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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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Ottobre 1940:
Offensiva Italiana in Grecia

di Massimiliano Afiero


L'offensiva italiana in Grecia ebbe inizio il 28 ottobre 1940, scatenata allo scopo di allontanare qualsiasi mira espansionistica inglese verso la penisola balcanica. Il nostro governo temeva che il territorio greco poteva essere utilizzato dagli inglesi, con i quali eravamo in guerra dal giugno 1940, per bombardare l'Albania, l'Italia meridionale e i pozzi petroliferi rumeni di Ploiesti.
La Grecia, pur se governata da un regime nazionalista guidato dal primo ministro Metaxas, ideologicamente più vicino alle forze dell'asse, era un paese tradizionamente e storicamente amico della corona britannica. Nell'ultimatum inviato dall'Italia al primo ministro greco, la mattina del 28 ottobre, infatti si motivavano così le intenzioni italiane:

"E' ormai manifesto che la politica del governo greco è stata ed è diretta a trasformare il territorio greco in una base di operazioni belliche contro l'Italia. Questo non potrebbe portare che ad un conflitto armato tra Italia e Grecia, conflitto che il Governo italiano ha tutte le intenzioni di evitare. Il Governo italiano è venuto pertanto alla determinazione di chiedere al governo greco, come garanzia della neutralità della Grecia e come garanzia della sicurezza dell'Italia, la facoltà di occupare con le proprie forze armate alcuni punti strategici in territorio greco…ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenza, tali resistenze saranno piegate con le armi…"

A Metaxas furono concesse tre ore di tempo per accettare le richieste italiane, ma non ci fu tempo materiale per decidere, tre ore dopo le nostre truppe di stanza in Albania varcarono il confine con la Grecia.
Il piano di invasione della Grecia era nei cassetti dello Stato Maggiore italiano fin dall'agosto del '39; venne ripreso dai nostri comandi militari per tentare di controbilanciare le inarrestabili vittorie tedesche in Europa; in particolare Mussolini affrettò i tempi dopo l'ingresso delle truppe tedesche in Romania avvenuto con la complicità del governo filo-nazista rumeno del conducator Antonescu.


IL PIANO D'ATTACCO

Il piano di invasione della Grecia, preparato dal nostro Stato Maggiore, prevedeva un'offensiva dal territorio albanese per la conquista dell'Epiro, dopodichè le truppe ricevuti i dovuti rinforzi si sarebbero spinte prima verso Atene e poi avrebbero proceduto all'occupazione di tutto il territorio.
Nel pianificare le operazioni i nostri generali, non si preoccuparono affatto di prevedere uno sbarco di truppe sulla costa greca allo scopo di chiudere il nemico in una morsa o almeno distogliere truppe preziose dal  confine greco-albanese.
Venne solo ipotizzata, ma poi non realizzata, una operazione di sbarco a Corfu.
Per il casus belli, cioè la giustificazione ufficiale all'uso della forza contro un paese neutrale, il luogotenente italiano in Albania Jacomoni predispose incidenti di confine fra ciamurioti (una minoranza etnica albanese in territorio greco) e autorità greche.


LE FORZE IN CAMPO

Lo schieramento delle forze italiane in Albania contava 87.000 uomini: 75.000 lungo il confine greco e 12.000 (divisione Arezzo agli ordini del generale Feroni) lungo quello jugoslavo.
Il comandante Visconti Prasca, disponeva di 7 divisioni più altre unità minori lungo il confine greco-albanese, schierate da ovest verso est in questo modo:

Raggruppamento Litorale agli ordini del generale Rivolta (circa  5.000 uomini)
3° Reggimento Granatieri di Sardegna
7° Reggimento cavalleria Milano
6° Reggimento cavalleria Aosta
un battaglione camicie nere 

XXV° Corpo d'Armata della Ciamuria agli ordini del generale Carlo Rossi
Divisione di fanteria Siena agli ordini del generale Gabutti (9.000 uomini)
Divisione di fanteria Ferrara agli ordini del generale Zannini (12.000 uomini) + 3.500 volontari albanesi
Divisione corazzata Centauro agli ordini del generale Magli (4.000 uomini e 163 carri)

Divisione Alpina Julia, agli ordini del generale Girotti, comprendente 5 battaglioni, 2 gruppi di artiglieria, un reparto di volontari albanesi per un totale di circa 10.000 uomini.

