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Portaerei!? un mito da sfatare!
Da oltre mezzo secolo, ogni qualvolta si discute dei combattimenti
navali avvenuti nel Mediterraneo durante la 2a Guerra
Mondiale, puntualmente salta fuori la questione delle portaerei,
cioé di quelle che l’italia non aveva.
Inutile dire che tutti coloro, (storici e giornalisti), che fino ad
ora si sono avventurati con semplicistica disinvoltura in un
argomento cosí complesso, sono giunti alla conclusione che tra i
tanti errori che fece il Fascismo, uno dei piú gravi fu
rappresentato dal mancato sviluppo di un’arma prettamente aeronavale,
in parole povere l’assenza di portaerei.
Dalle aspre sentenze scagliate contro il Fascismo da mezzo secolo a
questa parte, si intuisce che nessuno di coloro che ha affrontato
questo tema si é mai preso la briga di parlare con persone che hanno
competenza di queste cose, tanto, l’importante era, ed é, denigrare
sempre e comunque l’Italia dell`epoca.
Se invece questi „signori“ avessero chiesto il parere di gente che
sa di cosa parla, il risultato sarebbe stato molto diverso (ma in
quel caso, sarebbero venuti a mancare i presupposti per un’azione
denigratoia contro i vertici del Fascismo). Certo, non sono un
esperto militare ma leggendo libri scritti da "persone serie", mi
sono fatto una modesta cultura.
Cominciamo col dire che non avevano portaerei: Italia,
Francia, Germania e Unione Sovietica. Le uniche nazioni ad avere
questo tipo di unitá navali, giá molto prima della guerra, erano
l’America, l’Inghilterra e il Giappone.
Di tutti i sapientoni di turno che hanno seminato sentenze contro il
Fascismo e le forze armate italiane dell’epoca, qualcuno di loro si
é mai chiesto il perché di questa diversa impostazione strutturale
delle flotte di tutti suddetti paesi?.
Si dotarono di portaerei quelle nazioni che intendevano far "sentire"
la loro presenza, in aree geografiche le quali, benché fossero molto
distanti, rappresentavano ugualmente punti di particolare interesse
economico, ad esempio, perché avevano domini coloniali.
Tuttavia Italia e Francia, pur avendo domini coloniali, ne erano
sprovviste, …perché?
La risposta é semplice: l’Italia aveva i suoi domini coloniali,
all’interno del Mediterraneo e nel Mar Rosso, quindi in posti
raggiungibili abbastanza rapidamente e che comunque erano gestibili
anche senza portaerei.
La Francia invece, nonostante avesse colonie anche al di fuori del
Mediterraneo, (Essa ha possediementi nell’oceano Atlantico
nell’oceano Pacifico, e nell’oceano Indiano) non possedeva portaerei;
tuttavia, non ho mai sentito nessun francese maledire il governo
dell’epoca per questa …dimenticanza.
La portaerei da la possibilitá di presidiare aree molto distanti e
di grande vastitá e nel contempo la possibilitá di intervenire
militarmente con efficacia e rapiditá. In particolari momenti queste
unitá (con o senza la sua squadra di scorta), da elemento di
monitoraggio, puó trasformasi in una forza d’attaco, capace di
portarsi con una certa rapiditá, dove se ne rende necessaria la
presenza.
Giunta nella zona interessata, essa diventa base avanzata, centro di
comando e di coordinamento per eventuali azioni militari.
Spesso gli inglesi (es. 1a
Guerra Mondiale) ne fecero l’elemento principe per porre la loro
flotta nella posizione di "FLEET IN BEING", cioé "Flotta
in Potenza", vale a dire, che la sola presenza di una forza
navale cosí composta, intimoriva il nemico, inducendolo a desistere
da evntuali azioni offensive. Il senso della Fleet in Being é
quindi, quello di "facilitare" una soluzione della crisi, prima
ancora dell’uso effettivo delle armi.
