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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"

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Zelmira Marazio
- IL MIO FASCISMO -
Storia di una donna 

 

Si ringrazia la sign. Sonia Borghi per la gentile collaborazione e l'invio dell'opera.
© Verdechiaro Edizioni
260 pagine - Euro 12,30

Notizie sull'autrice:
Zelmira Marazio nata a Torino nel 1921, laureata in lettere, direttrice didattica in servizio a Palermo per trent'anni. Ha pubblicato con la SEI di Torino il volume "Palermo e la Conca D'oro"; con il comune di Palermo il volume "Dai monumenti alla Storia - Itinerari didattici attraverso Palermo medievale". Ha collaborato con alcuni musei palermitani (Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo" e Galleria Regionale di Palazzo Abbatellis) pubblicando guide didattiche e cd-rom dedicati alle scuole dell'obbligo.

Introduzione:
In questo libro, Zelmira Marazio rievoca un periodo storico che risuona come un'opera lirica drammatica, in cui lei, tra i personaggi scelti dalla vita a dispiegare il suo disegno, segue il sentiero del destino con il cuore acceso dall'idealismo e dal coraggio di chi sa di combattere per la propria verità, e che da qualunque parte decida di schierarsi non si spegne nel momento del pericolo e della sconfitta, ma continua ad amare quella luce che a torto o a ragione crede la migliore.
L'importanza di dare voce a tutti gli strumenti che compongono una sinfonia per avere un ascolto completo, ci consiglia di leggere questa testimonianza senza preconcetti o giudizi, per poter inoltre raggiungere la consapevolezza che per cambiare il mondo si può solo partire da se stessi. Il dolore di uno stesso popolo che non trova altra soluzione che levare le mani reciprocamente e con violenza, ci spinge a cercare in noi soluzioni nuove che facciano fiorire un nuovo paradigma nell'inconscio collettivo, cercando di sostituire un immobilismo moralista con la coscienza dell'unione con il tutto.

