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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"

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IL RADAR ITALIANO

 

Con questo articolo vorrei riproporre il tema “Tecnologia Italiana durante il Fascismo”, e vuole essere un altro elemento di discussione per quanti, malignamente continuano a sostenere che l’Italia Fascista era ancora tecnologicamente arretrata, volendo far intendere (il gioco è tutto lá) che tale arretratezza dipendeva dallo stesso Regime Fascista.
Quanto apprenderete in questo articolo puó essere utile per capire come il Governo Italiano, pur tra le ristrettezze economiche del tempo, fece quanto possibile per tenere l’Italia al passo con gli altri paesi.

In campo scientifico l`Italia presentava uomini di grandissimo rilievo, infatti gli studi di ricerca e i progetti non mancavano, per cui si puó affermare che il livello di tecnologia italiana, pur spendendo meno degli altri, non era piú basso di quello degli altri paesi.
Spesso i risultati scientifici ottenuti furono piú che all’altezza della concorrenza internazionale anche se, a causa dei non pochi problemi di bilancio dello Stato, a volte la ricaduta industriale delle innovazioni tecnologiche poteva risultare lenta.

Il tema che oggi cercheremo di affrontare tratta del Radar italiano…o meglio, delle possibiltá di averlo giá operativo nel periodo antecedente alla guerra e di come invece la realizzazione di questo importantissimo strumento risultò “diluita” in tempi troppo lunghi.
Diciamo subito che è possibile trovare leggerezze in qualsiasi personaggio dell’epoca, ma soltanto a coloro i quali erano direttamente e tecnicamente interessati, quindi tenuti a comprendere l’importanza di certe innovazioni, possiamo imputare la vera colpevolezza della gestione di tutta la vicenda.
Nel caso in questione ci si trovó spesso a fare i conti con l’ottusitá, e in negli ultimi tempi anche con il malefico intento di danneggiare, riscontrabile nella condotta di non pochi “ammiragli e generali del Re”.
Un comportamento, in coloro che erano tenuti a capire, che sostanzia il tradimento, un atto tanto subdolo quanto devastante, contro il quale il Regime, nulla o quasi poté fare.

Nella Seconda Guerra Mondiale, nuove armi furono progettate e impiegate in base ai nuovi concetti militari, che sostituirono la guerra di trincea con la guerra di movimento e i bombardamenti strategici. In aggiunta, l’efficienza delle nuove armi fu moltiplicata dai progressi nelle nuove tecnologie ad esse applicabili. L’elettronica rese disponibili dei dispositivi quali, l’Ecogoniometro (il Sonar), il primo Calcolatore Elettronico (ULTRA) e il Radar: lo strumento del quale ci interessiamo con questo articolo.
Quasi nessuno sa che negli anni precedenti la guerra, noi italiani eravamo allo stesso livello degli altri anche sullo sviluppo del Radar.
Nel campo dell’ elettromagnetismo, l’Italia aveva non pochi uomini di scienza, di fama mondiale, tra i quali spiccava una figura di fama mondiale, Guglielmo Marconi.
La prima intuizione sulle possibilità tecniche di un tale strumento venne naturalmente a Marconi, che già nel 1922 scriveva ‘<<…apparati con cui una nave potrebbe proiettare un fascio di questi raggi, i quali sarebbero riflessi incontrando un oggetto metallico>>. Si sa che Marconi condusse esperimenti anche da un noto albergo di Sestri Levante che si trova su uno sperone roccioso, ma niente di più. Nel 1933 Marconi eseguì alcuni esperimenti presso Roma alla presenza delle piu' alte cariche militari. Le ricerche continuarono a cura dell'Istituto Superiore delle Trasmissioni del Genio, anche se non vi era la possibilitá di una grande quantitá di stanziamenti, come avveniva nello stesso periodo nei paesi Anglosassoni e in Germania. Tuttavia nel nostro Paese si svolsero ricerche di alto livello e intanto, per ovviare all’handicap “economico”, si faceva di tutto per acquisire dati ed informazioni sugli studi in atto nelle altre nazioni.

