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spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
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Ermanno
Mattioli
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ISTRIA '45-'46 -
Diario di prigionia
© Edizioni della Laguna
135 pagine - Euro 12,00
Alla fine della Prima Guerra
Mondiale, il confine italo-jugoslavo passava attraverso una
linea immaginaria che collegava Tarvisio, Fiume e Zara. Lo
sconfitto Impero Austroungarico aveva infatti dovuto cedere quei
territori che nei secoli erano appartenuti dapprima all’ Impero
Romano (la cui testimonianza più evidente è la bella arena di
Pola), poi alla Repubblica Veneta, alla monarchia asburgica, per
un breve periodo a Napoleone ed infine nuovamente all’Impero
degli Asburgo.
Con la conferenza di pace di Versailles del 1919, i territori
storicamente italiani tornarono quindi al nostro Paese.
Nemmeno trent’anni dopo , queste terre cambiarono nuovamente
proprietario; nel 1947, a seguito della sconfitta italiana nella
Seconda Guerra Mondiale, si sancì, tra mille polemiche, che
l’Istria e la Dalmazia venissero integralmente consegnate alla
Jugoslavia del maresciallo Tito.
Questo libro è il diario di prigionia del maestro di scuola
elementare Ermanno Mattioli, nato a Pola il 24 luglio 1906 e
catturato dai partigiani di Tito quando l’Istria venne
abbandonata dai presidi militari italiani.In quel periodo i
confini italiani furono esposti all’invasione incontrastata dei
partigiani jugoslavi da est e dai tedeschi da nord: le
popolazioni di queste terre dovettero così subire le barbarie di
entrambi gli invasori.
Detta occupazione fu talmente rapida che pareva organizzata da
tempo, visto che già il giorno dopo aver varcato il confine, i
partigiani si stavano impadronendo delle caserme e dei magazzini
militari.
Ma la cosa più triste e drammatica fu che migliaia di italiani
vennero torturati, assassinati e gettati, a volte ancora vivi,
nelle ormai tristemente famose foibe.
La cosa più sconcertante è che ci sono voluti anni ed anni prima
che queste vittime innocenti siano state riconosciute vittime di
genocidio e che anche i mass media abbiano cominciato a dire la
verità su quegli anni.
Vi fu una vera e propria pulizia etnica. Facendo credere di
voler perseguitare i fascisti, il compito dei partigiani di Tito
(come ha poi ammesso il suo braccio destro in un’ intervista di
qualche anno fa) era in realtà quello di “indurre tutti gli
italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo”.
Il diario di Mattioli ripercorre tutto il calvario di prigionia
dal maggio 1945 al miracolo della scarcerazione più di un anno
dopo.
Il doloroso calvario della città di Pola che dovrà subire
l’invasione dei partigiani con 45 giorni drammatici, prima che
il governo Alleato si decida ad occupare la città, ponendo fine
al terrore.
Tutto passando per la caccia all’italiano fatta casa per casa
dalla polizia slava, grazie anche all’aiuto di certi delatori ex
fascisti che han pensato bene di cambiare subito camicia.
Il rifiuto di abbandonare la città e la famiglia, in quanto
convinto di non aver nulla sulla coscienza, se non solo l’essere
italiano.
I nascondigli di fortuna nei sottotetti della chiesa di
S.Antonio a Pola per sfuggire agli sgherri dell’ OZNA, la
famigerata polizia balcanica.
L’arresto dei figli e della moglie di Ermanno,ed al suo
inevitabile “costituirsi” per evitare altre vessazioni ai
familiari.
L’arresto con al famosa “auto nera”, denominata “la bara dei
vivi” e con l’invito a recarsi per pochi minuti al comando,
pochi minuti che si prolungheranno per più di un anno.
I giorni chiusi in cella senza interrogatorio , con la paura del
domani, con il pensiero alla famiglia.
Gli interrogatori che duravano ore e le torture fisiche e
psicologiche.
I lunghi trasferimenti a piedi, su camion da Pola a Buccali a
Fiume, in giro per carceri.
Il processo, l’accusa di essere italiano e di aver insegnato
l’italiano, la condanna nel “Collegio per lavori forzati” a
Kocevie.
Le storie terribili di alcuni compagni di sventura, il patire la
fame fino a giudicare prelibatezze le bucce di patate.