La Prefazione del libro di Gabriella Portalone 

Mi è stato inaspettatamente offerto di scrivere la prefazione di un libro, per così dire, controcorrente, scritto da una persona che non conosco ma che ho  imparato a conoscere e ad apprezzare pagina dopo pagina, dal suo toccante racconto.
Si tratta di una sorta di diario, scritto a sessanta anni di distanza dai fatti narrati, che ripercorre con il distacco e la serenità di giudizio dati dal tempo, il periodo breve ma intenso della Repubblica Sociale, vissuto appassionatamente da una giovane ventenne torinese, nata e educata nel periodo fascista, intrisa d’ideali che riteneva giusti e intramontabili.
Il fatto che Zelmira Marazio si sia decisa soltanto adesso a raccontare la sua dolorosa avventura, la dice lunga sulla tirannia culturale che gli italiani hanno subito dai vincitori, in questo lungo, quasi interminabile dopoguerra,  soprattutto da quella parte dei vincitori che monopolizzarono la Resistenza considerandola “cosa loro”, dividendo i loro connazionali tra buoni e cattivi, o quanto meno tra uomini e donne capaci di fare una scelta politica matura e marionette o, nel migliore dei casi, idealisti sprovveduti,  manovrati da un capo pazzo e assetato di sangue.
Chi credette nell’ultimo Mussolini, chi considerò inaccettabile il tradimento, chi ritenne doveroso battersi contro gli invasori anglo americani - i nemici fino all’8 settembre – chi rischiò la vita e perdette tutto in nome della Patria, è stato considerato fino ad ora un reprobo, un criminale, un efferato nazista – equiparando irrazionalmente fascismo e nazismo – un individuo, insomma, da emarginare perché non degno di essere annoverato fra i veri costruttori della Repubblica nata dalla resistenza.
Oggi qualcosa è cambiato; grazie a Renzo De Felice, ebreo e marxista, definito sprezzantemente dalla sinistra bieco revisionista, abbiamo imparato a leggere la storia attraverso i documenti e non attraverso le passioni personali, le bugie dei vincitori, il disprezzo per i vinti. De Felice ha ricostruito nella sua monumentale biografia di Mussolini e nel suo “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, una storia diversa, facendoci comprendere per la prima volta, al di là delle denigrazioni e delle apologie, che nel ventennio non tutto fu negativo, che così come avviene in ogni periodo storico, non esistette solo il bianco e il nero, ma anche il grigio. Ci fu cioè molto di giusto, molto di sbagliato e molte cose che avrebbero potuto avere un esito diverso se la storia fosse andata in un altro modo. Mussolini fu un uomo, un grande uomo, nel bene e nel male, ma come tutti i grandi uomini commise errori, errori che purtroppo si ripercossero su un’intera nazione e che divisero gli italiani in maniera talmente netta e profonda da  impedire che, a distanza di sessanta anni, si possa parlare di  una vera pacificazione, come invece è avvenuto in Spagna, dove tutti i combattenti della sanguinosa guerra civile sono sepolti in un unico grandioso sacrario dove vengono egualmente onorati perché tutti, dall’una e dall’altra parte, combatterono per la Patria .
Come studiosa del fascismo mi sono convinta, nel corso di tanti anni, che l’unica vera colpa, imperdonabile, che si può imputare a Mussolini, che non fu certamente il sanguinoso tiranno che la propaganda di sinistra ha cercato in tanti anni di presentarci, fu quella di avere inspiegabilmente e irrazionalmente aderito alla politica razziale di Hitler. Sottolineo inspiegabilmente ed irrazionalmente perché in Italia, rispetto alla Germania, non esisteva una cultura antisemita, lo stesso Mussolini aveva avuto ebrei fra i suoi più stretti collaboratori – ricordo fra tutti il palermitano Jung, Finzi e la Sarfatti, sua amica e consigliera nei primi anni dell’ascesa al potere. Nelle città italiane come Ferrara, Trieste, Cremona e Padova, dove la comunità ebraica era numericamente consistente, gli ebrei ricoprivano importanti cariche nel partito e nella società civile.[1] Per di più, dopo l’avvento di Hitler e i primi provvedimenti d’emarginazione degli ebrei e, soprattutto, dopo le leggi di Norimberga, Mussolini aveva accolto migliaia d’ebrei tedeschi in Italia, addirittura varando un’apposita legge che riconoscesse il valore giuridico dei loro titoli di studio, cosa che aveva suscitato il malumore dei liberi professionisti italiani che vedevano negli immigrati dalla Germania dei pericolosi concorrenti. E’ sempre De Felice che prova con documenti inoppugnabili l’interessamento del duce e di Papa Pacelli, per far confluire molti ebrei tedeschi nei porti italiani di Trieste e Napoli, da dove si sarebbero imbarcati per l’America o per la Palestina, ottenendo per loro dalle compagnie marittime italiane, il Lloyd Adriatico in testa, corposi sconti delle tariffe di navigazione.
Perché allora l’obbrobrio del ’38, seguito peraltro da una serie di manovre più o meno segrete per salvare la maggior parte degli ebrei italiani dai campi di concentramento tedeschi, tanto da essere accusato da Goebbels e dallo Stato Maggiore germanico di salvare gli ebrei?[2] E’ una domanda a cui non so darmi una risposta e che ammanta di una luce sinistra quello stesso personaggio che, di contro, in tanti anni ho imparato ad apprezzare.
