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Operazione Husky: Sbarco in Sicilia

*di Massimiliano Afiero

Dopo la caduta del fronte tunisino era ormai naturale aspettarsi che la prossima mossa degli alleati sarebbe stato l’attacco all’Europa meridionale. Dopo aver pensato alla Corsica, alla Sardegna, ai Balcani, la Sicilia alla fine parve l’obiettivo più adatto, data la sua vicinanza alle coste africane e alle basi aeree alleate.
Per gli americani era la logica continuazione delle operazioni militari iniziate in Algeria, Marocco e in Tunisia, per gli inglesi, l’inizio dell’attacco alla fortezza Europa.
L’invasione della Sicilia, come prospettato nella conferenza di Casablanca, aveva anche un altro obiettivo, quello di distogliere truppe tedesche dal fronte orientale alfine di dare ai sovietici un pò di respiro. Era prossima l’offensiva d’estate tedesca sul fronte di Kursk, ed il trasferimento di importanti unità nemiche dalla linea del fronte avrebbe sicuramente giovato ai sovietici.
Le operazioni contro la Sicilia iniziarono con una serie di massicci bombardamenti da parte dell’aviazione alleata a partire dalla fine di maggio, interessando anche le piccole isole a sud di essa.

LA CADUTA DI PANTELLERIA

Prima dello sbarco sulle coste siciliane, gli alleati conquistarono le isole di Pantelleria (11 giugno), Lampedusa (12 giugno), Linosa (13 giugno) e Lampione (14 giugno).
In particolare la caduta di Pantelleria destò molte perplessità, a causa della sua resa frettolosa.
Sull’isola c’erano più di 11.000 soldati e circa 180 cannoni; i massicci bombardamenti alleati, non provocarono gravi danni dal momento che la maggior parte dei reparti era al sicuro nei sotterranei scavati nella roccia. Le stesse installazioni militari mantennero la loro efficienza. Tuttavia, l’11 giugno, non appena apparvero all’orizzonte le prime navi alleate, l’ammiraglio Gino Pavesi, comandante militare dell’isola, chiese la resa.
Per la conquista dell’isola gli alleati lamentarono solo due feriti leggeri. Per questo suo atto, l’ammiraglio Pavesi venne condannato a morte in contumacia nel 1944, dal governo della Repubblica Sociale Italiana.

I PIANI ALLEATI

Sicilia

Sbarco americano in Sicilia

Eisenhower e Montgomery concordarono che lo sbarco sarebbe dovuto avvenire sulle coste sud-orientali della Sicilia: sette divisioni dovevano sbarcare lungo un fronte di circa 160 chilometri mentre reparti di due divisioni aviotrasportare sarebbero stati lanciati dietro le linee nemiche.
Le truppe alleate impegnate nell’operazione comprendevano l’8a Armata britannica di Montgomery e la 7a Armata americana del generale Patton: 7 divisioni di fanteria, una Brigata di fanteria, 2 divisioni corazzate, due divisioni paracadutisti, oltre a vari reparti di commandos britannici e rangers americani.

Le truppe britanniche dovevano sbarcare nel golfo di Siracusa lungo la costa tra Pachino e Siracusa, mentre quelle americane nel golfo di Gela. L’obiettivo dell’8a Armata britannica era quello di conquistare le località di Augusta, Catania e i campi di aviazione di Gerbini per poi spingersi verso Messina.
La 7a Armata americana doveva invece conquistare i campi di aviazione tra Comiso e Licata, proteggere il fianco sinistro dell’avanzata inglese e conquistare la zona centrale ed occidentale dell’isola.
L’inizio delle operazioni venne fissato per le 2.45 del 10 luglio 1943; alcune ore prima sarebbero avvenuti i lanci dei paracadutisti.
Per quanto riguarda i comandi italo-tedeschi, Kesserling si aspettava che gli alleati sbarcassero nell’area tra Trapani e Marsala per la maggiore vicinanza alle basi aeree africane. Il generale Guzzoni invece, si aspettava lo sbarco proprio sulla costa sud-orientale tra Gela e Catania.

LE FORZE A DIFESA DELL’ISOLA

Le forze terrestri in Sicilia comprendevano la 6a Armata agli ordini del generale Guzzoni e il 14° Panzer Korps germanico agli ordini del tenente generale Hube.