Infine l’insperato ritorno a casa grazie alla riduzione della
pena, gioia immensa del ricongiungimento con la famiglia; ma poi
la decisione di abbandonare la propria casa e la propria terra
con l’Esodo.
Infatti il territorio giuliano ed istriano era stato diviso in
due parti : la Zona A, su cui il Governo Militare Alleato
estendeva la sua giurisdizione e che comprendeva oltre a Pola,
le province di Trieste e Gorizia. La Zona B che comprendeva
Fiume e tutta l’Istria, era ormai territorio jugoslavo.
Il desiderio di italianità di Pola fu avversato in tutti i modi
dai partigiani slavi, fino alla barbara strage della spiaggia di
Vergarolla , dove scoppiarono delle mine e morirono più di 110
polesani.
Con la firma del trattato di pace di Parigi , il febbraio 1947,
si impose all’Italia la cessione di Pola , Fiume, Zara, gran
parte delle province di Trieste e Gorizia.
Molto italiani abbandonarono le loro case e le loro terre , per
poter rientrare in territorio italiano.
Nella sola città di Pola, su 34.000 abitanti, ne partirono
30.000.
Si portava via il possibile, a tal punto che vennero razionati i
chiodi per effettuare gli imballi dei materiali.
Da parte sua , il governo italiano non agevolò subito l’esodo,
anzi, si propose di far rientrare gli istriani nelle loro case.
Alcune forze politiche , spinte da motivi ideologici, non
ravvisarono neppure la necessità che gli italiani abbandonassero
l’amica e comunista Jugoslavia.
Dopo varie proteste ed appelli si decise di intervenire e fu
favorito l’esodo: il piroscafo Toscana ed altre motonavi
cominciarono così i loro viaggi verso le coste italiane.
Da precisare che gli istriani che arrivarono in Italia non
furono accolti a braccia aperte: l’ignoranza e la mancanza di
informazione fece sì che essi fossero ritenuti austriaci o slavi
arrivati fin lì in cerca di lavoro.
Invece di venir elogiati per aver abbandonato tutto pur di
rimanere italiani, molti di loro venivano accolti con parolacce
e sputi ed accusati di esser fascisti “che sfuggivano alla
giusta reazione del popolo lavoratore”.
Molti si ricordano quando le motonavi cariche di profughi
attraccavano a Venezia alla famosa Riva degli Schiavoni, i
comunisti tiravano sassi ai poveri istriani , a donne , vecchi e
bambini tanto che molti di loro non ebbero nemmeno il coraggio
di scendere a terra e preferirono (ahimè) ritornare
indietro…….senza poter immaginare a cosa sarebbero poi andati
incontro.
Addirittura alcuni ferrovieri minacciarono scioperi se i treni
merci che portavano i profughi si fossero fermati nelle loro
stazioni.
Come commentare questi fatti?
Nel diario viene narrato in maniera serena un dramma storico, è
una cronaca fedele di un esperienza terribile raccontata da una
persona semplice abituata ad insegnare ai propri alunni la
correttezza e l’amore verso il prossimo, anche quando questo si
presenta sotto forma di torturatore.
In ogni istante egli affida a Dio il proprio destino, fiducioso
che Egli saprà gestire la sua sorte nel modo che riterrà più
opportuno, nel bene e nel male.
Solo chi l’ha vissuto può capire cosa possa voler dire lasciare
la propria terra, la casa, gli affetti.
Inutile dire che mentre le città rimanevano praticamente
deserte, dalle periferie arrivavano i nuovi occupanti che in
breve tempo si impadronivano delle case e dei beni abbandonati.
Alla fine dell’Esodo si calcola che quasi 350.000 abitanti sui
580.000 abbandonarono le terre divenute ormai Jugoslavia.
Nessuna di queste persone è stata e probabilmente sarà mai
risarcita per ciò che ha vissuto o per quello che ha perso.
Questo diario, come tanti altri libri scritti , servirà forse a
rispondere alla domanda che si poneva l’allora segretario del
PCI: “Perché bisogna evacuare Pola?”
Massimiliano
Panizzut (nipote)
Chi fosse
interessato può farne richiesta allo 338.58.57.826 , il costo
serve a recuperare le spese di stampa , l’operazione non ha
scopo di lucro ma solo di diffusione culturale a ricordo perenne
di tutte le vittime del genocidio partigiano comunista
jugoslavo.
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