Nel 1935 Marconi organizzò una dimostrazione per ufficiali del Regio Esercito, sulla rivelazione di reparti in marcia (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998). Il successo tecnico fu evidente ma l’Esercito non ritenne l’applicazione molto interessante e la cosa non ebbe seguito.

Il Governo decise di impegnare la Marina Militare nella ricerca, poichè si individuò nelle artiglierie navali il principale campo di applicazione del Radar. Cosí nel 1935 L’IMST, riprese gli studi affidandoli al professor Ugo Tiberio che aveva molto approfondito gli studi di Marconi. Il professor Tiberio, oltre ad essere ufficiale della Regia Marina, era anche insegnante presso la Accademia Navale di Livorno e docente universitario di Elettrotecnica presso l’Università di Palermo.
Tiberio svolse le sue ricerche presso il RIEC (Regio Istituto Elettrotecnico Comunicazioni) della Regia Marina dal 1936 al 1943, lavorando allo sviluppo dei radiolocalizzatori da installare a bordo di unitá navali. Egli già lavorava agli studi dell’ RDT (Radio Detector Telemetro, nome italiano del radar), dal 1933 e fu il primo al mondo a pubblicare lo studio teorico sul funzionamento e l’equazione fondamentale del radar, in suo famoso articolo dal titolo << Misura di distanze per mezzo di onde ultracorte >> pubblicato sulla rivista Alta Frequenza del Maggio 1939 (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).

Dunque, nel 1935 in Italia c’erano giá le capacità teoriche ed industriali richieste per la costruzione di radiolocalizzatori. Era giá stata costruita una ionosonda ad impulsi da parte deIl’Istituto di Ricerca delle Regie Poste. Tiberio, elaborò prima la teoria completa del funzionamento del radar e poi procedette ad una campagna di prove con strumenti autocostruiti. Con gli sviluppi di Tiberio, dal 1936 in poi, si passó in poco tempo ad alcuni prototipi, come l’EC/1, seguito dall’EC/Ter, che fu lo strumento dimostrato a quegli asini dei nostri Ammiragli nell’Aprile 1941. (dopo che gli Inglesi, proprio grazie al radar, ci avevano affondato due incrociatori e tre cacciatorpediniere, sparandoci addosso, al buio e da breve distanza; un autentico tiro al piccione).

Dal momento che eravamo in condizioni di costruire un radar senza nessun bisogno di aiuti esterni perché la nostra Marina, che in principio era interessata, poi lasciò cadere la cosa? …cosa era successo negli anni antecedenti alla guerra, mentre gli Ammiragli dormivano sonni profondi e tranquilli? Successe che, quando agli ammiragli della Regia Marina, in un primo tempo interessata agli studi e alla partecipazione dei vari collaudi, fu proposto di rinunciare alla costruzione di un incrociatore in modo da utilizzare quella somma per finanziare ulteriori ricerche sul Radar, risposero che preferivano avere un nuovo incrociatore.
Tuttavia, nel 1938 la Direzione Armi Navali richiese alla SAFAR di Milano lo studio e la realizzazione di prototipi del sistema di radiolocalizzatore navale, ma lo richiese con tanta energia che le cose andarono a rilento fino alla dichiarazione di guerra del Giugno 1940, quando, pensando che la guerra sarebbe finita in pochi mesi… si decise che non c’era nessuna fretta (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).

Nonostante tutto, le cose andarono avanti e dopo i necessari approfondimenti e le relative prove di applicazione, ai primi del 1940 si giungerá al prototipo definitivo del Radar Italiano, che lo stesso Tiberio denominó EC-3 Gufo. I primi apparati costruiti peró, non vennero installati sulle nostre navi, perché quegli asini degli Ammiragli del Re, oltre a quanto accennato prima, essendo allo scuro che gli inglesi si stavano preparando a installare Radar sulle loro navi, tenevano ancora fede alla regola in vigore in tutte le Marine, che si riassumeva in queste parole <<di notte non si spara>>, …e fino a quel momento era cosí, perché nessuna Marina aveva radar montati sulle sue unitá, ma è ovvio che tale realtà non puó assolutamente giustificare l’incomprensibile leggerezza nell’affrontare un tema tanto importante.