La 6a Armata era costituita dalle seguenti unità:

XII° Corpo d’Armata (nella Sicilia occidentale) agli ordini del generale Arisio
Divisione Aosta
Divisione Assietta
202a Divisione costiera
207a Divisione costiera
208a Divisione costiera

XVI° Corpo d’Armata (nella Sicilia orientale) agli ordini del generale Rossi
Divisione Napoli
XVIIIa Brigata costiera
XIXa Brigata costiera
206a Divisione costiera
213a Divisione costiera

A disposizione del comando dell’Armata c’era anche la divisione Livorno.
Le divisioni di fanteria italiane erano definite “mobili” solo sulla carta, essendo costituite totalmente da reparti appiedati e da artiglieria ippotrainata. Solo la divisione Livorno disponeva di artiglieria motorizzata e di alcuni mezzi semoventi.
Come mezzi corazzati erano disponibili solo carri leggeri e vecchi carri francesi Renault.

Batteria Italiana centra il bersaglio

Batteria Italiana centra il bersaglio

Le forze aeree del Comando dell’Aereonautica della Sicilia (generale Monti) comprendevano 15 squadriglie caccia, 2 squadriglie osservazione, 4 sezioni ricognizione marittima ed 1 squadriglia aereosiluranti. Come forze di difesa aerea territoriale c’erano 49 batterie dell’esercito, 57 della Marina e 114 della Milizia volontaria artiglieria contraerea.

Il 14° Panzer Korps tedesco del generale Hube, comprendeva la 15a Panzergrenadier Division e la Panzer Division Hermann Goering. Era presente anche una compagnia pesante di carri Tigre (la 2a compagnia del 504° Schwere Panzer Abteilung) rimasta in Sicilia dopo che il suo reparto era stato inviato in Tunisia. La 15a Panzergrenadier Division disponeva di circa 65 carri e la Hermann Goering di circa 100.

LO SBARCO

Durante la notte del 9 luglio 1943, iniziarono i primi lanci dei paracadutisti sull’isola; la ricognizione aerea avvistò i convogli alleati nel mare a sud della Sicilia. L’aviazione italiana attaccò questi convogli.
Le cattive condizioni del tempo ostacolarono la navigazione delle forze navali alleate, ma soprattutto il lancio delle truppe aviotrasportate: dei 144 alianti che dovevano sbarcare i paracadutisti inglesi solo 12 raggiunsero l’obiettivo, mentre 69 finirono in mare. A causa del forte vento, anche i paracadutisti americani si ritrovarono divisi in piccoli gruppi lontani l’uno dall’altro, facile preda delle unità nemiche.
Alle prime luci dell’alba le prime truppe alleate sbarcano sulle spiagge siciliane; le truppe inglesi incontrarono poco resistenza mentre quelle americane dovettero fronteggiare durissimi contrattacchi da parte delle forze italo-tedesche.

Bollettino n. 1141 del 10 luglio 1943:

“Il nemico ha iniziato questa notte, con l’appoggio di poderose formazioni navali ed aeree e con lancio di reparti paracadutisti, l’attacco contro la Sicilia. Le forze armate alleate contrastano decisamente l’azione avversaria; combattimenti sono in corso lungo la fascia costiera sud orientale”.

LA DIFESA DELL’ISOLA

Malgrado si sia spesso parlato della defezione in massa delle nostre truppe nella difesa dell’isola, molti reparti si batterono invece valorosamente.

Batteria antiaerea italiana

Batteria antiaerea italiana

Le unità italiane erano composte per la maggior parte da siciliani, una precisa scelta degli alti comandi; si pensò che questi avrebbero combattuto con maggiore impeto per difendere la propria isola. Si sottovalutò però il fatto che l’età media dei soldati era piuttosto alta e che la maggior parte di essi era sposata; se a questo aggiungiamo il loro scarso addestramento ed il fatto che a guidarli c’erano per lo più ufficiali della riserva allora il quadro è completo.
Le maggiori defezioni riguardarono soprattutto le unità costiere; dopo aver sparato pochi colpi contro il nemico, i reparti si sbandarono arrendendosi al nemico o ritirandosi nell’entroterra; le unità dell’esercito si comportarono invece molto meglio.