XXVI° Corpo d'Armata agli ordini del generale Gabriele Nasci

        Divisione di fanteria Piemonte agli ordini del generale Naldi (9.000 uomini)
       
Divisione di fanteria Parma agli ordini del generale Grattarola (12.000 uomini)
       
Divisione di fanteria Venezia agli ordini del generale Bonini (10.000 uomini)

I greci disponevano nell'Epiro dell'ottava divisione rinforzata da una Brigata di fanteria ed una di artiglieria; nella zona del Pindo schieravano 3 battaglioni rinforzati mentre nella Macedonia occidentale c'era la nona divisione, la quarta Brigata più altri sette battaglioni di fanteria in seconda linea. 
Nel rapporto di forze tra le truppe italiane e quelle greche, sembrava esserci almeno sulla carta una netta superiorità italiana. L'unica superiorità reale l'avevamo in cielo, dove la nostra aereonautica schierava 400 aerei contro solo un centinaio di vecchi aereoplani greci. Per il resto ci sono da fare alcune osservazioni.
 
La maggior parte delle divisioni italiane non aveva gli organici completi, sia come uomini che come mezzi. Le divisioni italiane erano organizzate su due soli reggimenti (un espediente trovato dal nostro Stato Maggiore per aumentare il numero totale di divisioni) a differenza di quelle greche che invece ne avevano tre.
Nel settore macedone i Greci potevano contare addirittura una superiorità di forze rispetto a quelle italiane.

Il generale Visconti Prasca, prima dell'offensiva, arrivò a dichiarare con chiaro senso di massima irrealtà, che le nostre forze rispetto alle truppe nemiche avevano una superiorità di due a uno. Il Capo di Stato maggiore, il maresciallo Badoglio, pur conoscendo la realtà dei fatti, non si oppose alle dichiarazioni del Visconti Prasca; anche Badoglio come molti altri a Roma, pensava di poter risolvere la faccenda greca in poche settimane con poche divisioni. 
Per quanto riguarda l'armamento le divisioni italiane disponevano di più mortai (6 contro 4), ma disponevano della metà di mitragliatrici. Il numero dei pezzi di artiglieria era pressochè uguale. L'armamento individuale era sia per gli italiani che per i greci ancora quello della Prima guerra mondiale, con qualche leggera variante: il moschetto '91 dei nostri fanti superava di poco il Mannlicher-Schoenauer dei greci.

PRIME OPERAZIONI

Data la stagione l'inizio dell'offensiva italiana in Grecia avvenne in condizioni meterologiche disastrose: i reparti italiani mossero dalle posizioni albanesi sotto una pioggia battente, che non solo rese difficile il movimento delle truppe ed il trasporto dei mezzi, ma ostacolò anche le operazioni della nostra aereonautica che non potè fornire il dovuto appoggio alle forze di terra. I carri armati leggeri della Centauro si impantanarono sulle strade fangose rallentando notevolmente i ruolini di marcia dei vari reparti. 
Malgrado queste difficoltà, la penetrazione italiana in territorio greco, riuscì e i primi scontri con i reparti ellenici si risolsero sempre positivamente. 
Lungo la costa i cavalleggeri ed i granatieri del Raggruppamento Rivolta raggiunsero il fiume Kamalas, mentre gli alpini della Julia si inerpicavano lungo i sentieri montani del Pindo in direzione di Metzovo. L'obiettivo principale della Julia era quello di occupare i passi montani di Metzovo e Drisko alfine di evitare il possibile congiungimento delle forze greche della Tessaglia con quelle dell'Epiro.

