Da
Dongo a piazzale Loreto: un'ultima pagina di storia.
Siamo
all'ultimo atto. Questa ricerca è separata dalla fine, dalla
risposta ad un ultimo quesito: l'uccisione di Mussolini fu
decisa nel rispetto delle norme dell'ordinamento interno e
dell'ordinamento internazionale? Prima
di tutto la parola ai fatti(3): "Era ormai piena mattina -
circa le 7,30 (del 27 Aprile 1945) - e la radio aveva dato
notizia della insurrezione milanese contro i fascisti (o contro
il nulla). Non indugeremo sui laboriosi e diffidenti
conciliaboli che gli ufficiali tedeschi intrapresero con Pedro -
comandante insieme a Pier Bellini delle Stelle, della 52'"
brigata garibaldina -, mentre tra i gerarchi maggiori e minori
dilagava il timore, poi il panico, tanto che alcuni cercarono
rifugio presso gente del posto, offrendo in ricompensa denaro e
gioielli. Per i fedelissimi non v'era scampo, già erano stati
catturati Buffarmi Guidi e Tarchi che s'erano incaponiti a voler
raggiungere la frontiera svizzera, Pavolini con la sua
autoblindo si dibattè come un animale in gabbia e insieme a lui
la medaglia d'oro Barracu e altri; si
ritrovarono poi tutti sul lungolago di Dongo, per morirvi.
L'unico che i tedeschi si preoccupassero ormai di proteggere era
Mussolini, che fu indotto da Birzer a indossare un pastrano da
caporale e un elmetto della Wehrmacht: mascherata che doveva
consentirgli di superare indenne l'ispezione cui la colonna
sarebbe stata sottoposta come s'era concordato a Dongo. Così
camuffato il Duce si issò pesantemente sull'autocarro e
Claretta - ancora lì nonostante le proteste - restò a terra.
"A
Dongo uno dei partigiani che esaminavano l'interno del camion,
Giuseppe Negri, incuriosito dell'atteggiamento di un massiccio
tedesco che se ne stava accasciato in un angolo ("ubriaco,
vino" dicevano gli altri tedeschi), volle vederlo meglio e
riconobbe 'el testùn', il testone. Ne avvertì il
vicecommissario politico della brigata, Urbano Lazzaro (Bill),
che si fece consegnare da un Mussolini rassegnato il mitra che
teneva tra le gambe e la pistola, una Glisenti. Nel municipio di
Dongo fu steso un inventario di quanto il Duce aveva con sé:
parecchi documenti - tra gli altri un dossier intestato a
Umberto di Savoia - e poi sterline, assegni, un paio di guanti,
un fazzoletto, una matita. Sopravvenne, mentre i tedeschi
ripartivano liberati dall'ingombrante compagnia, Michele Moretti
(Pietro), fervente comunista, che della 52° brigata era
commissario politico: e fu stabilito di trasferire il
prigioniero per maggior sicurezza a Germasino, nella caserma
della Guardia di Finanza. A tarda sera lo si prelevò di là per
riportarlo a Como, e fu concesso a Claretta di riunirsi a lui.
