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"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
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"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
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"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"

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a cura di Alexduce

La Guerra che non fu

 

Oggi, 10 giugno 2004, è il 64° anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, data in cui ebbe inizio quella che molti hanno definito la “tragedia” del popolo italiano. Questo evento più di ogni altro ha sancito l’inizio della fine del Fascismo e ne ha segnato la condanna storica. Le cause della crisi del regime, culminata con la sconfitta militare, sono state anche altre: l’alleanza con la Germania e  l’entrata in vigore delle leggi razziali sono quelle a cui è stato dato un peso maggiore. In realtà, se si fosse giunti alla vittoria finale, questi eventi, che oggi compaiono nei libri di scuola come segno di una prima frattura fra popolo e regime, sarebbero stati pressoché insignificanti. La realtà è un’altra: se era necessario scendere in guerra, sarebbe stato doveroso predisporre dei buoni piani e considerare le proprie possibilità, solo partendo da queste si potevano indicare gli obiettivi e le finalità. Uno dei grandi errori dei comandi italiani e germanici fu quello di mischiare la politica alla tattica militare: indietreggiare non vuol dire sempre perdere; in questo senso ecco già spiegata una delle chiavi di Volta nell’analisi di questo conflitto. Quando infatti si riuscì anche a ritirarsi senza resistere ad oltranza, si evitarono molti morti. Questo era il vantaggio degli Alleati, la guerra non aveva un immediato fine politico-propagandistico; se tuttavia questo poteva costituire un vantaggio per quegli eserciti, non si può dimenticare come in realtà i soldati italo-tedeschi fossero decisamente superiori ai loro avversari come motivazioni, spirito di corpo, capacità di resistenza, anche perché erano animati da grandi ideali. Quando si riuscì ad equilibrare questi due fattori, fine politico e fede negli ideali di vittoria, si raggiunsero grandi successi e sconfitte meno cocenti. Tornando all’argomento principale: parlando con il senno di poi, quale sarebbe dovuta essere la politica militare che l’Italia avrebbe dovuto condurre per evitare la disfatta o, quanto meno, per limitarne drasticamente i danni? Per rispondere a questa domanda dobbiamo partire considerando qual era la situazione militare e politica italiana allo scoppio del conflitto. L’Italia possedeva l’intera Libia (Cirenaica, Tripolitania, Marmarica e Fezzan), che era circondata ad ovest dai possedimenti francesi in Tunisia e ad est dall’Egitto e dal Sudan in mano inglese; in mano italiana c’erano però anche Eritrea, Etiopia e buona parte della Somalia. Esattamente in mezzo a questi possedimenti dell’Africa Orientale si trovava la Somalia britannica e Gibuti (colonia francese), terre che permettevano il controllo dei traffici del mar Rosso e dell’Oceano Indiano; tuttavia qui la situazione non era delle più rosee, infatti a causa della presenza inglese nel Kenya a sud e in Sudan a nord queste colonie si trovavano in una pericolosa morsa, difettando anche i contatti aerei e marittimi con la madrepatria, in quanto si doveva passare attraverso zone controllate dal nemico (spazio aereo e canale di Suez). Per quanto riguarda i Balcani, l’Italia possedeva una testa di ponte consistente nell’Albania, occupata nel 1939, che aveva ridotto l’Adriatico ad un lago italiano, considerando l’amicizia con la Jugoslavia. Nel bacino mediterraneo importanti erano le basi italiane in Sardegna, Pantelleria e molte isole dell’Egeo e del Dodecaneso, solo Malta e Creta si ergevano, forti della loro posizione, a contrastare il dominio italiano nel mare ed a rifornire la Home Fleet (la flotta inglese stanziata nel Mediterraneo). Questa era la situazione politica all’alba dell’entrata in guerra dell’Italia e già qualche tempo prima di tale evento si ventilavano possibili attacchi da parte nostra contro la Corsica, le Baleari, la Grecia o Gibilterra, altra porta che controlla il Mare Nostrum. Senza dilungarci eccessivamente con i “se” e con i “ma”, riportiamo in breve quali furono le vicende che portarono alla sconfitta. Appena entrata in guerra l’Italia attacca una Francia già severamente provata dalla Germania, che capitola dopo poco, avendo chiesto l’armistizio ad Hitler, senza tuttavia riportare gravi sconfitte con gli italiani. Dopo di questo, scongiurato un possibile attacco da ovest in Africa (una delle clausole dell’armistizio italo-francese consisteva infatti nella smilitarizzazione delle zone di confine e nel possibile utilizzo delle basi in Tunisia, risparmiandone però i depositi), potè partire l’offensiva contro l’Egitto che registrò alcuni successi iniziali. A questa rapida avanzata corrispose un’altrettanto rapida ritirata al momento della controffensiva inglese, che si concluse solo dopo la conquista dell’intera Cirenaica.

