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Piazzale
Loreto
Credo
sia noto a tutti che a Milano, il luogo di Piazzale Loreto, é
storicamente (e aggiungerei anche tristemente) legato ai fatti di
fine Aprile1945, quando divenne quadro della macabra esposizione
dei corpi di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di alcuni
gerarchi fascisti.
Non a tutti é noto peró, che quei corpi furono esposti a Piazzale
Loreto, come risposta ad un’altra esecuzione, avvenuta diversi mesi
prima in quella stessa piazza, nella quale vennero giustiziati per
rappresaglia alcuni partigiani comunisti.
Ma in conseguenza di quali fatti, questi uomini divennero vittime
della suddetta rappresaglia ?
MILANO, 10 Agosto1944.
15 partigiani detenuti nel carcere di San Vittore, tali Andrea
Esposito , Domenico Fiorano, Giulio Casiraghi, Umberto Fogagnolo,
Salvatore Principato, Renzo Del Riccio, Libero Temolo, Vittorio
Gasparini, Antonio Bravin, Egidio Mastrodomenico, Giovanni
Galimberti, Vitale Vertemarchi, Giovanni Colletti, Andrea Ragni ed
Eraldo Pancini, furono condannati a morte.
Avrebbero dovuto subire la stessa sorte altri 11 loro compagni che
erano stati catturati; i nomi di questi ultimi erano, Guido Busti
, Isidoro Milani, Mario Folini, Paolo Radaelli, Eugenio Esposito,
Ottavio Rapetti, Giovanni Re, Francesco Castelli, Rodolfo Del
Vecchio, Giovanni Ferrario e Giuditta Muzzolon.
Il motivo della rappresaglia fu la giusta risposta ad un attentato
partigiano che, come tutti gli assassinii consumati dai partigiani
comunisti, causò morti tra la popolazione civile, confermando
ancora una volta il grado di bassezza e di infamia che
contraddistinse sempre le terroristiche azioni partigiane.
La solita gentaglia antifascista ha avuto il coraggio di dire e
addirittura la sfrontatezza di scrivere in qualche libro, che la
fucilazione di quei partigiani fu la conseguenza di una scellerata
rappresaglia, attuata in risposta ad un innocuo botto dimostrativo
ai danni di un autocarro tedesco che a dire di “alcuni” non causò
nemmeno vittime.
Sembrerebbe retorico ripeterlo, ma anche questo triste avvenimento
fa risaltare con quanta naturalezza gli antifascisti usino la
menzogna per distorcere la realtá dei fatti, per infamare, accusare
e screditare il Fascismo.
Adesso vedremo invece, quali furono i reali avvenimenti che
portarono alla fucilazione di quegli attivisti antifascisti eseguita
quel 10 Agosto a Milano, a Piazzale Loreto.
MILANO, 8 Agosto 1944 ( quindi, 48 ore prima della suddetta
fucilazione)
Ore 07,30,…. nell’angolo che Piazzale Loreto forma con Viale Abruzzi
, una bomba nascosta dai partigiani gappisti, esplode tra una
piccola folla; in quel posto staziona, come ogni mattina, un
autocarro tedesco che distribuisce gratuitamente viveri per la
popolazione della zona e soprattutto, latte per i bambini.
Rimangono uccisi 5 soldati tedeschi e 13 civili italiani, tra
i quali una donna, 3 ragazzini rispettivamente di 16, 13, 12 anni e
un bimbo che ne aveva appena 5.
I civili Italiani uccisi si chiamavano: Giuseppe Giudici 59 anni;
Enrico Masnata e Gianfranco Moro entrambe di 21 anni, Giuseppe
Manicotti 27 anni, Amelia Berlese 49 anni, Ettore Brambilla 46 anni,
Antonio Beltramini 55 anni; Fino Re 32 anni, Edoardo Zanini, 30
anni; i ragazzini si chiamavano, Primo Brioschi anni 12; Gianfranco
Barbigli di anni 13 e Giovanni Maggioli di 16, aveva appena 5 anni
il piccolo Gianstefano Zatti.
L’Attentato causó anche numerosi feriti più o meno gravi; essi
erano: Giorgio Terrana, Letizia Busia, Luigi Catoldi, Maria
Ferrari, Ferruccio De Ponti, Luigi Signorini, Alvaro Clerici, Emilio
Bodinella, Antonio Moro, Francesco Echinuli, Giuseppe Formora,
Gaetano Sperola e Riccardo Milanesi.
I nomi dei cinque soldati tedeschi uccisi non furono annotati nei
registri civili italiani, ma è rimasto vivo il ricordo di uno di
loro, un maresciallo del quale è rimasto solo il nome… Karl,
che per la sua mole era stato bonariamente soprannominato dai
milanesi di Porta Venezia, “El Carlùn”…(il Carlone).
Come mai
“El Carlùn”, il soldato tedesco che aveva ricevuto questo nomignolo,
era tanto conosciuto e ben voluto?