Si rimprovera a Mussolini l’alleanza con Hitler, ma anche quella fu una conseguenza determinata dalla miope politica inglese e certo non voluta dallo statista italiano. Egli, fin dall’avvento di Hitler al potere, aveva compreso i pericoli che il fanatismo nazista e il revanchismo tedesco, determinato dal famigerato diktat di Versailles, avrebbero causato all’Europa e alla pace. Aveva cercato di intensificare, quindi, un’alleanza occidentale, tra Francia, Italia e Inghilterra, in funzione antitedesca. A tal fine si era fatto promotore nel ’33 del patto a quattro, poi fallito per la poca lungimiranza politica francese, e quindi del Convegno di Stresa. Peraltro, solo lui, nell’imbarazzante ed assordante silenzio delle altre potenze europee, con l’invio di quattro divisioni al Brennero, si era concretamente opposto al colpo di stato che Hitler aveva tentato in Austria con l’uccisione del cancelliere Dolfuss, per poter attuare immediatamente l’unificazione fra i due stati tedeschi. Il blocco antinazista che Mussolini aveva tentato si era rotto dopo l’aggressione italiana all’Etiopia, da cui scaturirono le famose sanzioni irrogate dalla Società delle nazioni su istigazione dell’Inghilterra che, per impedire che un’altra potenza marinara avesse il controllo del Mar Rosso e delle risorse idriche del Lago di Tana, concentrò tutte le sue forze per impedire la conquista italiana dell’Etiopia, rinunziando perciò al controllo, unitariamente alla Francia e all’Italia, delle mosse hitleriane. Inaugurando una politica esasperatamente antiitaliana e nel contesto una scelta filo-tedesca, grazie alla diplomazia di appeasement portata avanti da Chamberlain, permise al dittatore nazista di stravolgere unilateralmente il Trattato di Versailles senza incontrare alcun ostacolo sul suo cammino, visto che l’Italia, respinta dalle altre due potenze occidentali e favorita dalla Germania, era entrata nella sua orbita e da sola non si era più potuta opporre all’Anschluss che si sarebbe attuata nel marzo del 1938, decretando la fine della pace europea. Chamberlain, Eden, e tutto l’establishement inglese, in verità consideravano come loro primario obbiettivo l’eliminazione della potenza sovietica e ritenevano che per ottenere tale risultato avrebbero dovuto servirsi proprio di Hitler che, nel suo “Mein Kampf”, aveva preannunciato nel futuro la ricerca dello spazio vitale tedesco proprio nello sterminato territorio sovietico.[3]
Quanto all’entrata in guerra accanto a Hitler, anche quello fu un tragico errore, ma fu un errore non voluto dal duce, ma impostogli dal forte alleato;  lo si evince da una lettera del führer a Mussolini del marzo 1940 - quando ancora l’Italia era non belligerante – in cui si legge una non tanto recondita minaccia di occupazione del territorio italiano se il duce non si fosse deciso a scegliere per l’Italia la via che l’avrebbe portata ad una politica di potenza. Come avrebbe del resto Mussolini potuto mantenere lo stato di non belligeranza che aveva strenuamente voluto nel settembre del ’39, quando tutta l’Europa era ormai sotto il tallone nazista e i porti italiani erano divenuti indispensabili per il proseguimento della guerra nazista? Franco poté rifiutarsi di entrare in guerra adducendo come pretesto le rovine della guerra civile e il pericolo di rimettere in mano agli spagnoli le armi quando la nazione non era ancora completamente pacificata. D’altronde non avrebbe rischiato un’occupazione forzosa da parte dei nazisti, poiché data la sua posizione geografica avrebbe potuto sempre ricattare Hitler, minacciandolo di mettere i suoi porti a disposizione degli inglesi. L’Italia chiusa nel Mediterraneo non avrebbe potuto farlo senza trasferire il conflitto sul suo suolo, così come sarebbe avvenuto dopo l’8 settembre. ”Mi è testimone Iddio – avrebbe scritto nel 1943 Mussolini – degli sforzi disperati, angosciosi – dico disperati e angosciosi – che feci per salvare la pace nel fatale agosto del 1939. Gli sforzi andarono a vuoto. La colpa l’hanno quasi in parti uguali inglesi e tedeschi. Gli inglesi perché avevano dato garanzie alla Polonia. I tedeschi perché avevano pronta una poderosa macchina militare e non seppero resistere alla tentazione di metterla in moto”[4]
Si imputa a Mussolini la colpa di aver diviso l’Italia, con la creazione della Repubblica di Salò, tra fascisti e antifascisti, addirittura di aver fatto nascere l’antifascismo come strumento di divisione e di scontro politico nazionale con conseguenze che ancora oggi si risentono. E’ vero. Se Mussolini si fosse suicidato a Campo Imperatore, come pare tentò di fare, o se fosse stato preso dagli anglo- americani, l’Italia si sarebbe risparmiata la guerra civile e gli italiani non avrebbero nutrito gli uni verso gli altri l’odio che condizionò per decenni la vita politica italiana rendendola diversa da quella degli altri paesi occidentali, Germania compresa. Anche la resistenza avrebbe avuto un carattere nazionalista patriottico, come l’ebbe in Francia, i comunisti avrebbero avuto meno peso nella lotta partigiana e dopo la Liberazione non avrebbero avuto la legittimazione a far valere la loro egemonia oltre che politica, anche e soprattutto culturale nell’Italia nata dalle rovine del fascismo. Tutto questo è vero, ma è anche vero che se Mussolini, che dopo il 25 luglio si sentiva un uomo