Il 28 ottobre, per rimediare alle sconfitte in Africa, iniziò l’offensiva contro la Grecia, che si esaurì il 3 novembre, palesando l’insufficienza di mezzi del regio esercito. A quel punto (febbraio 1941) finisce la guerra parallela e il nostro destino si lega indissolubilmente a quello tedesco. L’Italia è subordinata all’alleato e prima dell’invasione nel luglio 1943 del suolo patrio, l’ennesimo errore fu l’invio dello CSIR e poi dell’ARMIR in Russia, per partecipare alla crociata antibolscevica. Questi gli eventi che hanno visto l’esercito italiano protagonista nel secondo conflitto mondiale, quasi da subito in cooperazione con altri alleati (tedeschi in Nord Africa, rumeni, bulgari, finlandesi e tedeschi in Russia e nei Balcani). A questo quadro va aggiunta la perdita dell’Impero in Africa Orientale, dopo la breve avanzata in Somalia britannica e l’immediata controffensiva inglese tanto da nord quanto da sud. Tornando al 10 giugno 1940 e precisando che l’Italia non aveva i mezzi, o meglio non ne aveva abbastanza, per fare una guerra aggressiva in quanto era ancora provata dal sacrificio di soli 22 anni prima (prima guerra mondiale) e quello ancora più recente della guerra di Spagna (1936-1939), era necessario riflettere meglio sulla condotta che doveva essere tenuta. Inoltre l’idea di Mussolini di riunire tutti i comandi militari nella sua persona, con il fine di garantirne una maggiore coordinazione, finì per renderli ancora più divisi e scoordinati in quanto una persona non può occuparsi di tutto e, in secondo luogo, in seno agli alti comandi nessuno osava contraddire il Duce: gli elementi più infarciti di retorica di estrazione fascista non ne mettevano in dubbio le capacità e lo osannavano, quelli meno coinvolti col regime e più vicini alla monarchia non facilitavano sicuramente la cooperazione e spesso compirono atti contro Mussolini, godendo per gli errori e le disfatte; questi elementi facevano capo a Badoglio, D’Ambrosio, e la cerchia monarchica, quella stessa cerchia che grazie al regime tanti benefici aveva avuto e quando le cose iniziarono ad andar male capì subito verso quale parte era meglio volgersi (vedi ambienti della Marina in primis). Da queste premesse non è facile rispondere alla domanda che ha mosso la nostra considerazione, tuttavia cercheremo di darle una risposta. Vista la situazione politica precedentemente esposta, due sono le cose condannabili sin da un prima lettura degli eventi: l’apertura di un secondo fronte (Grecia) e, in seguito, addirittura di un terzo (Russia). Le condizioni generali dell’apparato militare italiano imponevano un’accurata riflessione prima di qualsiasi predisposizione offensiva: al momento dell’entrata in guerra, infatti, le direttive di Mussolini a riguardo erano improntate al più stretto difensivismo (anche a dimostrazione del pacifismo di fondo di Mussolini, spesso dimostrato in Europa, che mirava a mantenere la sua posizione di arbitro delle contese europee senza appoggiare indiscriminatamente nessuna delle due parti), eccetto qualche puntata offensiva da effettuare mediante aviazione o marina. Questa linea, insieme a quella della “guerra parallela”, lasciavano ben sperare: l’obiettivo principale dell’Italia era quello di assicurarsi il dominio sul Mediterraneo, fine ultimo della guerra parallela, né con la Germania, né per la Germania ma a fianco di essa. Quando entrammo in guerra la Francia già barcollava sotto la pressione delle armate tedesche ed infatti cadde dopo poco; gli esiti negativi delle operazioni contro i francesi avrebbero dovuto mettere in guardia riguardo il vero potenziale dell’esercito, ancora non provato da azioni belliche. Tuttavia avemmo la fortuna che la Francia cadde senza che la sua macchina bellica avesse potuto realmente scalfirci; dall’armistizio guadagnammo essenzialmente una massiccia smilitarizzazione delle zone di confine con i possedimenti italiani metropolitani e d’oltremare. La scomparsa del principale alleato dell’Inghilterra avrebbe dovuto significare la fine della stessa, tuttavia così non fu: Mussolini decise un’offensiva da terra contro l’Egitto, in Africa Settentrionale (AS), ed un’altra contro la Somalia britannica, chiusa in trappola fra i possedimenti italiani. Per quanto nei primi giorni si registrò qualche successo, questi erano dovuti principalmente alla mancanza di uomini e mezzi patita dagli inglesi per poter opporre una degna resistenza, ma quando questi ebbero avuto il tempo per affluire sullo scenario delle operazioni il risultato fu ben diverso; prova ne è stata la repentina capitolazione