posso non ricordare con simpatia l'atteggiamento delle masse
lavoratrici italiane che hanno confortato il moto fascista colla
loro attiva o passiva solidarietà. Credo anche di interpretare il
pensiero di tutta questa Assemblea e certamente della maggioranza
del popolo italiano, tributando un caldo omaggio al Sovrano, il
quale si è rifiutato ai tentativi inutilmente reazionari dell'ultima
ora, ha evitato la guerra civile e permesso di immettere nelle
stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa
corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla vittoria.
Prima di giungere a questo posto, da ogni parte ci chiedevano un
programma. Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia:
sibbene gli uomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i
problemi della vita italiana, tutti dico, sono già stati risolti
sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il
Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà. La
politica estera è quella che, specie in questo momento, più
particolarmente ci occupa e preoccupa. Ne parlo subito, perché
credo, con quello che dirò, di dissipare molte apprensioni. Non
tratterò tutti gli argomenti, perché, anche in questo campo,
preferisco l'azione alle parole. Gli orientamenti fondamentali della
nostra politica estera sono i seguenti: i trattati di pace, buoni o
cattivi che siano, una volta che sono stati firmati e ratificati,
vanno eseguiti. Per ciò che riguarda precisamente l'Italia noi
intendiamo di seguire una politica di dignità e di utilità
nazionale.
Non possiamo permetterci il lusso di una politica di altruismo
insensato o di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des.
L'Italia di oggi conta, e deve adeguatamente contare. Lo si
incomincia a riconoscere anche oltre i confini. Non abbiamo il
cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non vogliamo
nemmeno, per eccessiva ed inutile modestia, diminuirla. La mia
formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove
concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia.
L'Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, così per
molte ragioni di ordine politico, economico e morale non intende
abbandonare gli Alleati di guerra. Roma sta in linea con Parigi e
Londra, ma l'Italia deve imporsi e deve porre agli Alleati quel
coraggioso e severo esame di coscienza che essi non hanno affrontato
dall'armistizio ad oggi. Si tratta insomma di uscire dal semplice
terreno dell'espediente diplomatico, che si rinnova e si ripete ad
ogni conferenza, per entrare in quello dei fatti storici, sul
terreno cioè in cui è possibile determinare in un senso o nell'altro
un corso degli avvenimenti. Una politica estera come la nostra, una
politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai trattati,
una politica di equa chiarificazione della posizione dell'Italia
nell'Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa
o imperialista nel senso volgare della parola. Noi vogliamo seguire
una politica di pace: non però una politica di suicidio. Le
direttive di politica interna si riassumono in queste parole:
economia, lavoro, disciplina. Il problema finanziario è
fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al
pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione
intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze produttive della
Nazione. Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi
lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non
privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si
armonizzino con quelli della produzione e della Nazione. Il
proletariato che lavora, e della cui sorte ci preoccupiamo, ma senza
colpevoli demagogiche indulgenze non ha nulla da temere e nulla da
perdere, ma certamente tutto da guadagnare da una politica
finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella
bancarotta che si farebbe sentire in disastroso modo specialmente
sulle classi più umili della popolazione. La nostra politica
emigratoria deve svincolarsi da un eccessivo paternalismo, ma il
cittadino italiano che emigra sappia che sarà saldamente tutelato
dai rappresentanti della Nazione all'estero. L'aumento del prestigio
di una Nazione nel mondo è proporzionato alla disciplina di cui dà
prova all'interno. Non vi è dubbio che la situazione all'interno è
migliorata, ma non ancora come vorrei. Non intendo cullarmi nei
facili ottimismi. Le grandi città ed in genere tutte le città sono
tranquille: gli episodi di violenza sono sporadici e periferici, ma
dovranno finire. I cittadini, a qualunque partito siano iscritti,
potranno circolare: tutte le fedi religiose saranno rispettate, con
particolare riguardo a quella dominante che è il Cattolicismo: le
libertà statutarie non saranno vulnerate: la legge sarà fatta
rispettare a qualunque costo.
Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche
contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un
illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe più alcuna
giustificazione. Debbo però aggiungere che la quasi totalità dei
fascisti ha aderito perfettamente al nuovo ordine di cose. Lo Stato
non intende abdicare davanti a chicchessia. Chiunque si erga contro
lo Stato sarà punito. Questo esplicito richiamo va a tutti i
cittadini, ed io so che deve suonare particolarmente gradito alle
orecchie dei fascisti, i quali hanno lottato e vinto per avere uno
Stato che si imponga a tutti, colla necessaria inesorabile energia.
Non bisogna dimenticare che, al di fuori delle minoranze che fanno
della politica militante, ci sono quaranta milioni di ottimi
italiani i quali lavorano, si riproducono, perpetuano gli strati
profondi della razza, chiedono ed hanno il diritto di non essere
gettati nel disordine cronico, preludio sicuro della generale
rovina. Poichè i sermoni - evidentemente - non bastano, lo Stato
provvederà a selezionare e a perfezionare le forze armate che lo
presidiano: lo Stato fascista costituirà una polizia unica,
perfettamente attrezzata, di grande mobilità e di elevato spirito
morale; mentre Esercito e Marina gloriosissimi e cari ad ogni
italiano, sottratti alle mutazioni della politica parlamentare,
riorganizzati e potenziati, rappresentano la riserva suprema della
Nazione all'interno ed all'estero.
Signori, da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma
fascista, nei suoi dettagli e per ogni singolo dicastero. Chiediamo
i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità.
Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una
lira - dico una lira - di economia. Con ciò non intendiamo escludere
la possibilità di volonterose collaborazioni che accetteremo
cordialmente, partano esse da deputati, da senatori o da singoli
cittadini competenti. Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del
nostro difficile compito. Il paese ci conforta ed attende. Vogliamo
fare una politica estera di pace, ma nel contempo di dignità e di
fermezza: e la faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla
Nazione, e la daremo. Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di
domani si illuda sulla brevità del nostro passaggio al potere.
Illusione puerile e stolta come quella di ieri. Il nostro Governo ha
basi formidabili nella coscienza della Nazione ed è sostenuto dalle
migliori, dalle più fresche generazioni italiane. Non v'è dubbio che
in questi ultimi giorni un passo gigantesco verso la unificazione
degli spiriti è stato compiuto. La patria italiana si è ritrovata
ancora una volta, dal nord al sud, dal continente alle isole
generose, che non saranno più dimenticate, dalle metropoli alle
colonie operose del Mediterraneo e dell'Adriatico. Non gettate, o
signori, altre chiacchiere vane alla Nazione. Cinquantadue iscritti
a parlare sulle mie comunicazioni, sono troppi. Lavoriamo piuttosto
con cuore puro e con mente alacre per assicurare la prosperità e la
grandezza della Patria. Così Iddio mi assista nel condurre a termine
vittorioso la mia ardua fatica.”
Mussolini doveva - se voleva sopravvivere al caos - fare quello che
non era stato fatto, rifare quel ch'era stato fatto male,
correggere, integrare, rinnovare, sviluppare, disciplinare, creare
insomma un'Italia nuova.
Cominciò con il collegare il Partito al Governo istituendo il Gran
Consiglio del Fascismo presieduto da Mussolini stesso e formato di
ministri, di alcuni sottosegretari, dei quadrunviri, del segretario
generale delle corporazioni, del segretario dei fasci all'estero,
del direttorio del Partito e dei capi della Milizia.
Fu sciolta la Guardia Regia. Vennero sciolte anche le squadre
fasciste d'azione e creata, nel mese di gennaio del 1923, la Milizia
Volontaria per la Sicurezza Nazionale, presidio del Regime e della
Rivoluzione, che fu incaricata dell'istruzione premilitare dei
giovani e costituì sezioni ferroviarie, portuali, postelegrafoniche,
forestali, confinarie, stradali.
