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San Marco, cosa importa se si muor! – Sottotenente Aldo Baia

soldati_san_marcoIl 25 Aprile 1945 mi trova comandante di plotone della 3° compagnia dei btg. Pionieri della divisione Fanteria di Marina “San Marco”, dislocata in Liguria come Forza Militare antisbarco.
La zona di stanza della compagnia è l’abitato di Ferrania, a circa 25 km da Savona. Da poco più di 2 mesi sono in orza alla compagnia dopo aver frequentato corso di preparazione ad Acqui (tattiche di antiguerriglia), al passo del Giovo (armi ed equipaggiamenti tedeschi), a Finale Ligure (esplosivi e posa di campi minati).
La compagnia il giorno 25 aprile manca del comandante, in licenza, ed è affidata al tenente anziano P. ed a me, ufficiale di prima nomina. Nella prima serata del predetto giorno, ricevo l’ordine dal tenete P. di caricare le armi di reparto e tutto l’equipaggiamento sui due  camion e sulle 3 carrette di dotazione della compagnia e di tenermi pronto alla partenza in nottata. L’ordine improvviso mi sorprende, perchè nulla conosco sul precipitare della situazione politica e militare (apprenderò molti anni dopo l’esistenza del piano di ripiegamento dalla Liguria al Po, piano denominato “nebbia artificiale”).
Alle ore 23 arriva l’ordine di partenza, dal Comando del V° Reggimento, quello che riuscirà dopo 5 giorni di vicissitudini a raggiungere Magenta e qui deporrà le armi presso un comando partigiano. Le vicende del ripiegamento sono state raccontate da Pieramedeo Baldrati nel terzo volume di “San Marco, storia di una Divisione” e quindi non accenno agli eventi generali.
Nella nottata tra il 25 e il 26 aprile, la comagnia percorre il tragitto Ferrania-Cairo Montenotte-Piana Crixia-Spigno-Bistagno, con ripetute fermate per eventi imprevisti e per la difficoltà delle comunicazioni. A Bistagno la compagnia sosta per la giornata del 26 (attacco dei partigiani con mortai dalle colline circostanti) e per la mattinata del 27. Nel pomeriggio, per accordi presi ad Alessandria tra il Comando di Divisione ed il Comando delle formazioni partigiane  dell’alessandrino, arriva l’ordine di lasciar entrare nella cittadina i partigiani assedianti e di raggiungere Alessandria.
L’ordine viene accolto con rabbia e con logica preoccupazione, perchè si teme un assalto alle spalle da parte dei partigiani durante le operazioni di partenza e di sfilamento di marcia.
Per fortuna non succede nulla di grave, se non si considerano le minacce e gli sberleffi dei partigiani, che in doppia fila, assistono alla partenza. In serata viene raggiunta Alessandria e la compagnia si accampa presso un ampio cascinale, in assetto di vigilanza e di difesa. Nella mattinata del 28, il tenente P. viene convocato presso un comando della San Marco rimasto in Alessandria (il grosso dei reparti della divisione è già oltre il Po o a Valenza).
Durante l’assenza del tenente P., un numeroso gruppo di partigiani in armi, circonda la cascina e il loro comandante intima con il megafono di deporre le armi, secondo gli accordi presi con il Comando della San Marco. A me sembra che si tratti di un trucco palese (ma forse l’affermazione è vera, perchè solo dopo molti anni ho appreso del tradimento del Campo di Stato Maggiore della San Marco, in combutta con i partigiani) ed ovviamente rifiuto l’intimazione. I soldati della compagnia sono manifestamente disorientati dagli eventi e non offrono garanzie di “tenuta mortale” (sono tutti chiamati di leva delle classi ’24 e ’25).
