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VII
REPUBBLICA SOCIALE
ITALIANA
- L ’ INFAMIA E IL TRADIMENTO
Il 14 maggio 1943 la
radio annunciava: “Ogni resistenza è cessata in Tunisia per ordine
del Duce”. Questo significava che l’ultimo lembo d’Africa era stato
perduto dalle forze dell’Asse. Le sorti della guerra volgono al
peggio. Ora è il territorio italiano esposto agli attacchi nemici.
E nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1943 scatta l’”Operazione
Husky” : le armate settima americana agli ordini del Gen. Patton
(66000 uomini) e ottava inglese agli ordini del Gen. Montgomery
(100000 uomini) sbarcano nella Sicilia sud-orientale sopraffacendo
le nostre difese.
Il 22 cade Palermo. La Sicilia è ormai perduta. La popolazione,
messa alla fame. La notizia che tutti i siciliani avrebbero accolto
con gioia gli anglo-americani acclamandoli è sicuramente non vera.
Infatti un po’ in tutto il sud si ebbe una vera e propria resistenza
fascista.
Alcuni uomini politici fascisti, fra cui Grandi, chiedono la
convocazione del Gran Consiglio del Fascismo. E il Segretario
Nazionale Carlo Scorza, d’accordo con Mussolini, lo convoca per il
24 luglio alle ore 17.
Dopo la relazione di Mussolini e alcuni interventi, prende la parola
Grandi per illustrare il suo ordine del giorno che propone, in
estrema sintesi, di mettere la situazione nelle mani del re.
Mussolini avverte che l’approvazione di quell’ O.d.G. metterebbe in
crisi il regime e propone di rinviare la discussione, data anche
l’ora ormai tarda. Ma Grandi e altri chiedono di andare avanti. Sono
ormai passate le ore 2 del 25 luglio allorchè si passa alla
votazione degli O.d.G. Quello di Grandi viene approvato con 19 sì, 7
no e 1 astenuto . Farinacci, il 28° membro, vota il proprio O.d.G.
Sono le ore 2,40 del 25 luglio 1943.
La mattina del 25 trascorre senza che nulla accada. Mussolini si
reca a Palazzo Venezia come di consueto e sbriga le cose correnti.
Però chiede al re di anticipare alle ore 17 di quello stesso giorno,
domenica, la consueta udienza settimanale del lunedì.
E alle 17 va dal Re. Non si sa molto del colloquio, nel quale il re
comunica a Mussolini che lo sostituirà con Badoglio. Il colloquio,
però, si conclude con una cordiale stretta di mano. Certo Mussolini
non poteva immaginare che, uscito dalla sala dell’udienza, avrebbe
trovato i carabinieri incaricati di arrestarlo.
Il re affida l’incarico di formare il nuovo governo al Generale
Pietro Badoglio che annuncia subito che la guerra continua a fianco
dell’alleato germanico e vieta qualsiasi manifestazione. In realtà
egli avvia da subito contatti con gli anglo-americani per trattare
le condizioni di un armistizio. Le trattative proseguono ma gli
alleati anglo-americani vogliono la resa senza condizioni.
E il 3 settembre 1943 a Cassibile, presso Siracusa, il Gen.
Castellano firma l’armistizio. Lo stesso giorno gli alleati sbarcano
in Calabria e cominciano a risalire la penisola. Badoglio e il re,
che temono le reazioni della Germania, cui fino all’ultimo si è
giurata amicizia e rispetto del patto di alleanza, vorrebbero
ritardare l’annuncio dell’armistizio (intanto, ad armistizio già
firmato, i bombardieri americani continuano a seminare morte in
Italia), ma la radio americana, alle ore 17,45 dell’8 settembre
diffonde la notizia. E due ore dopo anche Badoglio è costretto a
dare l’annuncio. Subito dopo fugge con il re, la sua famiglia e
alcuni generali e il 9 è a Brindisi, in territorio già occupato
dagli ex-nemici.
L’esercito italiano, lasciato senza ordini, si disperde, la flotta,
ancora in piena efficienza, vergognosamente va a Malta a consegnarsi
agli inglesi.