In tempo di guerra il discorso cambia notevolmente, in quanto il
ruolo delle portaerei assume una cruciale importanza
tattico-strategica, tanto che la loro presenza cambia completamente
gli elementi di tattica e strategia militare applicata. Per l’Italia
sarebbero state importanti nel caso di combattimenti aeronavali
contro gli inglesi, peccato che i britannici disertarono sempre
questa evenienza, nonostante la Regia Marina cercase sempre il
combattimento. (altro che Regia Marina, psicologicamente
paralizzata dalla Royal Navy).
Va considerato peró che qualsiasi portaerei italiana, senza il "Radar"
e senza l’ecogoniometro (Sonar), sarebbe ben presto diventata
vittima di Ultra, che ne avrebbe fatto che un ghiotto boccone
per i sommergibili e per l’aviazione inglese, guidandoli fin sotto
le carene delle nostre navi (come accadde per tante nostre unitá,
militari e mercantili).
Tornando ad un discorso prettamente tecnico, il punto che quasi
nessuno analizza, perché ne disconosce l’importanza e persino
l’esistenza, sta nel fatto che non basta costruire queste
particolari unitá navali, per renderle operativamemte efficaci.
Intorno ad una portaerei ruota un apparato organizzativo aeronavale
molto delicato e complesso, il quale necessita di un’esperienza di
anni di addestramento e di coordinameto delle varie operazioni
perché venga raggiunto quel livello indispensabile per operare
efficacemente, e all’interno di una ragionevole percentuale di
rischi; va compreso quindi, che tutte le problematiche di cui
sopra, non si possono annullare con un colpo di improvvisazione.
3Inoltre non va dimenticato che tutto questo apparato aveva (ed ha)
costi altissimi;
Un apparato talmente oneroso che evidentemente, pur avendone
necessitá, nemmeno la Francia dell’epoca poteva permettersi.
Tornando al discorso della guerra aeronavale svoltasi nel
mediterraneo durante l’ultimo conflitto, possiamo dire che,
all’interno di una analisi costi–benefici le portaerei Inglesi non
ne escono per niente bene.
In tutta la durata del conflitto, nei pochi combattimenti in cui vi
furono portaerei, la loro presenza non fu mai determinante contro la
nostra Regia Marina.
L’Inghilterra, proprio agli inizi della guerra, aveva giá subito
perdite di portaerei, infatti, durante la campagna di
Norvegia, gli inglesi persero per mano tedesca, la portarerei
Glorius, unitamente ai due cacciatorpediniere di scorta, L’Acasta
e l’Ardent.
In quell’occasione la Glorius (cioé la sua aviazione imbarcata)
diede una prestazione assolutamente deludente contro gli
incrociatori tedeschi e venne surclassata dall’aviazione basata a
terra.
La Gran Bretagna ne perse un’altra, piú altre tre gravemente
danneggiate, delle quali due proprio per mano italiana… la Ark
Royal,(poi affondata dai tedeschi) e la Furius.
Non appena entrata in Mediterraneo la portaerei inglese Furius
venne colpita con tre siluri dal sommergibile italiano
“Uarscheik”
che si trovava in agguato nelle vicinanze di Gibilterra;
la nave non affondó ma i danni riportati furono gravissimi.
La Gran Bretagna, era dunque cosciente delle scarse prestazioni
avute fino a quel momento da queste sue unitá e dei grandi rischi a
cui erano sottoposte, ecco perché era tanto timorosa di mettere a
repentaglio le sue portaertei.
Si consideri che nell’ intento di rifornire di aerei la base inglese
dell’isola di Malta, le portaerei della Royal Navy si ponevano cosí
distanti dall’isola da essere al limite dell’autonomia di volo degli
aerei, tanto che in una sola occasione ne andarono perduti nove,
caduti in mare per essere rimasti senza carburante.
L’unica azione positiva per gli Inglesi, nella quale fu
indispensabile la presenza di portaerei, fu rappresentata
dall’attaco della base navale di Taranto, nel novembre 1940,
comunque un’azione che non fu mai piú ripetuta e sulla quale pesa
l’ombra sinistra di una fuga di notizie (leggasi tradimento) da
parte del S.I.S. , il servizio segreto della Marina, il cui
capo era l’Ammiraglio Maugeri, fervente monarchico
antifascista; lo stesso Maugeri che dopo la guerra venne
insignito dagli Americani, con la "Legion of Merit",
per i servigi resi agli Stati Uniti durante la 2a
Guerra Mondiale.