Ma durante il tragitto la scorta partigiana cambiò idea:
correva voce, nei vari posti di blocco in cui via via il gruppo
incappava - a Mussolini era stata fasciata la testa per evitare
che venisse riconosciuto -
che gli Alleati fossero già a Como: i loro messaggi chiedevano
insistentemente "l'esatta situazione di Mussolini"
come premessa alla sua 'consegna'. "Fu
pertanto deliberato dai catturatori e carcerieri di Mussolini -
Bellini delle Stelle, Luigi Canali (Neri), Moretti, Giuseppina
Tuissi (Gianna) - di far marcia indietro, e ricoverare il
prigioniero insieme alla Petacci, nella cascina dei contadini De
Maria, che ai partigiani avevano dato rifugio in passato: un
fabbricato rustico a mezza costa, in località Giulino di
Mezzegra. In quel modesto casolare, nello stesso letto, l'ex
dittatore e l'ex favorita, trascorsero prigionieri l'ultima
notte della loro vita [...]. "Mentre
Mussolini peregrinava sotto sorveglianza da un paese all'altro,
da una prigione provvisoria all'altra, la notizia della sua
cattura - era il tardo pomeriggio del 27 Aprile - giunse a
Milano, nel comando del Corpo Volontari della Libertà. Vi era
approdata indirettamente, attraverso il capo della Finanza,
Malgeri, che stava facendo visita al nuovo prefetto Riccardo
Lombardi. "Questa
procedura tortuosa, insieme alla sosta del prigioniero in una
caserma di finanzieri, spiega perché Leo Valiani, rievocando
quei momenti, abbia detto che "a sera arrivò la notizia
che Mussolini era stato catturato dalla Guardia di
Finanza". I capi della Resistenza, in particolare
comunisti, socialisti e azionisti, avevano un assillo: impedire
che il Duce cadesse nelle mani degli Alleati. Ha detto Valiani
al suo intervistatore Massimo Pini (Sessant'anni di avventure e
battaglie): "Noi
quattro del comitato insurrezionale ci consultammo, senza
neppure riunirci, per telefono. Pertini, Sereni, Longo e io
prendemmo nella notte la decisione di fucilare Mussolini senza
processo, data l'urgenza della cosa". "Gli
americani infatti chiedevano, per radio, che Mussolini fosse
consegnato a loro. Longo chiese a Cadorna di dare il
lasciapassare a due suoi ufficiali, Lampredi e Audisio, perché
si recassero a prelevarlo. Cadorna racconta lealmente nelle sue
memorie di avere subito capito che andavano per fucilarlo, ma di
aver ugualmente firmato il foglio. Cadorna non era un
cospiratore antifascista..., ma pensava che era più giusto che
Mussolini morisse per mano di italiani che per mano di
stranieri: perciò firmò il lasciapassare. Enrico Mattei
(democristiano, N.d.A.) e Fermo Solari (azionista N.d. A.)
l'approvarono. Alcuni giornalisti sostengono che Cadorna poi si
pentì, arrivò da lui un ufficiale americano, Daddario (al
quale già si era consegnato Graziani, N.d.A.) [...] Quella
notte Daddario chiese invano la consegna di Mussolini. Per
scongiurare l'intromissione di angloamericani il C.V.L. mentì,
nella notte sul 28, con un messaggio che annunciava:
"Spiacenti
non potervi consegnare Mussolini che processato tribunale
popolare è stato fucilato stesso posto dove precedentemente
fucilati da nazifascisti quindici patrioti" (piazzale
Loreto, N.d.A.) ".
In realtà la sentenza era stata pronunciata, ma l'esecuzione
soltanto ordinata. "Con
un pugno di tipi risoluti, Walter Audisio (Valerio) e Aldo
Lampredi (Guido) viaggiavano all'alba del 28, verso Como. La
scelta di Lampredi era stata ragionata, era il braccio destro di
Longo, un uomo dell'apparato. Walter Audisio, alias colonnello
Valerio, un ragioniere trentaseienne di Alessandria, era anche
lui un compagno di provatissima fede, ma di assai minore
equilibrio. "Un
tipo, ha osservato Valiani, "un po' prepotente",
"un po' matto"; il che, secondo Secchia, non guastava.
"Forse, se non fosse stato un po' matto, non avrebbe
portato a termine la missione, malgrado gli ostacoli che incontrò".
Il 'compito storico' di uccidere il Duce gli toccò per caso; lo
si deduce almeno da quanto ha affermato Fermo Solari, stretto
collaboratore di Longo. "Quando
telefonarono da Musso che il Duce era prigioniero, Longo uscì
per fare alcune telefonate e dare degli ordini e poi mi disse:
"Ho trovato solo Audisio, ho mandato su lui perché ce lo
porti a Milano". Quanto ci fosse di sincero e quanto di
reticente in quel "ce lo porti a Milano" è diffìcile
dire. Probabilmente Longo non precisò subito se lo voleva,
Mussolini, vivo o morto, ma lasciò intuire cosa preferisse.
Divenne comunque esplicito durante una telefonata con Audisio
che, fatta sosta a Como nel tragitto verso Dongo, si era
imbattuto in esponenti della Resistenza dalla mentalità
'formalistica' e 'legalitaria', i quali gli 'mettevano i bastoni
tra le ruote'. Chiamò allora Milano per avere istruzioni da
Longo, che seccamente rispose: "O fate fuori lui, o sarete
fatti fuori voi". "Il
comportamento del colonnello Valerio fu contrassegnato - una
volta raggiunto Dongo - da una volontà fanatica, isterica e
feroce di far presto, anticipare i possibili salvatori.