Molti italiani sono indignati e non riescono ad accettare la resa
ignominiosa.
Lo stesso Eisenhower nel suo “Diario di guerra” scrisse: “…la resa
dell’Italia fu uno sporco affare. Tutte le nazioni elencano nella
loro storia guerre vinte e guerre perse, ma l’Italia è la sola ad
aver perduto questa guerra con disonore, salvato solo in parte dal
sacrificio dei combattenti della R.S.I…”.
In effetti quando all’armistizio “corto” firmato il 3 settembre e
che constava di soli 12 articoli e contemplava soltanto la
cessazione delle attività militari, seguì l’armistizio “lungo”
firmato da Badoglio a Malta sulla nave “Nelson” il 29 settembre, ci
si rese conto della eccezionale durezza delle condizioni: Il nuovo
testo, composto da 44 minuziosi articoli, stabiliva che al governo
italiano veniva tolta, praticamente, ogni potestà. Tutto,
assolutamente tutto, doveva passare sotto il controllo degli
anglo-americani, che imposero, addirittura, delle modifiche
legislative. In pratica l’Italia del sud perdeva ogni sovranità. E i
tedeschi, che, dopo l’arresto di Mussolini avevano fatto affluire
numerose truppe, catturano e deportano in Germania molti sbandati.
Regna il caos. Modesti tentativi di resistenza ai tedeschi si hanno
a Roma ma cessano subito.
Il 12 settembre un audace commando di SS atterra con degli alianti a
Campo Imperatore sul Gran Sasso e libera il Duce. Il comportamento
del Gen. Fernando Soleti e dei carabinieri di guardia evita il
conflitto e ogni spargimento di sangue. Una “Cicogna”, piccolo
apparecchio da ricognizione, lo conduce a Roma da dove, su un aereo
militare, raggiunge Monaco di Baviera.
Alcune fonti ritengono che Mussolini, stanco e sfiduciato, avrebbe
considerato anche la possibilità di ritirarsi, ma avrebbe poi
accettato, su insistenza di Hitler, di creare il nuovo stato per
evitare all’Italia le probabili rappresaglie dei tedeschi, furiosi
per il vile tradimento.
Il 13 ottobre Badoglio, contraddicendo clamorosamente la sua
dichiarata volontà di voler ottenere la pace, dichiara guerra ai
tedeschi.
- NASCE IL NUOVO STATO
Il 18 settembre
Mussolini parla da Radio Monaco, e gli italiani possono riudire la
voce ben nota.
I fascisti, che fin dal 9 settembre avevano riaperto molte sedi, si
riorganizzarono rapidamente. Il 1 marzo 1944 Pavolini, in una
relazione a Mussolini, comunicherà che “sono stati ricostituiti 1072
Fasci con 487.000 iscritti”. Roma ne contò 35.000, Milano 20.000,
Ferrara 14.000.
Il 23 settembre Mussolini rientra in Italia e, alla Rocca delle
Caminate, sua residenza personale, costituisce il Governo della
nuova Repubblica. Il giorno 23 stesso alle ore 14 si ha, nella sede
dell’ambasciata germanica a Roma, la prima breve riunione del
governo, presieduta da Pavolini.
Il nuovo stato si chiamerà Repubblica Sociale Italiana (tale
denominazione verrà deliberata dal Consiglio dei Ministri il 24
novembre 1943). Essa avrà Mussolini come Capo dello Stato e del
governo e Ministro degli Esteri, con Graziani Ministro della Difesa
Nazionale, Buffarini Guidi Ministro dell’Interno, Ferdinando
Mezzasoma Ministro della Cultura Popolare e tutti gli altri.
Il 28 settembre 1943 inizia il funzionamento del nuovo Stato.
