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a cura di
Alexduce La
Guerra che non fu
Oggi,
10 giugno 2004, è il 64° anniversario dell’entrata in guerra
dell’Italia, data in cui ebbe inizio quella che molti hanno definito la
“tragedia” del popolo italiano. Questo evento più di ogni altro ha
sancito l’inizio della fine del Fascismo e ne ha segnato la condanna
storica. Le cause della crisi del regime, culminata con la sconfitta
militare, sono state anche altre: l’alleanza con la Germania e
l’entrata in vigore delle leggi razziali sono quelle a cui è
stato dato un peso maggiore. In realtà, se si fosse giunti alla vittoria
finale, questi eventi, che oggi compaiono nei libri di scuola come segno
di una prima frattura fra popolo e regime, sarebbero stati pressoché
insignificanti. La realtà è un’altra: se era necessario scendere in
guerra, sarebbe stato doveroso predisporre dei buoni piani e considerare
le proprie possibilità, solo partendo da queste si potevano indicare gli
obiettivi e le finalità. Uno dei grandi errori dei comandi italiani e
germanici fu quello di mischiare la politica alla tattica militare:
indietreggiare non vuol dire sempre perdere; in questo senso ecco già
spiegata una delle chiavi di Volta nell’analisi di questo conflitto.
Quando infatti si riuscì anche a ritirarsi senza resistere ad oltranza,
si evitarono molti morti. Questo era il vantaggio degli Alleati, la guerra
non aveva un immediato fine politico-propagandistico; se tuttavia questo
poteva costituire un vantaggio per quegli eserciti, non si può
dimenticare come in realtà i soldati italo-tedeschi fossero decisamente
superiori ai loro avversari come motivazioni, spirito di corpo, capacità
di resistenza, anche perché erano animati da grandi ideali. Quando si
riuscì ad equilibrare questi due fattori, fine politico e fede negli
ideali di vittoria, si raggiunsero grandi successi e sconfitte meno
cocenti. Tornando all’argomento principale: parlando con il senno di
poi, quale sarebbe dovuta essere la politica militare che l’Italia
avrebbe dovuto condurre per evitare la disfatta o, quanto meno, per
limitarne drasticamente i danni? Per rispondere a questa domanda dobbiamo
partire considerando qual era la situazione militare e politica italiana
allo scoppio del conflitto. L’Italia possedeva l’intera Libia (Cirenaica,
Tripolitania, Marmarica e Fezzan), che era circondata ad ovest dai
possedimenti francesi in Tunisia e ad est dall’Egitto e dal Sudan in
mano inglese; in mano italiana c’erano però anche Eritrea, Etiopia e
buona parte della Somalia. Esattamente in mezzo a questi possedimenti
dell’Africa Orientale si trovava la Somalia britannica e Gibuti (colonia
francese), terre che permettevano il controllo dei traffici del mar Rosso
e dell’Oceano Indiano; tuttavia qui la situazione non era delle più
rosee, infatti a causa della presenza inglese nel Kenya a sud e in Sudan a
nord queste colonie si trovavano in una pericolosa morsa, difettando anche
i contatti aerei e marittimi con la madrepatria, in quanto si doveva
passare attraverso zone controllate dal nemico (spazio aereo e canale di
Suez). Per quanto riguarda i Balcani, l’Italia possedeva una testa di
ponte consistente nell’Albania, occupata nel 1939, che aveva ridotto
l’Adriatico ad un lago italiano, considerando l’amicizia con la
Jugoslavia. Nel bacino mediterraneo importanti erano le basi italiane in
Sardegna, Pantelleria e molte isole dell’Egeo e del Dodecaneso, solo
Malta e Creta si ergevano, forti della loro posizione, a contrastare il
dominio italiano nel mare ed a rifornire la Home Fleet (la flotta inglese
stanziata nel Mediterraneo). Questa era la situazione politica all’alba
dell’entrata in guerra dell’Italia e già qualche tempo prima di tale
evento si ventilavano possibili attacchi da parte nostra contro la
Corsica, le Baleari, la Grecia o Gibilterra, altra porta che controlla il
Mare Nostrum. Senza dilungarci eccessivamente con i “se” e con i
“ma”, riportiamo in breve quali furono le vicende che portarono alla
sconfitta. Appena entrata in guerra l’Italia attacca una Francia già
severamente provata dalla Germania, che capitola dopo poco, avendo chiesto
l’armistizio ad Hitler, senza tuttavia riportare gravi sconfitte con gli
italiani. Dopo di questo, scongiurato un possibile attacco da ovest in
Africa (una delle clausole dell’armistizio italo-francese consisteva
infatti nella smilitarizzazione delle zone di confine e nel possibile
utilizzo delle basi in Tunisia, risparmiandone però i depositi), potè
partire l’offensiva contro l’Egitto che registrò alcuni successi
iniziali. A questa rapida avanzata corrispose un’altrettanto rapida
ritirata al momento della controffensiva inglese, che si concluse solo
dopo la conquista dell’intera Cirenaica.