Condannare, fucilare, vendicare. Con Bellini delle Stelle, che
tentava di muovere obiezioni e di opporsi a quelle sommarie e
sanguinarie procedure, Walter Audisio si comportò, più che da
superiore, da bravaccio intimidatore. "Volle
l'elenco dei gerarchi catturati, e con furia appose accanto a
ciascun nome la crocetta che significava morte. Accertò con
rapidità - grazie alla sua conoscenza dello spagnolo - che
Marcello Petacci, il quale s'era spacciato per diplomatico di
Franco, era un bugiardo e lo scambiò per il figlio del Duce,
Vittorio. A ogni buon conto, morte anche per lui. Morte
naturalmente per Mussolini, morte per Claretta Petacci, e quando
Bellini delle Stelle protestò: "Non ha nessuna
colpa", Valerio ribattè spitatamente: "E stata
consigliera di Mussolini e ha ispirato la sua politica per tutti
questi anni. E responsabile quanto lui". E poi aggiunse:
"Non la condanno io. E già stata condannata". Era una
menzogna. Valiani l'ha ripetuto, riecheggiando le analoghe
dichiarazioni di Pertini, trentott'anni dopo i fatti.
"Quanto alla Petacci, ha ragione Pertini. Il C.L.N.A.I. non
la condannò mai e non c'era un motivo valido per fucilarla. Non
so perché sia stata uccisa". "Della
fine di Mussolini e della Petacci, WalterAudisio diede almeno
quattro versioni, concordanti nell'essenza, discordanti in
alcuni particolari non trascurabili. "
"L'ultima volta, in un memoriale pubblicato postumo - era
morto l'11 Ottobre '73 - nel 1975, ha raccontato che,
accompagnato da Lampredi e Moretti (quest'ultimo essendo del
posto sapeva come raggiungere Giulino di Mezzegra) arrivò alla
cascina, e indusse Mussolini e la Petacci ad accompagnarlo
dicendo d'essere venuto per liberarli. All'andata, aveva già
adocchiato il luogo adatto per l'esecuzione: "Una curva, un
cancello chiuso su un frutteto, la casa sul fondo palesemente
deserta (si chiamava Villa Belmonte, N.d.A.) ". Così si
avviarono, Mussolini in un soprabito color nocciola, la Petacci
impacciata dai tacchi alti delle scarpe nere scamosciate.
"Percorsero
il breve tratto fino alla 1.100 nera con cui i messaggeri di
morte avevano fatto il viaggio, e furono portati a destinazione.
Non mette conto di citare gli scambi di frasi tra i protagonisti
di questo epilogo, ne la descrizione sprezzante che Valerio
diede di Mussolini, delle sue ultime baldanze (credette davvero
per un momento d'essere avviato verso la libertà?), poi del suo
terrore. Fatti scendere Mussolini e la Petacci dall'auto,
Audisio prese a leggere un foglio. "Per ordine del comando
generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di
rendere giustizia al popolo italiano". Trascriviamo, a
questo punto, l'ultima e, per quanto riguarda il P.C.I.,
definitiva versione del colonnello Valerio: "Con
il mitra in mano scaricai cinque colpi su quel corpo tremante.
Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato
al muro, con la testa reclinata sul petto. La Petacci, fuori di
sé, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e
cadde di quarto per terra. Erano le 16,10 del 28 Aprile
1945". "Inutilmente
autodifensiva e grottesca la descrizione della fine di Claretta
Petacci. WalterAudisio - se fu lui il 'giustiziere' - l'aveva
condannata; voleva che morisse, ed ebbe soddisfazione. Quanto
alla parte riguardante il Duce, è possibile che in sostanza sia
autentica, benché molte perplessità siano emerse. "Gianfranco
Bianchi e Fernando Mezzetti, che all'epilogo fascista hanno
dedicato un libro molto documentato, portano testimonianze
secondo le quali esecutore materiale sarebbe stato il Moretti.
