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IL RADAR ITALIANO
Con questo articolo vorrei riproporre il tema “Tecnologia
Italiana durante il Fascismo”, e vuole essere un altro elemento
di discussione per quanti, malignamente continuano a sostenere che
l’Italia Fascista era ancora tecnologicamente arretrata, volendo far
intendere (il gioco è tutto lá) che tale arretratezza dipendeva
dallo stesso Regime Fascista.
Quanto apprenderete in questo articolo puó essere utile per capire
come il Governo Italiano, pur tra le ristrettezze economiche del
tempo, fece quanto possibile per tenere l’Italia al passo con gli
altri paesi.
In
campo scientifico l`Italia presentava uomini di grandissimo rilievo,
infatti gli studi di ricerca e i progetti non mancavano, per cui si
puó affermare che il livello di tecnologia italiana, pur spendendo
meno degli altri, non era piú basso di quello degli altri paesi.
Spesso i risultati scientifici ottenuti furono piú che all’altezza
della concorrenza internazionale anche se, a causa dei non pochi
problemi di bilancio dello Stato, a volte la ricaduta industriale
delle innovazioni tecnologiche poteva risultare lenta.
Il tema che oggi cercheremo di affrontare tratta del Radar italiano…o
meglio, delle possibiltá di averlo giá operativo nel periodo
antecedente alla guerra e di come invece la realizzazione di questo
importantissimo strumento risultò “diluita” in tempi troppo lunghi.
Diciamo subito che è possibile trovare leggerezze in qualsiasi
personaggio dell’epoca, ma soltanto a coloro i quali erano
direttamente e tecnicamente interessati, quindi tenuti a
comprendere l’importanza di certe innovazioni, possiamo imputare
la vera colpevolezza della gestione di tutta la vicenda.
Nel caso in questione ci si trovó spesso a fare i conti con
l’ottusitá, e in negli ultimi tempi anche con il malefico intento
di danneggiare, riscontrabile nella condotta di non pochi “ammiragli
e generali del Re”.
Un comportamento, in coloro che erano tenuti a capire, che
sostanzia il tradimento, un atto tanto subdolo quanto
devastante, contro il quale il Regime, nulla o quasi poté fare.
Nella Seconda Guerra Mondiale, nuove armi furono progettate e
impiegate in base ai nuovi concetti militari, che sostituirono la
guerra di trincea con la guerra di movimento e i bombardamenti
strategici. In aggiunta, l’efficienza delle nuove armi fu
moltiplicata dai progressi nelle nuove tecnologie ad esse
applicabili. L’elettronica rese disponibili dei dispositivi quali,
l’Ecogoniometro (il Sonar), il primo Calcolatore Elettronico (ULTRA)
e il Radar: lo strumento del quale ci interessiamo con questo
articolo.
Quasi nessuno sa che negli anni precedenti la guerra, noi
italiani eravamo allo stesso livello degli altri anche sullo
sviluppo del Radar.
Nel campo dell’ elettromagnetismo, l’Italia aveva non pochi uomini
di scienza, di fama mondiale, tra i quali spiccava una figura di
fama mondiale, Guglielmo Marconi.
La prima intuizione sulle possibilità tecniche di un tale strumento
venne naturalmente a Marconi, che già nel 1922 scriveva ‘<<…apparati
con cui una nave potrebbe proiettare un fascio di questi raggi, i
quali sarebbero riflessi incontrando un oggetto metallico>>. Si
sa che Marconi condusse esperimenti anche da un noto albergo di
Sestri Levante che si trova su uno sperone roccioso, ma niente di
più. Nel 1933 Marconi eseguì alcuni esperimenti presso Roma alla
presenza delle piu' alte cariche militari. Le ricerche continuarono
a cura dell'Istituto Superiore delle Trasmissioni del Genio,
anche se non vi era la possibilitá di una grande quantitá di
stanziamenti, come avveniva nello stesso periodo nei paesi
Anglosassoni e in Germania. Tuttavia nel nostro Paese si svolsero
ricerche di alto livello e intanto, per ovviare all’handicap “economico”,
si faceva di tutto per acquisire dati ed informazioni sugli studi in
atto nelle altre nazioni.
