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spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi
vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che
rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini
esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà
darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente
costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo
possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa
umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho
potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano
contro la mia vita"
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Stefano
Fabei
Mussolini e
la resistenza palestinese
© Editrice Mursia;
304 pagine, prezzo € 23,50, cod. 13192F
"Settant’anni
fa, nel più assoluto segreto, l’Italia fascista si adoperava
validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della
Palestina. Non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma
di un autentico sostegno materiale."
Angelo Del Boca
Notizie sull'autore:
Stefano Fabei
nato a Passignano sul Trasimeno nel 1960, laureato in Lettere
moderne, insegna all’Itas «Giordano Bruno» di Perugia. Suoi
saggi sono apparsi, fra l’altro, su «Studi Piacentini» e «Nuova
Storia Contemporanea». È autore di: La politica maghrebina del
Terzo Reich (1988), Guerra santa nel Golfo (1990), Guerra e
proletariato (1996), Il Reich e l’Afghanistan (2002). Per Mursia
oltre a Il fascio, la svastica e la mezzaluna (2002), di cui è
imminente l’uscita in Francia, ha pubblicato Una vita per la
Palestina. Storia di Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di
Gerusalemme (2003).
Introduzione:
Nonostante siano passati settanta anni dai fatti qui raccontati
la situazione in Palestina continua ad essere incandescente e
l'attualità - pur in un contesto profondamente mutato: oggi lo
Stato ebraico non è più un'entità in fieri ma una realtà -
presenta analogie con il passato per quanto riguarda fatti, nomi
e simboli.
Il muro che oggi Israele sta costruendo intorno ai palestinesi
ne richiama alla memoria un altro - di diversa natura, ma
edificato allo stesso scopo - che la Gran Bretagna , potenza
mandataria, costruì nel 1938 per isolare la Palestina dal
Libano, dalla Siria e dalla Transgiordania. Nel quadro di una
repressione molto dura il Paese fu allora recintato dal
cosiddetto «muro Tegart» realizzato da Sir Charles Tegart che,
fatto venire apposta dall'India, impose il coprifuoco, le multe
collettive, i tribunali militari, la demolizione di case e di
quartieri, la confisca e distruzione di terreni alberati, le
condanne a morte per il semplice possesso illegale di armi.
Quella barriera di reticolati, tuttavia, non riuscì a fiaccare
la volontà di resistenza dei palestinesi che nell'estate
dell'anno successivo addirittura aumentò.
Allora, come oggi, era in corso un quotidiano stillicidio di
morti chiamato intifâda . Nell'immaginario e nelle
rivendicazioni delle attuali brigate palestinesi riecheggia il
nome di ' Izz al-Dîn al-Qassâm , lo sceicco che nel 1935
proclamò il jihâd contro gli inglesi e gli ebrei; quando fu
ucciso addosso a lui, e ai suoi uomini, fu trovata una copia del
Corano . Oggi, come allora, quasi quotidianamente ricorre nelle
cronache di quella terra l'espressione al-Jihâd al-Muqaddas .
La lunga scia di sangue iniziata all'indomani della Prima guerra
mondiale non accenna a esaurirsi e dato che la comprensione del
presente non è possibile senza la conoscenza del passato, è
proprio per questo motivo che, dopo aver indagato la storia
delle relazioni tra il mondo arabo, il fascismo e il
nazionalsocialismo e aver ricostruito, passo dopo passo, le fasi
della vita di chi in quel rapporto svolse un ruolo di
protagonista, ho deciso di focalizzare l'attenzione sulla
questione che più di tutte, allora come oggi, infiammò gli
animi, cercando di portare ulteriori elementi utili allo sforzo
di comprensione del dramma mediorientale.
Verso la metà degli anni Trenta l'Italia fu il primo Stato
europeo a sostenere concretamente la lotta di liberazione del
popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto
sionista in Terra Santa. Questo è quanto emerge dall'analisi dei
documenti - lettere, appunti, promemoria - dell'ufficio di
coordinamento del ministro degli Affari Esteri italiano e di
quelli contenuti nel «Carteggio del Servizio Informazioni
Militari relativo a vari Stati» conservato presso l'Archivio
dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.
Viene così smentita in modo definitivo la tesi, sostenuta dallo
storico palestinese George Antonius fin dal 1938, secondo la
quale nella rivolta araba iniziata nel 1936 non avrebbero
esercitato alcun ruolo elementi esterni, dal momento che il
sostegno finanziario italiano alla lotta antisionista e
antibritannica dei palestinesi giocò una parte se non
determinante quanto meno significativa.
L'appoggio alla prima intifâda , al di là delle originarie prese
di posizione filoarabe di Mussolini e di alcuni settori del
fascismo, fu determinato da varie ragioni e offerto in vista di
obiettivi geopolitici che non possono essere analizzati e
compresi al di fuori del loro contesto storico: la lotta
nazionale degli arabi di Palestina, la sempre più massiccia
immigrazione ebraica, determinata dall'avvento al potere del
nazionalsocialismo in Germania e rispondente ai progetti del
sionismo, l'equivoca e incoerente azione della potenza
mandataria in Terra Santa, il desiderio italiano di ricorrere a
ogni mezzo per esercitare sull'Inghilterra pressioni, al fine di
pervenire con Londra a un accordo generale.
Per meglio comprendere questi fatti procederemo a un'attenta
analisi delle origini del movimento nazionalista arabo, degli
sviluppi diplomatici e delle promesse di Inghilterra e Francia
alla sua leadership, tenendo conto di quelle contemporaneamente
fatte dalle stesse potenze al movimento nazionalista ebraico,
delle decisioni prese a Versailles dalla Conferenza della Pace e
degli eventi che a essa seguirono sul piano internazionale negli
anni successivi.
Stefano Fabei
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