Il
28 ottobre, per rimediare alle sconfitte in Africa, iniziò l’offensiva
contro la Grecia, che si esaurì il 3 novembre, palesando
l’insufficienza di mezzi del regio esercito. A quel punto (febbraio
1941) finisce la guerra parallela e il nostro destino si lega
indissolubilmente a quello tedesco. L’Italia è subordinata
all’alleato e prima dell’invasione nel luglio 1943 del suolo patrio,
l’ennesimo errore fu l’invio dello CSIR e poi dell’ARMIR in Russia,
per partecipare alla crociata antibolscevica. Questi gli eventi che hanno
visto l’esercito italiano protagonista nel secondo conflitto mondiale,
quasi da subito in cooperazione con altri alleati (tedeschi in Nord
Africa, rumeni, bulgari, finlandesi e tedeschi in Russia e nei Balcani). A
questo quadro va aggiunta la perdita dell’Impero in Africa Orientale,
dopo la breve avanzata in Somalia britannica e l’immediata
controffensiva inglese tanto da nord quanto da sud. Tornando al 10 giugno
1940 e precisando che l’Italia non aveva i mezzi, o meglio non ne aveva
abbastanza, per fare una guerra aggressiva in quanto era ancora provata
dal sacrificio di soli 22 anni prima (prima guerra mondiale) e quello
ancora più recente della guerra di Spagna (1936-1939), era necessario
riflettere meglio sulla condotta che doveva essere tenuta. Inoltre
l’idea di Mussolini di riunire tutti i comandi militari nella sua
persona, con il fine di garantirne una maggiore coordinazione, finì per
renderli ancora più divisi e scoordinati in quanto una persona non può
occuparsi di tutto e, in secondo luogo, in seno agli alti comandi nessuno
osava contraddire il Duce: gli elementi più infarciti di retorica di
estrazione fascista non ne mettevano in dubbio le capacità e lo
osannavano, quelli meno coinvolti col regime e più vicini alla monarchia
non facilitavano sicuramente la cooperazione e spesso compirono atti
contro Mussolini, godendo per gli errori e le disfatte; questi elementi
facevano capo a Badoglio, D’Ambrosio, e la cerchia monarchica, quella
stessa cerchia che grazie al regime tanti benefici aveva avuto e quando le
cose iniziarono ad andar male capì subito verso quale parte era meglio
volgersi (vedi ambienti della Marina in primis). Da queste premesse non è
facile rispondere alla domanda che ha mosso la nostra considerazione,
tuttavia cercheremo di darle una risposta. Vista la situazione politica
precedentemente esposta, due sono le cose condannabili sin da un prima
lettura degli eventi: l’apertura di un secondo fronte (Grecia) e, in
seguito, addirittura di un terzo (Russia). Le condizioni generali
dell’apparato militare italiano imponevano un’accurata riflessione
prima di qualsiasi predisposizione offensiva: al momento dell’entrata in