finito sia nel fisico che nello spirito e che aspirava solamente ad un suo ritiro nell’amata Romagna, avesse rifiutato di mettersi a capo della Repubblica di Salò, l’Italia avrebbe subito una sorte peggiore di quella della Polonia, perché a differenza dei polacchi, gli italiani venivano considerati dai nazisti dei veri traditori. “La propaganda avversaria - scriveva il duce – mi accusa di aver scatenato con la creazione della Repubblica Sociale la guerra civile in Italia. Ma verrà giorno nel quale sarà onestamente riconosciuta la verità che è la sola, animante certezza di questa mia difficile ora, e che cioè nella tragedia della patria la mia azione ha rappresentato un enorme cuscinetto per la tutela e la salvaguardia degli interessi italiani”. E ancora a proposito della scelta del Re e di Badoglio: “Sul piano di queste considerazioni, non esito affatto a riconoscere che anche il governo Badoglio al sud, malgrado l’ignominia della sua origine, è stato un fatto provvidenziale. Quando c’è un esercito straniero che occupa il suolo della patria, un governo nazionale è una necessità assoluta, non certo un arbitrio, né un’invenzione faziosa. Tutto ciò è lapalissiano”[5] Proprio alla vigilia della nascita della Repubblica Sociale Goebbels, a  proposito del tradimento italiano, così scriveva nel suo diario: “Hanno perso l’onore. Non si può mancare di parola due volte nel corso di un quarto di secolo senza macchiare per sempre il proprio onore politico[…]. L’unica cosa sicura di questa guerra è che l’Italia la perderà. Il vigliacco tradimento al suo capo è stato il preludio di un tradimento contro il suo alleato. Il Duce entrerà nella storia come l’ultimo romano, ma dietro la sua potente figura, un popolo di zingari terminerà di imputridire[…].  Gli italiani, per la loro infedeltà e il loro tradimento, hanno perduto qualsiasi diritto a uno stato nazionale di tipo moderno. Debbono essere puniti severissimamente, come impongono le leggi della storia”[6].
Racconta Vittorio Mussolini che quando il duce, durante il primo colloquio con Hitler, comprese le sue intenzioni, si sentì morire. Cercò di guadagnare tempo e di convincerlo a rinunziare al suo progetto, dichiarando che il fascismo non poteva risorgere e che non voleva rendersi corresponsabile, assieme a Badoglio, di una guerra civile. Non ci fu niente da fare, Hitler alzando il tono della voce ribadì con violenza le minacce già formulate il giorno prima: “L’Italia settentrionale dovrà invidiare le sorti della Polonia se voi non accettate di ridare valore all’alleanza fra la Germania e l’Italia mettendovi a capo dello Stato e del nuovo governo. In tal caso il conte Ciano non vi sarà naturalmente consegnato; egli sarà impiccato qui in Germania[…]. O il nuovo governo della repubblica fascista si impernia sul binomio Mussolini-Graziani o l’Italia sarà trattata peggio della Polonia. Peggio, dico, perché la Polonia fu considerata un paese di conquista; l’Italia sarà considerata il paese dei traditori senza discriminazione.”[7]
D’altra parte non si possono biasimare i tedeschi da questo punto di vista, se teniamo conto che il nostro Re, a qualche ora dall’annuncio dell’armistizio, assicurava all’ambasciatore tedesco ricevuto per la consegna delle credenziali, che l’Italia non avrebbe capitolato mai e sarebbe rimasta legata alla Germania per la vita e per la morte e che il nostro ineffabile primo ministro, il Maresciallo Badoglio – per il quale gli inglesi coniarono il neologismo to badogliate col significato di tradire –  il 3 settembre, il giorno in cui Castellano firmava a Cassibile l’armistizio con gli anglo americani, dichiarava allo stesso neo-ambasciatore tedesco: “[…] Io sono il Maresciallo Badoglio, appartengo con Von Mackensen e Pétain, al gruppo dei tre più anziani marescialli d’Europa. La sfiducia del governo del Reich nei confronti della mia persona è per me incomprensibile. Ho dato la mia parola e mantengo fede ad essa” [8].
Questo tradimento, perché di tradimento si trattò, spinse trecentomila giovani ad arruolarsi nell’esercito della Repubblica Sociale per difendere quell’onore italiano che era stato così vilmente calpestato, combattendo per cercar “ la bella morte”. Carlo Mazzantini nel 1943 era uno studente romano diciassettenne che invece di sostenere gli esami di riparazione per la maturità corse ad arruolarsi in un comando tedesco di paracadutisti chiedendo di essere mandato al fronte per combattere “la perfida Albione”, “il popolo dei cinque pasti”. Finì volontario nella Legione Tagliamento della Repubblica Sociale, con la quale combatté in Val Sesia, rischiando, nell’aprile del ’45 a Milano, dopo la cattura da parte dei partigiani, la fucilazione. In uno dei suoi libri di memorie così ricorda quella dolorosa esperienza: “Noi volevamo morire! Non volevamo sopravvivere alla fine del mondo che ci aveva prodotti!”[9]
Sono questi gli italiani figli, nati e cresciuti nel fascismo, come la nostra autrice, che  allo sgomento dei loro genitori, curvi sulle loro miserie e su quelle della Patria, intenti solo a leccarsi le ferite e a salvare il salvabile, reagiscono con l’ardore e l’incoscienza della loro età, pronti alla morte pur di salvare l’onore della Patria, ribelli destinati a pagare il conto della Storia, immiserita, tradita dagli adulti[10].