Nel 1935 Marconi organizzò una dimostrazione per
ufficiali del Regio Esercito, sulla rivelazione di reparti in
marcia (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10
Ottobre 1998). Il successo tecnico fu evidente ma l’Esercito non
ritenne l’applicazione molto interessante e la cosa non ebbe seguito.
Il Governo decise di impegnare la Marina Militare
nella ricerca, poichè si individuò nelle artiglierie navali il
principale campo di applicazione del Radar. Cosí nel 1935 L’IMST,
riprese gli studi affidandoli al professor Ugo Tiberio che
aveva molto approfondito gli studi di Marconi. Il professor Tiberio,
oltre ad essere ufficiale della Regia Marina, era anche insegnante
presso la Accademia Navale di Livorno e docente universitario di
Elettrotecnica presso l’Università di Palermo.
Tiberio svolse le sue ricerche presso il RIEC (Regio Istituto
Elettrotecnico Comunicazioni) della Regia Marina dal 1936 al
1943, lavorando allo sviluppo dei radiolocalizzatori da installare a
bordo di unitá navali. Egli già lavorava agli studi dell’ RDT (Radio
Detector Telemetro, nome italiano del radar), dal 1933 e fu il primo
al mondo a pubblicare lo studio teorico sul funzionamento e
l’equazione fondamentale del radar, in suo famoso articolo dal
titolo << Misura di distanze per mezzo di onde ultracorte >>
pubblicato sulla rivista Alta Frequenza del Maggio 1939 (Stato
Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).
Dunque, nel 1935 in Italia c’erano giá le capacità
teoriche ed industriali richieste per la costruzione di
radiolocalizzatori. Era giá stata costruita una ionosonda ad
impulsi da parte deIl’Istituto di Ricerca delle Regie Poste. Tiberio,
elaborò prima la teoria completa del funzionamento del radar e poi
procedette ad una campagna di prove con strumenti autocostruiti. Con
gli sviluppi di Tiberio, dal 1936 in poi, si passó in poco tempo ad
alcuni prototipi, come l’EC/1, seguito dall’EC/Ter,
che fu lo strumento dimostrato a quegli asini dei nostri Ammiragli
nell’Aprile 1941. (dopo che gli Inglesi, proprio grazie al radar, ci
avevano affondato due incrociatori e tre cacciatorpediniere,
sparandoci addosso, al buio e da breve distanza; un autentico tiro
al piccione).
Dal momento che eravamo in condizioni di costruire
un radar senza nessun bisogno di aiuti esterni perché la nostra
Marina, che in principio era interessata, poi lasciò cadere la cosa?
…cosa era successo negli anni antecedenti alla guerra, mentre gli
Ammiragli dormivano sonni profondi e tranquilli? Successe che,
quando agli ammiragli della Regia Marina, in un primo tempo
interessata agli studi e alla partecipazione dei vari collaudi, fu
proposto di rinunciare alla costruzione di un incrociatore in modo
da utilizzare quella somma per finanziare ulteriori ricerche sul
Radar, risposero che preferivano avere un nuovo incrociatore.
Tuttavia, nel 1938 la Direzione Armi Navali richiese alla SAFAR
di Milano lo studio e la realizzazione di prototipi del sistema di
radiolocalizzatore navale, ma lo richiese con tanta energia che le
cose andarono a rilento fino alla dichiarazione di guerra del Giugno
1940, quando, pensando che la guerra sarebbe finita in pochi mesi…
si decise che non c’era nessuna fretta (Stato Maggiore della
Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).
Nonostante tutto, le cose andarono avanti e dopo i
necessari approfondimenti e le relative prove di applicazione, ai
primi del 1940 si giungerá al prototipo definitivo del Radar
Italiano, che lo stesso Tiberio denominó EC-3 Gufo. I
primi apparati costruiti peró, non vennero installati sulle nostre
navi, perché quegli asini degli Ammiragli del Re, oltre a quanto
accennato prima, essendo allo scuro che gli inglesi si stavano
preparando a installare Radar sulle loro navi, tenevano ancora fede
alla regola in vigore in tutte le Marine, che si riassumeva in
queste parole <<di notte non si spara>>, …e fino a
quel momento era cosí, perché nessuna Marina aveva radar montati
sulle sue unitá, ma è ovvio che tale realtà non puó assolutamente
giustificare l’incomprensibile leggerezza nell’affrontare un tema
tanto importante.