guerra, infatti, le direttive di Mussolini a riguardo erano improntate al
più stretto difensivismo (anche a dimostrazione del pacifismo di fondo di
Mussolini, spesso dimostrato in Europa, che mirava a mantenere la sua
posizione di arbitro delle contese europee senza appoggiare
indiscriminatamente nessuna delle due parti), eccetto qualche puntata
offensiva da effettuare mediante aviazione o marina. Questa linea, insieme
a quella della “guerra parallela”, lasciavano ben sperare:
l’obiettivo principale dell’Italia era quello di assicurarsi il
dominio sul Mediterraneo, fine ultimo della guerra parallela, né con la
Germania, né per la Germania ma a fianco di essa. Quando entrammo in
guerra la Francia già barcollava sotto la pressione delle armate tedesche
ed infatti cadde dopo poco; gli esiti negativi delle operazioni contro i
francesi avrebbero dovuto mettere in guardia riguardo il vero potenziale
dell’esercito, ancora non provato da azioni belliche. Tuttavia avemmo la
fortuna che la Francia cadde senza che la sua macchina bellica avesse
potuto realmente scalfirci; dall’armistizio guadagnammo essenzialmente
una massiccia smilitarizzazione delle zone di confine con i possedimenti
italiani metropolitani e d’oltremare. La scomparsa del principale
alleato dell’Inghilterra avrebbe dovuto significare la fine della
stessa, tuttavia così non fu: Mussolini decise un’offensiva da terra
contro l’Egitto, in Africa Settentrionale (AS), ed un’altra contro la
Somalia britannica, chiusa in trappola fra i possedimenti italiani. Per
quanto nei primi giorni si registrò qualche successo, questi erano dovuti
principalmente alla mancanza di uomini e mezzi patita dagli inglesi per
poter opporre una degna resistenza, ma quando questi ebbero avuto il tempo
per affluire sullo scenario delle operazioni il risultato fu ben diverso;
prova ne è stata la repentina capitolazione dell’Impero. In una guerra
che si stava presentando sin da subito come piuttosto duratura (la
Germania era già in guerra da quasi un anno), era necessario dosare bene
le proprie forze e studiare dei piani per essere pronti a delle
inevitabili controffensive, predisponendo fortificazioni e unità celeri
che monitorassero zone di confine e spazio aereo. Noi, invece, ci
affrettammo ad apprestare solo delle offensive, senza preoccuparci oltre
tutto dell’apparato logistico che le deve supportare; in mancanza di
questo è meglio concentrarsi su delle puntate offensive di minor entità,
che saggino la consistenza delle difese nemiche, che non diano tempo per
riorganizzarsi e che tengano le forze avversarie sempre lontano dalle
frontiere, gli inglesi si dimostreranno maestri in questo campo.