Il giorno 11 novembre furono costituiti i Tribunali Straordinari
Provinciali per giudicare i fascisti che avevano tradito e un
tribunale straordinario speciale per giudicare i membri del Gran
Consiglio che avevano votato l’O.d.G. Grandi, accusati di
tradimento. Fra essi c’era anche Galeazzo Ciano, marito di Edda
figlia del Duce. Il processo ebbe inizio alle ore 9 dell’8 gennaio
1944 a Verona in Castelvecchio. Il 10 gennaio alle ore 13,40 fu
emessa la sentenza. Furono comminate 18 condanne a morte (Cianetti,
che aveva ritirato il suo voto a favore fu condannato a 30 anni di
reclusione). Ma la maggior parte dei condannati a morte aveva
riparato all’estero e furono condannati in contumacia. Solo cinque
erano presenti al processo : Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e
Gottardi. Essi furono fucilati l’11 gennaio 1944.
Il 22 febbraio 1944 il Duce nomina il nuovo Direttorio del Partito
Fascista Repubblicano. Intanto il nuovo stato aveva cominciato a
funzionare regolarmente. Le condizioni erano drammatiche: le città
erano martoriate dai bombardamenti (il 20 ottobre 1944 suscitò
orrore il bombardamento della scuola di Gorla a Milano, dove
trovarono la morte 300 bambini. I civili morti per bombardamenti
assommeranno a 64.000), il problema degli approvvigionamenti era
impellente, i rapporti spesso non facili con i tedeschi complicavano
ulteriormente le cose. A tutto questo, poi, cominciò ad aggiungersi
il problema dei partigiani, con i primi assassinii di fascisti. Si
trattava in prevalenza di giovani renitenti alla leva che si erano
rifugiati in montagna, ma anche di vecchi antifascisti, specie
comunisti, che intravedevano la possibilità di abbattere il
Fascismo. Ci furono anche dei tentativi di sciopero.
Malgrado tutto ciò i trasporti continuarono a funzionare anche se
fra mille difficoltà, le fabbriche continuarono il loro lavoro, le
scuole riaprirono regolarmente, l’amministrazione pubblica faceva il
proprio dovere, l’economia era governata con mano ferma
(l’inflazione, ad esempio, era insignificante se paragonata con
quella scatenatasi al sud, nelle terre occupate). Subito dopo l’8
settembre i tedeschi avevano introdotto i Marchi d’occupazione. Una
delle prime preoccupazioni del Ministro delle finanze fu quella di
farli ritirare. Ciò accadde il 25 ottobre 1943. Da quella data essi
persero ogni valore legale. In data 1° dicembre venne costituito un
Comitato Economico Italiano col compito di studiare le questioni
economiche, con particolare riguardo all’economia di guerra. E in
data 5 dicembre viene istituito un Comitato nazionale dei prezzi,
con Carlo Fabrizi Commissario, alle dirette dipendenze del Duce.
A riprova di come le cose abbiano sempre continuato a funzionare a
dovere durante la R.S.I. sta la testimonianza davvero non sospetta
del Maggiore americano Michael Noble del 15° Gruppo di armate
alleato. Egli, inviato a Milano per riorganizzare l’uscita dei
quotidiani, vi giunse il 27 aprile 1945 e rimase stupito per
l’ordine e la normalità che vi regnavano: “…Per prima cosa restai
sorpreso vedendo grandi palazzi pieni di una vita normale, i tram
che funzionavano, i cinema e i teatri aperti regolarmente, gli
uffici pubblici in piena attività, la gente che stava seduta ai
caffè vestita decorosissimamente. Era uno spettacolo nuovo ed
estremamente civile…”.
Molto intensa fu l’azione di governo tesa a mantenere integro il
potere di acquisto della moneta, a mantenere ad alti livelli la
produzione agricola e industriale, a mantenere su buoni livelli il
tenore di vita della popolazione.
E anche in tale situazione di assoluta emergenza (si pensi alle
ingentissime spese militari, alle spese per mantenere in efficienza
i servizi continuamente devastati dalle incursioni aeree…), il
bilancio dello Stato chiudeva rigorosamente in pareggio.
Anche l’Opera Nazionale Balilla era risorta. In una relazione di
Renato Ricci del 19 febbraio 1944 si dice che si sono “costituiti 66
centri provinciali, 2255 vecchi ufficiali rispondono alle chiamate;
50000 organizzati, 8740 ospiti nelle colonie; 300.000 refezioni
scolastiche giornaliere”.