Altri hanno indicato in Longo il giustiziere, altri ancora hanno
accennato alla intromissione di un inglese, incaricato di
recuperare i documenti che Mussolini aveva con sé e che
infastidivano Chur-chill. A un Longo che avrebbe provveduto
personalmente alla uccisione, Valiani non era molto disposto a
credere: "Non ho motivo di escluderlo, però mi pare
improbabile. Se la mia memoria non mi inganna, Longo, il giorno
che si sarebbe dovuto trovare a Dongo, era a colazione a casa
mia in via Benedetto Marcello". "E
poi: "Ho l'impressione che fosse quel giorno, 28 Aprile,
però potrei sbagliare: potrei confondere le date [...] e può
darsi che Longo sia andato a Dongo. Non ci credo molto però,
anche perché non vedo quali attitudini di tiratore Longo
avesse. Aveva guidato le brigate internazionali in Spagna, si
era battuto con sagace coraggio, era spesso in prima linea, ma
come ispettore generale, non come tiratore scelto: però può
darsi che abbia voluto prendersi questo gusto". Quanto ad
Audisio: "Che Mussolini l'abbia ucciso lui, questo è
dubbio: la versione che noi apprendemmo subito dopo, da Longo,
fu che era stato Lampredi ad eseguire la bisogna. Questa era la
versione interna. Ma forse fu il comasco Michele Moretti".
Il mistero resta dunque tale: è un mistero importante per la
ricostruzione cronicistica degli avvenimenti, non per il profilo
storico e politico. Il C.L.N.A.I., e il C.V.L., e nel C.V.L. i
comunisti in primo luogo, poi i socialisti e gli azionisti,
vollero, fortissimamente vollero che Mussolini fosse sottratto
agli Alleati e consegnato al mitra. Il resto è dettaglio". Pur
condividendo le conclusioni cui perviene l'analisi di Montanelli
e Cervi, in merito alle modalità di esecuzione del Capo del
Fascismo, giova render conto di un'ulteriore versione fornita
intorno a questi fatti. Secondo
Pisano(4), giunta la notizia dell'arresto di Mussolini, i
responsabili del C.L.N. temettero che i partigiani comaschi
avrebbero consegnato il prigioniero agli Alleati. Così, la sera
del 27 Aprile, Sereni, Valiani, Longo e Pertini, ne decretarono
la morte immediata. Gli
emissari del C.L.N. partirono la notte stessa da Milano per
raggiungere Giulino di Mezzegra e, mentre Audisio discuteva con
i capi locali, un gruppetto, guidato da Longo, raggiunse,
all'alba, casa De Maria, dove erano rinchiusi Mussolini e la
Petacci. Quando i partigiani entrarono in stanza, prosegue il
racconto di Pisano, vi fu una colluttazione durante la quale
Mussolini rimase ferito. Trascinato fuori, fu legato al portone
di una stalla ed ucciso con una raffica di mitra. Claretta
Petacci subì, invece, ore di sevizie e di violenze prima di
essere uccisa. Solo nel pomeriggio avvenne la messa in scena
dell'esecuzione, durante la quale furono "fucilali" i
due cadaveri. Fin
qui il resoconto dello storico ferrarese, riportato per ragioni
di completezza, al fine di rendere omaggio alle più diverse
opinioni espresse in merito. D'altro
canto, resta incontrovertibile il fatto che ai fini della nostra
indagine, le diverse verità, che sono state raccontate nel
corso di questi cinquant'anni, non intaccano il nocciolo della
questione, oggetto della nostra ricerca, inerente la legittimità
giuridica di quegli accadimenti. Comunque,
prima di darne svolgimento, proseguiamo nel racconto(5),
culminante nella "esposizione" di piazzale Loreto. "Fosse
stato o no l'uccisore di Mussolini e della Petacci, il
colonnello Valerio tornò a Dongo, subito dopo l'incursione a
Giulino di Mezzegra, con l'aria di chi alla giustizia sommaria
avesse preso gusto, e volesse insistere. Nella sala d'oro del
municipio i gerarchi bloccati con Mussolini erano sempre
guardati a vista dagli uomini di 'Pedro': un gruppo eterogeneo
che comprendeva l'indomabile Pavolini, ministri, federali, lo
strano compagno di strada Bombacci, la medaglia d'oro Barracu,
quindici in tutto i fucilandi, per pareggiare simbolicamente le
vittime di piazzale Loreto. Furono ammassati sulla piazza, tre
minuti e un prete per l'assoluzione a chi la voleva, poi la
scarica. Walter Audisio s'era accorto poco prima che mancava
quel falso spagnolo che aveva creduto fosse Vittorio Mussolini,
e che, identificato per Marcello Petacci, era stato separato
dagli altri. In fin dei conti era al più un profittatore, non
uno dei capi del fascismo, e infatti i morituri non lo avevano
nemmeno voluto insieme a loro; Restò isolato e morì isolato.