Considerando il fatto che il già magro esercito dell’Impero non avrebbe
potuto sostenere un altro ampliamento del territorio da controllare
(ammesso che fosse andata a buon termine la conquista della Somali
britannica) senza adeguati aiuti dalla madre patria, cosa che non poteva
avvenire, si sarebbe dovuto provvedere a predisporre adeguate difese ai
confini anche abbandonando zone o posizioni non necessarie o di difficile
difesa, predisponendo già alcuni capisaldi da tenere assolutamente o in
cui poter resistere ad oltranza. In più non si tenne conto che l’Impero
era accerchiato e, anche tenendo occupate le forze che sarebbero potute
accorrere dal nord (Sudan), c’era tutto il potenziale proveniente da sud
(Kenya) che era rimasto intatto. E’ chiaro che il principale scenario di
guerra per l’esercito italiano sarebbe dovuto essere quello africano e
mediterraneo, alla luce di quanto accadde la cosa migliore da fare in
quest’ambito era di attaccare gli inglesi in Egitto, come avvenne, e
ritirarsi conservando le migliori posizioni possibili e cercando di
mantenere intatto il già magro potenziale bellico dell’Impero in Africa
Orientale. Ovviamente rimaneva la spina nel fianco costituita dalla
Somalia britannica, che poteva essere rifornita via mare con i mezzi e con
gli uomini provenienti dall’India, tuttavia essa si trovava intrappolata
tra i possedimenti italiani, quindi si sarebbe anche potuto temporeggiare
e vedere come gli inglesi si fossero comportati in quel settore, senza
perdersi in offensive non supportate da un adeguato apparato militare, per
di più impossibilitato ad ogni tipo di rifornimento e supporto. Inoltre
ci si sarebbe dovuti concentrare sull’eliminazione di Malta (a questo
proposito gli alti comandi italo-tedeschi avevano messo a punto
l’operazione C3 che prevedeva la sua conquista, operazione che non venne
effettuata per l’avversione del Fuhrer alle operazioni anfibie e per la
repentina avanzata, coronata da grandi successi, di Rommel in Nord Africa,
eterno “rivale” di Kesselring, che optava per l’urgenza di tale
distruzione), che fu invece solo bombardata sporadicamente e, oltre tutto,
si desistette dai bombardamenti proprio nel momento in cui la sua
guarnigione stava per cedere. Questo fu un errore fatale per le truppe
dell’Asse che, data la permanenza di questa base, vedranno affondate
centinaia di migliaia di tonnellate di naviglio con armi, uomini e
carburante per le truppe al fronte a causa di incursioni navali partite
proprio da lì, oltre al sostegno offerto alla flotta del Mediterraneo,
stanziata ad Alessandria. Altra base importante, ma non fondamentale come
Malta che è situata esattamente al centro del canale di Sicilia, era
Creta, ma almeno a questa provvidero gli impavidi paracadutisti tedeschi,
con un’intrepida missione. Se l’Italia avesse dunque provveduto
all’eliminazione di Malta, alla contemporanea e meglio supportata
offensiva verso l’Egitto (che a questo punto avrebbe potuto essere anche
più “leggera”, nel senso che con l’eliminazione di Malta si privava
l’Inghilterra della sua base principale nel Mediterraneo, ove si trovava
oramai priva dell’alleato francese, controllando solo i punti di accesso
a questo mare ma trovandovicisi praticamente imbottigliata dentro), ad una
politica militare strettamente difensiva in Africa Orientale, limitandosi
a controllare i vari fronti e facendo il minimo indispensabile per evitare
contemporanee offensive da più lati nell’attesa di potersi
ricongiungere con le truppe che attaccavano verso l’Egitto e a dirottare
in questo settore gli uomini ed i mezzi che saranno poi rovinosamente
inviati in Grecia e Russia, si sarebbe ragionevolmente potuto evitare
disfatte su più fronti, raggruppare tutte le forze verso un unico
scacchiere ed un solo obiettivo, condurre la guerra “parallela” voluta
dal Duce (magari chiedendo ai tedeschi solo mezzi e pochi uomini per
partecipare alle nostre campagne), tenere realmente impegnati gli inglesi
proprio nel momento in cui la Luftwaffe ne bombardava il suolo. A sostegno
di queste ipotesi abbiamo anche dei fatti accaduti realmente: quando
infatti queste direttive furono messe in atto o ci si avvicinò molto
nella pratica (ovviamente eravamo già “subordinati” ai tedeschi, ma
ricordiamoci della presa di Creta, delle imprese della Xa Mas ad
Alessandria e Gibilterra, delle mitiche battaglie di Rommel…), cioè
fino al 1941, gli eserciti dell’Asse spadroneggiavano su tutti i fronti.