Già nella notte del 10 luglio, il generale Guzzoni aveva ordinato a tutte le unità di contrattaccare: nella zona di Canicattì intervenne il Gruppo da combattimento “Ems”. In direzione di Siracusa si lanciarono il Kampfgruppe Schmalz e i reparti della divisione Napoli; nella zona di Gela, i reparti della 1a divisione americana vennero attaccati dai fanti della Livorno e dagli altri reparti della Goering; per due giorni infuriarono durissimi combattimenti e gli americani furono sul punto di essere ributtati in mare; lo stesso Patton considerò l’ipotesi del reimbarco dei suoi uomini. Solo l’intervento dei cannoni delle navi alleate, in particolare i pezzi da 152mm dell’incrociatore Savannah, costrinsero i nostri soldati a ripiegare.

Sulle alture di Biazzi, a sud-est di Gela, un Gruppo da combattimento formato da un battaglione di fanteria della Livorno, alcuni semoventi M90/53 e la compagnia pesante Carri Tigre attaccarono i reparti paracadutisti americani agli ordini del colonello Gavin, infliggendogli gravi perdite.
Dopo due giorni di combattimenti, la 7a Armata americana pur avendo consolidato le aree di sbarco, lamentava la perdita di circa 2.300 uomini. Patton richiese rinforzi e nella serata dell’11 luglio partirono dagli aereoporti tunisini circa 150 aerei con a bordo 2.300 paracadutisti. Non appena i velivoli furono sui cieli della Sicilia, vennero fatti segno dalla contraerea italiana e tedesca, che riuscì ad abbattere 23 aerei e a danneggiarne 37.
L’avanzata americana riprese il giorno dopo, sempre ostacolata dai reparti italo-tedeschi.

Bollettino n. 1143 del 12 luglio 1943:
“In Sicilia la lotta è continuata aspra e senza posa nella giornata di ieri, durante la quale il nemico ha tentato invano di aumentare la modesta profondità delle zone litoranee occupate. Le truppe italiane e germaniche, passate decisamente al contrattacco, hanno battuto in più punti le unità avversarie, obbligandole in un settore a ripiegare”

Il 13 luglio intanto le forze inglesi erano giunte a Vizzini e ad Augusta: particolarmente impegnati furono i reparti della divisione Napoli, che tra il 10 ed il 13 luglio avevano tentato invano di fermare l’avanzata dell’8a armata inglese, lamentando gravi perdite. Nella giornata del 14 luglio, gli ultimi reparti della divisione si sacrificarono per coprire la ritirata delle unità tedesche tra Caltagirone e Vizzini.

La Regia Aereonautica perse circa 400 aerei nell’inutile tentativo di contrastare la superiorità dell’aviazione alleata nei cieli di Sicilia, mentre la Marina italiana partecipò alla difesa dell’isola solo con i sommergibili (perdendone quattro nei primi tre giorni della battaglia) e con le motosiluranti, ostacolando i movimenti del naviglio nemico.

IL PONTE DI PRIMOSOLE

Con le poche truppe a disposizione, sia Guzzoni che Kesserling decisero di raggruppare le forze italo-tedesche sulla linea Santo Stefano-Nicosia-Leonforte-Piana di Catania. Malgrado Hitler avesse ordinato alle sue truppe di non cedere di un metro, la manovra di ripiegamento venne effettuata con successo.

Mortaio italiano in azione

Mortaio italiano in azione

Per fermare le forze di Montgomery, venne deciso di organizzare una solida linea difensiva nell’area intorno all’Etna, alfine di arrestare la spinta offensiva nemica attraverso la piana di Catania e da lì verso Messina.
Il fulcro della difesa venne stabilito nell’area intorno al ponte di Primosole sul fiume Simeto, poco più di 10 km a sud di Catania. Per la sua difesa vennero richiamati dalla Francia reparti della 1a divisione Fallshirmjaeger agli ordini del General der Fallschirmtruppe Richard Heidrich.

Nella notte tra il 10 e l’11 luglio, i paracadutisti della divisione furono messi in stato di allerta. Dopo solo poche ore, i primi reparti ricevettero l’ordine di trasferimento in Italia: il 3° reggimento paracadutisti, il 1° ed il 3° battaglione del 4° reggimento, il battaglione mitraglieri paracadutisti insieme ad altri reparti vennero lanciati o fatti atterrare nell’area intorno a Catania. Il 1° reggimento paracadutisti raggiunse Napoli via ferrovia, e qui attese il trasferimento in Sicilia.
Le unità del 3° reggimento paracadutisti presero posizione: il 2° battaglione del maggiore Rau si attestò presso Francofonte, mentre il 1° ed il 3° battaglione gli ordini dei maggiori Boehmler e Kratzert furono dislocati più a nord nella zona di Lentini e Carlentini.
Il battaglione attestato a Lentini fu raggiunto il 13 luglio dal battaglione mitraglieri e da altri reparti.