Furono poi frenati i ras provinciali; accresciuta l'autorità ai
prefetti; epurato il Partito dagli elementi eterogenei, allontanando
dalle sue file specialmente i massoni contro i quali si sferrò una
lotta accanita terminata con lo scioglimento di tutte le
associazioni segrete; furono radicalmente modificati i rapporti fra
lo Stato e la Chiesa, che portarono poi alla Conciliazione; venne
attuata, per opera di Giovanni Gentile, la riforma scolastica, che
rinnovò metodi e anima all'insegnamento, e troverà un validissimo
aiuto e quasi una necessaria integrazione nell' istituzione
dell'Opera Nazionale Balilla.
La frequenza scolastica fu rigorosamente imposta; e mise termine non
solo all’analfabetismo, ma eliminò centinaia di migliaia di
sfaccendati dalle strade.
Infine ci fu la restituzione dell'ordine interno; come la fine degli
scioperi che paralizzavano la vita della Nazione (le ore di lavoro
perdute passarono da 7.337.000 del periodo nov ’21 - ott. ’22, a
247.000 nel corrispondente periodo 1922-23).
Ci fu è vero anche la scomparsa delle opposizioni municipali e
provinciali, ma anche queste per motivi ideologici e demagogici
avevano paralizzato del tutto con il terrore le sopravviventi
“ottocentesche” e “feudali” burocrazie locali, piuttosto
clientelari. Pur calando la disoccupazione da 381.968 unità nel
dicembre 1922, a 150.449 nel dicembre ’24, fu eliminato moltissimo
personale dall’amministrazione statale pari a 65.274 unità, di cui
46.566 erano addetti alle ferrovie che era la più grande industria
del Paese, e nonostante il forte taglio degli addetti, i treni
iniziarono a funzionare meglio di prima.
L’indice della produzione industriale (1938 = 100) aumentò da 54 nel
1921 a 83 nel 1925. In tutti i settori più importanti la produzione
crebbe in misura notevolissima, mentre la disoccupazione diminuiva
del 72%.
- LA GESTIONE DEL
POTERE
La legge elettorale
del 18 novembre 1923, n. 2444, meglio nota come legge Acerbo (dal
nome del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo
Acerbo, che ne fu l'estensore materiale), introdusse un sistema che
prevedeva l’introduzione nel territorio dello Stato del Collegio
Unico nazionale attribuendo due terzi dei seggi alla lista che
avesse riportato la maggioranza relativa, mentre l'altro terzo
sarebbe stato ripartito proporzionalmente tra le altre liste di
minoranza su base regionale e con criterio proporzionale. La legge
dopo un dibattito che vide le opposizioni divise fu approvata dalla
Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti a favore e 123 contrari.
Le elezioni del 6 aprile 1924 rappresentano lo stadio finale per
consolidare il proprio potere nel quadro delle istituzioni
esistenti. Il Duce promosse una lista nazionale che comprendeva un
largo schieramento di liberali non fascisti e di conservatori
cattolici. I risultati del voto dettero alla lista governativa il
66% e 374 dei 535 seggi nel nuovo Parlamento. L’età media dei
deputati fascisti era di 37 anni mentre l’80% di questi erano
neoparlamentari. Il Fascismo cercò di pagare il suo debito alla
generazione che aveva fatto la guerra operando un cambiamento
sostanziale nel personale politico.