Comunque ubbidiscono ancora agli ordini e si preparano a difendersi. Il tempo passa lentamente: i partigiani non aprono il fuoco e il tenente P. non rientra (forse è stato fatto prigioniero, penso io). Passano le ore in una atmosfera di ansiosa attesa, da entrambe le parti: evidentemente anche i partigiani non sanno cosa fare. Finalmente nelle prime ore del pomeriggio il tenente P. fa ritorno, scortato da un reparto del III Gruppo Esploratori. E’ in possesso di un savacondotto per attraversare la città di Alessandria, evacuata dai reparti della San Marco e in gran parte già nelle mani di reparti partigiani.
L’attraversamento di Alessandria si svolge con ripetuti fermi da parte delle bande di partigiani, che operano senza palesi collegamenti tra di loro. A me, che sono ignaro del corso degli avvenimenti generali, sembra tutto paradossale: come una divisione bene armata e addestrata, possa venire a patti con i partigiani, che sino a ieri erano aspamebte combattuti.
Ed invece, con il crollo del Governo della RSI e con l’avanzata nella pianura padana delle truppe anglo-americane tutto si stava sfaldando. Nella prima serata, la compagnia raggiunge Valenza e qui sosta per la notte: sono 4 giorni che si dorme poco e si mangiano viveri a secco, mentre lo sconcerto cresce fra tutti. All’alba del 29 aprile, la compagnia passa il Po e si ferma a Torre Beretti, dove sono attestati gli altri reparti superstiti del battaglione Pionieri. In questa località si mangia finalmente un rancio caldo ma si apprendono anche notizie stupefacenti e incontrollabili, come la cattura del Governo Fascista e del maresciallo Graziani, la consegna in mani partigiani del generale Farina, comandante della divisione San Marco, il “fermo” di interi reparti della San Marco in Liguria e nell’alessandrino.
Tra i marò ma anche tra gli ufficiali lo sconforto e la delusione sono grandi: iniziano le defezioni e le sparizioni improvvise, che nel marasma di quel giorno sono comprensibili. La compagnia, che annovera poche perdite di uomini, lascia a Torre Beretti tutto l’equipaggiamento e gli esplosivi e nella serata del 29 aprile monta sui camion e si unisce alla colonna di automezzi del raggruppamento “Sordi”.
L’autocolonna, composta dai reparti superstiti e dei reggimenti San Marco, nella nottata fra il 29 e il 30 aprile, si dirigen verso Milano seguendo il percorso Mede-Mortara-Vigevano-Abbiategrasso-Magenta. In quest’ultima località, raggiunta nella tarda mattinata del 30, si ferma, in attesa degli ordini del colonnello Sordi, facente funzioni di comandante della divisione San Marco.
Nel primo pomeriggio, giunge l’ordine di portarsi presso un edificio scolastico nei pressi di Corbetta e di consegnare tutte le armi collettive e individuali della compagnia al comando locale del C.L.N.
E’ l’atto ultimo di umiliazione e nello stesso tempo di congedo dalla San Marco.

sanmarco_poster_1gDopo la consegna delle armi, vengo internato assieme a tanti altri nel campo sportivo della scuola. La mia sorte personale è incerta; circolano le voci più disparate e si ignorano gli accordi intercorsi tra il colonnello Sordi e i capi del CLN locale.
Leggo su una copia del Corriere della Sera, copia che passa febbrilmente di mano in mano, della fine della guerra in Italia e della esecuzione di Mussolini: sono frastornato dagli eventi degli ultimi giorni ma la notizia dell’uccisione di Mussolini mi colpisce come un pugno nello stomaco; comprendo che è la fine di una epoca della mia giovinezza.
La notte tra il 30 aprile e il 1° maggio, la trascorro in un’aula dell’edificio, praticamente in piedi tanto è stipata di gente la stanza. La stanchezza e la fame mi attanagliano. La mattina presto del 1° maggio, vengo posto in libertà con tutti gli altri, secondo gli accordi, ma senza alcun salva-condotto per circolare senza essere arrestato.Sono libero, ma non ho mete vicine da raggiungere perchè la mia casa si trova ad Orvieto e non ho parenti stretti in Lombardia. Vedo alcuni ex prigionieri dirigersi sulla provinciale per Milano e cosi faccio pure io.