Giovani tanto più ammirevoli quanto temerari ed idealisti; sapevano in cuor loro che tutto era finito, che il loro mondo stava per crollare, che stavano schierandosi con i vinti, ma non per questo gettarono le armi, non per questo si rifugiarono nella fatalistica e inerte attesa dei più, vollero continuare a sostenere fino alla fine e contro ogni logica, l’ideale in cui sinceramente credevano.
Nella prigionia di Ponza e La Maddalena, prima, e di Campo Imperatore poi, Mussolini viene descritto dai testimoni come un uomo finito nell’apatica attesa di un destino che certamente non sarebbe stato per lui favorevole, tale impietoso ritratto è quello che traspare nelle sue stesse parole: “Sarei veramente ingenuo a meravigliarmi delle manifestazioni della folla. A parte i nemici, che per 20 anni avevo aspettato nell’ombra, a parte i colpiti, i delusi, ecc…, la massa è sempre stata pronta in tutti i tempi a distruggere gli dei di ieri, anche se domani se ne dovrà poi pentire. Ma nel mio caso non sarà così. Il sangue, l’infallibile voce del sangue, mi dice che la mia stella è per sempre tramontata”[11].
La delusione di Mussolini era certamente determinata dal suo fallimento politico, ma anche, e forse soprattutto, dalla sua incapacità a forgiare l’homo novus di cui aveva tanto parlato nella sua rivista “Utopia”, l’ordine nuovo che la rivoluzione fascista avrebbe fondato, rigenerando la “stirpe italica”. Egli si era proposto come suo primo scopo, perciò aveva inutilmente tentato di rendere totalitario il suo regime, di trasformare gli italiani da popolo pavido, sonnacchioso, imbelle, servile, in un popolo d’eroi, educati alla scuola del dovere, dell’amore per la Patria e pronti ad immolarsi per essa. Le adunate oceaniche che avevano segnato ogni tappa del suo itinerario politico e che avevano sottolineato i suoi successi, gli avevano dato l’illusione di essere riuscito nell’impresa. Si erano tuttavia rivelate solo delle manifestazioni di folklore, poiché al momento della crisi, gli italiani si erano rivelati quelli che erano sempre stati, topi che scappano dalla nave che affonda, imbelli opportunisti pronti a seguire il carro del nuovo vincitore, privi di orgoglio nazionale tanto da prostrarsi al vecchio nemico, ora alleato, ma pur sempre invasore.