Né furono dimenticati gli italiani internati in Germania che avevano
rifiutato di aderire alla R.S.I. In data 11.10.1944 si apprende che
la Croce Rossa Italiana assiste 520.000 connazionali in Germania.
Ciò fu fatto con la prima Assemblea Nazionale del P.F.R. che si
riunì a Verona in Castelvecchio il 14 novembre 1943. Ad esso
parteciparono: 3 rappresentanti per ogni federazione, in gran parte
elettivi, i delegati regionali, i capi delle organizzazioni
sindacali, i membri del governo, i direttori dei giornali quotidiani
e dei principali settimanali, i rappresentanti delle associazioni
combattentistiche e degli Enti Morali della Nazione. Il Congresso
fissò nei 18 punti di un Manifesto Programmatico quella che sarebbe
stata la politica interna, estera e sociale della nuova Repubblica.
Nacquero, così, i famosi “18 punti di Verona”:
In materia
costituzionale interna
1 – Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine
popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni
solennemente l’ultimo Re traditore e fuggiasco, proclami la
Repubblica Sociale e ne nomini il Capo.
2 – La Costituente sia composta dai rappresentanti delle provincie
invase attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul
suolo libero.
Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle dei
prigionieri di guerra, attraverso i rimpatriati per minorazione;
quelle degli italiani all’estero; quelle della Magistratura, delle
Università e di ogni altro Corpo o Istituto la cui partecipazione
contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori
della Nazione.
3 – La Costituente repubblicana dovrà assicurare al cittadino –
soldato, lavoratore e contribuente – il diritto di controllo e di
responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla
nomina del Capo della Repubblica.
Nessun cittadino, arrestato in flagrante, o fermato per misure
preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un
ordine della autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza,
anche per perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine
dell’autorità giudiziaria.
Nell’esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà con piena
indipendenza.
4 – La negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia e
l’esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo
rigidamente gerarchico contribuiscono entrambe ad una soluzione che
concilii le opposte esigenze. Un sistema misto (ad esempio, elezione
popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei Ministri per
parte del Capo della Repubblica e del Governo, e nel Partito,
elezione di Fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale
per parte del Duce) sembra il più consigliabile.
5 – L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai
problemi politici è unica.
Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi
un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il
custode dell’idea rivoluzionaria.
La sua tessera non è richiesta per alcun impiego od incarico.
6 – La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana.
Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7 – Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante
questa guerra appartengono a nazionalità nemica.
In politica
estera
8 – Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà
essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della
Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla natura, dal
sacrificio di sangue e dalla storia, termini minacciati dal nemico
con l’invasione e con le promesse ai Governi rifugiati a Londra.
Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità
degli spazi vitali indispensabili ad un popolo di 45 milioni di
abitanti sopra una area insufficiente a nutrirli.
Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una
comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che
accettino i seguenti principi fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro
Continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le
plutocrazie mondiali;
c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli
autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto
di quei popoli, in ispecie musulmani, che, come l’Egitto, sono già
civilmente e nazionalmente organizzati.
In materia sociale
9 – Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il
lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
10 – La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio
individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo
Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della
personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo
sfruttamento del loro lavoro.
11 – Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni
esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo,
appartiene alla sfera di azione che è propria dello Stato.
I pubblici servizi, e di regola, le fabbricazioni belliche debbono
venire gestiti dallo Stato a mezzo di Enti parastatali.
12 – In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le
rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente –
attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa
ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al
capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte
dei lavoratori.
In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle
prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre,
sostituendo i Consigli di amministrazione con Consigli di gestione
composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato.
In altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.
13 – Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova
il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare.
L’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può
portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in
coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative,
parasindacali, o parastatali, a seconda delle varie esigenze
dell’economia agricola.
Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione
il Partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso
necessario.