 Bollettino di guerra italiano del 30 ottobre 1940
"All'alba di ieri le nostre truppe dislocate in Albania hanno varcato la frontiera greca e sono penetrate per vari punti nel territorio nemico; l'avanzata prosegue. La nostra aviazione nonostante le avverse condizioni atmosferiche ha bombardato ripetutamente gli obiettivi militari assegnati, colpendo bacini, banchine, scali ferroviari e provocando incendi nel porto di Patrasso; sono stati colpiti anche gli impianti lungo il canale di Corinto e nella base navale di Prevesa e gli impianti aereoportuali della base aerea di Tatoi, presso Atene. Tutti i nostri velivoli sono rientrati"

 Dal 31 ottobre però la resistenza greca lungo tutto il fronte iniziò gradualmente a farsi più aspra. Cosa era accaduto? I greci, avevano fatto affluire nuove divisioni provenienti dal confine con la Bulgaria e la Turchia, paesi che avevano palesemente manifestato la propria neutralità e la loro intenzione a non voler intervenire contro i greci. L'avanzata italiana si arrestò: in molti settori del fronte, i greci grazie alla loro superiorità numerica contrattaccarono costringendo i nostri soldati sulla difensiva. 
Inoltre pochi giorni dopo l'inizio delle ostilità l'Inghilterra aveva iniziato ad inviare in Grecia aerei ed unità terrestri, prima a Creta e poi nel Peloponneso: in pochi giorni gli inglesi assunsero il controllo di tutti i principali porti greci. 
Rinfrancati dagli aiuti inglesi, i greci passarono alla controffensiva su tutto il fronte greco albanese. Da attaccanti venimmo attaccati; i reparti albanesi al fianco delle nostre truppe svanirono nel nulla. Dei mille volontari del Tomor, il miglior battaglione albanese, ne rimasero a combattere solo 120, tutti gli altri disertarono al primo colpo di fucile. 
La sollevazione delle popolazioni albanesi in territorio greco, auspicata dai nostri strateghi  non solo non ci fu, ma ci mancò poco che si rivolgesse contro le nostre stesse truppe. 
Sul fronte della Macedonia i greci attaccarono i nostri reparti costringendoli ad arretrare; dal giorno 3 novembre le prime truppe greche varcarono il confine albanese. 
Sulle montagne del Pindo, gli alpini della Julia si ritrovarono accerchiati, senza più collegamenti e rifornimenti: il primo rifornimento aereo agli stremati reparti della Julia arrivò solo il 5 novembre. 
Il 6 novembre, constatata finalmente l'inferiorità numerica delle nostre truppe su tutto il fronte greco-albanese, lo Stato Maggiore Italiano decise di costituire il Gruppo di Armate di Albania, con l'invio di nuove divisioni dalla madrepatria. 
L'8 novembre in attesa dei rinforzi dall'Italia, venne ordinata la sospensione dell'offensiva in Grecia, ormai tramutatasi in difensiva. La Julia iniziò il ripiegamento sotto il fuoco nemico, prima verso Konitsa e poi verso il ponte di Perati, dopo aver ricevuto l'ordine di difendere la vallata della Vojussa: seguirono due settimane di durissimi combattimenti e di marce estenuanti.

L'ORA DI CAVALLERO

Il 9 novembre Visconti Prasca venne sostituito al comando delle truppe in Albania dal generale Ubaldo Soddu, il quale malgrado le insistenze di Mussolini non riuscì ad intraprendere nessuna operazione offensiva ma solo a riorganizzare la debole linea difensiva italiana. Le nuove truppe dall'Italia stavano giungendo, ma lentamente; il trasporto degli uomini e dei mezzi venne ostacolato per mare dai sommergibili  inglesi nell'Adriatico e per aria dall'aviazione nemica i cui aerei decollavano ormai dalla Grecia. 
I due porti di Durazzo e di Valona non erano adeguatamente attrezzati per accogliere tanto materiale in così poco tempo e venne crearsi una situazione di caos totale. I reparti italiani appena sbarcati, venivano inviati in prima linea con armi ed equipaggiamento incompleto. In queste condizioni si riuscì solo a rinforzare il dispositivo difensivo in Albania ma non a riprendere l'offensiva.