Ma i trecentomila giovani che volontariamente erano accorsi non in aiuto di Mussolini, ma in aiuto della patria oltraggiata e umiliata, le ragazze come Zelmira Marazio, la giovane e bella Mirella del nostro racconto, che si erano arruolate nel Servizio Ausiliario Femminile o che non potendolo fare per motivi di famiglia, avevano continuato a prestare il loro servizio nelle sedi del Partito Fascista Repubblicano, erano l’esempio che non tutto il seme sparso era andato perduto. Non si può quindi non essere d’accordo con De Felice quando, a proposito della Repubblica Sociale, scrive che se Mussolini poté dopo quarantacinque giorni risorgere: “[…] non fu soltanto perché venne sospinto e portato dalle baionette tedesche, ma altresì perché poté fare leva sulla rivolta morale, determinata dall’azione compiuta da Badoglio e dai suoi, e sull’angosciosa delusione che afferrò il popolo italiano dopo l’8 settembre. Il 25 luglio il popolo italiano ed il fascismo medesimo avevano abbandonato Mussolini. Dopo l’8 settembre questi trovò ad un tratto, attorno a sé, non soltanto i pochi fanatici superstiti della dittatura fascista, bensì anche molti offesi dello scempio fatto sul corpo inerme della nazione” [12].
Quanto al fatto che Mussolini fosse un semplice Quisling come capo della RSI, bisogna ribaltare anche questo luogo comune. Certo il duce fu costretto da Hitler e dalle circostanze  a costituire uno Stato che sapeva essere sotto il diretto controllo dei tedeschi, tuttavia bisogna riconoscere che l’autorità che lo stato fascista esercitava nel nord occupato dai tedeschi fu sicuramente di gran lunga maggiore di quella del Re e di Badoglio nel sud occupato dagli anglo-americani. Innanzitutto il rispetto che Hitler personalmente nutriva per Mussolini, impedì ogni atto d’offesa o d’umiliazione nei riguardi della sua persona e del suo ruolo istituzionale. Basti pensare che all’indomani della costituzione della RSI, Mussolini si affrettò a nominare i prefetti delle cinque province occupate militarmente dai tedeschi in Trentino – Alto Adige e sul litorale adriatico: Trento, Bolzano, Udine, Gorizia, Trieste e Fiume. Immediatamente inviò il gen. Graziani  ad ispezionare e prendere possesso del territorio, mentre la Decima Mas  di Valerio Borghese si stanziava sul territorio che i tedeschi avevano cercato di annettere al Reich  col pretesto della sicurezza militare. Certo ciò non impedì ai nazisti di rimanere in loco e di gestire la situazione, ma non poterono agire da padroni, dovettero continuamente venire a patti con le autorità repubblicane.
 Dovettero fare buon viso a cattivo gioco anche di fronte alle provocatorie parole pronunziate dal comandante della Decima Mas a Trieste, davanti alla chiesa di San Giusto: “La consegna che ho dato alla Decima è precisa: schierarsi contro la minaccia di qualunque straniero”[13]. Mussolini, inoltre, impose ai tedeschi di dichiarare pubblicamente l’italianità delle zone militarmente occupate, pretendendo che venissero amministrate esclusivamente dai funzionari della RSI. La fermezza di Mussolini a tal riguardo fu tale da provocare il seguente commento da parte dell’ufficiale di collegamento  tra il generale plenipotenziario tedesco e il Maresciallo Graziani: “In una certa occasione si richiese al Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani di ritirare il comando italiano  da Trieste, col generale Esposito, ma il suo rifiuto fu deciso. L’atteggiamento da lui assunto fu talmente violento che pregai il mio Governo di non farmi fare più certe cose. Un’altra volta lo avevamo avvertito di non proseguire in una sua ispezione oltre Udine. Il maresciallo rispose che lui non si faceva impedire da nessuno di andare in territori italiani, qualunque fossero, e nessuno osò impedirglielo. Tutto ciò contribuì a dare prestigio alle FF.AA. della Repubblica e al loro Capo. Così quando si costituì l’Armata Liguria, il Maresciallo che ne assunse il comando, aveva sotto di sé, contro tre Divisioni italiane, sei Divisioni tedesche. Nessun altro generale italiano, al di fuori di Graziani, sarebbe stato accettato da generali tedeschi come superiore”[14]. Non bisogna, inoltre, dimenticare che ben 400.000 soldati e ufficiali italiani prigionieri furono fatti tornare dalla Germania.
Di contro, nel sud d’Italia, gli occupanti anglo-americani non lasciavano alcuno spazio al governo fantoccio di Badoglio che, assieme al Re, per l’ignominiosa fuga da Roma, l’8 settembre, si era meritato il loro disprezzo. Prova ne è la convocazione fatta da Churchill nei confronti di Vittorio Emanuele III che, recatosi immantinente al richiamo del primo ministro inglese fu da lui ricevuto con indosso il pigiama.