Addirittura, l’Ammiraglio Iachino, dopo
un’aspra discussione, ordinò al Capitano Tiberio di “smontare il
tutto” e dedicarsi solo all’insegnamento. Come dicevamo, tutto
ció mentre gli inglesi, che segretamente si preparavano alla guerra,
stavano definendo i loro modelli di radar navale, che installeranno
su alcune loro unitá, dopo pochi mesi di guerra. Anche i tedeschi,
che comunque lo ebbero ben prima degli inglesi, (lo montava il “
Graf Spee e la corazzata Bismark) non sapevano nulla della presenza
di radar a bordo di unitá della Royal Navy.
Per ironia della sorte, toccherà proprio a Iachino, dopo i fatti di
Capo Matapan, fare notevoli pressioni al suo Stato Maggiore
per avere al piú presto apparecchi radar sulle nostre navi. Sará
infatti la dolorosa esperienza di Capo Matapan a far comprendere
all’Ammiraglio Iachino, l’importanza del Radar e la gravitá
dell’errore commesso nel non aver ascoltato Ugo Tiberio. Quello
stesso errore di superficialità con cui la Marina aveva
precedentemente trattato un tema cosí importante.
Il libro dello storico Baroni è una vera miniera di
informazioni, ed invito i lettori interessati all’argomento a
procurarselo, a me, per questo articolo, basta la seguente citazione,
la quale lascia a dir poco esterrefatti. Eccola! <<Nel 1942 il
Ministero dell’Aeronautica non ritenne interessante il progetto
rivoluzionario di un Radar di bordo per aerei da caccia che
funzionava scansionando su di un piano bidimensionale il raggio
elettromagnetico di localizzazione, rendendo visibile addirittura la
sagoma del bersaglio invece che la sua traccia generica>>.
Il geniale progettista fu l’ingegner Castellani della <<SAFAR>>.
Inutile dire che il Radar dell’ingegner Castellani
rappresentava un anticipo tecnologico di diversi anni sui progetti
similari americani e inglesi.
Entro l’estate 1943 quasi tutte le nostre navi
montavano il Radar “GUFO” per la scoperta navale (portata 12
km). Era giá pronto il Radar terrestre FOLAGA, per la difesa
costiera e un modello per la scoperta di aerei in avvicinamento, il
Radar ARGO, con portata esplorativa di 250 km, una distanza
assolutamente impensabile per quei tempi; ma la tragedia dell’8
Settembre mandó tutto all’aria, non solo per l’infamia commessa
dal Re con il falso armistizio ma, molto piú semplicemente perché
quella data significò la perdita della nostra Flotta Navale, visto
che molto vigliaccamente, quei mascalzoni degli Ammiragli del Re, si
affrettarono a consegnarla agli inglesi.
I Radar “Lince”
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Lince Grande: Prototipo di Radar a
piastra rotante
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Lince Piccolo: prototipo di Radar
rotante costruito dalle Officine S.Giorgio di Pistoia
parabolico |
Anche la nostra tecnologia relativa al Radar
terrestre giunse a livelli invidiabili, oltre al progetto
Folaga vennero accelerati gli studi e i tentativi di
applicazione pratica. Ad accelerarne la costruzione contribuì, fra
l'altro, nel giugno 1942 , la caduta in mano italo-tedesca, della
città libica di Tobruk ove, insieme a grandi quantità di materiale
bellico, furono rinvenuti anche alcuni modelli di radar terrestri
inglesi.
Alle conoscenze italiane e allo studio dei modelli inglesi, è
collegato un momento della vita e della produzione del radar. Alle
Officine Meccaniche San Giorgio di Pistoia, fu commissionata, sempre
nel 1942, la realizzazione di due prototipi di radar terrestri in
funzione antiaerea, da installare sulle coste e nei pressi degli
aeroporti. Sulla base dei risultati raggiunti, riassumendo tutte le
esperienze fino a quel punto acquisite, in poco tempo fu costituito
un pool d'aziende costituito dalla Borletti di Milano, dalla Galileo
di Firenze e dalla San Giorgio di Genova, denominato BGS, capofila
del consorzio era la Galileo.
