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ROBERTO
FARINACCI
(1892-1945)
Il Fascista
“selvaggio”, capace di eroismi come di grotteschi fanatismi; di
azioni lodevoli come di azioni sciagurate. Curiosamente formatosi
nella socialdemocrazia di Bissolati, divenne l'intransigente
ammiratore del nazionalsocialismo tedesco, contribuendo gravemente
al triste tramonto del Regime.
Roberto
Farinacci nacque ad Isernia il 16 ottobre del 1892, da famiglia
d’origine campana. Il padre, Commissario di Pubblica Sicurezza,
venne nel 1900 trasferito nel nord: tutta la famiglia si spostò
dapprima momentaneamente a Tortona, nell’Alessandrino, e quindi in
via definitiva a Cremona. Il giovane Farinacci lasciò presto la
scuola per cercare un lavoro, che trovò all'età di 17 anni, nel
1909, come dipendente delle ferrovie di Cremona, con la mansione di
telegrafista ferroviario; il lavoro gli piacque assai, tanto che
volle continuare a svolgerlo fino al 1921, quando già aveva iniziato
una vivace carriera politico-giornalistica. Negli anni ’10 inizia a
seguire le vicende politiche nazionali, interessandosi in
particolare al Partito Socialista. Si avvicina così al concittadino
cremonese Bissolati, che, espulso dal PSI con Bonomi in seguito al
congresso di Reggio Emilia del 1912 (al quale aveva avuto successo
Mussolini), aveva dato vita al Partito Socialista Riformista
Italiano (PSRI), divenendo antesignano della socialdemocrazia dei
futuri Partito Socialista Unitario (PSU) e Partito SocialDemocratico
Italiano (PSDI). Chiamato come collaboratore al giornale di
Bissolati “L'Eco del popolo”, si segnala con articoli di un certo
rilievo a favore della Guerra di Libia. Sotto la spinta del suo
mentore si lega alla massoneria del Grande Oriente d'Italia di
Palazzo Giustiniani. Nel frattempo, ripresi gli studi, riesce a
conseguire brillantemente la licenza liceale e si iscrive alla
Facoltà di Giurisprudenza di Modena, dove si laureerà, per cause
belliche solo nel 1923 in una sessione speciale per ex combattenti,
con il celebre giurista Prof. Alessandro Groppali.
Occupatosi della riorganizzazione del sindacato contadino
socialista, inizia a mostrare insofferenza nei confronti dei
socialisti riformisti e a collaborare volontariamente con “Il Popolo
d'Italia” di Benito Mussolini. Allo scoppio della Grande Guerra si
dichiara interventista, contrariamente alla maggior parte dei
compagni riformisti, ma non di Bissolati, dichiaratosi anch’egli per
l’intervento. La rottura con i socialdemocratici è però vicina e si
consuma definitivamente dopo un discorso violentemente
anti-irredentista che il vecchio Bissolati tenne, tra le proteste, a
Milano. Col 24 Maggio del ’15 parte volontario e partecipa per
alcuni mesi ai combattimenti, animando dal fronte il settimanale
cremonese “La Squilla”. Ottiene tra l’altro una croce al merito.
Con la Vittoria, rotto ogni legame col gruppo socialista riformista
di Bissolati e con la massoneria, diventa seguace di Benito
Mussolini e con lui fonda nel 1919 i Fasci di Combattimento; l’11
aprile dello stesso anno fonda il Fascio di combattimento di
Cremona, cui da una connotazione intransigente, imperiosa e poco
diplomatica, tollerando, se non addirittura incoraggiando, la
veemenza squadrista. Lo squadrismo, del resto, ben si addiceva al
carattere sanguigno di Farinacci, che interpretava la politica in
modo “molto fisico e poco spirituale”. Fu così che la sua figura
venne sempre più identificata, tanto dai Fascisti quanto dagli
oppositori, come “l’inurbano fornitore di manganelli e olio di
ricino”. I suoi modi in effetti erano sempre molto schietti: nelle
sue lettere arrivava addirittura ad offendere e minacciare lo stesso
Duce!