In poco tempo venne completata la disposizione di tutti i reparti, comprese le compagnie anticarro e di artiglieria. Il 4° reggimento della divisione si attestò nell’area intorno al ponte di Primosole.
I primi fallschirmjaeger tedeschi che scesero nella zona dell’aereoporto di Catania e nei suoi dintorni, nella notte tra il 12 ed il 13 luglio precedettero di qualche ora l’arrivo dei paracadutisti inglesi.

L’OPERAZIONE FUSTIAN

Mentre i tedeschi si preparavano a difendersi a sud di Catania, Montgomery aveva lanciato il 13 luglio 1943, l’operazione FUSTIAN, che avrebbe dovuto aprire l’avanzata dell’8a Armata inglese verso Catania. Reparti di paracadutisti inglesi dovevano conquistare il porto e i campi d’aviazione. Anche per gli inglesi il ponte di Primosole costituiva un passaggio vitale ed obbligato lungo la strada che portava verso Messina.
L’operazione prevedeva un’azione combinata con lancio di paracadutisti accompagnati da aviosbarchi di truppe a bordo di alianti muniti di armamento pesante. Nello stesso tempo un commando inglese sarebbe sbarcato sulla costa ad Agnone.
I para sarebbero stati lanciati un pò dovunque nella campagna coltivata attraversata dal fiume Simeto, avrebbero dovuto attaccare ogni punto fortificato o centro di resistenza nemico col quale fossero venuti a contatto e convergere verso il ponte di Primosole per assicurarsene il possesso.

Gli aerei decollarono alle 22 dagli aeroporti tunisini, e malgrado fossero stati avvertiti i comandanti delle forze navali alleate, già al largo delle coste di Malta, i velivoli furono colpiti della loro stessa contraerea. Due C-47 vennero abbattuti dalle navi alleate, e 9 furono costretti a ritornare agli aereoporti di partenza a causa dei danni subiti. La flotta aerea superstite continuò il suo volo verso Catania, continuando ad essera fatta segno dallo stesso fuoco amico.
Nove aerei con paracadutisti a bordo vennero centrati dalla contraerea, ma la maggioranza riuscì a lanciare gli uomini; tre rimorchiatori vennero colpiti e abbattuti, ma gli alianti al seguito riuscirono in qualche modo a prendere terra; 14 aereoplani andarono persi e altri 34 gravemente danneggiati.
I lanci dei paracadutisti, iniziarono alle 22.15, sotto il fuoco, questa volta, della contraerea tedesca.

La maggior parte dei parà finì a molti chilometri dagli obiettivi prefissati: alcuni gruppi atterrarono sull’Etna ad oltre 30 km a nord di Catania. I para inglesi del secondo assalto, scesero proprio nell’area controllata dal battaglione mitraglieri paracadutisti della 1a Fallschirmjäger Division, a nord del ponte. Presi di mira dal fuoco nemico, gli inglesi furono costretti a ritirarsi verso sud-est verso il ponte di Primosole.

All’una del 14 luglio il generale Lathbury, comandante delle forze aviotrasportate inglesi, era riuscito a radunare solo un centinaio di uomini con i quali tentare di conquistare il ponte sul Simeto. A questi si unirono, una volta giunti a Primosole, una cinquantina di uomini del 1° btg. paracadutisti, che agli ordini del capitano Rann si erano assicurati l’accesso nord del viadotto alle 2.15.
Alle 4.30, gli inglesi dopo aver eliminato le sentinelle italiane avevano iniziato a disinnescare le cariche esplosive piazzate sotto il ponte. Nel frattempo erano iniziati ad arrivare gli altri alianti; quattro vennero abbattuti, altri quattro alianti finirono in mezzo alle truppe italo-tedesche e gli equipaggi vennero fatti tutti prigionieri.

ARRIVANO I FALLSCHIRMAJAEGER

I veri para tedeschi, reparti del battaglione genio paracadutisti, si lanciarono nella zona dell’aereoporto all’alba del 14 luglio mettendosi subito in marcia verso la zona del fiume Simeto. Gli scontri proseguirono violenti per tutto il giorno e malgrado gli inglesi venissero rinforzati dagli sbandati che giungevano a Primosole, alle 17.30, dopo avere quasi finito tutte le munizioni, furono costretti a ritirarsi su un’altura a sud del ponte.