Addirittura, l’Ammiraglio Iachino, dopo un’aspra discussione, ordinò al Capitano Tiberio di “smontare il tutto” e dedicarsi solo all’insegnamento. Come dicevamo, tutto ció mentre gli inglesi, che segretamente si preparavano alla guerra, stavano definendo i loro modelli di radar navale, che installeranno su alcune loro unitá, dopo pochi mesi di guerra. Anche i tedeschi, che comunque lo ebbero ben prima degli inglesi, (lo montava il “ Graf Spee e la corazzata Bismark) non sapevano nulla della presenza di radar a bordo di unitá della Royal Navy.
Per ironia della sorte, toccherà proprio a Iachino, dopo i fatti di Capo Matapan, fare notevoli pressioni al suo Stato Maggiore per avere al piú presto apparecchi radar sulle nostre navi. Sará infatti la dolorosa esperienza di Capo Matapan a far comprendere all’Ammiraglio Iachino, l’importanza del Radar e la gravitá dell’errore commesso nel non aver ascoltato Ugo Tiberio. Quello stesso errore di superficialità con cui la Marina aveva precedentemente trattato un tema cosí importante.
Il libro dello storico Baroni è una vera miniera di informazioni, ed invito i lettori interessati all’argomento a procurarselo, a me, per questo articolo, basta la seguente citazione, la quale lascia a dir poco esterrefatti. Eccola! <<Nel 1942 il Ministero dell’Aeronautica non ritenne interessante il progetto rivoluzionario di un Radar di bordo per aerei da caccia che funzionava scansionando su di un piano bidimensionale il raggio elettromagnetico di localizzazione, rendendo visibile addirittura la sagoma del bersaglio invece che la sua traccia generica>>. Il geniale progettista fu l’ingegner Castellani della <<SAFAR>>. Inutile dire che il Radar dell’ingegner Castellani rappresentava un anticipo tecnologico di diversi anni sui progetti similari americani e inglesi.

Entro l’estate 1943 quasi tutte le nostre navi montavano il Radar “GUFO” per la scoperta navale (portata 12 km). Era giá pronto il Radar terrestre FOLAGA, per la difesa costiera e un modello per la scoperta di aerei in avvicinamento, il Radar ARGO, con portata esplorativa di 250 km, una distanza assolutamente impensabile per quei tempi; ma la tragedia dell’8 Settembre mandó tutto all’aria, non solo per l’infamia commessa dal Re con il falso armistizio ma, molto piú semplicemente perché quella data significò la perdita della nostra Flotta Navale, visto che molto vigliaccamente, quei mascalzoni degli Ammiragli del Re, si affrettarono a consegnarla agli inglesi.


I Radar “Lince”

Lince Grande: Prototipo di Radar a piastra rotante

 

Lince Piccolo: prototipo di Radar rotante costruito dalle Officine S.Giorgio di Pistoia parabolico

Anche la nostra tecnologia relativa al Radar terrestre giunse a livelli invidiabili, oltre al progetto Folaga vennero accelerati gli studi e i tentativi di applicazione pratica. Ad accelerarne la costruzione contribuì, fra l'altro, nel giugno 1942 , la caduta in mano italo-tedesca, della città libica di Tobruk ove, insieme a grandi quantità di materiale bellico, furono rinvenuti anche alcuni modelli di radar terrestri inglesi.
Alle conoscenze italiane e allo studio dei modelli inglesi, è collegato un momento della vita e della produzione del radar. Alle Officine Meccaniche San Giorgio di Pistoia, fu commissionata, sempre nel 1942, la realizzazione di due prototipi di radar terrestri in funzione antiaerea, da installare sulle coste e nei pressi degli aeroporti. Sulla base dei risultati raggiunti, riassumendo tutte le esperienze fino a quel punto acquisite, in poco tempo fu costituito un pool d'aziende costituito dalla Borletti di Milano, dalla Galileo di Firenze e dalla San Giorgio di Genova, denominato BGS, capofila del consorzio era la Galileo.
L’ Ufficio Studi della Galileo elaborava i disegni tecnici dei progetti, mentre Borletti e San Giorgio avevano il compito della realizzazione pratica dei primi quantitativi, circa venti unitá di due tipi di radar. Per la costruzione, la San Giorgio designó le sue officine pistoiesi. I prototipi furono denominati "Lince piccolo" e "Lince grande", due radar diversi, sia per dimensioni, che per la distanza massima su cui operavano.
Il Lince piccolo, era un radar di tipo parabolico, operava fino a 60 chilometri di distanza, era di studio e progettazione interamente italiana e fu completato alla fine del 1942.
Il Lince grande, di tipo a piastra rotante, operava fino a 120 chilometri di distanza e i suoi disegni ricordavano il modello inglese rinvenuto a Tobruk.