L’ Ufficio Studi della Galileo elaborava i disegni tecnici dei
progetti, mentre Borletti e San Giorgio avevano il compito della
realizzazione pratica dei primi quantitativi, circa venti unitá di
due tipi di radar. Per la costruzione, la San Giorgio designó le sue
officine pistoiesi. I prototipi furono denominati "Lince piccolo" e
"Lince grande", due radar diversi, sia per dimensioni, che per la
distanza massima su cui operavano.
Il Lince piccolo, era un radar di tipo parabolico, operava
fino a 60 chilometri di distanza, era di studio e progettazione
interamente italiana e fu completato alla fine del 1942.
Il Lince grande, di tipo a piastra rotante, operava fino a
120 chilometri di distanza e i suoi disegni ricordavano il modello
inglese rinvenuto a Tobruk.
Ma il nostro radar prevedeva una grande innovazione.
Il sistema di difesa contraerea, si basava sull'uso del Lince grande
posto sulla costa per l'avvistamento degli aerei e che a sua volta
operava in collegamento sia con le centrali di tiro delle navi che
con il Lince piccolo, posizionato all'interno del territorio nei
pressi degli aeroporti. I due apparecchi potevano quindi scambiarsi
dati relativi all’aereo individuato. Il Lince grande acquisiva i
dati e li trasmetteva al Lince piccolo che ne proseguiva
l'individuazione fino all'abbattimento del bersaglio da parte delle
batterie contraeree. In pratica si era di fronte ad una concezione
del tutto nuova, la creazione di un sistema di “Radar
intercomunicanti”.
Dei due, il Lince Grande (o lontano) aveva una struttura decisamente
complessa ed avanzata ed era costituito da una cabina poggiata su
quattro zampe, ruotante a 360 gradi e delle dimensioni di circa m.3
x 6 x 6.
Al di sopra di essa era posta un'antenna ruotante a 180 gradi
costituita da una lamina d'alluminio traforata e recante 48 bipoli
con punta in argento; la lamina era incernierata nel punto piu' alto
ed era dotata di due bilancieri in basso. All'interno della cabina
un operatore principale e due collaboratori operavano con
un'apparecchiatura elettrica costruita dalla SAFAT e con un
apparecchio scompositore quota-distanza denominato ALIDADA, che
forniva tutti i dati sugli aeroplani in volo; uno standard
tecnologico nettamente superiore a quello raggiunto dagli altri
paesi.
Nonostante la celeritá con cui procedette la progettazione, la
produzione non iniziò prima del febbraio 1943.
Ma a pochi mesi da quella data ci fu l'armistizio dell'8 settembre e
la successiva occupazione tedesca dello stabilimento. Tale
situazione portó a un rallentamento dei lavori, boicottati come
tutta la produzione, dall'opposizione di fabbrica. Così mentre il
Lince Piccolo venne sperimentato nella tarda primavera del 1943
all'aeroporto di Novara, la produzione del Lince Grande fu
interrotta quando mancava solo da posizionare l'apparecchiatura
elettrica, ma i bombardamenti alleati su Pistoia nel Gennaio 1944
distrussero lo stabilimento San Giorgio.
Nel successivo trasferimento degli impianti nel nord Italia il radar,
per le sue dimensioni, non fu spostato, rimase nei capannoni ormai
ridotti in macerie e fu smontato al momento della ripresa
dell'attività industriale, alla fine del 1944.
Quanto detto fino ad ora non è tutto; l’Italia fu la prima
nazione al mondo a effettuare studi anche sui disturbatori radar
(detti anche ingannatori). La tecnologia raggiunta dai nostri
tecnici, ci aveva consentito di produrre apparecchiature tramite le
quali si potevano accecare i radar nemici, rendendoli cosí
inutilizzabili.
Benché anche gli altri erano molto avanti su questi studi, fummo i
primi al mondo ad averli, ma nella compagine della guerra, con
scarsitá di fondi e intrisa di colpevoli leggerezze, negligenze,
sabotaggi e boicottaggi, non vi fu modo (o volontà) di eseguire i
necessari collaudi che ci dessero conferma della loro efficacia.