Artiglieri italiani in Sicilia

Artiglieri italiani in Sicilia

Un’ora più tardi la situazione per gli inglesi si aggravò: i Fallschirmjäger della 1a compagnia genieri appoggiati dal fuoco di un cannone antiaereo da 88 con un assalto fulmineo costrinsero gli inglesi a ritirarsi più a sud.
Solo verso sera, iniziarono a giungere per gli inglesi, i rinforzi via terra: una brigata della 50a divisione di fanteria inglese, i carri Sherman del 44° Reggimento corazzato e altri reparti.
Con queste nuove forze gli inglesi tornarono all’assalto del ponte. All’alba del 15 venne respinto un attacco di carri e fanteria inglese: i para tedeschi, nascosti nella fitta vegetazione lungo la riva del fiume, attaccarono i carri nemici a distanza ravvicinata, mettendone fuori uso diversi. Un secondo attacco corazzato venne respinto grazie al fuoco del micidiale 88mm.

Rimasti senza l’appoggio dei mezzi corazzati i para inglesi cessarono gli attacchi, chiedendo l’intervento dell’artiglieria: qualche ora dopo i pezzi delle navi da guerra alleate rovesciarono sulle posizioni tedesche un pesante fuoco di sbarramento facendo molte vittime. Un colpo centrò in pieno il pezzo da 88 uccidendo tutti i suoi serventi.
Malgrado le notevoli perdite i para continuarono a difendersi accanitamente, respingendo gli assalti inglesi fino al giorno 17, quando il ponte ricadde nelle mani nemiche. I resti del 4° reggimento paracadutisti e del battaglione genieri riuscirono a sganciarsi e a ritirarsi verso nord. Nei combattimenti sul Simeto si distinsero anche reparti italiani, il 372° Battaglione costiero impegnato duramente contro gli inglesi sbarcati ad Agnone ed il 2° Reggimento Arditi italiani.

PATTON AVANZA

Mentre si combatteva sul Simeto, i reparti della 7a Armata americana continuarono la loro avanzata nella parte occidentale dell’isola; l’obiettivo di Patton era Palermo, una conquista molto prestigiosa dal momento che sarebbe stata la prima città europea a cadere in mano alleata. Inoltre il capoluogo siciliano rappresentava un’importante base navale strategica per il controllo delle coste settentrionali dell’isola.

L'avanzata alleata in Sicilia

L’avanzata alleata in Sicilia

A partire dal 15 luglio le divisioni corazzate americane, dopo aver conquistato Agrigento sciamarono in tutta la Sicilia occidentale senza incontrare alcuna resistenza; le divisioni Assietta ed Aosta si erano ritirate lungo la linea Santo Stefano-Nicosia.
E così il 22 luglio, le prime avanguardie della 3a divisione di fanteria statunitense giunsero alla periferia di Palermo; nella serata Patton fece il suo ingresso trionfale nella città. Con la caduta di Palermo, le forze americane iniziarono a spingersi verso la parte orientale dell’isola, per appoggiare l’avanzata inglese verso Messina.

Nel settore dell’8a Armata infatti, anche dopo la caduta del ponte di Primosole, i combattimenti non erano calati di intensità; i reparti italo-tedeschi, ai quali si erano uniti quelli della 29a Panzergrenadier Division giunta dall’Italia meridionale, continuavano a battersi strenuamente rallentando l’avanzata nemica.

VERSO MESSINA

Il 25 luglio, con la destituzione di Benito Mussolini da capo del governo, le unità italiane sull’isola si sbandarono completamente, lasciando i tedeschi da soli a difendere il territorio siciliano. Vista l’impossibilità di poter ricacciare gli alleati in mare, venne ordinata da Berlino l’evacuazione dell’isola (Operazione Lehrgang) per riuscire a riportare in Calabria il maggior numero di forze possibili. La resistenza all’avanzata alleata sarebbe continuata sul continente.