Karl era un maresciallo di fureria che si occupava alla
distribuzione di quei viveri, per cui ogni mattina, assieme ad altri
suoi commilitoni, si fermava proprio all’angolo fra Viale Abruzzi e
Piazzale Loreto con i suoi autocarri e distribuiva alla popolazione
qualcosa da mangiare e soprattutto latte per i bambini; latte che la
“Staffen-Propaganda” acquistava al mercato di Porta Vittoria, lo
aggiungeva a ció che rimaneva nelle mense militari e portava il
tutto ai milanesi.
“Questo anziano maresciallo tedesco, tanto apprezzato e ben voluto,
si era guadagnato quel bonario nomignolo, non tanto perché era
addetto alla distribuzione dei viveri alla popolazione milanese, ma
perché, spinto esclusivamente dal senso di umanitá, quando poteva, (ció
significa a titolo personale) con un piccolo camion faceva il
giro delle campagne limitrofe alla cittá e si riforniva di un po’ di
latte; finito il giro di raccolta, rientrava in cittá, si
parcheggiava come sempre, all’angolo fra Piazzale Loreto e viale
Abruzzi e qui, veniva subito attorniato da padri e madri che si
dividevano quel latte, con quella fratellanza che proviene dalla
comune disgrazia“.(quanto riportiamo qui scritto in corsivo, è stato
raccontato dallo storico Franco Bandini. - Il Giornale, 1° settembre
1996)
Un intervento
umanitario di non poco valore, organizzato da coloro che una grande
massa di vigliacchi additano come truppe occupanti; un’iniziativa
attuata in un momento in cui “tutti” sono regolarmente a corto di
viveri. Un’operazione di “public relations”, diremmo oggi, curata
dalle Forze Armate Tedesche nei confronti dei civili che, visto il
particolare periodo, aveva riscosso un successo immediato.
Una operazione che aveva il solo scopo di aiutare la popolazione e
far cosí comprendere ai civili, che i tedeschi non erano quei mostri
che certa gentaglia voleva far credere. Ecco il vero ed unico
motivo che fece decidere i partigiani ad organizzare quell’attentato;
nulla che fosse minimamente legato ad una qualsiasi attivitá
militare (anche perché, come ho giá avuto modo di dire in altri miei
articoli, i partigiani non compirono mai azioni veramente militari,
ma soltanto terroristiche) dunque niente che avesse a che fare col
patriottismo o altri motivi di una certa “nobilta” d’animo o di una
certa elevazione morale, sentimenti che sono inconciliabili con
l’essenza stessa dell’antifascismo comunista.
Il motivo che portó allo stragismo partigiano era lo stesso di
sempre, terrorizzare la popolazione e renderla nemica o comunque
tenerla distante dei tedeschi e dei fascisti, un obiettivo che si
puó assimilare solo ad una matrice ideologica sporca e innaturale
….quale è quella comunista.
Cosí la mattina dell’8 agosto 1944, i terroristi partigiani
si mescolarono alla piccola folla affamata, che si accalcava come di
consueto davanti al camioncino del “Carlùn”, posero sul sedile di
guida del camioncino una bomba ad alto potenziale che poco dopo,
nell’esplosione seminó indiscriminatamente la morte, uccidendo in
maggioranza civili milanesi.
Una strage di povera gente innocente, per l’esattezza 18 morti e
13 feriti, tutti assolutamente dimenticati, abrogati, cancellati
dalla memoria storica, politica e giudiziaria italiana; come se
fossero indegni di ricordo, di pietà, e soprattutto di giustizia.
Non ne ha mai fatto alcuna menzione Giovanni Pesce detto “Visone”,
“medaglia d’oro al valor partigiano“, (che razza di volgare
riconoscimento!!) il quale, nei libri da lui scritti sulla sua
militanza gappista, non ha mai raccontato questa azione che pure ha
avuto un bilancio in vite umane molto pesante; questo mascalzone,
che ha avuto pure il barbaro coraggio di prendersi una medaglia,
(che in realtá rappresenta null’altro che la misura della sua infame
e miserabile condotta), ha preferito non riportare.
Li hanno sempre volutamente ignorati (…mi chiedo come potrebbe
essere altrimenti!?) i comunisti appartenenti ai vari schieramenti
di sinistra come, L’Unità, l’Ulivo e Rifondazione comunista, in
tutte le loro rievocazioni storiche (ma sarebbe opportuno dire
“politiche”). Li ignora tutt’oggi persino l’amministrazione comunale
di Milano (di centro-destra) che avalla senza fiatare la mutilazione
della verità storica, con gli abituali e colpevoli silenzi.
Insomma, in un’Italia caduta in mano ai criminali appartenuti alle
bande partigiane sembrerebbe del tutto naturale che le vittime di
questa ennesima strage siano stati completamente ignorati persino da
coloro che hanno il dovere di amministrare la giustizia, infatti il
procuratore militare Pier Paolo Rivello, colui che riaprí il caso
Saevecke (leggerete poco piú avanti chi era Theodor Saevecke) si è
ben guardato dal menzionare questo fatto di sangue.
E se
ancora, dopo 65 anni tutti ignorano (moltissimi volontariamente)
questa strage gappista, causa della rappresaglia che culminerá con
la fucilazione del 10 agosto 1944, figuriamoci se qualcuno,
guardandosi bene dal raccontare, parla di cosa che accadde in quelle
48 ore intercorse tra il massacro di quegli innocenti e la
rappresaglia.