Non ultimo, per ordine di importanza, va considerato il fatto che
l’Italia non si preparava alla guerra, specie contro l’inghilterra,
infatti l’unico rischio di un tale evento, comunque non prossimo, si
profilava contro la Francia, che come giá detto non possedeva
portaerei.
Tutte le nazioni erano sottoposte al trattato di Washington del
1922, che limitava la proliferazione di costruzioni navali ed
armamenti e conteneva entro certi limiti il tonnellaggio delle unitá
navali, (comunque il suddetto trattato permetteva all’Italia di
avere portaerei per un massimo complessivo di 60.000 tonnellate).
Mussolini si batté sempre a sostegno della non proliferazione
internazionale di armi, in modo da evitare all’Italia il rischio di
una corsa agli armamenti, unica strada che poteva permetterci di
alleggerire gli investimenti da destinare al comparto militare,
potendoli cosí utilizzare in ambito civile.
Per quasi tutti gli anni trenta la strategia del Governo Italiano
consistette quindi nell’adeguare la propria flotta in rapporto a ció
che altri costruivano, e in quei momenti "gli altri"
costruivano principalmente, Corazzate e Incrociatori
pesanti. Solo sul finire degli anni trenta, Anglo-americani e
Giapponesi posero in cantiere anche portaerei, ma non era una novitá
che destasse sospetti, in quanto queste nazioni se ne servivano giá
da tempo, indipendentemente da qualsiasi eventualitá bellica.
In definitiva, va assolutamente smentito ció che si é molto
semplicisticamente detto e fatto fino ad oggi in relazione a questo
tema, al solo scopo di denigrare Mussolini e la politica navale
Fascista.
In linea di principio, sia il Duce che alcuni capi dello Stato
Maggiore della Marina erano favorevoli alla costruzione di
portaerei, ma tenuto conto della situazione politico-strategica
analizzata fino a quel momento, si comprese che l’enormitá di spesa
per la costruzione di portaerei con la conseguente riorganizzazione
di una certa parte delle unitá di flotta navale, piú la costruzione
completa di una componente aerea appropriata, oltre ad essere
economicamente insostenibile, non rendesse i risultati.
Alla luce delle problematiche di natura, sia tecnico-economica, che
in termini di efficacia operativa, Mussolini, in accordo con lo
Stato Maggiore della Marina autorizzó la costruzione di una
porta-idrovolanti, alla quale fu dato il nome di "MIRAGLIA",
in onore di Giuseppe Miraglia, uno dei primi aviatori della
Regia Marina.

La Nave Porta Idrovolanti "G. Miraglia"
Quest’unitá rappresentava il primo passo verso le vere portaerei,
inoltre la sua costruzione aveva un senso concreto e razionale sotto
ogni aspetto.
Non necessitava di nessun adeguamento da parte di altre unitá della
Marina, non necessitava del particolare addestramento dei piloti per
le operazioni di decollo ed appontaggio in quanto gli idrovolanti
(che erano giá presenti a bordo delle nostre unitá navali piú
grandi) venivano fatti decollare tramite catapulta, e a fine
missione ammaravano tranquillamete per essere poi tratti a bordo
della loro unitá tamite gru.
Operativamente gli idrovolanti erano adattissimi ad azioni di
ricognizione sia sotto costa che in mare aperto, nonché un mezzo
molto valido ai fini di un rapido e diretto contatto con qualsiasi
mezzo navale, si superficie e subaqueo, in navigazione.
Fu dopo la Guerra, quindi col senno di poi e in virtú delle
esperienze acquisite, nonché sulla base di nuove teconologie, che si
comprese che le portaerei potevano avere un ruolo ben piú importante
di quanto si pensasse, anche se si continuava a ritenerle poco
adatte ai mari chiusi, quale é il Mediterraneo.