Il 10 giugno 1924 il deputato socialista Matteotti veniva rapito a
Roma sul Lungotevere Arnaldo da Brescia. La salma fu ritrovata il 16
agosto nel bosco della Quartarella, a 23 km dalla capitale. La
notizia fece molto scalpore e provocò una grave crisi nelle fila dei
movimento fascista, chiamato da quasi due anni al potere, specie
quando si sospettò che la banda di squadristi che aveva ucciso
Matteotti avesse eseguito gli ordini dei Duce per eliminare un
pericoloso avversario. Ciò non convinse però Benedetto Croce che li
24 giugno, in pieno contrasto con i deputati dell'opposizione che
avevano abbandonato la camera nella sterile "secessione aventiniana",
fu promotore del voto di fiducia al governo Mussolini. Ciò risulta
anche dalle approfondite ricerche dello storico De Felice, che negò
qualsiasi responsabilità di Mussolini nel "delitto Matteotti",
precisando che il movente dei rapimento non fu quello di uccidere il
deputato, ma quello di sottrargli documenti molto compromettenti che
il giorno dopo il parlamentare avrebbe presentato alla Camera e che
rivelavano loschi affari petroliferi che coinvolgevano grandi
personalità dello Stato, cui una società petrolifera americana, la
Sinclair, aveva versato tangenti pari a 150 milioni per ottenere in
esclusiva i diritti delle ricerche in Italia. Tali personalità
rispondevano ai nomi di Emilio De Bono, comandante della PS; Aldo
Finzi, sottosegretario agli Interni; Giovanni Marinelli, segretario
amministrativo dei partito; Cesare Rossi, capo ufficio stampa della
Presidenza dei Consiglio. Per la "vulgata ufficiale" della
storiografia postbellica, il mandante restava sempre Mussolini, ma
Matteo Matteotti, figlio di Giacomo, raccolse elementi tali da
convincersi che il principale mandante dei delitto, attraverso De
Bono, poteva essere addirittura il Re, precisando in un'intervista
del 1985 di aver saputo che Aimone di Savoia, Duca d'Aosta,
nell'autunno 1942, aveva raccontato ad un gruppo di ufficiali che,
nel 1924, Giacomo Matteotti si era recato in Inghilterra ove era
stato ricevuto come "massone" d'alto grado dalla Loggia "The Unicorn
and the Lion" e qui era venuto a sapere che da due scritture private
conservate dalla Sìnclair (società amaericana associata all'Anglo
Persian Oil, la futura B.P.), risultava che Vittorio Emanuele dal
1921 era entrato nel "register" degli azionisti senza sborsare
nemmeno una lira avendo assunto l'impegno di mantenere “ignorati” i
giacimenti del Fezzan tripolino e di altre zone libiche. Conosciute
le intenzioni di Matteotti, De Bono corse ad informare il Re, e così
fu deciso di impedirgli di presentarsi alla Camera e di sottrargli i
documenti compromettenti. L'8 giugno De Bono convinse Dumini, capo
della squadra di polizia del Viminale, ad eseguire l'operazione
previo versamento di una somma di denaro. Due giorni dopo Matteotti
fu rapito ed ucciso (come Amleto Poverano, componente della squadra,
ebbe a confessare a Matteo Matteotti nel 1951). I documenti
sottratti da Dumini a Matteotti furono conseganti a De Bono che li
tenne con sè fino a che, accusato di tradimento per il voto dei 25
luglio al Gran Consiglio dei Fascismo, nel tentativo di salvarsi la
vita al processo di Verona, il 4 ottobre 1943 li fece pervenire a
Mussolini (come confidò Pavolini al giornalista Minardi), che li
aveva con sè a Dongo al momento della sua cattura il 27 aprile 1945.
Da allora queste carte sono scomparse e non furono più ritrovate,
malgrado la sicura prova della loro esistenza. E' facile dedurre che
il loro occultamento ha avuto lo scopo, tra l'altro di sottrarre la
prova dell'assoluta innocenza di Mussolini nel delitto Matteotti.
Il 3 gennaio 1925
il Duce pronuncia in Parlamento uno storico discorso:
“Signori! Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse
non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso
parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che
questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del
tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il
16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può
anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che
io non cerco questo voto politico.
Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L'articolo 47 dello Statuto
dice: " La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri
del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia ". Domando
formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è
qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47.
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una
chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente
camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto
andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è
necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi
compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire. Sono io, o
signori, che levo in quest'aula l'accusa contro me stesso. Si è
detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo?
Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che
ha giustiziato, senza processo, dalle centocinquanta alle
centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali.
C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore
sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli
della borghesia. Una Ceka che diceva di essere la rossa spada della
rivoluzione. Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta
intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro.
Se io avessi fondato una Ceka l'avrei fondata seguendo i criteri che
ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere
espulsa dalla storia.
Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in
questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere
risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. Ora
i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti,
incomposti, stupidi. Ma potete proprio pensare che nel giorno
successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli
spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi
ordinare un'aggressione alle 10 del mattino in via Francesco Crispi,
a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il
discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di
governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino.
E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di
Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del 7
giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese
passioni politiche, quando in questa aula la minoranza e la
maggioranza si scontravano quotidianamente, tantochè qualcuno
disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una
convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera.
Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6
giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico,
pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.
All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente
l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto
ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare
il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno
della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della
Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto
profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella
necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea
politica di sorta.
E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi
pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che
tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la
Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca,
da salotto quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da
morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma
nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quel avversario che
io stimavo perché aveva una certa crânerie, un certo coraggio, che
rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza
nel sostenere le tesi? Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di
grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che
io non sentivo di fare perché ripugnavano al profondo della mia
coscienza. Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi?
Per quale scopo? Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli
strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea,
facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica.
Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e
di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un
aspetto diverso.
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia
energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato
in dodici ore una rivolta di Guardie Regie, ho liquidato in pochi
giorni una insidiosa sedizione, in quarantotto ore ho condotto una
divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù.
Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei
più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che
non è l'energia che fa difetto al mio spirito. Pena di morte? Ma qui
si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice
penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può
essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un
giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita
di un cittadino! Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è
segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: " Voglio che ci
sia la pace per il popolo italiano "; e volevo stabilire la
normalità della vita politica. Ma come si è risposto a questo mio
principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino,
secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria.
Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno,
luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato
per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più
macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i
giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano
inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si
sapeva di mentire, ma si mentiva. E io sono stato tranquillo, calmo,
in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno
dopo di noi con un senso di intima vergogna. E intanto c'è un
risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol
vendicare l'ucciso e spara su uno dei migliori, che morì povero.
Aveva sessanta lire in tasca. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di
normalizzazione e di normalità.
Reprimo l'illegalismo. Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che
nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è
menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente
alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i
bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è
menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona.
Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la
domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni
dell'onorevole Giunta. La Camera scatta; io comprendo il senso di
questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una
volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego
questa assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le
dimissioni. Si accettano.
Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto
della riforma elettorale. A tutto questo, come si risponde? Si
risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo
è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di
banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi
conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di
Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al
cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la
responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.
Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo,
fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio
di ricino e manganello, e non invece una passione superba della
migliore gioventù italiana, a me la colpa!
Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo
di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state
il risultato di un determinato clima storico, politico e morale,
ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima
storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va
dall'intervento ad oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si
domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei
fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno
una anche come Governo? Io ho voluto deliberatamente che le cose
giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia
esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e,
come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un
martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che
cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento
è infido, scantonano per la tangente.
Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a
quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della
nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia
vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità
del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto:
Basta! La misura è colma! Ed era colma perché? Perché la sedizione
dell'Aventino a sfondo repubblicano, questa sedizione dell'Aventino
ha avuto delle conseguenze.
Perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei
soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti
uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere
ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di 73 anni, è
stato ucciso e gettato da un muraglione.
Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi,
incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a
Firenze.
Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento,
perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i
giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito
gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla
sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a
Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona;
fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San
Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e
aggrediscono i fascisti a Monzambano.
Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925, e in una sola zona, sono
avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi
armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e
fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito
e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista ferito; a Crespano,
la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne
scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di
Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri
fascisti aggrediti da sovversivi. Richiamo su ciò la vostra
attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto 192 preso a
sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un
capomanipolo assalito e percosso. Voi vedete da questa situazione
che la sedizione dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in
tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta!
Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione
è la forza. Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce
ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il
fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza. Signori! Vi
siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse
finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo
castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi
la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a
scatenarlo, voi vedreste allora ... Non ci sarà bisogno di questo,
perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno
definitivamente la sedizione dell'Aventino. [Vivissimi prolungati
applausi]
L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la
calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa
gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà
necessario.
Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio
discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. Tutti
sappiano che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è
libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore
sconfinato e possente per la patria.”
|