Nel 1921 viene eletto Deputato a soli 29 anni: l’elezione viene così
annullata per la giovane età. Nello stesso anno è con Dino Grandi e
Italo Balbo nella ferma opposizione al cosiddetto patto di
pacificazione con i socialisti promosso da Mussolini allo scopo di
stemperare gli animi. Intanto opera instancabilmente, insieme ad
Achille Starace, per una massiccia campagna di propaganda Fascista
in diverse regioni Italiane, tra cui la Venezia Tridentina. Con
l’approssimarsi della Rivoluzione diviene Console Generale della
Milizia. Nel 1922 è tra gli organizzatori della Marcia su Roma e
prova a rinviare la seconda scelta pacificatrice e normalizzatrice
di Mussolini, sollecitata dalla Corona, in nome di una “seconda
ondata di forza” del Fascismo. Tenta pertanto di ostacolare la
manovra, ed anzi contesta la stessa creazione della Milizia, nella
quale sarebbero dovuti confluire anche i "suoi" squadristi:
Mussolini gli inviò allora il Quadrumviro Emilio De Bono che, con in
mano un mandato di cattura a lui intestato, seppe essere molto
persuasivo.
Era nel frattempo divenuto Direttore del quotidiano Cremona nuova,
che nel 1929 diverrà Il Regime Fascista ed è Segretario del Fascio
locale sino al 1929. Dal carattere energico e permaloso, affronta in
questo periodi diversi duelli, tra cui il più faticoso risulta
quello del 28 settembre 1924 col Principe Valerio Pignatelli, in cui
patisce una ferita seria.
E’ lui ad assumere la difesa in giudizio di Amerigo Dumini nel
processo per l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti,
ottenendone l’assoluzione. Membro del Gran consiglio del Fascismo,
nel febbraio 1925 diviene Segretario Generale del Partito Nazionale
Fascista ma resta in carica solo 13 mesi a causa di notevoli
divergenze con Mussolini e il Governo, anche riguardo alle funzioni
della sua carica. I suoi modi riuscirono anche a provocare uno
stallo di diversi mesi nel lavoro diplomatico che il Regime stava
intessendo con la Chiesa, che sarebbe stato coronato dal Concordato
del 1929.
Alla fine degli anni venti è al centro di una tumultuosa vicenda
giudiziaria, denunciando, tramite l’ex Federale di Milano Carlo
Maria Maggi, poi espulso dal partito, un presunto intrigo politico,
con risvolti economici, perpetrato nel milanese dal Podestà Ernesto
Belloni, dimessosi nel 1928 e dal Federale Mario Giampaoli,
implicato nel gioco d’azzardo. Farinacci arriva ad accusare
Giampaoli di tentato omicidio nei suoi confronti: il Giampaoli viene
espulso dal partito nonché citato in giudizio e condannato in base a
prove schiaccianti nel 1930.
Dopo tale esperienza si isolò per qualche anno dalla vita politica,
dedicandosi alla professione forense e giornalistica raggiungendo
grandi risultati: si consideri che il suo giornale “Il Regime
Fascista”, a diffusione limitata all'Italia settentrionale, arrivò a
vendere più copie del stesso “Popolo d'Italia”. Dalle colonne del
suo quotidiano non lesinò attacchi ad alcuno; memorabile resta il
suo violento attacco ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce e
organizzatore delle Battaglie del Grano e del Rimboschimento,
accusato, in modo dimostratosi poi del tutto infondato, di aver
ricevuto finanziamenti occulti.
Reintegrato nel 1935 nel Gran Consiglio del Fascismo, allo scoppio
della Guerra d’Etiopia parte volontario nella Milizia e si segnala
per incontenibile audacia ed ardimento. In guerra “il selvaggio
Farinacci”, com'era affettuosamente chiamato dai suoi fedelissimi,
si ritrovò con i bombardieri di Galeazzo Ciano, nuovamente insieme a
Starace. Conquistò sul campo il grado di Generale. Rimase mutilato
perdendo la mano destra in un banale incidente di campo.