Questo tipo di politica avrebbe sicuramente favorito la Germania come
potenza egemone nell’Europa centrale, ma avrebbe sicuramente giovato ai
veri interessi dell’Italia e le avrebbe restituito il ruolo cardine nel
bacino mediterraneo e in tutta l’Europa meridionale. L’apertura del
secondo fronte (quello greco) e la partecipazione all’operazione
Barbarossa non fecero altro che allargare ulteriormente i confini della
nostra guerra, deprimendo ulteriormente il morale dell’esercito e della
nazione, mettendo ancor più in evidenza tutti i nostri limiti,
rinfocolando tutti i malumori contro il Duce ed il regime, favorendo
connivenze fra corona e militari, dividendo il paese senza riuscire a
trarne benefici né immediati né futuri. L’avversione di alcuni
ambienti verso la guerra, che veniva definita “…la guerra voluta dal
regime”, solo da quando iniziò ad andar male (guarda caso!), favorì lo
sfascio del nostro esercito, la non cooperazione di alcuni ambienti
militari (soprattutto della Marina. A proposito citiamo un esempio: la
Marina non fu oltre modo affranta di consegnarsi agli alleati; delle otto
corazzate possedute dall’Italia, le più veloci nel loro genere, nessuna
venne impiegata in serie operazioni belliche; la notte di Taranto era
stata possibile solo grazie a qualche soffiata ed ad atteggiamenti
favorevoli al nemico) fino a toccare il culmine della vergogna con
l’armistizio dell’8 settembre, con il quale l’Italia rinnegava
vent’anni della propria storia dichiarando guerra ai camerati di ieri, a
quegli stessi soldati che erano morti e morivano ancora con i nostri
uomini, sperando che schierandosi dalla parte dei vincitori (anche se in
quel tempo ancora non si sapeva come realmente si sarebbe finiti) la loro
parte al tavolo della pace sarebbe stata maggiore (ma non fu così, ci
trattarono come quelli che siamo: un paese traditore e sconfitto),
generando una guerra civile per poi gloriarsi di aver abbattuto il
Fascismo che fino al quel momento dilagava in tutta Europa. Ma la verità
è un’altra: il Fascismo non è stato abbattuto da loro o dai partigiani
che si nascondevano sui monti, è stato abbattuto dalla più potente
macchina bellica che la storia abbia mai conosciuto (quella alleata,
statunitense in particolare) e dopo una resistenza che ha
dell’incredibile! Tirando le somme di questa nostra riflessione possiamo
dire che l’errore di Mussolini fu quello di aver fatto il “passo più
lungo della gamba” nel misurare le nostre forze, i nostri limiti e la
politica (con obiettivi e possibili rinunce) più adeguata; quello
dell’esercito e del re fu di non aver mai creduto davvero nella guerra,
stando pronti a riceverne gli onori che ne derivavano ma non pronti ad
assumersene gli oneri, spesso complottando e “remando contro” nei
confronti dello sforzo che la nazione stava compiendo. L’errore dei
tedeschi fu quello di compiacersi della nostra debolezza, non informandoci
nemmeno delle loro vere intenzioni, malgrado la firma del patto
d’acciaio (loro sono i veri traditori, i traditori della parola data fra
camerati), preferendo continuare ad essere i primi della classe, senza
comprendere che tante volte avere un alleato in grado di cooperare allo
sforzo comune è meglio che un paese da trattare come un inferiore, sicuri
di avere la capacità e la forza per non fargli alzare la testa e
sfruttarlo al momento opportuno. Nonostante tutto questo i nostri soldati
hanno scritto pagine memorabili nella storia di quest’ultimo conflitto
mondiale; vorrei concludere con una frase di Walt Whitman, che dedico a
tutti i caduti italiani, tedeschi, giapponesi e degli altri paesi alleati
(soprattutto a coloro che caddero consapevoli e convinti di quello che
facevano e ciò che rappresentavano): “Viva
tutti i soldati sconfitti e tutti gli eroi schiacciati dal nemico nella
battaglia perduta. Perché la sconfitta non può togliere la gloria”.
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