14 – E’ pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli
artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare
le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per
nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di
prodotti stabiliti dalla legge o di sottoporre a controllo le
tariffe delle prestazioni.
15 – Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un
diritto alla proprietà. Il Partito iscrive nel suo programma la
creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale,
assorbendo lo Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione,
provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori
di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni
o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il
principio generale che l’affitto – una volta rimborsato il capitale
e pagatone il giusto frutto – costituisce titolo di acquisto.
Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle
distruzioni di guerra, con requisizione e distribuzione di locali
inutilizzati e con costruzioni provvisorie.
16 – Il lavoratore è iscritto d’autorità nel sindacato di categoria,
senza che ciò gli impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando
ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in una unica
Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i
professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano
dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del
Lavoro, della Tecnica e delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi
pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore.
Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime
fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne
costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come
costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore
cammino.
17 – In linea di attualità il Partito stima indilazionabile un
adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l’adozione di
minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancora per i
piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perché il
provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti
occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei
compiti della “Provvida”, requisizione dei negozi colpevoli di
infrazioni e loro gestione parastatale o cooperativa, si ottenga il
risultato di pagare in viveri ai prezzi ufficiali una parte del
salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della
moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato nero, si
chiede che gli speculatori – al pari dei traditori e dei disfattisti
– rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano
passibili di pena di morte.
18 – Con questo preambolo alla Costituente il Partito dimostra non
soltanto di andare verso il popolo, ma di stare col popolo.
Da parte sua, il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per
esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi,
domani : ributtare l’invasione schiavistica delle plutocrazie
anglo-americane, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere
ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V’è un solo modo
di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.
E la politica sociale fu quella che caratterizzò veramente la R.S.I.
Il 30 giugno 1944 entra in vigore la legge sulla socializzazione che
era stata approvata il 12 febbraio. Il 22 gennaio 1945 viene
socializzata la FIAT, il 1 febbraio la Pirelli, la Morelli, la Snia
Viscosa, la Marzotto, i Lanifici Rossi… E il 5 aprile 1945 la
socializzazione viene estesa a tutte le aziende.
In data 15 gennaio 1945 era stato creato il Ministero del Lavoro,
trasformando in Ministero il Commissariato Nazionale del Lavoro che
funzionava fin dal 7 dicembre 1943. Il nuovo ministero assorbì anche
la politica sociale che era di competenza del Ministero
dell’Economia Corporativa, il quale, da allora, assunse la
denominazione di Ministero per la Produzione Industriale.
Il governo della RSI aveva sede sul lago di Garda, a Salò. Mussolini
aveva la sua sede a Gargnano nella Villa Orsoline, mentre la sua
residenza era a Villa Feltrinelli.
E, naturalmente, impegno prioritario del governo della RSI era
quello di contrastare, a fianco dei tedeschi, l’avanzata degli
anglo-americani. La situazione si faceva sempre più drammatica.
Eppure lo Stato continua a funzionare, Mussolini difende con le
unghie e con i denti l’autonomia della sua Repubblica e tenta
disperatamente, anche con atti di grande clemenza, di attenuare gli
effetti nefasti della guerra civile. E anche l’attività legislativa
non si arresta.
- LA GLORIOSA “ DECIMA MAS ”
Il parallelismo tra
Decima Legione e Decima MAS nasce da riferimenti comuni. La Decima
Legione fu il corpo scelto di Giulio Cesare per la sua comprovata
fedeltà agli ordini, al Comandante, a Roma. Composta da veterani di
sperimentato valore, "I Triari", dotati di caratteristiche qualità
morali e fisiche, costituiva il nerbo dell'esercito romano. Quando
scoppiò la guerra civile, Cesare ricorse soprattutto alla Decima
Legione per affrontare Pompeo e sconfiggerlo dopo aver attraversato
il Rubicone.
Così, come prima, ma soprattutto dopo l'8 settembre del '43, la
Decima MAS, corpo scelto di volontari votati all'estremo sacrificio,
costituì la leggenda delle unità militari, per contendere al nemico
ogni lembo di mare e di terra italiano; il nemico, che dopo
l'armistizio fu reso imbaldanzito dal tradimento e da una guerra
civile non voluta dall'autentico popolo italiano.