Sono ancora in divisa (non ho abiti civili nel mio bagaglio) ma senza mostrine nè gradi. Incontro due altri giovani militari della San Marco (sono due ex sottotenenti, usciti anch’essi dalle scuole GNR) diretti a Milano e mi unisco a loro. Uno dei due (lo indico con G., iniziale del cognome) abita proprio in Milano e si dichiara disposto a ospitarmi per qualche giorno e a fornirmi abiti civili. Strada facendo incontriamo altri sbandati, i primi prigionieri reduci dai campi di concentramento tedeschi ed anche gruppi di partigiani.Per fortuna nessuno ci arresta, forse per l’euforia del 1° maggio rosso. Alle porte di Milano, per la precisione a Baggio, G. che conosce bene i luoghi, propone di cambiare le divise con abiti civili (è assurdo pensare di arrivare nel centro di Milano in divisa militare). Cerchiamo e troviamo la parrocchia. Ci accoglie il parroco, non proprio con benevolenza perchè è membro del CNL locale.
Però il prete non dimentica la sua missione primaria e si dichiara disposto a fornirci indumenti civili e a custodire gli effetti personali. Appena usciti dalla parrocchia, noi tre veniamo fermati da un gruppo di partigiani, che senza esitazioni ci dicono che siamo dei militari fascisti. Io penso subito a uno scherzo da prete, ma mi sbaglio. Apprenderò mesi dopo che l’arresto è dovuto alla delazione di una ragazza, che ci ha visto entrare in divisa nella parrocchia. Dopo l’arresto veniamo condotti in un edificio scolastico, sede provvisoria del CNL locale, e dopo alcune ore veniamo interrogati da un ufficiale partigiano, di appartenenza cattolica (porta al collo un fazzoletto azzurro e non quello rosso e non usa il linguaggio tipico dei comunisti).
L’interrogatorio viene condotto in termini corretti ma decisamente ostili e verte su informazioni generali (reparto militare di provenienza, motivo dell’arresto, luogo di residenza, condizione civile). Non ci viene chiedo il grado militare ed è una fortuna er il successivo svolgersi della vicenda: evidentemente l’aspetto giovanile e gli indumenti indossati traggono in inganno l’ufficiale. Dopo l’interrogatorio restiamo ancora per qalche ora nella aula e all’imbrunire veniamo condotti con un camion in Milano, presso il Comando di una brigata Garibadi (non so specificare nè la zona di Milano e neppure l’esatta denominazione del Comando, ma deve trattarsi di un comando importante, a giudicare dal movimento di prigionieri portati nell’edificio e dal numero di partigiani che stazionano nel cortile).
