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spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
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Claudio
de Farra
-
Un Milione e 1 -
trenta racconti per una storia del tempo di guerra e del
dopoguerra
© Edizioni Nuovo Fronte
1° edizione marzo 2001
Ha appena diciott'anni Carlo quando giunge l'8 settembre 1943
con il famigerato “armistizio”.
Coloro che erano i nostri alleati in guerra, accorsi in nostro
aiuto per combattere l'invasione anglo-americana, vengono
dichiarati improvvisamente nostri nemici. La notizia sconvolge
Carlo ed il fratello Fausto, assieme a moltissimi loro coetanei,
e spinge questi giovani a presentarsi in caserma a Trieste per
arruolarsi come volontari e per lavare l'onta inflitta alla
Patria. Inizia così l'avventura del protagonista con la divisa
della Repubblica Sociale Italiana, che lo porterà, dopo aver
frequentato la Scuola Allievi Ufficiali, a combattere nel fronte
istriano per impedire l'avanzata delle truppe partigiane slave.
La guerra termina, ma per coloro che han collaborato con il
fascismo è vita dura, e trovare lavoro è impresa ardua.
Fortunatamente qualche anno dopo arrivano per Carlo e Fausto
tempi migliori. Ma quei giorni passati a lottare per la Patria e
per un ideale rimarranno per sempre nella loro mente.
Claudio de Ferra, sulla soglia degli ottant'anni, è oggi uno dei
personaggi più illustri della matematica italiana. Dopo aver
scritto per anni libri in questo campo, ha deciso di riversare
su carta i sui ricordi di un tempo. Ne è uscito un libro
coinvolgente dove l'autore espone le sue vicende accompagnate da
piacevoli divagazioni storiche e da splendide fotografie. Ma
l'intento di de Ferra è soprattutto quello di trasmettere al
lettore pensieri, sogni e aspettative propri di una generazione
di ragazzi cresciuti con i valori che il fascismo aveva
trasmesso loro.
Con “1 Milione 1” ci riesce perfettamente!
Il libro va ordinato direttamente all'autore attraverso
l'indirizzo di posta elettronica
claudio.deferra@virgilio.it
Alcuni passi:
"Leggendo questo libro, non cercatevi una purezza di stile che
non possiedo, o delle rivelazioni eclatanti di cui non dispongo.
Cercatevi solo la testimonianza di un superstite che vuol vivere
in pace con sé stesso, per rispetto della verità. Quella verità
conculcata che si può condensare in queste parole: la guerra che
ci fu tra italiani fu voluta da una parte sola e subita, più che
accettata, dall'altra, quella di noi che andammo per combattere
il nemico e ci trovammo di fronte il fratello".
"...E non erano mica
teneri neppure con colui che consideravano il loro idolo, il
Duce. Ne criticavano molte scelte, le troppe debolezze e lo
facevano come si fa nei confronti del proprio padre, con tutto
l'amore che si sente per lui, ma di cui si vorrebbe il massimo
della perfezione. Chissà dov'era quell'Uomo per il quale ognuno
di quei ragazzi avrebbe dato la propria vita subito, senza
rifletterci un solo istante. Quanto desideravano poterlo vedere
adesso, adesso ch'era diventato ancor più il loro Duce, dopo
ch'era caduto nella polvere e si era rialzato per l'Onore
dell'Italia. Per guidarli ancora alla vittoria o alla sconfitta,
non importa perché era questo che la Patria chiedeva".
"...Si contano gli uomini.
Gli allievi sono tutti sani e salvi. Non hanno subito nemmeno
una scalfittura. Ma dei partigiani ce n'è uno a terra, ucciso
mentre saliva il sentiero verso il passo che l'avrebbe condotto
alla libertà... Gli allievi sono ormai a pochi passi, il
pensiero che li domina è: “Al suo posto potrei esserci io”....
Un allievo dice piano: “Povero cristo, è un ragazzo come noi, se
si arrendeva invece di scappare sarebbe salvo”. Uno più
coraggioso girò il morto per vederlo in faccia. Aveva un bel
sorriso, era morto col sorriso. Ma girando si vide quello che
nessuno degli allievi avrebbe mai immaginato, né mai avrebbe
voluto vedere. Il ragazzo aveva indosso la camicia nera, la
stessa che essi portavano, la camicia dei fascisti! Aperta sul
petto e rossa di sangue. A quel punto non fu più sola pietà, ma
dolore, un terribile dolore che fece piangere quei ragazzi di
fronte al loro camerata ucciso mentre, costretto a fare il
portatore, aveva cercato di mettersi in salvo dal fuoco delle
armi dei suoi stessi fratelli".
Giacomino Timillero
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