I partigiani? All'inizio, dopo l'8 settembre ‘43 non esistevano. Un
grave errore fu quello di lasciare liberi i prigionieri di guerra
inglesi, americani, greci, neo-zelandesi, che alla data
dell'armistizio si trovavano nei campi di prigionia nel Nord.
Nell'impossibilità di raggiungere i loro reparti, la quasi totalità
di questi si nascose in alta montagna. Alimentati ed armati da lanci
aerei degli anglo-americani, i quali avevano lo scopo di far
continuare la guerra a danno del popolo italiano, questi ex
prigionieri furono il punto di raccolta di sbandati italiani
renitenti alla chiamata alle armi, "resistenza" che, per altro,
prese consistenza operante solo nei mesi del '45, quando le armate
anglo-americane stavano ormai dilagando sul suolo italiano.
Le stragi e le crudeltà commesse in quel periodo e nei giorni
cosiddetti della "liberazione" sono ormai di dominio pubblico e
servono ad indicare la bassezza morale di chi se ne è reso
responsabile.
Oggi viene ancora ripetuto che la nostra Repubblica è nata dalla
resistenza. Ma la realtà è che la Repubblica Italiana è nata da una
guerra perduta, da una sconfitta perseguita da chi ha voluto tradire
la Patria.
La caduta progressiva di principi eterni quali Dio, Patria,
Famiglia, si accompagnava gradualmente alla caduta dei valori guida
nella vita dell'uomo quali l'onestà, la lealtà, il coraggio,
l'impegno, la competenza. Per questa ragione la società italiana si
trova a vivere oggi uno dei periodi più bui della sua storia, mentre
dalla nebbia che sembra avvolgere ogni cosa, riemergono invece le
verità che la realtà storica non può tenere nascoste.
Come è noto la X° FLOTTIGLIA MAS del Comandante Principe Junio
Valerio Borghese non ammainò mai la bandiera e, fin dall’8 settembre
1943 aprì a La Spezia un centro di reclutamento che vide subito
l’affluenza di molti volontari.
In data 14 settembre fra il Comandante Borghese e il Capitano di
Vascello Berninghaus, la più alta autorità germanica in sede, fu
stipulato il seguente accordo:
1) La X° Flottiglia MAS è unità complessa appartenente alla marima
militare italiana, con completa autonomia nel campo logistico,
organico, della giustizia e disciplinare, amministrativo;
2) È alleata delle forze armate germaniche, con parità di diritti e
di doveri;
3) Batte bandiera da guerra italiana;
4) È riconosciuto a chi ne fa parte il diritto all’uso di ogni arma;
5) È autorizzata a ricuperare e armare, con bandiera ed equipaggi
italiani, le unità italiane trovantisi nei porti italiani; il loro
impiego operativo dipende dal Comando della Marina germanica;
6) Il Comandante Borghese ne è il Capo riconosciuto, con i diritti e
i doveri inerenti a tale incarico.
Alcuni ordini interni, poi, caratterizzarono le Decima e ne
marcarono la linea di condotta:
1) Rancio e caldaio unico per Ufficiali, Sottufficiali e marinai.
2) Sospensione di ogni promozione fino alla fine della guerra,
esclusion fatta per le promozioni per merito di guerra sul campo.
3) Reclutamento esclusivamente volontario.
4) La pena di morte è prevista per i militari della “Decima” che
siano riconosciuti colpevoli dai regolari Tribunali, dei seguenti
reati:
a) furto o saccheggio;
b) diserzione;
c) codardia di fronte al nemico.
Fu l'atto di nascita della Marina nazionale repubblicana, che
consentì la ripresa della nuova forza armata: oltre al recupero di
grandi quantità di materiali e mezzi, la Decima fece affluire nelle
sue file anche un gran numero di marinai e soldati internati dai
tedeschi.