Ho usato e continuo ad usare i verbi al plurale perchè la mia vicenda personale è comune a quella degli altri due. Arrivati al Comando partigiano, veniamo subito rinchiusi in un ampio stanzone con brandine e pieno di prigionieri fascisti. Non tutti devono essere stati dei militari perchè il clima di quei giorni non consentiva discriminazioni formali. A guardia dei prigionieri ci sono due partigiani armati, ma uno di essi è un ragazzotto forse solo un operaio comunista, anche un pò brillo per le bevute fatte in giornata. Quest’ultimo riconosce il L. (iniziale del cognome del secondo mio compagno di vicenda) un ufficiale visto in divisa a Milano. L. in un primo momento prova a negare ma il partigiano è sicuro del riconoscimento e insiste. Si infuria anche, per effetto dell’alcool. L. capisce che continuare a negare in quella circostanza rappresenta un rischio maggiore e ammette il fatto. Ancora l’alcool produce la metamorfosi contraria: il partigiano si calma per incanto e non riferisce ai superiori l’identià del prigioniero come aveva minacciato prima. L’atmosfera nello stanzone è drammatica perchè ogni tanto qualcuno viene prelevato per l’interrogatorio e non torna più nella stanza. Un episodio nella notte mi colpisce in modo particolare: disteso su una brandina c’è un uomo di mezz’età, mingherlino e con aspetto sofferente: è ferito ad una gamba. Quando entrano nella stanza due partigiani con fazzoletto rosso al collo e si dirigono verso l’uomo ferito, quest’ultimo comprende subito che è giunta la sua fine. Si rizza a fatica sulla brandina e chiede ai partigiani di dirgli la verità: non devono portarlo all’interrogatorio ma alla esecuzione
sommaria. In tal caso chiede che gli lascino almeno scrivere un biglietto alla famiglia. I due partigiani sul principio negano, ma poi gli danno un pezzo di carta e una matita; promettono anche che il biglietto sarà consegnato. La scena del poveretto che scrive a fatica e con dolore il suo ultimo messaggio è commovente, anceh per quelli che pensano all’incertezza della loro sorte imminente. Il ferito viene portato via a braccia in un silenzio assoluto di solidarietà umana.
Finalmente la notte del 1° maggio passa e arriva la luce di un nuovo giorno di speranza. Nelle prime ore del mattino, sempre noi tre assieme veniamo portati in un ampio salone, alla presenza di una persona dall’aria arcigna, seduta dietro una scrivania. Alla parete, alle spalle dell’uomo, c’è un grande ritratto di un omino buffo, con occhialini tondi a pince-nez con folti capelli ritti come quelli della réclame delle matite “Presbitero”. La prima frase che l’uomo (ci dirà poi che è il commissario politico delle brigate Garibaldi) pronunzia è questa: “Questo grande uomo l’avete ammazzato voi fascisti” e indica l’omino del ritratto. Io penso subito ad un capo partigiano, ucciso o fucilato durante la RSI ma il commissario non ci pensa nemmeno a soddisfare la nostra voglia di sapere. Questo è stato il mio primo impatto con Antonio Gramsci. Il commissario politico è informato della nostra condizione militare e sulle modalità del nostro arresto, ciononostante no nci risparmia un’altra frase ad effetto: “darò le dimissioni da commissario politico se entro questa sera non sarete fucilati”.
Probabilmente il commissario vuole solo spaventarci, ma noi tre, memori di quanto avvenuto nella nottata appena trascorsa, lo prendiamo sul serio. Dopo l’incontro veniamo ricondotti nello stanzone ma ci restiamo poco. Prelevati insieme ad altri, veniamo fatti salire su un camion e portati in un cortile di una fabbrica, come trofei. Attorno al camion, si accalcano operai minacciosi e urlanti: il mio pensiero non si discosta dalla morte imminente, non per fucilazione ma per linciaggio. Invece la sorte è ancora benigna: i partigiani di scorta al camion imprecano verso i compagni e minacciano di sparare. Finalmente l’automezzo sgangherato riesce a partire con nostra giustificata soddisfazione.
Inizia un lungo peregrinare per le vie di Milano con soste presso altri edifici ove viene issato sul camion qualche altro sventurato. Dove è realmente diretto il camion non lo saprò mai, perchè il camion viene intercettato da una camionetta americana (o inglese). Segue un concitato colloquio a gesti fra il comandante della camionetta e il caposcorta partigiano. Il nostro camion si mette al seguito della camionetta, che si ferma poi di fronte a un edificio grigio e lugubre (ma è la nostra salvezza): si tratta del carcere militare di via Crivelli, già funzionante durante il periodo della RSI.
Veniamo rinchiusi nel carcere, senza alcuna imputazione specifica. Dopo l’esito negativo dell’istruttoria giudiziaria vengo posto in liertà a metà settembre del 1945, dopo 4 mesi e mezzo di non gradevole detenzione.

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