Dopo la fine della guerra si venne a sapere che i nostri
disturbatori radar (prodotti dall’IMST) funzionavano benissimo e
avevano sempre reso inutilizzabili i radar inglesi a difesa di
Malta.
Si concludeva così un capitolo della ricerca e della tecnologia
italiana sul radar che si sarebbe riaperto con ottimi risultati ed
impieghi nell'Italia del dopoguerra.
Come è spesso accaduto, a causa di una micidiale
miscela fatta di incapacità, ignoranza e supponenza, difetti non
certo leggeri nelle persone comuni, rimangono comunque soltanto
difetti, mentre per i militari che avevano l’obbligo di interessarsi
fattivamente a questo tema e soprattutto l’obbligo di capirne la
portata, diventano atteggiamenti che sostanziano il reato di
alto tradimento.
Ancora una volta avevamo le idee, avevamo gli uomini, avevamo le
capacità industriali ed avevamo il tempo necessario: che cosa non ha
funzionato? Franco Bandini, nel suo libro, “Tecnica della
sconfitta”, (titolo a dir poco illuminate) dice che in
Italia il meccanismo della selezione funziona al contrario portando
al comando invariabilmente i più incapaci. Io non sarei del tutto
d’accordo con questa tesi, e ne vorrei contrapporre un’altra.
È umanamente impossibile credere che i nostri
Ammiragli siano stati incapaci fino al punto da non capire quale
vantaggio avrebbero avuto le nostre navi nell’avere un radar a bordo,
ma é ancora piú incredibile il fatto di non capire quale pericolo si
sarebbe profilato per le nostre navi, se il radar l’avessero avuto
gli Inglesi (come ben presto accadrá).
Dico che nessuno può essere così ottuso da rinunciare al radar per
la ricerca degli aerei e dei sommergibili nemici, che ci affondavano
regolarmente i convogli di rifornimento per il Nord Africa.
E se non fosse ottusitá ma…”cupa cospirazione”? Cosa fu l’8
settembre? Non fu a quella data che divenne palese il proditorio
disegno del Re e del suo codazzo di militari del quale essi facevano
parte? Non furono proprio i generali ed ammiragli legati alla
Monarchia i quali, ubbidienti al Re, si resero “esecutori” del
tradimento.?
Dico questo perché quei Generali e quegli Ammiragli,
sono gli stessi che, (unici al mondo), hanno abbandonato il nostro
Esercito a se stesso e consegnato la nostra Flotta da guerra, (ancora
temibilissima) al nemico quando il Re e i suoi degni compari,con il
falso armistizio dell’ 8 settembre cambiarono le alleanze e
commettendo il piú aberrante e infame dei delitti, svendettero il
loro onore e quello di un intero popolo, tradendo tutto e tutti .
Solo alcuni isolati comandanti affondarono le loro navi e qualche
altro si fece internare nei porti di paesi neutrali. L’Ammiraglio
Bergamini, cosciente dell’infamia che un simile atto comportava, era
fortemente contrario alla consegna della nostra flotta; per questa
sua posizione venne pesantemente avversato dai vetrici della Marina;
il Comandante Carlo Fecia di Cossato, l’eroico Comandante di
sommergibili, si suicidò per la vergogna.
Abbiamo perso una guerra che nei primissimi tempi poteva darci
diverse possibilitá di vittoria e che invece, via via cominciò a
darci sconfitte sempre piú cocenti, fino al punto di determinare la
sconfitta totale, per di piú macchiata dall’infamia del tradimento.
Migliaia di Ufficiali e Marinai della nostra Marina Militare e di
quella Mercantile, nel compiere fino all’ultimo il loro dovere di
soldati, giacciono in fondo al mare dentro le loro navi PER
L’ETERNITA’ !
MIGLIAIA DI UOMINI sono morti per servire la loro Patria fino
all’estremo sacrificio, lasciando le loro famiglie nella
disperazione! Invece loro …i Generali e gli Ammiragli del Re, dopo
essersi fregiati di “riconoscimenti avuti dal nemico”, sono rimasti
tutti ai loro posti, continuando a portare alle loro famiglie…
stipendio, liquidazione e pensione.
Ballerino
Vincenzo
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