Migliaia di volontari si presentarono a La Spezia, chiedendo di
essere arruolati nella formazione e rapidamente tutti gli organici
dei reparti e delle scuole navali furono al completo. Venne decisa
così la formazione di reparti di fanteria di marina: nell'inverno
43/44 vennero costituiti i primi tre battaglioni, il Nuotatori
Paracadutisti, il Maestrale (rinominato poi Barbarigo) ed il Lupo.
Il Principe Borghese si trovava a capo di una unità militare che
aveva già dato filo da torcere agli anglo-americani. Suoi sono gli
uomini che hanno sperimentato le tecniche più audaci e innovative
per tentare di controbilanciare la superiorità dei mezzi avversari.
I siluri umani, i barchini esplosivi, le cariche magnetiche, i
bauletti esplosivi, mezzi usati contro navi nemiche, mezzi inventati
dalla fantasia di uomini di mare italiani e che costituiscono una
schiera di spiriti eletti, che partono per le più incredibili
missioni con la consapevolezza di una probabile fine. Raggiungono e
affondano navi della flotta avversaria, riparata nei munitissimi
porti di Algeri, Alessandria, Malta, Suda, Gibilterra.
Il capo del governo inglese, Churchill, dopo l'impresa di
Alessandria degli uomini di Borghese afferma:
"L'Inghilterra ha perso, con la perdita delle navi affondate, la
supremazia della flotta in Mediterraneo; prepariamoci a subirne le
conseguenze".
Il battaglione BARBARIGO, al comando del Maggiore Umberto Bardelli,
fu fra i primi, insieme ai paracadutisti del NEMBO, ad essere
impiegati nella battaglia di Anzio dove si distinse per valore.
Contava 1180 uomini.
Ma il contributo maggiore alla difesa dei confini della Patria fu
dato nelle regioni orientali minacciate dagli slavi di Tito.
Borghese era stato nominato dal Duce “comandante di tutte le truppe
oltre Isonzo” ed egli fu a Fiume e in altre località della zona a
organizzare la disperata difesa di quelle terre. Epico il
combattimento del Btg. FULMINE, comandato dal Ten.Vasc. Elio Bini a
Selva di Tarnova in difesa di Gorizia. La 1^, la 2^ e la 3^ Cmp del
FULMINE per tre giorni, dal 19 al 21 gennaio 1945 resisterono
all’attacco di 2000 slavi e pagarono un altissimo tributo di sangue:
86 morti di cui 5 ufficiali e 56 feriti, su una forza complessiva di
214 uomini. I nemici, però, ebbero 300 morti e 500 feriti. Le truppe
della Decima furono spostate tutte in Venezia Giulia nell’ottobre
1944.
All'inizio del 1945 la Decima venne riorganizzata in due gruppi di
combattimento:
1° Gruppo: Barbarigo, NP, Lupo, Gruppo artiglieria Colleoni ed una
parte del battaglione genio Freccia
2° Gruppo: Valanga, Fulmine, Sagittario, gruppi di artiglieria San
Giorgio e Da Giussano, più l'altra parte del Freccia.
Il 1° Gruppo venne inviato al sud mentre il 2° rimase a difesa dei
confini orientali. Quando ai primi di aprile si scatenò l'offensiva
alleata, i reparti della Decima si ritirarono ordinatamente verso il
Veneto per tentare il ricongiungimento dei due gruppi; nei dintorni
di Padova vennero circondati da unità corazzate alleate e furono
costretti ad arrendersi, ricevendo l'onore delle armi. La Decima Mas
venne sciolta ufficialmente dal suo comandante a Milano, alla fine
dell'aprile 1945, alla presenza dei rappresentanti del CLN.
Quando Borghese per l’ultima volta uscì dalla caserma, due
partigiani di sentinella gli presentarono le armi.
- LA TRAGICA FINE
Il 16 dicembre 1944
Mussolini si reca a Milano dove susciterà immensi entusiasmi e dove
avrà il suo ultimo bagno di folla. Terrà al Teatro Lirico il suo
ultimo discorso, nel quale esalterà il programma sociale della RSI e
inciterà i camerati milanesi alla riscossa.