Anche gli inglesi durante il conflitto ne fecero un uso poco
adeguato, esse furono usate per lo piú per trasferire aerei alla
base dell’isola di Malta e per rinforzare la flotta che
scortava i convolgli di mercantili alla volta dell’isola o di
Alessandria. (dimostrando implicitamente che essi temevano non
poco la nostra Regia Marina e la nostra Regia Aeronautica).
Il vero punto debole per le forze armate italiane, fu invece
rappresentato dall’utizzo troppo tardivo e insufficiente del Radar e
dell’ Ecogonimetro. Nel 1943 fu disponibile tutta la tecnologia
necessaria per condurre una guerra moderna, ma a quell’epoca eravamo
giá sopraffatti dalla quantitá numerica degli Anglo-americani.
Infatti, se avessimo avuto la tecnolologia adeguata giá nel 1940,
non sarebbero mai accaduti né i fatti di Taranto né i fatti
di Capo Matapan, (…e guarda caso, anche qui pesa
l’ombra sinistra del S.I.S., e di Maugeri, stavolta per mancate o
tardive informazioni da inviare al Comandante della flotta in mare)
oltre al fatto che avremmo potuto compiere anche noi combattimenti
notturni, (cosa impossibile servendosi della sola visione ottica),
con il risultato di poter andare alla ricerca del nemico e indurlo
alla battaglia alle nostre condizioni.
A tutto ció va aggiunta una insufficiente quantitá di forza aerea,
quella forza aerea che avrebbe dovuto sfruttare la nostra penisola
proprio come una portaerei protesa nel Mediterraneo.
Eravamo carenti di aerei per una efficiente attivitá di
ricognizione, pochissimi erano i bombardieri in picchiata, (es.
Stuka) pochi i velivoli da caccia.
Il fatto che nel 1940 avessimo poca tecnologia non vuol dire
necessariamente che l’Italia fosse arretrata; infatti, se é vero che
il raggiungimento di alti livelli di tecnologia assorbe ingenti
quantitá di investiemnti, é altrettanto vero che l’utilizzo di
quella stessa tecnologia nell’industria, comporta parimenti dei
costi molto elevati.
Ció significa che l’Italia pur avendola, non poteva servirsene
appieno; il tutto veniva inoltre aggravato dalla difficoltá di
reperimento di materie prime e da una esigua capacitá
industrialiale, se rapportata a quella degli altri belligeranti.
Tornando ad un discorso prettamente bellico, come accennavamo in
precedenza, la Marina Italiana non pagó i tributi piú pesanti, né
alla flotta, né alle portaerei Inglesi, ma alla loro aviazione e ai
loro sommergibili, i quali attaccavano quasi esclusivamente di
notte, guidati da Ultra contro le nostre unitá.
Ecco che si ritorna a quanto dicevo al principio; se avessimo avuto
il Radar e l’ecogoniometro, saremmo stati in grado di rilevare il nemico nei tempi sufficienti per attivare le relative contromisure e
…tantissimi affondamenti e tante dolorose tragedie non si sarebbero
verificate.
Daltronde bisogna comprendere che gli Inglesi conoscevano bene il
livello di teconogia applicata che le nostre condizioni economiche
ci permettevano, visto che erano proprio loro, assieme ai francesi e
agli americani, la causa primaria del nostra "pallida" economia.
Per questo fecero di tutto per trascinare l’Italia in guerra alla
data del 1940; essendo infatti nel pieno del programma di
potenziamento e ammodernamento delle sue forze armate, era quello il
momento in cui l’italia sarebbe stata maggiormente vulnerabile.
In chiusura, con queste mie riflessioni non si vuole sostenere che
l’Italia non commise errori, sarebbe stupido affermarlo, ma
analizzando correttamente la questione "Portaerei", va compreso che,
in rapporto alla nostre molteplici realtá, forse fu meglio non
averle.
Oltretutto, in linea generale, gli errori li commisero tutti i
belligeranti, compresi coloro che hanno vinto.
MA… UNA AMARA VERITÁ DICE:
LA SCONFITTA NON CONSENTE GIUSTIFICAZIONI , MENTRE LA VITTORIA, IN
QUANTO TALE NON NE HA DI BISOGNO.
Ballerino Vincenzo
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