Ma Audisio non rinunciò a lui. Il Petacci, robusto giovane, si
divincolò e tentò la fuga, riuscì a tuffarsi nel lago e fu
finito in acqua. In quella operazione di rastrellamento, prima
della strage, e dopo di essa, vi fu certamente passaggio, e poi
dispersione e trafugamento di denaro, bagagli con valori,
gioielli, sterline d'oro e marenghi a migliaia. Del 'tesoro di
Dongo', che prese le più disparate destinazioni, di partito o
personali, si cercò successivamente di ricostruire la fine con
un classico 'processo fiume' all'italiana, poi insabbiato e
finito in nulla. "Chiuso
questo conto di sangue, Audisio non era ancora appagato. Voleva
un supplemento spettacolare (proprio sua fu l'iniziativa della
esposizione in piazzale Loreto). Buttò i cadaveri di Dongo su
un camion, a Giulino di Mezzegra prelevò gli altri di Mussolini
e della Petacci che erano stati sorvegliati da due partigiani,
con quel mucchio nel cassone si diresse verso Milano dove entrò
in piena notte, e depositò il carico sotto la tettoia del
distributore di piazzale Loreto. Altri quattro corpi furono poi
aggiunti, e la messinscena completata più tardi issando alcuni
morti a testa in giù come nel negozio del beccaio. "Turpe
scena da 'revoluciòn' centroamericana o da colpo di Stato
irakeno, che ha disonorato chi la volle, chi la consentì, e la
folla eccitata che indecentemente si accanì contro i poveri
resti, li insultò, li sputacchiò, li insudiciò in modo ancora
peggiore. Infieriva esultante, il 'popolo', su colui che aveva
acclamato fino a non molti mesi prima. Cadorna parlò di
"sconcio", Farri di "macelleria messicana". "Secondo
Valiani il colonnello americano Charles Poletti, neonominato
governatore della Lombardia, approvò invece, dopo avervi
assistito, la disgustosa esibizione, da Bocca sorprendentemente
definita "atto rivoluzionario su cui si farà dell'inutile
moralismo". "Prima
che quella parata dell'orrore, purtroppo resa nota al mondo da
una serie agghiacciante di fotografie e filmati, avesse
finalmente termine, una vittima di spicco allungò l'elenco dei
giustiziati: Achille Starace [...]. "È
impossibile seguire i molti altri destini, tragici e non, che
l'ondata della liberazione travolse. "Questo
periodo ebbe l'ambizione d'essere rivoluzionario; ma della
rivoluzione spartì solo in piccola parte i connotati nobili ed
epici, l'ardore del nuovo, la genuinità delle convinzioni e
delle passioni, la speranza del futuro, e in larga parte i
connotati deteriori: la ferocia e la vendetta. Ma chi se ne fece
interprete, in entrambi i casi, era intercambiabile, salvo poche
onorevoli eccezioni: v'è una professionalità dell'estremismo,
e del sangue, che ha per costante l'ansia di uccidere, e per
accessorio causale l'ideologia cui applicarla".Se
questa è la narrazione storica, un ultimo pesante
interrogativo-risposta separa dalla parola fine questo libro: è
giuridicamente sostenibile l'uccisione di Benito Mussolini?
(3)
I.MONTANELLI-M.CERVI, L’Italia della guerra civile,
Milano, 1983 pp.325-333
(4)
G. PISANO’, Gli ultimi 5 secondi di Mussolini
(5)
.MONTANELLI-M.CERVI, op.citata p.333 ss