Il 19 giugno i tedeschi cominciano ad arroccarsi sulla nuova linea
difensiva che va dalla Versilia alla Romagna: la “linea Gotica”.
Tuttavia contrastano l’avanzata americana passo per passo.
Sulla linea “gotica” gli anglo-americani vengono bloccati per tutto
l’inverno e fino ai primi di aprile del 1945. Nei primi giorni di
quel mese riprende l’attacco e, poco dopo la metà del mese, le
resistenze italo-tedesche vengono sopraffatte e il nemico dilaga
nella pianura padana.
Intorno agli ultimi giorni del mese le truppe tedesche si arrendono,
seguite da quelle italiane, che si erano battute valorosamente sui
vari fronti di guerra. Qualcuno resiste in armi fino ai primi di
Maggio e si arrende agli americani. Molti dei militari arresisi ai
partigiani verranno vigliaccamente trucidati. I sopravvissuti
verranno rinchiusi nell’infernale campo di concentramento di Coltano.
Occorre qui precisare che il mito dell’insurrezione del 25 aprile è
un mito assolutamente falso e infondato. Nessuna città è stata
“liberata” da un atto insurrezionale, ma si è trovata “liberata”
semplicemente perché i tedeschi e i fascisti si erano ritirati.
Mussolini, che il 25 aprile si era portato a Milano e il 26 a Como,
alle ore 8 del 27 aprile viene catturato dai partigiani nei pressi
di Dongo mentre con alcuni gerarchi, uomini della Brigata Nera di
Lucca e un reparto tedesco si sta dirigendo verso Nord.
Secondo la versione partigiana (ormai da molti messa in dubbio)
Mussolini, che era stato isolato dagli altri gerarchi, viene ucciso
insieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra, davanti al
cancello di Villa Belmonte, alle ore 16,20 del 28 aprile 1944. A
Dongo, alle ore 17,48 dello stesso giorno, vengono uccisi quindici
gerarchi o presunti tali : Pavolini, Barracu, Mezzasoma, Zerbino,
Liverani, Romano, Porta, Coppola, Daquanno, Utimpergher, Calistri,
Casalinovo, Nudi, Bombacci, Gatti. Ed anche Marcello Petacci, che i
gerarchi non vollero fosse fucilato con loro, fu ucciso subito dopo.
Il 29 i diciotto cadaveri vengono portati a Milano con un camion e
appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina a
Piazzale Loreto. I cadaveri vengono vergognosamente insultati e
vilipesi da una folla imbarbarita.
E non furono i soli morti della R.S.I. In quei giorni si scatenò una
feroce caccia al fascista e diverse decine di migliaia di fascisti,
civili o militari, furono trucidati, spesso in modo orrendo, anche
quando, fidando nella parola del nemico che garantiva salva la vita,
avevano già deposto le armi. Molte le stragi da ricordare, avvenute
soprattutto nel nord Italia, opera quasi sempre di partigiani
comunisti.
Alcune decine di migliaia di combattenti della R.S.I., più
fortunati, ebbero salva la vita e furono rinchiusi in campi di
concentramento. Circa 35.000 di essi furono rinchiusi nel Campo di
concentramento di Coltano, presso Pisa, dove vissero in condizioni
disumane fino all’autunno, allorché i sopravvissuti poterono tornare
in libertà. Non tutti, però, poterono tornare veramente liberi alle
loro case. Molti dovettero vivere nascosti ancora per mesi, per non
essere assassinati dai partigiani comunisti, ancora ben armati e
ancora a caccia di fascisti. E per lunghi anni i fascisti superstiti
patiranno le conseguenze di una feroce discriminazione, che li
condannerà ai margini della società, costringendoli a lavori spesso
umili, quasi sempre autonomi, essendo stati quasi tutti rimossi dai
loro impieghi mediante la così detta “epurazione”. La lotta per la
sopravvivenza delle loro persone e dei loro ideali fu, per molti
fascisti della R.S.I., la continuazione di una guerra che per loro
non era ancora finita. E nessuno si è arreso.
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