 Lo schieramento del Gruppo d'Armate di Albania venne organizzato in due armate:

 la IXa , agli ordini del generale Vercellino, schierata tra la Macedonia e il Pindo, comprendente le divisioni Piemonte, Arezzo, Parma, Venezia, Julia, Bari e Tridentina;

 l'XIa,  agli ordini del generale Geloso in Epiro, comprendente le divisioni Ferrara, Centauro e Siena.

 Il 14 novembre, il comandante greco Papagos ordinò una nuova offensiva in direzione di Coriza, in Macedonia; alla 9a divisione ed alla IVa Brigata si erano aggiunte altre tre divisioni, la 7a, la 10a e l'11a. I greci attaccarono prima sul Devol, e poi aggirarono le posizioni italiane sul massiccio della Morova sia da sud che da nord, nella zona di Erseke; lo scopo principale dell'offensiva era quello di dividere le forze italiane della XIa Armata da quelle della IXa. Gli attacchi greci vennero respinti prontamente dall'azione dei nostri reparti, ma quando la pressione greca si fece troppo forte, Soddu ordinò un ripiegamento strategico per poter disporre meglio le truppe in posizione difensiva; Coriza venne abbandonata dagli ultimi reparti italiani la notte del 21 novembre. 
Il 28 novembre, con la caduta di Pogradec la nuova linea difensiva venne arretrata ulteriormente verso ovest: ormai i Greci erano in territorio albanese. 
Anche sul fronte della XI a Armata la pressione dei greci si fece fortissima: i reparti speciali montati sui celebri cavallini macedoni da montagna riuscirono ad infiltrarsi nelle nostre linee e ad ingaggiare furiosi combattimenti corpo a corpo.

  LA JULIA SI DISSANGUA

La ritirata degli alpini della Julia dal Pindo non si trasformò mai in rotta, malgrado il tallonamento continuo del nemico. Il 16 novembre i resti dei battaglioni della divisione, decimati dalle perdite subite nei giorni precedenti, erano attestati nell'area intorno al ponte di Perati sulla Vojussa. 
La linea difensiva era presidiata dai battaglioni L'Aquila, Cividale e Val Tagliamento. Il 20 novembre i greci attaccarono nel tratto tenuto dal Val Tagliamento: gli alpini riuscirono ad arrestare l'offensiva nemica combattendo strenuamente. Vista la tenacia degli alpini, i greci tentarono di colpire sui fianchi le posizioni italiane: seguirono sei ore di scontri durissimi, che costrinsero i nostri comandi ad ordinare un ripiegamento lungo la Vojussa verso Premeti e Ura Petrani, dopo aver fatto saltare tutti i ponti sul fiume. Per meglio  comprendere la durezza dei combattimenti riportiamo la testimonianza dell'alpino Arturo Gazzini del battaglione Cividale:

"Ci attendeva ben presto il ponte di Perati. Mi trovai in mezzo a quella furibonda battaglia: era il 21 novembre, calpestando i morti, scavalcando i feriti, il bosco bruciava; i fanti su nella conca venivano travolti e maciullati dalle granate; i bersaglieri abbandonavano i loro mezzi per improvvisarsi alpini; dall'alto vidi il ponte saltare. Gli alpini e artiglieri alpini combattevano con furore per contenere il nemico e salvare il salvabile".

Il 1 dicembre la Julia venne attaccata sui fianchi a Mali Micianit: malgrado la strenua resistenza, i greci riuscirono ad aprirsi un varco e a dividere gli alpini dal 41° reggimento della divisione Modena. Per colmare la breccia si dovettero far arretrare tutti i reparti per evitare un possibile accerchiamento.