Nel sud, inoltre, l’inflazione, grazie alle amlire emesse dal governo militare alleato, fu otto volte superiore a quella registrata nei territori della RSI, dove il ministro delle finanze Pellegrini Giampietro, il 25 ottobre del 1943, ordinò l’immediato ritiro dei marchi di occupazione che erano stati messi in circolazione dai tedeschi nei territori italiani subito dopo l’armistizio. La stessa Corte di Cassazione con una sentenza del 21 ottobre 1946, emessa in un clima politico certamente poco sereno e non favorevole agli esponenti della disciolta Repubblica Sociale, scagionò il ministro Pellegrini Giampietro, riconoscendo che la sua condotta e quella di tutto il governo repubblicano era stata diretta alla difesa della sovranità italiana, evitando ogni sorta di sudditanza ai tedeschi e che tale condotta politica aveva salvato l’oro italiano per poi consegnarlo al Regno d’Italia, aveva mantenuto il bilancio in pareggio e l’inflazione a livelli accettabili e aveva impedito che il Poligrafico dello Stato venisse trasferito in Germania. Insomma, il governo di Salò aveva fatto “innanzitutto gli interessi esclusivi d’Italia”[15]. La Repubblica fantoccio, dunque, a qualcosa era servita.
Leggendo le pagine scritte dalla signora Mirella, commuovendomi del suo ingenuo e disperato ardore nel combattere per una causa già persa, mi sovviene mio padre; già ultraottantenne si emozionava al ricordo di Mussolini e della sua ingloriosa fine e quando io gli contestavo l’attaccamento ad un mito che si era rivelato fallace, si arrabbiava e ribatteva che io non potevo capire le emozioni che quell’uomo aveva suscitato nei giovani italiani. Lo stesso Mussolini era conscio del carisma e del fascino da lui esercitato in modo talmente profondo da impedire che si svolgesse una proficua dialettica sul fascismo, visto che la maggior parte degli italiani erano più mussoliniani che fascisti. A tal proposito nel 1932, a Bologna, in occasione del raduno della X Legio aveva lanciato ai giovani tale monito: “Voi dovete guarire di me”[16].
L’amore suscitato da quest’uomo, dalle mille sfaccettature, capace di far sentire, almeno fino all’8 settembre, gli italiani, per la prima volta nella loro storia, fieri di essere tali ed uniti nel sentimento mazziniano di  appartenenza ad un’unica nazione, fece sì che  accanto a coloro che, come scrive Sciascia, all’arrivo delle navi alleate a Licata, andarono a nascondere i distintivi del partito nelle piante di basilico dei propri terrazzi, ce ne fossero altri che non si arresero fino alla fine e che sopportarono con stoicismo le persecuzioni e i disagi del dopoguerra.
Bollati come criminali, gli ultimi “repubblichini” vennero braccati senza pietà; chi scampò alla morte, dovette nascondersi finché il tempo non intervenne a pacificare gli animi, oppure, come è accaduto alla nostra autrice, perseguitata insieme a tutta la sua famiglia solo perché aveva fino all’ultimo pacificamente servito il partito senza far male a nessuno, furono costretti ad abbandonare la casa, le cose care, per emigrare in posti lontanissimi dal loro paese natio per ricominciare un’altra vita e un’altra storia.
A questi coraggiosi, un coraggioso studioso di sinistra, Giampaolo Pansa, ha recentemente dedicato un libro di grande successo: “Il sangue dei vinti”. In esso si raccontano le vicissitudini degli italiani che avevano scelto la parte sbagliata e la tragica fine dei 20000 fascisti uccisi dopo il 25 aprile del 1945, circa la metà dei soldati della Repubblica Sociale morti in quei 600 tragici giorni. Nell’Italia settentrionale, ma soprattutto nell’Emilia Romagna, si volle fare piazza pulita non solo degli ex fascisti, ma anche di coloro che avevano la sola colpa di non essere comunisti: sacerdoti, liberali, proprietari terrieri, imprenditori, ecc… con il segreto proposito di far fuori tutta la classe borghese per preparare il terreno all’edificazione della società comunista: “[…] tutte le guerre civili - scrive Pansa - finiscono nel sangue, anzi nel sangue dei vinti. Chi perde paga. A volte paga il prezzo giusto. A volte paga troppo o troppo poco. […] Insomma chi vince  e soprattutto chi vince sotto le bandiere della libertà e della democrazia […] ha il dovere della clemenza, della generosità, non dovrebbe infierire sui vinti. In Italia non siamo stati capaci di mostrare questa virtù. Subito dopo la vittoria abbiamo costretto troppa gente a pagare un prezzo uguale per tutti: un colpo alla nuca per il torturatore come per la casalinga che aveva preso soltanto la tessera del fascio. La clemenza è venuta in seguito, nei processi e con l’amnistia. Siamo una nazione schizofrenica: furiosa nel momento dello scontro fra le fazioni e subito dopo incline a dimenticare, che non ama la memoria di se stessa”[17].