dell’Impero. In una guerra che si stava presentando sin da subito come piuttosto duratura (la Germania era già in guerra da quasi un anno), era necessario dosare bene le proprie forze e studiare dei piani per essere pronti a delle inevitabili controffensive, predisponendo fortificazioni e unità celeri che monitorassero zone di confine e spazio aereo. Noi, invece, ci affrettammo ad apprestare solo delle offensive, senza preoccuparci oltre tutto dell’apparato logistico che le deve supportare; in mancanza di questo è meglio concentrarsi su delle puntate offensive di minor entità, che saggino la consistenza delle difese nemiche, che non diano tempo per riorganizzarsi e che tengano le forze avversarie sempre lontano dalle frontiere, gli inglesi si dimostreranno maestri in questo campo. Considerando il fatto che il già magro esercito dell’Impero non avrebbe potuto sostenere un altro ampliamento del territorio da controllare (ammesso che fosse andata a buon termine la conquista della Somali britannica) senza adeguati aiuti dalla madre patria, cosa che non poteva avvenire, si sarebbe dovuto provvedere a predisporre adeguate difese ai confini anche abbandonando zone o posizioni non necessarie o di difficile difesa, predisponendo già alcuni capisaldi da tenere assolutamente o in cui poter resistere ad oltranza. In più non si tenne conto che l’Impero era accerchiato e, anche tenendo occupate le forze che sarebbero potute accorrere dal nord (Sudan), c’era tutto il potenziale proveniente da sud (Kenya) che era rimasto intatto. E’ chiaro che il principale scenario di guerra per l’esercito italiano sarebbe dovuto essere quello africano e mediterraneo, alla luce di quanto accadde la cosa migliore da fare in quest’ambito era di attaccare gli inglesi in Egitto, come avvenne, e ritirarsi conservando le migliori posizioni possibili e cercando di mantenere intatto il già magro potenziale bellico dell’Impero in Africa Orientale. Ovviamente rimaneva la spina nel fianco costituita dalla Somalia britannica, che poteva essere rifornita via mare con i mezzi e con gli uomini provenienti dall’India, tuttavia essa si trovava intrappolata tra i possedimenti italiani, quindi si sarebbe anche potuto temporeggiare e vedere come gli inglesi si fossero comportati in quel settore, senza perdersi in offensive non supportate da un adeguato apparato militare, per di più impossibilitato ad ogni tipo di rifornimento e supporto. Inoltre ci si sarebbe dovuti concentrare sull’eliminazione di Malta (a questo proposito gli alti comandi italo-tedeschi avevano messo a punto l’operazione C3 che prevedeva la sua conquista, operazione che non venne effettuata per l’avversione del Fuhrer alle operazioni anfibie e per la repentina avanzata, coronata da grandi successi, di Rommel in Nord Africa, eterno “rivale” di Kesselring, che optava per l’urgenza di tale distruzione), che fu invece solo bombardata sporadicamente e, oltre tutto, si desistette dai bombardamenti proprio nel momento in cui la sua guarnigione stava per cedere. Questo fu un errore fatale per le truppe dell’Asse che, data la permanenza di questa base, vedranno affondate centinaia di migliaia di tonnellate di naviglio con armi, uomini e carburante per le truppe al fronte a causa di incursioni navali partite proprio da lì, oltre al sostegno offerto alla flotta del Mediterraneo, stanziata ad Alessandria. Altra base importante, ma non fondamentale come Malta che è situata esattamente al centro del canale di Sicilia, era Creta, ma almeno a questa provvidero gli impavidi paracadutisti tedeschi, con un’intrepida missione. Se l’Italia avesse dunque provveduto all’eliminazione di Malta, alla contemporanea e meglio supportata offensiva verso l’Egitto (che a questo punto avrebbe potuto essere anche più “leggera”, nel senso che con l’eliminazione di Malta si privava l’Inghilterra della sua base principale nel Mediterraneo, ove si trovava oramai priva dell’alleato francese, controllando solo i punti di accesso a questo mare ma trovandovicisi praticamente imbottigliata dentro), ad una politica militare strettamente difensiva in Africa Orientale, limitandosi a controllare i vari fronti e facendo il minimo indispensabile per evitare contemporanee offensive da più lati nell’attesa di potersi ricongiungere con le truppe che attaccavano verso l’Egitto e a dirottare in questo settore gli uomini ed i mezzi che saranno poi rovinosamente inviati in Grecia e Russia, si sarebbe ragionevolmente potuto evitare disfatte su più fronti, raggruppare tutte le forze verso un unico scacchiere ed un solo obiettivo, condurre la