Il comando operativo delle forze italo-tedesche passò nelle mani del generale Hans Valentin Hube comandante del XIV° Panzerkorps; il generale Guzzoni si vide costretto ad ordinare ai reparti delle divisioni Aosta e Assietta di seguire la manovra di ripiegamento dei tedeschi; le due divisioni da sole non erano in grado di affrontare la 7a Armata americana.
Nel settore dell’8a Armata britannica, i reparti della 78a divisione canadese conquistarono dopo il 25 luglio le località di Assoro e Agira, spingendosi verso Regalbuto. I reparti tedeschi continuarono a difendersi aspramente nelle località di Centuripe, Regalbuto e Adrano, in una serie di furiosi combattimenti tra il 30 luglio ed il 7 agosto.
Il 4 agosto i reparti della Hermann Goering si ritirarono da Catania dove il 5 fecero il loro ingresso i reparti inglesi.

TROINA

Le forze americane il 30 luglio avevano conquistato Santo Stefano ed erano entrate a Nicosia; il loro prossimo obiettivo era Troina uno dei capisaldi della linea difensiva tedesca. A difenderla c’erano i reparti della 15a Panzergrenadier Division e della divisione italiana Assietta, gli ultimi soldati a difendere l’onore della nazione.
I reparti italo-tedeschi si erano ben trincerati sulle colline intorno alla città, con la possibilità di osservare con netto anticipo le possibili mosse del nemico.
La battaglia per Troina iniziò il 31 luglio: Patton impiegò tutti i pezzi della sua artiglieria e l’appoggio dell’aviazione per tentare di fiaccare le difese italo-tedesche. Dopo il massiccio bombardamento terrestre ed aereo furono inviati all’attacco i reparti di fanteria dei generali Bradley ed Allen. Appena giunti in prossimità dell’abitato, i fanti americani vennero accolti da un massiccio fuoco di sbarramento dei difensori; dall’alto delle loro posizioni le armi pesanti italiane e tedesche falciarono letteralmente le colonne nemiche in avvicinamento. Seguirono furiosi combattimenti corpo a corpo, che videro le posizioni sulle colline passare più volte di mano.
Solo grazie alla superiorità di uomini e di mezzi, gli americani riuscirono ad avere la meglio, dopo circa una settimana di durissimi scontri. Nella notte tra il 5 ed il 6 agosto, le forze superstiti italo-tedesche a difesa di Troina, riuscirono ad abbandonare l’abitato senza farsi scorgere dal nemico. Il giorno dopo gli americani presero possesso della posizione, ridotta ad un cumulo di macerie e senza più abitanti.
Le perdite americane erano state notevoli: alcune unità, come la 1a divisione di fanteria dovettero essere ritirate dalla prima linea, per essere riorganizzate.Anche a San Fratello gli americani furono duramente impegnati dai reparti della 29a Panzergrenadier Division, attestati sulla collina lungo la strada costiera.
Dopo il fallimento degli attacchi frontali, a causa della forte resistenza opposta dai tedeschi, gli americani tentarono di prendere alle spalle le forze nemiche facendo sbarcare a Sant’Agata di Militello alcuni reparti di fanteria, del genio ed un plotone di carri Sherman.
I tedeschi riuscirono tuttavia ad evitare la cattura riuscendo a ripiegare in ordine verso Messina: la marcia della 29a Panzergrenadier Division venne ostacolata ancora dai reparti di Patton nei pressi di Brolo. Totalmente accerchiati, i tedeschi riuscirono ancora una volta ad evitare l’annientamento.

FUGA VERSO LO STRETTO

A partire dall’11 agosto iniziarono le operazioni di trasferimento delle truppe italo-tedesche da Messina verso Reggio Calabria; malgrado le difficoltà del momento, si riuscirono ad evacuare oltre ad un gran numero di uomini anche grandi quantitativi di armi, materiali ed equipaggiamento. Fecero ritorno sul continente circa 40.000 soldati tedeschi e 62.000 italiani, insieme a circa 10.000 veicoli a motore, 60 carri armati, 150 cannoni ed un grande quantitativo di carburante.
Solo il 17 agosto gli alleati entrarono a Messina dopo trentotto giorni dall’inizio dello sbarco; il generale Alexander aveva previsto di occupare la Sicilia in dieci-quindici giorni, mentre Montgomery aveva pensato di giungere a Catania in cinque-sei giorni, ed invece vi giunse solo il 4 agosto, dopo quasi quattro settimane.

 

Bibliogafria
B. P. Boschesi, “Le armi, i protagonisti…della guerra di Mussolini”, Mondadori Editore
M. Setti, “Ali Silenziose”, Mursia editore
James Lucas, “Aquile all’attacco”, Hobby & Work editrice

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