Ma il nostro radar prevedeva una grande innovazione. Il sistema di difesa contraerea, si basava sull'uso del Lince grande posto sulla costa per l'avvistamento degli aerei e che a sua volta operava in collegamento sia con le centrali di tiro delle navi che con il Lince piccolo, posizionato all'interno del territorio nei pressi degli aeroporti. I due apparecchi potevano quindi scambiarsi dati relativi all’aereo individuato. Il Lince grande acquisiva i dati e li trasmetteva al Lince piccolo che ne proseguiva l'individuazione fino all'abbattimento del bersaglio da parte delle batterie contraeree. In pratica si era di fronte ad una concezione del tutto nuova, la creazione di un sistema di “Radar intercomunicanti”.
Dei due, il Lince Grande (o lontano) aveva una struttura decisamente complessa ed avanzata ed era costituito da una cabina poggiata su quattro zampe, ruotante a 360 gradi e delle dimensioni di circa m.3 x 6 x 6.
Al di sopra di essa era posta un'antenna ruotante a 180 gradi costituita da una lamina d'alluminio traforata e recante 48 bipoli con punta in argento; la lamina era incernierata nel punto piu' alto ed era dotata di due bilancieri in basso. All'interno della cabina un operatore principale e due collaboratori operavano con un'apparecchiatura elettrica costruita dalla SAFAT e con un apparecchio scompositore quota-distanza denominato ALIDADA, che forniva tutti i dati sugli aeroplani in volo; uno standard tecnologico nettamente superiore a quello raggiunto dagli altri paesi.
Nonostante la celeritá con cui procedette la progettazione, la produzione non iniziò prima del febbraio 1943.

Ma a pochi mesi da quella data ci fu l'armistizio dell'8 settembre e la successiva occupazione tedesca dello stabilimento. Tale situazione portó a un rallentamento dei lavori, boicottati come tutta la produzione, dall'opposizione di fabbrica. Così mentre il Lince Piccolo venne sperimentato nella tarda primavera del 1943 all'aeroporto di Novara, la produzione del Lince Grande fu interrotta quando mancava solo da posizionare l'apparecchiatura elettrica, ma i bombardamenti alleati su Pistoia nel Gennaio 1944 distrussero lo stabilimento San Giorgio.

Nel successivo trasferimento degli impianti nel nord Italia il radar, per le sue dimensioni, non fu spostato, rimase nei capannoni ormai ridotti in macerie e fu smontato al momento della ripresa dell'attività industriale, alla fine del 1944.

Quanto detto fino ad ora non è tutto; l’Italia fu la prima nazione al mondo a effettuare studi anche sui disturbatori radar (detti anche ingannatori). La tecnologia raggiunta dai nostri tecnici, ci aveva consentito di produrre apparecchiature tramite le quali si potevano accecare i radar nemici, rendendoli cosí inutilizzabili.
Benché anche gli altri erano molto avanti su questi studi, fummo i primi al mondo ad averli, ma nella compagine della guerra, con scarsitá di fondi e intrisa di colpevoli leggerezze, negligenze, sabotaggi e boicottaggi, non vi fu modo (o volontà) di eseguire i necessari collaudi che ci dessero conferma della loro efficacia.
Dopo la fine della guerra si venne a sapere che i nostri disturbatori radar (prodotti dall’IMST) funzionavano benissimo e avevano sempre reso inutilizzabili i radar inglesi a difesa di Malta.
Si concludeva così un capitolo della ricerca e della tecnologia italiana sul radar che si sarebbe riaperto con ottimi risultati ed impieghi nell'Italia del dopoguerra.