guerra “parallela” voluta dal Duce (magari chiedendo ai tedeschi solo mezzi e pochi uomini per partecipare alle nostre campagne), tenere realmente impegnati gli inglesi proprio nel momento in cui la Luftwaffe ne bombardava il suolo. A sostegno di queste ipotesi abbiamo anche dei fatti accaduti realmente: quando infatti queste direttive furono messe in atto o ci si avvicinò molto nella pratica (ovviamente eravamo già “subordinati” ai tedeschi, ma ricordiamoci della presa di Creta, delle imprese della Xa Mas ad Alessandria e Gibilterra, delle mitiche battaglie di Rommel…), cioè fino al 1941, gli eserciti dell’Asse spadroneggiavano su tutti i fronti. Questo tipo di politica avrebbe sicuramente favorito la Germania come potenza egemone nell’Europa centrale, ma avrebbe sicuramente giovato ai veri interessi dell’Italia e le avrebbe restituito il ruolo cardine nel bacino mediterraneo e in tutta l’Europa meridionale. L’apertura del secondo fronte (quello greco) e la partecipazione all’operazione Barbarossa non fecero altro che allargare ulteriormente i confini della nostra guerra, deprimendo ulteriormente il morale dell’esercito e della nazione, mettendo ancor più in evidenza tutti i nostri limiti, rinfocolando tutti i malumori contro il Duce ed il regime, favorendo connivenze fra corona e militari, dividendo il paese senza riuscire a trarne benefici né immediati né futuri. L’avversione di alcuni ambienti verso la guerra, che veniva definita “…la guerra voluta dal regime”, solo da quando iniziò ad andar male (guarda caso!), favorì lo sfascio del nostro esercito, la non cooperazione di alcuni ambienti militari (soprattutto della Marina. A proposito citiamo un esempio: la Marina non fu oltre modo affranta di consegnarsi agli alleati; delle otto corazzate possedute dall’Italia, le più veloci nel loro genere, nessuna venne impiegata in serie operazioni belliche; la notte di Taranto era stata possibile solo grazie a qualche soffiata ed ad atteggiamenti favorevoli al nemico) fino a toccare il culmine della vergogna con l’armistizio dell’8 settembre, con il quale l’Italia rinnegava vent’anni della propria storia dichiarando guerra ai camerati di ieri, a quegli stessi soldati che erano morti e morivano ancora con i nostri uomini, sperando che schierandosi dalla parte dei vincitori (anche se in quel tempo ancora non si sapeva come realmente si sarebbe finiti) la loro parte al tavolo della pace sarebbe stata maggiore (ma non fu così, ci trattarono come quelli che siamo: un paese traditore e sconfitto), generando una guerra civile per poi gloriarsi di aver abbattuto il Fascismo che fino al quel momento dilagava in tutta Europa. Ma la verità è un’altra: il Fascismo non è stato abbattuto da loro o dai partigiani che si nascondevano sui monti, è stato abbattuto dalla più potente macchina bellica che la storia abbia mai conosciuto (quella alleata, statunitense in particolare) e dopo una resistenza che ha dell’incredibile! Tirando le somme di questa nostra riflessione possiamo dire che l’errore di Mussolini fu quello di aver fatto il “passo più lungo della gamba” nel misurare le nostre forze, i nostri limiti e la politica (con obiettivi e possibili rinunce) più adeguata; quello dell’esercito e del re fu di non aver mai creduto davvero nella guerra, stando pronti a riceverne gli onori che ne derivavano ma non pronti ad assumersene gli oneri, spesso complottando e “remando contro” nei confronti dello sforzo che la nazione stava compiendo. L’errore dei tedeschi fu quello di compiacersi della nostra debolezza, non informandoci nemmeno delle loro vere intenzioni, malgrado la firma del patto d’acciaio (loro sono i veri traditori, i traditori della parola data fra camerati), preferendo continuare ad essere i primi della classe, senza comprendere che tante volte avere un alleato in grado di cooperare allo sforzo comune è meglio che un paese da trattare come un inferiore, sicuri di avere la capacità e la forza per non fargli alzare la testa e sfruttarlo al momento opportuno. Nonostante tutto questo i nostri soldati hanno scritto pagine memorabili nella storia di quest’ultimo conflitto mondiale; vorrei concludere con una frase di Walt Whitman, che dedico a tutti i caduti italiani, tedeschi, giapponesi e degli altri paesi alleati (soprattutto a coloro che caddero consapevoli e convinti di quello che facevano e ciò che rappresentavano): “Viva tutti i soldati sconfitti e tutti gli eroi schiacciati dal nemico nella battaglia perduta. Perché la sconfitta non può togliere la gloria”.

 

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