Gabriella Portalone


 

[1] R. De felice “Storia degli ebrei sotto il fascismo”, Torino 1988.
[2] Ivi e inoltre F. Anfuso “ Da Palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945), Bologna 1957, p. 321.
[3] R. Lamb “Mussolini e gli inglesi”, Milano 1998
[4] B. Mussolini “Pensieri pontini e sardi” in Opera Omnia, a cura di E e D. Susmel, vol. XXXIV, Firenze – Roma 1990, pp. 285-286.
[5] E. Landolfi “ Ciao, rossa Salò”, op. cit. p. 195
[6] R. De Felice “Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943-1945”, Torino 1998, p. 53.
[7] V. Mussolini “Vita con mio padre”, Milano 1957, p. 201; ID., Mussolini e gli uomini  nel suo tempo”, Roma 1977, p. 150.
[8] E. Landolfi  “ Ciao, Rossa Salò”,  Roma 1996 p. 38
[9] C. Mazzantini, ” A cercar la bella morte”, Marsilio 1986
[10] C. Mazzantini, “L’ultimo repubblichino”, Marsilio 2005.
[11] B. Mussolini “Pensieri pontini e sardi” in Opera Omnia a cura di Edoardo e Duilio Susmel, Firenze – Roma 1990, vol. XXXIV, p. 285.
[12] R. De Felice “ Il rosso e il nero”, Milano 1995
[13] A. Baldoni “Fascisti 1943-1945”, Roma 1993
[14] E. Landolfi “Ciao, rossa Salò”, op. cit. p. 76.
[15] E. Landolfi “ Un certo  Mussolini Benito << borgomastro di Gargnano>>. Il braccio di ferro fra RSI e Terzo Reich”, L’Aquila 1999, pp. 64-65.
[16] E. Landolfi “ Ciao, rossa  Salò”, op. cit. p. 170
[17] G. Pansa “Il sangue dei vinti”, Milano 2003, pp. 366-369.

 

 

Si ringrazia la sign. Sonia Borghi per la gentile collaborazione e l'invio dell'opera alla redazione de Ilduce.net

 

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