Come è spesso accaduto, a causa di una micidiale miscela fatta di incapacità, ignoranza e supponenza, difetti non certo leggeri nelle persone comuni, rimangono comunque soltanto difetti, mentre per i militari che avevano l’obbligo di interessarsi fattivamente a questo tema e soprattutto l’obbligo di capirne la portata, diventano atteggiamenti che sostanziano il reato di alto tradimento.
Ancora una volta avevamo le idee, avevamo gli uomini, avevamo le capacità industriali ed avevamo il tempo necessario: che cosa non ha funzionato? Franco Bandini, nel suo libro, “Tecnica della sconfitta”, (titolo a dir poco illuminate) dice che in Italia il meccanismo della selezione funziona al contrario portando al comando invariabilmente i più incapaci. Io non sarei del tutto d’accordo con questa tesi, e ne vorrei contrapporre un’altra.

È umanamente impossibile credere che i nostri Ammiragli siano stati incapaci fino al punto da non capire quale vantaggio avrebbero avuto le nostre navi nell’avere un radar a bordo, ma é ancora piú incredibile il fatto di non capire quale pericolo si sarebbe profilato per le nostre navi, se il radar l’avessero avuto gli Inglesi (come ben presto accadrá).
Dico che nessuno può essere così ottuso da rinunciare al radar per la ricerca degli aerei e dei sommergibili nemici, che ci affondavano regolarmente i convogli di rifornimento per il Nord Africa.
E se non fosse ottusitá ma…”cupa cospirazione”? Cosa fu l’8 settembre? Non fu a quella data che divenne palese il proditorio disegno del Re e del suo codazzo di militari del quale essi facevano parte? Non furono proprio i generali ed ammiragli legati alla Monarchia i quali, ubbidienti al Re, si resero “esecutori” del tradimento.?

Dico questo perché quei Generali e quegli Ammiragli, sono gli stessi che, (unici al mondo), hanno abbandonato il nostro Esercito a se stesso e consegnato la nostra Flotta da guerra, (ancora temibilissima) al nemico quando il Re e i suoi degni compari,con il falso armistizio dell’ 8 settembre cambiarono le alleanze e commettendo il piú aberrante e infame dei delitti, svendettero il loro onore e quello di un intero popolo, tradendo tutto e tutti .
Solo alcuni isolati comandanti affondarono le loro navi e qualche altro si fece internare nei porti di paesi neutrali. L’Ammiraglio Bergamini, cosciente dell’infamia che un simile atto comportava, era fortemente contrario alla consegna della nostra flotta; per questa sua posizione venne pesantemente avversato dai vetrici della Marina; il Comandante Carlo Fecia di Cossato, l’eroico Comandante di sommergibili, si suicidò per la vergogna.
Abbiamo perso una guerra che nei primissimi tempi poteva darci diverse possibilitá di vittoria e che invece, via via cominciò a darci sconfitte sempre piú cocenti, fino al punto di determinare la sconfitta totale, per di piú macchiata dall’infamia del tradimento.
Migliaia di Ufficiali e Marinai della nostra Marina Militare e di quella Mercantile, nel compiere fino all’ultimo il loro dovere di soldati, giacciono in fondo al mare dentro le loro navi PER L’ETERNITA’ !
MIGLIAIA DI UOMINI sono morti per servire la loro Patria fino all’estremo sacrificio, lasciando le loro famiglie nella disperazione! Invece loro …i Generali e gli Ammiragli del Re, dopo essersi fregiati di “riconoscimenti avuti dal nemico”, sono rimasti tutti ai loro posti, continuando a portare alle loro famiglie… stipendio, liquidazione e pensione.

 

Ballerino Vincenzo
 

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