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Perchè l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale?

donna rachele guidi mussoliniEcco a voi la verità raccontata dalla donna che viveva accanto al Duce e che lo aveva sposato: Rachele Guidi.
Si è tanto detto e scritto sull’entrata in guerra dell’Italia nella seconda guerra mondiale, ma non si è mai arrivati ad una versione definitiva. Vediamo insieme il resoconto di Donna Rachele dal libro delle sue memorie. Chi piu’ informata sugli eventi e sulle reali motivazioni della moglie del Capo del governo?

- I tentativi di evitare la guerra-

«Quando si rese conto che non poteva far piu’ nulla per evitare la guerra, mio marito cercò di tenerne fuori l’Italia il piu’ a lungo possibile. Non era un segreto per nessuno che se l’Italia fosse stata obbligata ad una guerra, le Forze Armate non sarebbero state pronte al cento per cento, prima del 1943. Dapprima mio marito cercò, grazie al «Patto d’Acciaio», di convincere Hitler ad assumere un atteggiamento meno bellicoso, ma si rese conto che i suoi tentativi erano destinati al fallimento. “Spero di potere acquietare con la mia franchezza i bollenti spiriti dei generali del Fuhrer,” disse “perché oggi l’Italia è soltanto in grado di poter affrontare un conflitto di violenta ma breve durata. Ma le guerre sono come le valanghe: non puoi prevedere il loro volume, né la durata né la direzione. C’è stata persino una guerra di cento anni, Rachele, ma farò il possibile per evitarla o rimandarla.”
Secondo mio marito, il colpo di grazia alla pace mondiale era stato dato dal «Patto di non aggressione» stipulato tra la Germania nazista e la Russia comunista. Ne fu molto irritato, non per il fatto in sé, poiché aveva sostenuto presso il Fuhrer in alcune occasioni l’utilità di un modus vivendi con l’Unione Sovietica, ma perché Stalin aveva così autorizzato la Germania a correre qualsiasi avventura in Occidente. “In parole povere, adesso Hitler è libero di invadere la Polonia.” disse.
Il 25 agosto non c’erano piu’ dubbi: la Germania voleva la guerra. Nella giornata del 25 Hitler aveva mandato a mio marito un lungo messaggio. Terminava la lettera facendo appellto all’aiuto dell’Italia in virtu’ del «Patto d’Acciaio» e alla sua comprensione. Fu questa la parola alla quale il Duce si aggrappò per cercare di ritardare la scadenza e di tenere l’Italia fuori dal conflitto, qualora non ci fosse nessun’altra soluzione pacifica. Rispose immediatamente al Fuhrer con un messaggio “temporeggiatore” dove lo informava che, se voleva che l’Italia si mettesse subito al fianco della Germania, doveva prima rifornirla di materie prime e di armamenti. Il suo scopo era restare neutrale fino al 1942, anno in cui riteneva che l’Italia sarebbe stata pronta per entrare in guerra, se fosse stato necessario.
Manda a Hitler un nuovo messaggio con i quantitativi volutamente esagerati per impedirgli di fornire tutto. Il 28 agosto Hitler risponde nel senso che il Duce si augura: non può mandare all’Italia tutto quello che gli è stato chiesto, ma accetta la sua neutralità a tre condizioni, che devono restare segrete.
Le condizioni sono queste: l’Italia non deve rendere nota la propria neutralità prima dell’inizio delle ostilità, al fine di impegnare su di essa le forze armate francesi e inglesi; deve proseguire ostentatamente i suoi preparativi militari, sempre allo stesso scopo; il Governo italiano deve mandare altri operai per sostituire i cittadini tedeschi che partono per il fronte.
Il Duce si trova ora in una posizione “ambigua” nei confronti di Francia e Inghilterra, proseguendo ufficialmente i preparativi di guerra. Questa sensazione trova conferma negli avvenimenti, che precipitano a partire dal 30 agosto.
Quel giorno Hitler riceve la risposta inglese alle sue proposte. Non gli dà soddisfazione. Il 31 agosto la situazione è disperata. Il Duce fa un ultimo tentativo: si dichiara disposto a intervenire presso il Fuhrer, purché la Polonia accetti di dare Danzica alla Germania. Halifax risponde che la proposta di cedere Danzica è inaccettabile. Mussolini tenta un altro mezzo: nel pomeriggio propone alla Francia e all’Inghilterra una conferenza per il 5 settembre, allo scopo di riesaminare il trattato di Versailles. Se questi due paesi si dichiarassero d’accordo, il Duce potrebbe frenare Hitler ancora una volta.
Ma la sera stessa, Ciano viene a sapere che le comunicazioni fra Italia e Inghilterra sono interrotte. Lo stratagemma ideato per dare l’impressione che anche l’Italia sarebbe entrata in guerra, è riuscito al di là di ogni speranza dello stesso Fuhrer: gli inglesi non hanno piu’ fiducia nell’Italia e sono convinti che mio marito li inganni. Allora, per provare la buona fede degli italiani, Ciano rivela a Percy Loraine, ambasciatore britannico a Roma, che l’Italia rimarrà neutrale. Risultato: il 31 agosto 1939, per aver voluto aiutare la Francia e l’Inghilterra ad arrivare ad una conferenza di pace, l’Italia era arrivata a non rispettare un accordo segreto stipulato con la Germania. E dopo essersi trovato in una posizione ambigua nei confronti di Francia e Inghilterra per far piacere ad Hitler, mio marito si trovava nella stessa situazione nei confronti del Reich. E, dopo aver rischiato di essere attaccato dalla Francia e dall’Inghilterra il nostro Paese ora correva il rischio di essere attaccato dalla Germania. Debbo aggiungere che il gesto di Ciano del 31 agosto di rivelare la neutralità italiana degli a Inghilterra e Francia fu una delle ragioni per cui Ribbentrop ed altri gerarchi nazisti vollero liberarsi di lui.
Di fronte a questo nuovo aspetto della situazione, il Duce non si ferma ma si ostina nei tentativi di pace. Tuttavia, prima di presentare una nuova proposta, vuole proteggersi le spalle: la mattina del 1 settembre, di buon’ora, chiede ad Attolico di ottenere da Hitler un telegramma che lo sciolga in quel momento dagli obblighi dell’alleanza. Il telegramma arriva immediatamente. La risposta è favorevole. Però, arriva subito un altro telegramma: Hitler fa capire a Mussolini che non vuole piu’ transigere ed è deciso ad andare avanti, occupare Danzica, anche a costo di fare la guerra alla Polonia. Nonostante questo messaggio, il Duce provocò un ultimo sussulto di speranza, il 2 settembre, proponendo nuovi negoziati; Hitler, conciliante contro ogni aspettativa, accetta. Nel pomeriggio, alla presenza di André Francois Poncet e di Percy Loraine, rispettivamente ambasciatori di Francia e di Inghilterra a Roma, Ciano telefona ad Halifax a Londra e a Bonnet a Parigi per trasmettere la proposta di Mussolini. Alle diciannove, Halifax richiamò Ciano per dirgli che la proposta italiana era accettabile solo a condizione che “le truppe tedesche si ritirino dal territorio polacco, che esse hanno cominciato ad occupare dal giorno prima”.
Ribbentrop non risponde al telegramma che Ciano gli fa avere, per informarlo delle conizioni proposte da Londra.
La mattina del 3 settembre la Francia e l’Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. Ormai anche loro avevano deciso per la guerra.»