In quelle ore disperate, mentre la gestione dei rapporti fra
militari tedeschi e popolazione passava dalle “public relations”
della Staffen- Propaganda del defunto maresciallo Karl, alla Gestapo
del capitano Saevecke, per fare una “pubblica rappresaglia“, si
diede il via a un braccio di ferro durissimo fra le autorità
fasciste che, pur consapevoli della legittimitá tedesca nel volere
approntare una ritorsione, erano tuttavia contrarie alla
rappresaglia e i militari tedeschi che inferociti, invece non
volevano sentire ragione.
Alla rappresaglia si oppose, molto animatamente, il prefetto
Piero Parini, che arrivò a minacciare le dimissioni; si oppose
il federale Vincenzo Costa; si oppose lo stesso Mussolini
che intervenne direttamente sul maresciallo Kesselring e telefonó di
persona, direttamente a Hitler. La prova di quanto asserisco si
trova negli atti del processo politico subito nel dopoguerra da
Vincenzo Costa il quale, nel suo libro-diario (”Ultimo federale“, Il
Mulino, 1997) ricorda:
“Alle 14 (del 9 agosto, ndr) mi trovavo nell’ufficio del capo
della provincia quando arrivò una nuova telefonata del Duce;
abbassato il ricevitore, Parini mi permise di ascoltare la voce
inconfondibile del “Capo”. Tra l’altro egli disse: “il maresciallo
Kesselring ha le sue valide ragioni; ogni giorno nel Nord soldati o
ufficiali tedeschi vengono proditoriamente assassinati… Ha deciso di
attuare la rappresaglia. Ma sono riuscito a ridurre a dieci le
vittime… Ho interessato il Führer e spero ancora”.
Mentre le
autorità fasciste e i militari tedeschi si contendevano le vite
degli ostaggi, appese a un filo, i gappisti milanesi, non
contenti della strage provocata, colpirono di nuovo.
Alle 13 del giorno dopo l’attentato, quindi il 9 agosto 1944,
un terrorista in bicicletta, armato di pistola, uccise davanti alla
porta di casa, in via Juvara 3, sparandogli a bruciapelo un colpo
alla nuca, il Capitano della Milizia Ferroviaria, Marcello
Mariani.
Il
Capitano Mariani era sposato e aveva quattro figli; mentre
l’uomo agonizzava nel suo sangue, un secondo gappista, posto a
copertura, ferì a revolverate Luigi Leoni, appartenente alla
brigata nera “Aldo Resega“, che era sopraggiunto sul luogo del
delitto e si era gettato all’inseguimento dell’uccisore del Capitano
Mariani. Questi altri attentati, avendo raggiunto dei militari
italiani, non compromisero la trattativa intrapresa con i tedeschi,
che tendeva a evitare… o quanto meno minimizzare il numero di
persone da fucilare per rappresaglia.
Subito dopo peró, a distanza di qualche ora ci fu un altro
attentato ai danni di un autocarro che portava dei militari tedeschi
che, pur non avendo fatto vittime, rappresentó la classica
“goccia che fa traboccare il vaso”, diventando l’elemento che segnó
la sorte di quegli sventurati rinchiusi a San Vittore.
Le autoritá
italiane, che fino a quel momento avevano nutrito la concreta
speranza di salvare quei 15 uomini, vedono cosí cadere ogni
trattativa con i tedeschi, che il giorno dopo portano i prigionieri
a Piazzale Loreto e li fucilano.
Nessuno oserá toccarli per non rischiare di essere accusati di
connivenza con i partigiani.
Adesso….a Piazzale Loreto non c’e più “El Carlùn“ a portare viveri e
aiuti alla popolazione, ci sono solo i cadaveri di 15 uomini passati
per le armi e abbandonati sul selciato.
Questi
furono i veri fatti che, condurranno alla macabra esposizione del
Capo del Fascismo e degli altri a Piazzale Loreto; un atto
criminale, vergognoso e infame, un atto che testimonia, (qualora
fosse ancora necessario), l’essenza diabolica e malvagia di cui è
intrisa l’ideologia comunista.
Tenendo fede alle loro abitudini sanguinarie, con questo ennesimo
atto di barbarie i partigiani comunisti causarono una tragedia che
complessivamente, tra l’ 8 e il 10 agosto 1944, costó la vita a 34
persone e il ferimento di altre 14.
Qualcuno di voi si è mai chiesto se l’aver causato la morte di
tanti innocenti, in questa come in altre innumerevoli stragi, serví
a qualcosa? Portó un qualche risultato positivo a coloro che ne
avevano bisogno, cioè alla popolazione? In buona sostanza, con
la lunghissima serie di attentati terroristici che causó tanti
morti, cosa si prefiggevano i partigiani comunisti?
Cosa si prefigge chi uccide solo per il gusto di uccidere e per
fanatismo ideologico?
Nulla, assolutamente nulla….LA MORTE È FINE A SE STESSA!!
Ballerino Vincenzo
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