Rimpatriato, devolse in beneficienza il vitalizio spettantegli.
L'esperienza africana gli valse una rivalutazione soprattutto sotto
il profilo militare. Dopo il ritorno trionfale è tra i sostenitori
dell’intervento armato per dirimere la questione spagnola nonché
della politica di costante avvicinamento alla Germania
nazionalsocialista. Inviato come osservatore militare in Spagna
durante la guerra civile spagnola inviò importanti e lucide
relazioni militari. Ammiratore del nazismo e di Hitler preme per
l’introduzione delle leggi razziali in Italia e per una svolta
razzista e antisemita del Governo. Strinse stretta amicizia con
alcuni gerarchi del nazismo, come Goebbels, avvicinandosi sempre più
alle posizioni della dittatura tedesca. Nel 1939 il Re lo nomina
Ministro di Stato e Alto Dignitario della Corona. Contemporaneamente
istituisce il “Premio Cremona”, destinato a tutti gli artisti
Italiani. Scoppiata la guerra, Farinacci si fa strenuo sostenitore,
presso il Re e presso il Governo, dell’assoluta necessità
dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania.
Violentemente contrario alla non belligeranza del 1939, accese una
infuocata polemica dalle colonne del suo giornale, talché si dovette
spegnere con sequestri, controlli di polizia e faticosissimi
richiami all'ordine. Quando poi, nel 1940, la guerra fu alfine
dichiarata, Farinacci si diede al minuzioso controllo di potenziali
traditori, doppiogiochisti e spie, rasentando sovente il grottesco.
Considerato ormai anche dal Duce un fanatico, fu inviato nel 1941 in
Albania quale ispettore governativo delle operazioni belliche. Qui
criticò violentemente Badoglio, provocandene l’ira e le dimissioni
da Capo di Stato Maggiore.
Tornato in Patria fu allontanato dalla vita pubblica. Informato del
possibile cambio di Governo già nel giugno del 1943 forse dallo
stesso Grandi, decise di discuterne col Re, col Duce e financo con
Hitler, affinché si trovasse una soluzione; tuttavia nessuno dei tre
gli diede udienza. Il 25 luglio 1943 criticò l’ordine del giorno
Grandi e presentò una sua mozione, votata solo da lui stesso, dal
contenuto piuttosto confuso. In essa si chiedeva al Re di attuare
una netta “svolta filo-tedesca”, anche con un nuovo Presidente del
Consiglio. La stessa sera si rifugia nell'ambasciata tedesca ed il
giorno successivo si trasferisce a Monaco.
Torna a Cremona il 22 Settembre 1943, tentando di riprendere il
controllo del suo giornale. Mal sopportando l’ingerenza tedesca, si
ribella apertamente a questi; viene perciò allontanato e privato di
ogni carica e durante la R.S.I. è completamente estromesso dalla
vita politica. Insediatosi a Milano presso la Marchesa Medici del
Vascello, forse l’unica donna di rilievo della sua vita, il 27
aprile 1945 decide di allontanarsi verso la Valtellina. Episodio
curioso narrato da testimoni oculari, Farinacci chiede all’autista
di sedersi dietro e di far guidare lui, benché privo di una mano; a
Beverate, frazione di Brivio, trovatosi innanzi a un posto di blocco
partigiano, decide di sfondarlo a tutta velocità, ma l'auto viene
fermata da una raffica di mitra: l’autista muore sul colpo, la
Marchesa Medici viene ferita mortalmente (morirà dieci giorni dopo
in ospedale), Farinacci, ironia della sorte, si salva
miracolosamente. Il mattino del giorno dopo, 28 aprile 1945, dopo
aver passato la notte in una villa di Merate, subisce un processo
sommario partigiano e viene fucilato barbaramente presso il
municipio di Vimercate, nel Milanese.
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