-L’Italia entra in guerra-

«Fin dal 1939, durante una seduta del Gran Consiglio del Fascismo, il Duce aveva esposto le rivendicazioni dell’Italia nei confronti della Francia: tutti i terroitori al di qua delle Alpi dovevano essere italiani e quelli che si trovavano oltr’Alpe, francesi. Di fatto, questa rettifica non comportava una grande perdita per la Francia. La frontiera, credo, sarebbe passata per Mentone e Nizza. Il Duce aveva anche reclamato la Tunisia- che doveva passare sotto il protettorato italiano- Gibuti e la Corsica.Queste rivendicazioni non erano mai state svelate e i propositi dell’Italia erano rimasti segreti. “Come potrò pretendere dalla Germania il riconoscimento delle nostre rivendicazioni se l’Italia sarà rimasta alla finestra? Andrebbe a picco il nostro prestigio e la nostra posizione come potenza mondiale. Inoltre non voglio che Hitler rimanga il solo interlocutore degli inglesi e dei francesi, nel loro stesso interesse; e questo, Churchill, lo sa bene.”

Gli interventi presso il Duce si moltiplicarono, sia da parte dei tedeschi che degli “alleati” (Francia e Inghilterra) Questi si auguravano che l’Italia non entrasse in guerra; ma nel frattempo, per merito della loro strepitosa avanzata, le truppe tedesche erano sempre piu’ vicine a tutti i confini italiani. Hitler, che aveva sciolto il Duce dai suoi impegni nel 1939, quando la guerra sembrava limitata Alla cortese attenzione di Polonia, fece intendere la eventualità che questa volta non si sarebbe fermato alla frontiera italiana se il nostro Paese fosse rimasto neutrale. Ma soprattutto era lo Stato Maggiore del III Reich minacciava puramente e semplicemente di invadere ed occupare l’Italia. Ed era proprio quello che il Duce aveva temuto sin dal primo giorno di guerra.
Questa nuova e grande preoccupazione era nata dopo la visita fatta a Palazzo Venezia da Sumner Welles, inviato speciale di Roosvelt. Appena arrivato in Italia si chiuse nell’ufficio di mio marito ed ebbe con lui un colloquio molto lungo ma soprattutto “molto franco”. Il contraccolpo di questa visista americana non tardò a farsi sentire: appena informato, Hitler mandò a sua volta a Roma un influente messaggero, il Ministro degli Esteri von Ribbentrop. Se non sbaglio, fece intendere che le truppe tedesche non avrebebro esitato ad occupare militarmente l’Italia qualora avesse fatto un ennesimo “giro di Valzer”.
Da quel giorno il Duce si convinse che la non belligeranza dell’Italia non poteva durare a lungo. Tuttavia, per non sacrificare un solo soldato italiano prima del momento giusto, cercava di tenere duro il piu’ possibile. Fra marzo e aprile Hitler intensificò la sua azione psicologica: prima al Brennero, dove incontrò mio marito per esporre i suoi piani; poi facendo annunciare, il 9 aprile, l’attacco alla Norvegia e alla Danimarca. L’11 aprile gli mandò un messaggio amichevole seguito da un altro il 20, e poi altre lettere, il 28 aprile e il 4 maggio, con nuovi annunci di vittorie.
Il 10 maggio si ebbe il gran colpo. Ciano avvertì il Duce che l’ambasciatore tedesco Von Mackensen gli aveva detto che forse avrebbe dovuto disturbarlo durante la notte per una comunicazione urgente che aspettava da Berlino. Infatti alle quattro del mattino Von Mackensen gli consegnò una lettera sigillata dal Fuhrer nella quale questi annunciava la decisione di attaccare l’ Olanda e il Belgio. Chiedeva inoltre a mio marito di prendere le disposizioni che riteneva opportune per l’avvenire dell’Italia. Parlando chiaramente, voleva dire: “Aspetto di vedere cosa farete. Adesso la mossa spetta a voi.”