  BATTAGLIA DI CONTENIMENTO

Con i greci che spingevano i nostri soldati verso le coste dell'Adriatico, fu normale che a Roma qualche responsabile militare pagasse; di fronte a questa grave sconfitta militare, il capo di Stato Maggiore Badoglio venne sostituito dal generale Ugo Cavallero. Nel momento di assumere la carica Cavallero confidò al figlio:  "adesso mi toccherà riparare agli errori di Badoglio come nella Prima Guerra Mondiale". 
Dopo Caporetto, Badoglio si macchiava di un altro grave errore militare, preludio del suo capolavoro dell'8 settembre del 1943. Lo stesso re Vittorio Emanuele III, si felicitò con Mussolini per la sua sostituzione. 
Il 4 dicembre Cavallero giunse in Albania, per incontrarsi con Soddu e pianificare subito le operazioni militari. Soddu gli presentò un promemoria spaventoso: alle truppe mancavano viveri, equipaggiamento e munizioni. 
In quello stesso giorno, i Greci erano riusciti a penetrare nel settore di Permeti, con l'obiettivo di raggiungere il passo di Klisura, ma furono respinti ancora una volta dai nostri soldati. Con l'intensificarsi della stagione fredda, il fronte si stabilizzò ed anche i greci con una bella fetta di territorio albanese nelle mani, sospesero temporaneamente le loro spinte offensive.
 
Con l'inverno e la neve arrivarono però nuovi problemi per i nostri soldati, con migliaia di casi di congelamento, soprattutto agli arti inferiori. L'equipaggiamento dei nostri soldati non era adeguato al rigore dell'inverno balcanico, forse perché nei piani dello Stato Maggiore l'operazione in Grecia, si sarebbe dovuta concludere in poco tempo. Invece la guerra continuava ed i greci continuavano a premere contro le nostre linee difensive che arretravano sempre di più.

Il 13 dicembre il battaglione Edolo della divisione Tridentina agli ordini del tenente colonello Adolfo Rivoir, combattè duramente nella conca di Dushar: il comando italiano aveva ordinato la resistenza ad oltranza sulla quota 1822 con tutte le forze disponibili. Gli alpini dell'Edolo, poco più di un centinaio, per le perdite subite nei precedenti scontri, si trovarono contro tre battaglioni greci, resistendo ai loro attacchi per ben tre giorni. Alla fine i greci riuscirono a conquistare quota 1822, ma vennero colpiti duramente dal fuoco dei cannoni della 31a batteria alpina dovendo abbandonare le posizioni raggiunte dopo aspri combattimenti. I superstiti dell'Edolo, 5 ufficiali e 23 alpini riuscirono a ricongiungersi con gli altri reparti. 
Il 18 dicembre Cavallero, in una riunione a Roma, con gli alti comandi militari fece il punto della situazione in Albania:

 "Si tratta di un fronte di 250 chilometri, tenuto da 160.000 uomini, di cui 100.000 in linea, che ha arretrato ma non ceduto, malgrado sia stato alimentato soltanto da complementi ed abbia dovuto quotidianamente sostenere l'urto delle forze greche. E' solo un velo di uomini, ma contro di esso si è infranto ogni sforzo avversario. Il pericolo grave era rappresentato dalla separazione delle due Armate, ciò che non è avvenuto per la tenacia con cui i nostri soldati hanno saputo resistere".

Intanto al fronte, dopo il ripiegamento sulla Vojussa, i greci puntavano ormai verso l'Adriatico con l'obiettivo di cacciare le nostre truppe dall'Albania. 
Grazie al sacrificio dei nostri soldati attraverso una serie di azioni di contenimento l'offensiva greca venne fermata, con un alto contributo di sangue. Ai reparti alpini spettarono la prima linea ed i combattimenti più arditi, ma anche le perdite più elevate. 
Alla fine di dicembre il fronte albanese si stabilizzò completamente: Soddu venne richiamato in patria e Cavallero assunse ufficialmente il comando delle truppe italiane in Albania. 
Solo il 21 gennaio 1941, Cavallero ordinò una offensiva con l'obiettivo di riconquistare Klisura, che però non ebbe successo. I greci riuscirono a prevenire l'attacco italiano e respinsero le nostre truppe. 
All'inizio di febbraio i greci ritornarono all'offensiva, puntando su Tepeleni: grazie alla resistenza degli alpini della Julia i greci furono respinti, dopo una serie di sanguinosi combattimenti che videro le vette passare di mano più di una volta.

    Massimiliano Afiero


Bibliografia:

G.Oliva, "Storia degli alpini", edit. Rizzoli
Ufficio Storico dello SME, "La Campagna di Grecia", Roma 1980

 

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