Che cosa potevano fare i “tiepidi” messaggi che continuavano ad arrivare dall’America, dalla Francia e dall’ Inghilterra? Il 24 aprile Paul Reynaud aveva scritto a mio marito per esprimergli la sua convinzione che la Francia e l’Italia non potevano battersi prima che i loro capi ne avessero discusso.
“Bisognava discutere prima, non ora” aveva commentato Mussolini con amarezza.
Solo pochi giorni dopo l’intimazione di Hitler del 10 maggio, fu Churchill a scrivere al Duce. Ricordo una frase: “Dichiaro di non essere mai stato nemico della nazione italiana, né, in fondo al cuore, avversario di colui che in Italia detta legge…”
“E’ proprio il momento di scrivermi queste cose” disse Benito.”Se nel 1935 gli inglesi non avessero fatto votare le sanzioni dalla Società delle Nazioni, avremmo potuto costituire un blocco europeo.”
E a proposito di un’altra frase di Churchill che metteva in guardia il Duce contro l’aiuto che l’Inghilterra avrebbe certamente ricevuto dall’America, se questa si fosse decisa a entrare a sua volta in guerra, mio marito commentò: “L’Inghilterra non può oggi opporsi alla macchina bellica tedesca. Gli Americani sono troppo lontani e, anche se decidessero di intervenire, i tedeschi avranno vinto prima che essi abbiano avuto il tempo di fare qualcosa.”
Ogni giorno arrivavano a Roma notizie sulla fulminea avanzata del Reich. Era una vera e propria marcia trionfale, che trovava echi non solo nel partito fascista e nell’esercito italiano, ma anche fra il popolo. Ogni mattina arrivavano a Palazzo Venezia migliaia di lettere, e tutte con lo stesso ritornello: “Come sempre, l’Italia arriva per ultima: i tedeschi si prenderanno tutto”.
Il 30 maggio 1940 la tensione raggiunse un punto culminante.
Quel giorno il presidente Roosevlt fece pervenire al Duce un messaggio personale, col quale lo esortava a rimanere fuori dal conflitto. Mio marito ne fu piuttosto scosso.
La sera arrivò a Villa Torlonia con un pacco di fotografie e film, che in parte gli erano stati procurati da Vittorio grazie alle sue relazioni col mondo del cinema.
Erano documentari sulle operazioni militari tedesche in Polonia. Dopo cena, li facemmo proiettare nel salone in cui avevamo trascosro tante piacevoli serate. Quella sera fu un inferno. Eravamo atterriti di fronte a quella valanga di ferro e di fuoco, a quei mostri d’acciaio che avanzavano schiacciando tutto sul loro passaggio, mentre nel cielo volteggiavano gli Stukas, le cui sibilanti sirene ci laceravano gli orecchi. Un’emozione intensa alterava la voce di Benito: “Hai visto? Tutte quelle truppe, tutti quei formidabili armamenti non sono piu’ lontani, ora. Ben presto arriveranno ai nostri confini; e d’altra parte, se lo vogliono, i tedeschi non hanno bisogno di attraversare la Francia: abbiamo dei confini in comune, adesso. In poche ore possono invadere l’Italia. Non ci sono piu’ dubbi, Rachele: che noi entriamo in guerra o no, i tedeschi occuperanno l’Europa. Se non saremo al loro fianco, saranno i soli a dettar legge all’Europa di domani.” Mi posò una mano sulla spalla, mi guardò negli occhi e disse: “Rachele, anche noi abbiamo dei figli. Anche noi tremeremo per loro come milioni di altri italiani. Ma io non posso piu’ indietreggiare. Nel solo interesse dell’Italia, ma anche per evitare che subisca la sorte della Polonia, dell’Olanda e di tanti altri paesi. Dio mi è testimone che ho fatto tutto il possibile per salvare la pace.”»

Da Mussolini privato, di Rachele Mussolini (1973)

 

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